Lirici marinisti/III/Antonio Bruni

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Antonio Bruni (poeta)

Liriche di Antonio Bruni ../Giovan Francesco Maia Materdona ../Scipione Errico IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

III - Giovan Francesco Maia Materdona III - Scipione Errico
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ANTONIO BRUNI


I

IL LUOGO DEI PASSATI AMORI

     Sotto l’ombra di quelle edre tenaci
che l’olmo han con piú viti avvolto e cinto,
la mia vita al mio cor temprò le faci,
con lei seno con sen qual edra avvinto.
     Di due guance godei l’ostro non finto,
qui dove aprono i fior gli ostri veraci;
s’udi confuso almeno, ov’or distinto
è ’l suon de l’aure, il mormorio de’ baci.
     Rimembro ancor con amorosa arsura
il guardo e ’l riso altrui, molle e lascivo,
nel tremolo seren de l’aria pura.
     Lasso, e mentre son io vedovo e privo
de le gioie d’amore, al cor figura
il fugace mio ben fugace il rivo.

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II

GLI OCCHI AZZURRI

     — Qualor de’ tuoi begli occhi il bello io guardo,
cui d’azzurro color fregiò natura,
s’è ceruleo l’arciero, aureo è ’l suo dardo,
che dá le piaghe al seno, al cor l’arsura.
     Fra quello azzurro, il lascivir d’un guardo
rassembra il Sol ne l’onda azzurra e pura;
del pianto i mari ove sommerso io ardo,
quel ceruleo ondeggiar finge e figura. —
     Cosí parlo al mio ben; quando i ridenti
lumi rivolge a me, spargendo ardore,
de la rosa la dea con questi accenti:
     — Sotto due archi ove trionfa il core,
del ceruleo onde scorno han gli ostri ardenti
fansi il manto le Grazie, il velo Amore. —

III

IL NEO SUL LABBRO

     Giugne fregio a la bocca e fiamme ai cori,
donna, il tuo vago neo, per cui pomposo
va ’l tuo molle rubin che i primi onori
toglie al rubin piú ricco e prezioso.
     Con sí bel neo, cred’io, voller gli Amori,
come in Menfi solea fabro ingegnoso,
segnar nel tuo bel volto i propri ardori,
qual con strano carattere amoroso.
     O, presa Amor la bella Psiche a sdegno,
te bacia e ’l bacio suo, ch’altrui si vieta,
lascia l’orma in quel neo, del core in pegno.
     Quinci quest’alma andrá festante e lieta,
s’ei, qual nel labro tuo d’Amore è segno,
de’ miei labri cosí sia segno e mèta.

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IV

IL VENTAGLIO

     D’ambizioso augel piume gemmate
bella donna d’amor distinse e prese,
e per trarne aria fresca, aure gelate,
n’ordío leggiadro ed ingegnoso arnese.
     Lasso, e quinci tem’io che innamorate,
mentre cercan temprar le fiamme accese
ne l’aria, intorno a le bellezze amate
apran piú luci a vagheggiarla intese.
     O con piuma leggiera, aura volante,
mostra vario desío, volubil core,
piú che vento leggier, piuma inconstante;
     o con esse a me spiega, empia in amore,
ch’odia si dentro il seno incendio amante,
che l’abborre, non ch’altro, anco di fuore.

V

LA LODATRICE DI POESIE

     Ond’è che i versi miei leggi ed ammiri
qualora il foco mio vi leggi impresso,
ed ingrata che sei, poscia t’adiri,
s’a le tue labra le mie labra appresso?
     È ministro d’amore il bacio istesso,
quinci degno è d’amor, se dritto miri;
e darti un bacio a me non fia concesso,
di cui lodi le rime, il cor martiri?
     Lasso, e se tanto io non impetro in loro
e nel Parnaso mio ch’almen ti baci,
maledetto quel dí che fui canoro!
     Stimo assai piú de’ labri tuoi vivaci
cortese un fiato sol, che ’l proprio alloro,
o che tu sdegni i versi ed ami i baci.

