Lirici marinisti/III/Giovan Francesco Maia Materdona

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Giovan Francesco Maia Materdona

Liriche di Giovan Francesco Maia Materdona ../ ../Antonio Bruni IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

III III - Antonio Bruni
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GIOVAN FRANCESCO MAIA MATERDONA


I

ABBIGLIAMENTO MATTUTINO

     Ad un tempo col Sol madonna desta,
apre del ciel d’un volto i gemin’astri,
bagna di nanfe i teneri alabastri
e serici al bel fianco arnesi appresta.
     Lo speglio adatta, e de l’inculta testa
ara il crin sciolto con eburnei rastri;
l’accoglie e intreccia con argentei nastri
e di mille narcisi indi il tempesta.
     Increspa il piú minuto a ferreo stile,
a l’orecchie sospende aurate anella
e fa di perle al collo e d’òr monile.
     Esce alfin di sua reggia e sí favella
ne’ suoi silenzi: — Or chi, da Battro a Tile,
vide cosa giá mai di me piú bella? —

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II

L’ASCIUGAMENTO DEI CAPELLI

     Spiega madonna i bei volumi d’oro
de la gemina chioma al sole, ai venti:
questi col soffio e quel co’ raggi ardenti
beono, accesi d’amor, l’umor ch’è in loro.
     Glorioso de l'alme almo tesoro,
preziose de’ cor reti lucenti,
nodo piú non v’intrecci e fian le menti
via piú vaghe di voi, che pria non fôro.
     Oh come bello il Sol degli occhi splende
tra l’auree nubi e, mezzo ascoso, il volto
oh quanti lacci insidïoso tende!
     Tanto è piú vago il crin quanto è men cólto,
e quanto molle è piú tanto piú accende,
e tanto lega piú quant’è piú sciolto.

III

LA PROMESSA

     — Verrò — mi disse, e mi prefisse a punto
il dí terzo d’april la donna mia.
D’indi in qua par ch’a me sia stato e sia
anno il dí, mese l’ora e giorno il punto.
     Spero e temo, ardo e gelo, e a tal son giunto
che mia vita è delirio e frenesia;
meglio il non aspettarla a me saria,
sete ingorda d’amor sí m’ha consunto.
     Crudo aspettar, cagion d’acerbe pene
mi sarai tu, cagion d’estrema noia,
venga e non venga il sospirato bene.
     Poiché verrá che o per gran doglia i’ moia,
se non vien la mia donna; o se pur viene,
che s’anneghi il mio core in mar di gioia.

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IV

INVIANDO L’«ADONE»

     Queste carte che Pindo ammira e cole
e ch’io supplice umile a te presento,
quant’hanno in sé d’amore e di lamento
tutte menzogne son, tutte son fole.
     Sol verace è l’amor, vago mio sole,
sol verace è ’l martir ch’io nel cor sento;
lá pinto è ’l duolo e qui vivo ’l tormento,
qui traboccano affetti e lá parole.
     Leggi pur, leggi, e la mia vita amara
d’amara morte apprendi; e ad esser pia
dalla pietá di bella diva impara.
     Leggi, e se ’l tutto è finto, a te pur sia
scorta il finto del ver e fiati chiara
ne le favole altrui l’istoria mia.

V

A UNA ZANZARA

     Animato rumor, tromba vagante,
che solo per ferir talor ti pòsi,
turbamento de l’ombre e de’ riposi,
fremito alato e mormorio volante;
     per ciel notturno animaletto errante,
pon freno ai tuoi susurri aspri e noiosi;
invan ti sforzi tu ch’io non riposi:
basta a non riposar l’esser amante.
     Vattene a chi non ama, a chi mi sprezza
vattene; e incontro a lei quanto piú sai
desta il suono, arma gli aghi, usa fierezza.
     D’aver punta vantar sí ti potrai
colei, ch’Amor con sua dorata frezza
pungere ed impiagar non potè mai.

