Lirici marinisti/IV/Paolo Giordano Orsino

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Paolo Giordano Orsini

Liriche di Paolo Giordano Orsino, Duca Di Bracciano ../Maffeo Barberino ../Giacomo D’Aquino IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

Liriche di Paolo Giordano Orsino, Duca Di Bracciano
IV - Maffeo Barberino IV - Giacomo D’Aquino
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PAOLO GIORDANO ORSINO

DUCA DI BRACCIANO


I

LA BELLA PELLEGRINA

     La leggiadretta e vaga pellegrina,
che mano ostil de l’aver suo fe’ manca,
fuggendo l’arsa patria, ardita e franca
venne altrove a portar luce divina.
     La lontana, dapoi che la vicina
provincia scorse, scorre e non si stanca:
intanto l’occhio nero e la man bianca
fan dei semplici cor strage o rapina.
     Tu che rimiri ognor serrate e sole
le donne di bel volto o di crin biondo
e risponder altrui poche parole,
     non prender meraviglia, non immondo
giudicare il pensier: proprio è del sole
l’andar girando e illuminando il mondo.

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II

SENSO E RAGIONE

     Apria bocca vermiglia un vago riso,
occhio azzurro vibrava aureo splendore,
guance rosa spargea del suo colore
dove piú dove meno in un bel viso.
     Nel mirar quel seren, da sé diviso
per l’estremo diletto era ogni core;
questo potea ben dirsi il dí d’amore,
d’amor la primavera, il paradiso.
     Chiuse gli occhi il mio volto, aprigli il seno
era (oh stupori) la primavera inverno,
la rosa spina, lo splendor baleno;
     il breve riso, ésca di pianto eterno;
notte il giorno, tempesta era il sereno,
duolo il diletto, il paradiso inferno.

III

VANITAS VANITATUM

     Tu, che giamai non ti contenti e vuoi
laute mense bramar sotto aurei tetti,
consorte eccelsa entro a gemmati letti,
esercito di servi a’ cenni tuoi;
     di regnar dagli espèri a’ lidi eoi,
di canti e melodie dolci diletti,
di cacce e di tornei giocondi aspetti,
quando alla fin tutto ottenessi... E poi?
     In breve è nulla. Ed anco è nulla adesso
se tu lo paragoni al ben ch’è vero,
e sol ti sembra ben perch’è d’appresso.
     E corta hai tu la vista. Occhio sincero,
se lo mira e multiplica in se stesso,
ritroverá zero via zero, zero.

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IV

LA BUGIA

     La bugia non mai sola; uno squadrone
ha sempre in compagnia de la sua setta,
che le va dietro o innanzi, e l’interdetta
strada corre con essa a perdizione.
     Se non ha gran memoria, è confusione;
se tra nemici sta, calunnia è detta;
s’alberga tra gli amici, è barzelletta;
se versa circa ai grandi, adulazione.
     Riso, pianto e parlar non è sincero
sempre in noi; ma il vestir verace addita
se teniamo dal franco o da l’ibero.
     Questo nostro costume non imíta
giá la bugia: ella è contraria al vero
e va di veritá sempre vestita.

V

LA CITTÀ

     Ne le cittadi ove i monarchi han sede,
disusato è pel tristo il bon sentiero;
fassi solo apparir per bianco il nero,
oprar fortuna e non virtú si vede.
     Quivi al torto ragion soggiace e cede,
il doppio cor conculca il cor sincero,
l’interesse l’onore, il falso il vero,
l’odio l’amor, l’infedeltá la fede.
     Teco piange il tuo mal chi gusto n’ebbe,
ti promette favor chi vòl vendetta,
arride a te chi ’l pianto tuo vorrebbe.
     Ti dá il buon di chi il tuo mal anno aspetta
e ti saluta chi ti caverebbe
piú volentieri il cor che la berretta.

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VI

IL RITORNO ALLA PROPRIA TERRA

     Varcato ho mari adusti e freddi, ho visto
del franco regnatore e de l’ibero
province immense, e del romano Impero,
e parte ancor de l’ottomano acquisto.
     Ho dimorato ove il potere ha misto
sacro e profano il successor di Piero;
ma di smarrir desio, guardo e pensiero
in tante vastitadi alfin ravvisto,
     fermato ho il piè dove dal ciel il freno
regger de la Sabazia è a me concesso,
che giunge al mare e ha cinque laghi in seno.
     Angusto spazio ai nominati appresso;
ma il debito in che nacqui adempio appieno
verso i popoli miei, verso me stesso.