Lirici marinisti/VIII/Vincenzo Zito

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Vincenzo Zito

Liriche di Vincenzo Zito ../Antonio Basso ../Antonio Muscettola IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

VIII - Antonio Basso VIII - Antonio Muscettola
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VINCENZO ZITO


I

IL RIMPROVERO

     La mia bella a goder seco m’invita
i dolci amplessi e gli amorosi baci;
ma, lasso, nel mio piè lacci tenaci
pone il destin, che giusta causa addita.
     Se talor vien da lei mia scusa udita,
dice, mostrando al volto ostri vivaci:
— Tu non senti d’Amor l’accese faci;
perfido, regna in te fede mentita!
     Bramasti un tempo di godermi in braccio;
or che sei mio bel nume, a te cal poco;
e pur t’adoro? e non da me ti scaccio? —
     Benché sia dentro inestinguibil foco,
divento a cotal dir freddo qual ghiaccio,
mesto il cor, molli gli occhi e ’l parlar fioco.

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II

IL CENNO DEL CIGLIO

     La sentenza crudel di non amarmi
sdegna di profferir con le parole
colei ch’avanza di chiarezza il sole,
ma ’l ciglio innalza e ’l «no» prende a spiegarmi.
     Dunque, pronto si scorge a guerra farmi
arco di pace? ed iride che suole
annunzïar sereno, ahi, dunque vuole
le tempeste predir per atterrarmi?
     Se gli occhi amati hanno vitale il lume,
ch’ancor gli estinti sa tornare in vita,
come il ciglio dar morte ha per costume?
     Siasi arco o ponte: ella, o se stessa invita
a passar di mio pianto il largo fiume,
o di me vinto il suo trionfo addita.

III

IN TEMPO DI VENDEMMIA

     Or che ’l natal si celebra del vino,
pigiando l’uva il villanel campano,
libero il dir concede il dio tebano,
stando Priapo alla fescina vicino.
     Deh, perché a Cilla, cui divoto inchino,
non scopro il sen trafitto, il cor non sano?
Fra gli scherzi mischiar non sará vano
quel ch’a tacer mi strinse il fier destino.
     S’ella un sí grande ardir prendesse a duro,
mostrerò finto il mio penar verace
e ’l chiaro coprirò col senso oscuro.
     L’uso, o mia lingua, rendati loquace;
e, s’è timido Amor, ben t’assicuro
ch’unito con Lieo farassi audace.

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IV

LA PELLEGRINA

     Vestendo a te simil logore spoglie,
n’andremo uniti, o pellegrina errante;
se nel cammin stancassimo le piante,
con pari amor compartirem le doglie.
     Mercè chiedendo, busserem le soglie,
tu ferma al duolo, io nel patir costante;
il poco cibo ne sará bastante,
in ogni evento avrem concordi voglie.
     Il retaggio paterno in tutto oblia
l’alma ch’ha di seguirti immenso ardore,
ogni paese a noi la patria fia.
     Ma quando il mondo occupa il cieco orrore,
un sol letto n’accoglia; indi si dia
riposo al piede e refrigerio al core.

V

LA DONNA ALL’AMANTE CHE VA ALLA GUERRA

     Disarma il fianco e frena ira e furori;
altra guerra cercar, dch, che ti cale,
se fai con gli occhi tuoi guerra mortale,
onde avvien ch’ogni amante umil t’adori?
     Altri pur sudi a’ marziali ardori,
l’empia spada vibrando a l’altrui male;
tu, guerriero d’Amor, con l’aureo strale
piaga il sen, struggi l'alme, ancidi i cori.
     Non mai tuo brando manderá sotterra
campion; ché pria che gli trafigga il petto
cadrá da’ guardi tuoi ferito a terra.
     S’hai pur di guerreggiar dolce diletto,
meco guerreggia in amorosa guerra;
li miei baci sien trombe, agone il letto.

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VI

L’AMORE ARDENTE

Imitazione da Ausonio

     Bramo da lei, cui riverisco amante,
qual edera strettissimi gli amplessi,
i baci a mille, incatenati e spessi,
vezzo ridente e riso vezzeggiante.
     Se m’ingiuria sdegnosa e minacciante,
reintegrino amor gli sdegni stessi,
e d’ira e di pietá scopra gli eccessi,
e s’infuri e si plachi in un istante.
     Pudicizia in disparte! Accenda ogn’atto,
se raffreddo il desio, tutta focosa,
e povero mi renda e sodisfatto.
     Ché ’l vederla in contegno e schizzinosa,
gelo al mio foco e selce al molle tatto,
son diletti freddissimi di sposa.

VII

LA SETE NELLE CAMPAGNE DEL VESUVIO

     Stanco da lunghi errori, ahi, mi trov’io
fra sentieri dubbiosi a Vesbio a fronte;
e mentre bolle la campagna e ’l monte,
arida sete offende il petto mio.
     Deh, chi m’insegna ove zampilla il rio?
dch, chi m’addita ove gorgoglia il fonte,
che spegnesse, immergendovi la fronte,
l’assetato ardentissimo desio?
     Mal soffrirebbe ardor sí crudo e fèro,
onde sento mancarmi a poco a poco,
l’adusto tingitan, l’etiopo nero.
     Chi mi condusse in tal penoso loco?
Dell’inferno non ha strazio piú vero,
ch’esser senz’acqua ove piú brucia il foco.