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VI

LA MASCHERATA

     — Tra venti dame ordir danza reale,
con finte spoglie e maschere in sembiante,
devrò — dicesti: — or vienne, e se fra tante
riconoscer mi sai, danne un segnale. —
     Non che venni, io volai; diemmi Amor l’ale:
tutte osservai dal crin fino a le piante,
e te conobbi a le due luci sante,
perché vidi indi uscir l’usato strale.
     Poscia, per lo segnal ch’a me chiedesti,
ersi il ciglio a le stelle e lagrimai,
e tu ’l chinasti a terra, indi ridesti.
     — Non t’avrò fede — io dir volea — piú mai:
m’invitasti ai piacer, pianger mi festi;
anzi, preso i miei pianti a riso t’hai. —

VII

LO SDEGNO LIBERATORE

     Qual uom talora in alta notte suole,
mentre i sensi ha sopiti, ebra la mente,
scorgere assalti di perduta gente,
e fugge e teme e si contrista e duole;
     se poi vien desto a l’apparir del sole,
ogn’affanno da sé fuga repente,
e ’l ciel loda e ringrazia immantinente
che i passati timor fur ombre e fole:
     tal io, mentre t’amai, spietati morsi
d’amore e gelosia provar mi parve,
onde sentia dal cor l’alma disciorsi;
     ma, poi che sdegno a risvegliarmi apparve,
giubilai tosto e al cielo grazie porsi
che fe’ da me sparir fantasmi e larve.

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VIII

IL PRIMO DI MAGGIO

     Ecco l’alba, ecco l’alba, ecco il bel giorno
che riconduce al nostro mondo il maggio;
salutatel, pastor, dateli omaggio,
or ch’ei fa dolcemente a voi ritorno.
     Di verde smalto a coronarlo intorno,
pria che ’l coroni il Sol di biondo raggio,
altri al colle ed al prato i fiori, al faggio
altri involi le frondi ed altri a l’orno.
     Su, su, gite, pastor; per l’odorate
erbe movete a vaghi balli il piede
e ’l cantar degli augelli accompagnate.
     Io non verrò, poi che per me non riede
il maggio: nel mio cor sempre la state,
sempre ne le mie luci il verno ha sede.

IX

L’ESEMPIO

     Tisbe, il so, nol celar; non è difetto
ch’abbi a celar, ch’opra è d’amore al fine:
ier, su l’ore piú fresche e mattutine,
t’abbracciò Coridon dentro un boschetto.
     Fa’ ch’io t’abbracci ancor, ché ti prometto
tre canestri, un di gelse, un di susine
ed un altro o di fraghe o d’armelline,
e, s’al padre l’involo, anco un capretto.
     Diman, cor mio, ne la medesim’ora
torna al boschetto istesso; ivi m’attendi,
ch’a quel luogo, in quel tempo, i’ verrò ancora.
     Taciturna pian pian per l’orto scendi,
che non t’oda o ti veggia altri uscir fuora,
e lá m’aspetta, o lá t’aspetto: intendi?

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X

AMOR CONCORDE

     La ninfa sua d’orgoglio amica e d’ira
altri pur chiami e rigida e ribella:
s’io miro la mia ninfa, ella mi mira;
s’io d’amor parlo, essa d’amor favella.
     S’io rido o scherzo, e scherza e ride anch’ella;
piange ai miei pianti, ai miei sospir sospira;
s’io lei mia gioia, essa suo ben m’appella;
vuol ciò ch’io vo’, ciò ch’io desio desira.
     Ella è ver’me pietosa, i’ ver’lei pio;
de’ suoi cenni io fo legge, ella de’ miei;
ella a me cara e caro a lei son io.
     Ella tutta in me vive, io tutto in lei;
io spiro col suo spirto, ella col mio;
e s’a lei do tre baci, ella a me sei.

XI

LA LODE DEGLI ALBERI, DEI VENTI

E DELLE ACQUE

Ramillo, Eurino e Idrino

     Ram. Compagni cari, or che siam qui soletti,
e venti ed acque e piante abbiam presenti,
cantiam su, lodiam su, con tre versetti,
io le piante, Idrin Tacque, Eurino i venti.
     Canti Eurin, segua Idrin. — Eu.-Idr. Si, siam contenti.
Eu. Sospir voi siete onde gli antichi affetti
scopre a la terra il ciel, voi siete accenti
d’innamorato cor, venti diletti.
     Idr. Lagrime di natura, acque, voi siete,
ch’ad Amor, di cui visse eterna amante,
a palesare il bel desio correte.
     Ram. Siete figlie del Sol, tenere piante;
le fasce da l’april, da l’alba avete
il latte, e i vezzi da l’auretta errante.

