Lirici marinisti/VIII/Antonio Basso

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Antonio Basso

Liriche di Antonio Basso ../../VIII ../Vincenzo Zito IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

VIII VIII - Vincenzo Zito
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ANTONIO BASSO


I

INVOCAZIONE ALLA GELOSIA

     Cara fame di zelo onde destina
suo vitale alimento amor piú grato,
aura ch’aurea susurri entro il suo prato,
in guardia di sua rosa ardita spina,
     cote ov’egli i suoi strali ogni ora affina,
gel che rival ardor sol fai gelato,
specchio ch’al Sol rifletti il raggio amato,
degli affetti d’un’alma alma rapina;
     te chiamo, o del ciel prole, a cui commesso
è d’un seno a guardar pudico onore,
ond’occhi hai tanti al tuo bel volto impresso.
     Vieni, vestal divina, e nel mio core
siedi custode a la sua fiamma appresso,
ché dove manchi tu s’estingue amore.

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II

CONVALESCENTE

     Ecco riedo agli errori e ’l core infido
pur osa ai prischi affetti aprir le porte,
e del mondo io seguendo ancor le scorte,
i sensi appago e la ragione ancido.
     Egro, a Dio tutto amico, or sano annido
nemiche voglie a cui mi tolse a morte;
e, quasi Anteo caduto, omai piú forte
sorgo di terra e ’l del di novo io sfido.
     Cosí le grazie abusi, ingrato? Ahi, quali
son tue vittorie ove la colpa è palma,
mentre al tiranno appiaudi e ’l rege assali?
     Sorgete, umori, in me: dolci fien salma
rie febri al sen, poiché di quelle i mali
son morbi al corpo e medicine a l’alma.

III

LA TRINITÀ

     Siringa di tre canne ond’esce eletto
un suon che fiato armonïoso spira,
e di tre corde sol temprata lira,
ch’unica melodia porge e diletto;
     acceso torchio, che in concorde effetto
tre lumi a l’aria sfavillanti aggira;
specchio, nel cui cristallo esser si mira
di forme illustri un triplicato oggetto;
     arbore eccelsa di tre rami cinta,
fonte da cui traggon tre rivi umore,
di tre colori adorni Iri dipinta,
     stei di tre fiori e di tre foglie un fiore,
de l’unitá di Dio triade distinta
forman l’esempio onde l’apprenda il core.

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IV

L’ORAZIONE

     Fonte di limpid’acque, in cui si terge
de le sue macchie ogni or l’anima immonda;
ferro, per cui si tronca e si disperge
il laccio onde l’inferno il suol circonda;
     mar, nel cui vasto sen cade e s’immerge
il vizio e spento al fin giace a la sponda;
monte, il cui giogo oltre a le nubi s’erge
ove tempio virtú fabrica e fonda;
     Iri, ch’annunci a l’uom pace ed amore;
stella, in cui fato d’alta gloria stassi;
Sol, che dei falli sgombri il fosco orrore;
     motor che ’l ciel raggiri, anzi l’abbassi
a l’alme in terra; ahi, qual sará quel core
che teco in compagnia l’ore non passi?

V

A FRATE ANGELO VOLPE DI MONTEPELOSO

reggente del collegio dei minori conventuali in San Lorenzo di Napoli

     Chi t’alzò ne le sfere? e per quai mani
s’aperse a te l’empireo, onde sui cieli
quegli che velan Dio spirti sovrani
non san con l’ali agli occhi tuoi far veli?
     Tu ciò ch’a ingegno uman vien che si celi,
con sovruman pensiero intendi e spiani,
e con note veraci a noi riveli
i piú chiusi del ciel sublimi arcani.
     Tua mente in mirar l’uom, qual si solleve
degli studi terreni oltre il confine,
stupor nei fonti de’ tuoi fogli ei beve.
     Ma toglia a lui la meraviglia al fine
tuo nome altier; ch’a un angelo è ben lieve
spiegar con chiari sensi opre divine.

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VI

A GHERARDO GAMBACORTA generale della cavalleria di Napoli a Milano

     Questa è l’urna, o guerrier, ch’entro il suo seno
ceneri illustri accoglie, ossa onorate
di chi con mille al crin palme innestate
scudo a le Spagne fu, gloria al Tirreno.
     Cadde fra l’armi, e del cader non meno
fia glorioso a la futura etate,
di quando ei fe’ cader le schiere armate,
reso di tuon ostil fulmin terreno.
     In lui pianse i suoi vanti estinti in terra
natura afflitta, e lagrimar si vide
orbato il campo e vedova la guerra.
     Sol di tal pianto il ciel gioisce e ride,
ch’ebbe, mentre in sue stelle eroe tal serra,
Palla un novo Perseo, Marte un Alcide.

VII

LA PRIMAVERA

     Del Sol prole gentile,
che con chiave di fiori
lieta al mondo apri aprile,
colma il sen di rugiade e ’l crin d’odori,
de l’alba emula bella,
de le varie stagioni alba novella;
     prima figlia de l’anno,
che con tenera mano
del vecchio padre il danno
ristori, d’erbe ornando il colle e ’l piano,
e, qual Medea piú giusta,
giovinetta gli fai l’etá vetusta;

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     paraninfa amorosa
d’odorati imenei,
che con face di rosa
e con lacci di frondi entri fra dèi,
e de’ fiori nel letto
Flora e Zefiro in noi chiami a diletto;
     di Pomona foriera,
che con mani feconde
sai, ne gli orti primiera,
rami tessere in piante e fiori in fronde,
onde vengon produrti
a la dea de l’autunno in terra i frutti;
     Iride de la terra,
che dopo il verno audace,
de le piogge a la guerra,
colorita di fiori, apporti pace,
e con occhi fioriti
gli austri allegra licenzi e l’aure inviti;
     del cor diva leggiadra,
che con l’erbe i natali
degli Amori a la squadra
apri, armati qua giú di novi strali,
e con vista benigna
rendi un Cipro ogni campo e te Ciprigna;
     emula de la notte,
ché, se quella vien fuora
da le cimerie grotte
e di lucide stelle il cielo infiora,
tu, dal ciel scesa al prato,
d’almi e nobili fiori il fai stellato...
     Ma qual tenta mia musa,
tesser versi a’ tuoi vanti?
Ceda intanto confusa
degli alati tuoi cori ai dolci canti,
ché gli encomi tuoi belli
de le muse cantar piú san gli augelli.