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VI

A UNA POETESSA

     Oh qual radoppia in te gemini onori,
nobil donna, fra noi pompa novella,
o se ti mostri altrui leggiadra e bella
o se spieghi talor carmi canori!
     Sotto l’ombra or de’ mirti or degli allori,
fai col volto e co’ versi ogn’alma ancella;
sí che dea degli Amori Amor t’appella
e del canto le dee col canto onori.
     Tu, di par chiara in Cipro e in Elicona,
ardi i cor, verghi i fogli e in ogni parte
con doppia gloria il nome tuo risona.
     Ma piú ricco è ’l tuo crin cólto senz’arte
che di sacra ravvolto aurea corona:
parlan gli occhi d’amor piú che le carte.

VII

LA DAMA FRANCESE IN ROMA

     Giá da la Senna al Tebro, ove t’invita
gloria d’amor piú che gli altrui stupori,
passi e a l’orgoglio hai la bellezza unita,
tra le Grazie famosa e tra gli Amori.
     Cosí ciascuno in te, fra gli ostri e gli ori,
l’ostro del volto e l’ór del crine addita,
né ti vagheggia mai che non t’adori
e non. t’adora sol chi non ha vita.
     Di lá de l’Alpi incatenata e doma
la Gallia, a incatenar giunta qui sei
eserciti di cor con una chioma.
     E ben chi vince altrui vincer tu dèi,
e stimerá di trionfar pur Roma,
mentre, donna, trionfi in lei di lei.

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VIII

A DIPORTO PER LA RIVIERA DI POSIL1PO

     In questo lido, ove tra bei cristalli
gli smeraldi ogni pianta ognor confonde
e va Flora con Teti, e i tralci a l'onde
e i corimbi nel mar mesce ai coralli;
     per li tranquilli e sempre ondosi calli
passi al lieve spirar d’aure seconde,
lá ’ve sotto il bel piè d’oro le sponde
fansi, se movi i leggiadretti balli;
     e stillando, qualora il ciel s’accende,
sudori a l’ombra prezïosi e cari,
mentre perle gli dai, perle ti rende;
     ma se dagli occhi tuoi stellanti e chiari,
lasso, il seren de l’aere il lito apprende,
tu dai suoi scogli ad esser cruda impari.

IX

LA FAVOLA DI EUROPA

     Rapita Europa, il nuotator cornuto
che passeggia le sfere intorno intorno
col diadema real di gemme adorno
e di fiammelle lucide intessuto,
     fra divino e ferin, loquace e muto,
sí parla a lei ch’altrui fa ingiuria e scorno:
— Non temer, dea terrena; attienti al corno
che spuntar vedi in me, duro ed acuto.
     Giá presso è il lido ove, sott’altro velo,
lieta e fastosa or or veder tu puoi
l’alta divinitá ch’ora ti celo.
     Stella non splenda, aura non spiri a noi,
o sia l’aura il tuo fiato ond’arde il cielo,
o pur sian tramontana i lumi tuoi. —

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X

LE BELLE CHIOME

     Di spiegar vostri vanti
giá m’acquista vigor, grazia m’impetra
da le muse mia cetra
fra i cigni e fra gli amanti.
Quinci a voi giro il cor, volgo lo stile,
preziosi legami,
nembi d’oro sottile,
auree nubi, aurei stami.
Ai vostri merti il metro avrá concorde,
se de le vostre fila avrá le corde.
     Voi, luminose e pure,
sol fate ai lumi altrui ben ricchi oltraggi;
sol presso ai vostri raggi
l’alba ha le chiome oscure;
voi, ondeggiando in preziosi errori
su le guance fiorite,
al naufragio de’ cori,
o belle chiome, aprite,
con tremolo sereno, aria celeste,
su ’l vaneggiar de l’aure auree tempeste.
     Sciolte in anella d’oro,
di voi caro è l’error, grazia il disprezzo;
in voi l’industria è vezzo
ed è ’l vezzo decoro.
Non so dir se con gioia o se con onte
de l’alme innamorate
sul collo e su la fronte
voi scherzando baciate
talor candido avorio e nevi intatte,
animato alabastro e vivo latte.
     Nove anella talora
pur forma in voi dal lucido orïente
aura lieve e ridente.