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XII

GIUOCO DI NEVE

     Cilla di bianco umor massa gelata
coglie e preme e ne forma un globo breve;
n’arma poscia la mano, a fredda neve
calda neve aggiungendo ed animata.
     Al mio sen poi l’avventa, amante amata;
ma se finto è il pugnar, se ’l danno è lieve,
tragge pur da que’ scherzi offesa greve
l’alma, a provar gli antichi assalti usata.
     Porta amico sfidar battaglia vera,
nascer dal riso il lagrimar si mira,
fa verace impiagar mentita arcera;
     mirasi il duol uscir di grembo al gioco,
da nuvoli d’amor saette d’ira
e da strali di giel piaghe di foco.

XIII

LA LEGATRICE DI LIBRI

     Costei ch’altero esempio è di beltate,
oh con che leggiadria, con che bell’arte
troncar le fila, adeguar sa le carte
ch’io con logiche penne avea vergate!
     Poscia, di greve acciar le mani armate,
le batte e le ribatte a parte a parte,
e tra pelli sottil, tratta in disparte,
le rende in mille modi incatenate.
     Lasso, e questa è d’amor frode novella,
inganno, oimè, che in atto umile e pio
scopre il fèro tenor de la mia stella.
     Tronca il filo, ed è il fil del viver mio;
martella i fogli, ed il mio cor martella;
légagli, e son tra lor legato anch’io.

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XIV

AD ISABELLA CHIESA

che rappresentava sul teatro una regina

     Questi, o bella istriona, onde tu cingi
fianco e crin, regi ammanti, aurati serti,
mostrano ai guardi alteri, agli atti esperti,
ch’esser devresti tal, qual ti dipingi.
     Stringer con quella mano, onde tu stringi
un finto scettro, un vero scettro merti;
t’ammirano i teatri e stanno incerti
se vanti i veri regni o se li fingi.
     Sii pur finta reina: or se le vere
cangiasser col tuo stato i regi onori,
quanto gir ne porian ricche ed altere!
     Ch’è gloria assai maggior d’alme e di cori
reggere il fren, che in testa e ’n braccio avere
cerchio e verga real di gemme e d’ori.

XV

LE DONNE DI VENEZIA

     Voi che de l’Adria a le famose sponde
sovra l’ali de’ remi il volo ergete,
meraviglia ben fia se lá vedrete
moli eccelse e superbe uscir de l’onde.
     Ma se candide membra e trecce bionde
vedransi, che de’ cor son fiamma e rete,
— Maggior beltá, stupor maggior — direte
— mai non si vide altrove, e forse altronde. —
     — Qui — direte — è d’ardor piú che d’umore
ricca ogni riva, e fare al ciel qui piacque,
piú che libero il piè, prigione il core. —
     Direte al fine: — In mar Venere nacque:
Veneri belle, ond’oggi nasce Amore,
nascono a mille a mille entro quest’acque. —

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XVI

IL GIOCO DEL PALLONE

     Ignudo il petto alabastrino e bello
se non quanto il copriva un lino adorno,
per temprar con bel gioco il lungo giorno
formava Ascanio mio nobil duello.
     Battea con picciol globo i sassi, e quello
scacciava al salto, e s’a lui fea ritorno,
correa, lo dibattea, lo fea d’intorno
girar, volar, quasi fugato augello.
     Assai piú che la palla, il cor feriva;
largo, piú che ’l sudor dal bel sembiante,
dagli occhi de l’amanti il pianto usciva.
     Premean, piú che ’l terren, l’alma le piante,
e la vampa d’amor, piú che l’estiva,
fean cocente provar le luci sante.

XVII

LA GIOSTRA

Per il mantenitore marchese Pepoli

     Esce d’armi pomposo e folgorante
d’un’aperta montagna alto guerriere,
e pender fa le spettatrici schiere
da’ moti de la destra e de le piante.
     Poi, fatto in campo a l’aversario avante,
il batte e scuote con cent’aste altere,
e, queste infrante, invittamente il fere
con brando lucidissimo e sonante.
     S’ordina che ’l valor piú non s’adopre
e confessa ogn’eroe ch’ivi è raccolto,
che attonito è rimasto a sí degn’opre.
     E lo stuol de le dame illustre e folto
perché vinto anco resti, ecco che scopre
il campion valoroso il suo bel volto.