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ministra de l’aurora;
sí che mentre ondeggiate ai soli estivi
con lei, che lussureggia
con errori lascivi,
non sa chi voi vagheggia,
del servaggio d’amor fatti trofei,
se son vostri gli errori o pur di lei.
     Ma qual maestra mano,
di qual ricca materia ignota a noi
le fila ordisce a voi,
con lavoro sovrano?
Forse de’ velli d’òr per cui ne gío
cosí Giason famoso,
a voi le fila ordío
ingegnerò ingegnoso?
o per ordire a voi fila sí belle
filano il Sol la luce, i rai le stelle?
     Se tronche vi rimiro,
di farne corde a l’arco Amor la palma
porta, o lacciuoli a l’alma
che legata sospiro;
o pure a’ rai de l’amorosa face,
tratte su l’alte sfere
in un groppo tenace
da l’acidalie schiere,
vi trasforma possente il dio di Deio
di crin reciso in terra in- stelle in cielo.
     S’in lavacro d’argento,
entro i cui flutti Amor le piume asperse,
io vi contemplo immerse,
a contemplarvi intento
gode l’alma di voi l’aureo riflesso
per l’argentato umore;
anzi l’umore istesso
solo al vostro splendore
che fa l’aure piú fosche anco serene,
se d’argento giá fu, d’oro diviene.

[p. 125 modifica]ANTONIO BRUNI

XI I BACI 1. Soavissimi baci, che son nettare ai labri e manna ai cori, giá mi desti, o Licori. Quinci un bacio vorrei rapir co’ labri miei, per dir se sian piú dolci e piú graditi i donati o i rapiti. 2. Bacia, baciami, o Clori, ma ’l tuo bacio si scocchi o nel labro o negli occhi; perché l’anima mia, che negli occhi e nel labro ognor desia e baciarti e mirarti o mirarti o baciarti, goda pari dolcezza, amante amata, o mirata o baciata. 3 Perché, mentre mi baci, donna, mi mordi e vuoi ch’io provi dolci i baci e i morsi tuoi? Aggiungi i morsi ai baci, perché nel labro impresso il bado io miri? Si, si, con labri accesi e denti ingordi bada, baciami pur, mordimi, mordi, perché dolcezza egual l’anima sente,

se talor morde il labro e bacia il dente. [p. 126 modifica]

XII

IL RAPIMENTO D’ELENA

DI GUIDO RENI

E

LA DIDONE TRAFITTA

DEL GUERCINO

Al cardinale Spada

     Stupor de la natura, onor de l’arte,
tua mercé pur rimiro in tela espressi
i pregi altrui ch’idolatrando io lessi
in argolico stil, latine carte.
     Ecco il lino animato agli occhi esprime
l’ideo pastor, de la beltá l’idea,
ch’è frigia meraviglia e pompa achea,
de l’italico Apelle opra sublime.
     La bella greca al giovine troiano
giá fu rapina a’ suoi desir gradita,
e disciolse la vergine rapita
i gridi al ciel, le trecce a l’aura invano.
     Giá di tanto tesor vedove e prive,
per insolita via correndo al Xanto,
piú che d’umor vedeansi ebre di pianto
d’Inaco l’onde e d’Acheloo le rive.
     E giá, tosto ch’aperse i primi albori
a l’Asia, del bellissimo sembiante,
adultera in amor, lasciva amante,
arse a Scamandro i flutti, ad Ida i fiori.
     Ma pur oggi, nel lino, al patrio lito
Pari, ch’altri non ha pari nel viso,
pur lei rapisce, onde ne resta anciso
e ne la sua rapina anco rapito.
     Ben veggio in lui, se lui contemplo e guardo
vagheggiator del vagheggiato volto,
col vezzo in bocca a lascivir rivolto,
il lusso del color, ma piú del guardo.

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     Ritratti, ancor miracoloso amore
gii arde fra l’ombre e ’l foco lor non cela,
e se da lor non miro arsa la tela,
è di pennel miracolo maggiore.
     Tremanti sì, ma nel mirar non lassi,
volgono gli occhi a l’amorose prove;
ma per molle sentiero impenna e move
il volo il cor, piú che la pianta i passi.
     De la coppia d’amor ebra e seguace
è precursore Amor; ma stella e guida
è di lei la beltá cupida e fida,
vie piú che di Cupidine la face.
     Ma come avvenir può ch’ella s’avvezzi
nel tuo albergo, ov’Apollo ha ’l simulacro,
a trattar sì profana in loco sacro
varie lascivie, e la lascivia i vezzi?
     Se di greca eloquenza amico fonte
ne l’eccelsa magion lor corre avanti,
come da Grecia i fuggitivi amanti
ne l’eccelsa magion volgon la fronte?
     Qui, di cura real gravido il seno,
spieghi i pregi de l’ostro e de la penna,
famosissimo al par, s’unqua a la Senna
giugni dal Tebro o se dal Tebro al Reno.
     Non intrecci di mirti altri le chiome
qui, dove a te l’intreccia o lauro o palma;
non sia ratto d’amor dov’hai la palma
di rapire a l’oblio famoso il nome.
     Da la sacra magion, dunque, sen vada
lungi la coppia effeminata e molle.
Miri ch’incontra a lei la punta estolle
giá di Febo lo stral, d’Astrea la spada.
     Ma quale agli occhi miei s’offre novella
opra d’amore? a qual di morte acerba
apparato d’orror, scena superba
or guida i guardi miei tragica stella?

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     Veggio pur io l’innamorata Elisa
al suo spirto che fugge aprir la via,
onde scerner non so s’ella piú sia
arsa nel rogo o piú nel sangue intrisa;
     e seco miro anch’io pietosa cura
mostrar su lei l’addolorata suora
che sospira e che piagne, ond’avvalora
col pianto il foco e co’ sospir l’arsura.
     Sembra vivo il color, se ’l miro intento
e ben opra è di lui ch’illustre e chiaro
de la canora dea discioglie al paro
inver’ la gloria e cento penne e cento.
     Né dev’ella mostrar nel regio tetto
su ’l rogo in pria d’amore, indi di morte,
de la vita le fila o tronche o corte,
incenerita il cor, svenata il petto.
     Sol ne la reggia tua nutre e conserva
il ciel, tra varie imagini ingegnose,
o magnanimo eroe d’opre famose,
la clemenza e ’l valor, Febo e Minerva.
     Ah, ben leggo il magnanimo pensiero!
De la gemina imagine discerno
non vulgare il concetto, il senso interno,
e certo, invariabile, il mistero.
     Vuoi che guardo modesto, alma pudica,
argomenti infallibili n’apprenda,
se fia che a contemplar sui lini intenda
l’afflitta Dido e la rapina antica.
     Chi di teneri mirti avvolge il crine
fugga i furti d’amor, saggio ed accorto;
a chi da due begli occhi in terra è scorto,
s’è principio l’amore, il rogo è fine.
     Se ’l frigio involator, d’amor campione,
l’adorata bellezza ha sempre appresso
volge, rivolto in cenere se stesso,
in fiamme l’Asia, in cenere Ilíone.

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     S’al troian peregrin l’anima inchina,
da lo strale d’amor ferita e vinta;
giace da l’armi de la morte estinta
di Cartago la nobile reina.
     Par che ’l saggio pittor fregi ed allumi
con l'ombre de’ colori e de’ pennelli
quei de’ furti d’amor pregi novelli
vie piú che col disegno e che co’ lumi.
     Fuma l’accesa e ’nsanguinata pira
ov’omicida e vittima è pur Dido;
e ’l caro amante e fuggitivo infido
con gli aliti di morte anco sospira.
     Quinci cortese il ciel questo n’adombra
veracissimo senso agli occhi miei:
«Fuggi lascivo amor, se saggio sei:
la gioia è un fumo ed è ’l diletto un’ombra».

XIII

PER LA RELIQUIA DEL LATTE DELLA VERGINE

     Sacratissimo latte
a cui sono purissime ed eterne
fonti due mamme intatte,
virginali, materne,
che l’offriscono a lui, ch’in rozze fasce
sazio è di gloria e pur la gloria il pasce;
     fosti giá sangue eletto
de le vergini membra unqua non grevi
di terreno difetto,
e de le bianche nevi
a le porpore tue diede il candore,
piú ch’ardor di natura, ardor d’amore.