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XVIII

A MARIO ALBRICCI FARNESE

Per le conclusioni da lui sostenute

     In pacifico agon Mario contende
con chi provar ne le dott’armi il vuole;
da mille colpi arguti ei si difende
con iscudo fatal d’alte parole.
     Da lui nov’arti e novi schermi apprende
il fior de’ fior de le piú sagge scole;
discepola giá fatta, intenta pende
dal discepolo suo l’Ignazia prole.
     Stupisce il cerchio universal latino
ch’ei mostri ingegno intrepido e costante,
in sí tenera etá sí pellegrino.
     Formar poi s’ode un suon per l’aria errante:
— Senno star non dovea se non divino
sotto divino angelico sembiante. —

XIX

I SEPOLCRI DEL SANNAZARO E DI VIRGILIO

     Non perché le tue falde il bel Tirreno
baci con labra di spumosi argenti;
non perché voli ogn’or ne’ Siri ardenti
freschissim’aura a vezzeggiarti in seno;
     non perché sempre il tuo bel colle ameno
smaltin foglie odorate, erbe ridenti;
ne le future etá, ne le presenti
n’andrai, ne vai di pregi ricca a pieno:
     ma perché ’l cener sacro il gran Sincero,
Mergellina gentile, in te nasconde,
l’ossa in te chiude il mantuano Omero.
     Anzi l’inde, oso dir, le maure sponde
onor non han di quell’onor piú altero,
di cui son due brev’urne a te feconde.

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XX

LA FONTANA DI PONTE SISTO IN ROMA

     Vedi, non che cader, precipitare
piogge d’immensi umor quasi d’un cielo,
che ne pungono il cor di dolce telo,
agli orecchi sonore, agli occhi chiare.
     Liquida è l’onda e pur gelata appare,
né di lassú trabocca altro che gelo;
poi se ne forma un curvo e crespo velo,
che si frange in sui marmi e cangia in mare.
     Vedi quel mar di quante spume abonda;
par che bolla anco il giel, fumi e faville
par che surgano ancor da gelid’onda.
     Vedi come concordi anco le stille,
a l’armonia di quegli umor gioconda,
ballano a cento a cento, a mille a mille.

XXI

LA VERDEA DI FIRENZE

     Ai labri miei, quando piú gela il verno,
l’alma cittá, cui danno il nome i fiori,
offre un sacro licor ché tra i licori
serba vanto superbo e pregio eterno.
     Nei suoi color le liquid’ambre scemo,
cedono agli odor suoi gli arabi odori,
sembran tasso ed assenzio ai suoi sapori
chiarello, albano, asprin, greco o falerno.
     Ben questa esser dovea l’ambrosia eletta
che ’l cor di Giove e de gli dèi pascea,
poi ch’ella tanto inebriando alletta;
     o questa del piacer la «vera idea»,
d’Arno o la «vera dea», che poi fu detta
di «ver’idea», di «vera dea», «verdea».

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XXII

NELL’OSPEDALE DEGL’INCURABILI DI NAPOLI

     Ahi mondo, ahi senso! or ve’ qui tanti e tanti
in tende anguste, ancorché auguste, accolti!
Di profana beltá fûr tutti amanti,
tanto or tristi e meschin quanto pria stolti.
     Per picciol riso hann’or continui pianti,
portan l’inferno ai cor, la morte ai volti,
vita speranti no, vita spiranti,
morti vivi e cadaveri insepolti.
     Questi è in preda al martir, quegli al furore,
un suda, un gela, un stride, un grida, un freme,
un piange, un langue, un spasma, un cade, un more.
     Quinci impara, o mortal: dolce è l’errore,
breve è ’l gioir; ma pene amare estreme
dá spesso al corpo, eterne sempre al core.

XXIII

NEL PETTINARSI

     La bella Elisa arava
con terso eburneo vomere dentato
campi d’oro animato.
L’era un garzone a canto,
che i rotti stami ad uno ad un cogliea
e in sen gli nascondea.
Rise ella e disse: — Inutili capegli
a che tu serbi? — Ed egli:
— Quinci ordisco le corde a l’arco mio,
quinci le reti ond’io
impiago l’alme ed imprigiono il core.
Sappi ch’io sono Amore. —

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XXIV

I BACI DELLA DONNA MUTA

     Quand’io ti bacio, allora,
muta bocca amorosa,
muta bocca odorosa,
intendo la cagion perché tu taci:
nascesti solo a mormorar co’ baci.