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     Mentre il petto stillante
te, vie piú che mortal, licor divino,
pascea Cristo lattante
stretto in povero lino;
chi sa che non spargesse i pregi tui
e che allor non toccassi i labri a lui!
     O forse allor Maria
con prodigio d’amor dal sen ti sparse,
mentre il figlio languia
e sitibondo apparse,
perché bevesse umor di latte almeno,
non l’offerto amarissimo veleno!
     Tu degno sol, tu degno
che ’l cielo istesso i tuoi candori imiti
lá de l’empireo regno
sui talami fioriti,
e che presti sol tu, mentre s’inalba,
la candidezza al cielo, il latte a l’alba;
     degno tu che, novello
fiume, sii specchio a le beate menti,
poiché il latteo ruscello
ch’ha le sponde lucenti,
benché scorra sul ciel stellato chiostro,
presso a te sembra d’ebeno e d’inchiostro.
     Anzi, perché tu sei
de la diva degli angeli fattura
e col dio degli dèi
sue viscere e sua cura,
dimostra alma trafitta e fioca voce
ella a piè de la croce ed egli in croce;
     lá sui poggi stellanti,
con nov’ordine d’astri e sito estrano,
guardo di lumi amanti,
perché fregio sovrano
tu giunga a inestinguibili zaffiri,
tra la Croce e la Vergine ti miri.

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     Quivi, qualora il sole
con diadema di gemme e aurei lampi
de la celeste mole
scorre i prefissi campi,
riverente, adorando i tuoi candori,
ceda a le stille tue le stelle e gli ori.

XIV

SOFONISBA A MASSINISSA

     Mentre gli occhi a le lagrime discioglio,
scriva la man col sangue, e quel rossore
che manca al tuo sembiante abbia il mio foglio.
     Sdegno spiri il pensier vie piú che amore,
e la mia fé schernita altrui dimostri
svenato il braccio e lacerato il core.
     In questi amari miei vermigli inchiostri,
s’altri gli guarda mai, spero ch’almeno
si tinga di pietá, se non s’inostri.
     Sí dunque, o Massinissa, il bel sereno
de l’amor che la destra e ’l cor mi giura,
qual baleno svanisce in un baleno?
     Qual rigido destin, qual ria sventura
miete in erba i miei fasti, anzi la vita?
chi su l’alba il mio dí smorza ed oscura?
     Misera Sofonisba! oimè, tradita
l’hai tu, crudel, con feritá latina,
pria da te vinta e poi d’amor ferita.
     De la nobil Numidia alta reina
e del regno d’Amor trionfo altera,
il mio volto, il mio scettro ogn’alma inchina.
     Gemina maestá placida impera
ne la mia fama, oltre l’Idaspe e ’l Moro,
a qual gente è piú barbara e piú fiera.

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     Piú che di gemme orïental tesoro,
m’orna aspetto reale; ho su la fronte
corona di beltá vie piú che d’oro.
     E ’l romano campion passa ogni monte,
varca ogni fiume e ’l mio reame assale
e desta a mie bellezze oltraggi ed onte;
     mentre tu, seco unito al mio gran male,
vinci invitto il mio regno e m’incateni,
a me negli anni ed in bellezza eguale.
     Allor, preso d’amor, che teco io meni
in nodo marital le notti e i giorni
brami, e le nebbie mie squarci e sereni.
     Quinci, lassa (oh mie gravi ingiurie e scorni,
oh servili e durissimi legami
di cui vien che me stessa onori ed orni!)
     fia ch’amante io ti segua e sposo io t’ami,
mentre leghi il mio sposo, il gran Siface,
e sconfitta mi vòi, vinta mi brami.
     E lá dove il mio trono a terra giace,
l’alma al tuo amor sollevo e, fra gli ardori
di Bellona, d’Amor tratto la face;
     e poss’io tra le morti e tra i furori,
con disprezzata man, fredda qual ghiaccio,
destar le Grazie e suscitar gli Amori;
     anzi, mentre i miei fidi in stranio laccio
languiscon di dolor, d’amor poss’io
languirti in seno e tramortirti in braccio!
     Ma che troppo il tuo volto è vago e pio;
piú che ’l valor, la tua beltá guerreggia
e vince i miei guerrieri e piú ’l cor mio.
     Miro e piango i miei fasti e la mia reggia
e, di pianto amoroso ancor stillante,
la tua grazia in amor l’occhio vagheggia.
     Erro, ma non ho schermo, egra e tremante;
donna tenera e molle or che far deve
giá preda e serva a vincitor amante?

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     Erro, e in amore il mio contrasto è breve;
ma pur pietá non che perdono io merto,
ché se ’l fallo è d’amore, il fallo è lieve.
Cosí, vinto il mio regno e ’l core aperto,
trïonfando ne vai di me, de’ miei,
o di Marte, o d’Amor guerriero esperto;
     e fra soavi lagrime ed omei
passi (oh vergogne mie!) dal campo al letto,
via piú fabro d’amor che di trofei.
     Quivi il bel fianco ignudo, ignudo il petto
t’offro; ne’ lacci tuoi forti e tenaci
godon l’anima avvinta, il sen ristretto;
     e quivi or fra le risse or fra le paci,
giungi a molli sospir dolce lusinga,
a le lusinghe i vezzi, ai vezzi i baci.
     Sai ben, la ’ve a la pugna Amor s’accinga,
come labro con labro in un s’accoppi,
come core con core in un si stringa;
     anzi, mentre al desio l’ardor raddoppi,
doppian per te, solo a’ diletti inteso,
le catene le braccia e l’alma i groppi.
     S’è di mia pudicizia il pregio offeso,
in me provo il rossor, dal labro impuro
di lascivia assai piú che d’ostro acceso.
     E poi (ben di mia stella orrido e scuro
tenor!) fra tenerissime dolcezze
mostri il cor di diamante assai piú duro.
     Empio e crudo che sei, di mie bellezze
sazio, or torci da me le luci amate,
che fûro in prima a vagheggiarmi avvezze.
     E le leggi d’amor rotte e sprezzate,
se de l’armi il furor l’alma non pave,
mi dái colme di fel coppe gemmate;
     mentr’è ancor la tua bocca umida e grave
de’ miei baci, il veleno a me presenti
in difetto del nettare soave.

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     Dunque, in ora sí breve in te fian spenti
tutti i sensi d’amore? in te s’annida,
in te spirito uman, dunque, pur senti?
     Dunque, fia ch’a te il Sol splenda ed arrida,
s’ei, che su l’alba giá sposo ti vide,
ti vede anco su l’alba empio omicida?
     Perché il cor con la man, con voglie infide,
se promette la fé, la fé schernisce,
se mi giura l’amor, l’amor deride?
     Ben piú che l’alma, in te l’amor languisce;
brina in neve si tosto o neve in spuma
come la fiamma tua giá non svanisce.
     Dura piú nebbia a sole e fiore a bruma;
giá piú di te volubile e leggiero
non ha volo l’augel, augel la piuma.
     Quindi, tanto infedel quanto guerriero
(amante io non dirò, s’amor gentile
sprezzi, vie piú che uman, spietato e fèro),
     porgi in vece d’anello e di monile
ai solenni imenei lacci e catene,
con servaggio sí barbaro e sí vile;
     e ’l tesoro che in don da te mi viene,
è vascello che tòsco a me sol porta
e col dono primier l’ultime pene.
     Deh, non tronchi mia vita, a pena attorta,
altro che ’l ferro tuo; so che mi vuoi
al tuo trionfo e catenata e morta.
     Ben riede il fato in me degli avi eroi,
del forte genitor, del gran campione,
d’Asdrubale, ch’illustre è si fra noi;
     di lui che coltivò l’armi e l’agone
col sudore e col sangue, e talor, doma
l’oste, intrecciossi al crine auree corone;
     di lui, che in un d’allòr cinse la chioma,
e con lume d’onor che non s’imbruna,
fe’ superbe cozzar Cartago e Roma.

[p. 135 modifica]

     Ma giace vinto al fin; ned altri aduna
l’ossa famose e ’l glorioso busto,
com’io d’amor trastullo, ei di fortuna;
     proviam ambi il destino e ’l cielo ingiusto,
fatto giá spettator de’ nostri scherni
orgoglioso il Metauro, il Tebro augusto.
     Lassa, ma pria che in me rigido verni
di morte il gelo, io spegnerò l’indegno
foco e del foco i sensi e i moti interni.
     Sí, sí, perdasi amor, se persi il regno;
m’abbian morte ed amor tra le lor prede;
siasi, tradito amor, giusto lo sdegno.
     Ben cieco è chi tue frodi oggi non vede:
ecco priva d’amor, d’amante, io giaccio;
ecco rompo l’amor, qual tu la fede.
     Giá fui tutta di foco, or son di ghiaccio,
serva no, ma nemica; a’ tuoi trionfi
mi vedrai morta, pria che serva al laccio.
     Invano, invan di mia beltá trionfi,
di Numidia e d’amor barbaro infido;
invano, invan del tuo valor ti gonfi.
     Cerca omai che del Tebro al patrio lido,
de le tue glorie illustri e pellegrine,
pria che tu quivi aggiunga, aggiunga il grido;
     ché giá le vaghe vergini latine
mostran, perché ’l lor bello ami ed ammiri,
latteo sen, rosea guancia, aurato crine;
     giá giá nel grembo tuo le abbracci e miri:
vie piú dolci de’ miei so che saranno
misti i lor baci a languidi sospiri.
     Ma so pur ch’amarissime godranno
le dolcezze d’amor: fian mie rivali
sí nel provar l’amor come l’inganno;
     non mancheran giá loro urne regali,
dove ondeggi il velen ch’immerga e chiuda
in caligine eterna i dí vitali.

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     Certo è pietá far che vulgare e cruda
man col laccio o col ferro in me non privi
del suo corporeo vel l’anima ignuda!
     Regio e degno pensier ch’altri l’avvivi
con lode ognor, rubarmi il regno e il trono,
tormi la fama e me ritorre ai vivi !
     E sì vil, sì schernita ancor ragiono?
vivo ancor, spiro ancor? L’uomo sì pio
pur la vita m’invola, e viva io sono?
     Moro, ma pria vuo’ spento il fuoco mio;
il velen beverò, pur che ne’ miei
scorni beva ogni etá l’acque d’oblio.
     A l’incendio mio spento or sì che dèi
scaldar l’alma col gel, mentre al mio foco
breve punto scaldarti non potei.
     Non sarò piú di te favola e gioco,
chiuderò gli occhi ove al tuo amor gli apersi,
avrá in vece d’amor l’odio in me loco.
     In preda ai venti poi parte si versi
di quel foco la cenere gelata,
parte asciughi il mio sangue in questi versi.
     Ma de la vita mia da te sprezzata,
reliquia miserabile e funesta
siasi la polve al tuo gran danno armata.
     Quasi turbo sonante ed ombra infesta
io, io, rivolta in polve, ovunque andrai
t’apparirò crudel non che molesta;
     sdegnerò, t’odierò quanto t’amai;
e di larve e d’orrori avvolta, intorno
turbando ove tu sia la luce e i rai,
     l’ombre sol mi fian grate, in odio il giorno 1

  1. Allegoria. — L’innamoramento di Massinissa con Sofonisba in mezzo dell’armi accenna quanto sia piú potente degli eserciti armati una bellezza, benché ignuda. L’aver ella nella perdita del regno, e fra le proprie catene e fra quelle di suo marito, dato luogo agli amori acconsentendo al volere altrui, significa la leggerezza e fragilitá delle donne in affetti somiglianti. Il passar poi in un subito dal letto di nozze alla bara di morte, avendo per mezzo del veleno provato il nuovo sposo ed amante omicida e nemico, ci dichiara esser vero in piú guise ciò che degli effetti d’amore testificò il greco Focilide: Amor hominum sanguine ridendo gaudet.