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VIII

LA LUNA ED ENDIMIONE

     Era la notte e ’n florida collina
gli occhi avea dati al sonno Endimïone;
lo scorge dalla splendida magione
degli astri la bellissima regina.
     Sente farsi nel sen dolce rapina,
condursi l’alma in placida prigione;
cruda non piú, qual videla Atteone,
al faretrato nume, ecco, s’inchina.
     Stima il passato secolo funesto,
e cercando goder tempo migliore,
in Latmo di calar non l’è molesto.
     Molle giá fatto l’indurito core,
formando amplessi al giovane giá desto,
suo gel natio trasforma in foco Amore.

IX

LA GALEA

     Mole rostrata che, raccolti insieme
i boschi d’Appennin, l’Egeo trascorri,
disprezzi il suo fragor quando piú freme,
s’a’ Palinuri tuoi scossa ricorri;
     al fianco hai l’ali, al dorso alzi le torri,
di cui presso e lontan guerra si teme;
ne’ gran perigli i popoli soccorri,
unisci i mari e le province estreme.
     Formanti crin le tremole bandiere;
ti son i gonfi lin spoglie nevose
ed occhi l’ardentissime lumiere.
     A gara nel tuo sen Marte nascose,
pronte a le stragi, le falangi intere,
ed i fulmini suoi Giove ripose.

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X

AGLI ACCADEMICI OZIOSI DI NAPOLI

nell’essere ammesso nella loro societá

     Cigni del bel Sebeto, in vostra schiera
mi date loco, ad acquistar gran vanti,
e la norma apprendendo ai dolci canti,
su le vostre ali io vo da sfera in sfera.
     Or comprendo qual sia la gloria vera,
che goder soglion di virtú gli amanti;
ecco armoniche lire, archi sonanti,
onde l’ombra d’oblio non piú m’annera.
     L’ozio qui si trafigge e, a morte spinto,
in segno di vittoria ogn’alma intende
prendersi il nome del nemico estinto.
     Cosí latino eroe, mentre che rende
l’Àfrica doma, dall’imperio vinto
per gloria il nome d’african si prende.

XI

A SCIPIONE ZITO

che regge truppe di fanti in Ispagna

     Nati d’un sangue in una stessa parte,
al colle di virtú ten voli, io m’ergo:
agli ozi, agli agi ambo volgendo il tergo,
io seguace d’Apollo e tu di Marte.
     Ambo per guida abbiam natura ed arte;
ordini tu le schiere, i fogli io vergo;
tu brando tratti a fracassare usbergo,
io penna adopro a linear le carte.
     Io caro ai dotti e tu gradito ai forti;
tu dai norma alla guerra, io legge al canto;
io frequento i licei, tu le coorti.
     Pari è d’entrambi il pregio, eguale il vanto:
tu spegni i vivi ed io ravvivo i morti;
tu fai l’eroiche imprese ed io le canto.

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XII

DURANTE LA RIVOLUZIONE DI NAPOLI DEL 1647

     Ai nostri danni è scatenata Aletto
e della guerra in man porta la face;
schiera imbelle e plebea fatta è pugnace,
il prode e ’l forte è di fuggir costretto.
     Religïon, pietá non han ricetto
nello stuol troppo fiero e troppo audace:
— Armi, armi — grida, e timida la pace
non ha piú sangue in fibra e fibra in petto.
     Ecco falso l’amor, la fede infida;
terminan l’accoglienze in tradimenti,
l’amicizia è sacrilega, omicida.
     Sovente avvien che nelle furie ardenti
il figlio il padre, il padre il figlio uccida.
Oh novo inferno d’anime languenti!

XIII

A DON GIOVANNI D’AUSTRIA

invocando l’arrivo di lui a Napoli

     Seconda il volo degli ispani abeti,
o rege dell’eoliche foreste;
vadano altrove a scaricar tempeste
gli orgogliosi aquilon, gli euri inquieti.
     D’april fiorito ai dí sereni e lieti
non siano piú l’atre procelle infeste;
d’Austria all’eroe faccian carole e feste
con le nereidi la cerulea Teti.
     Al lito di Partenope le schiere
giungan del Beti glorïose e forti,
a incatenar Tesifoni e Megere.
     Ché mal possono piú nostre coorti,
benché di posse intrepide e guerrere,
cibare i vivi e sepellire i morti.

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XIV

IL DIGIUNO

     Santo guerrier, che della gola infetta
t’oppugni all’armi e vendichi l’ardire,
ed assiso nel cielo a mensa eletta
hai sol del poco un singolar desire;
     pietosissimo arciero, uso a ferire
con forte ed acutissima saetta
Venere e Bacco, e sai nel tuo languire
legar la mano a Dio nella vendetta;
     altissimi pensier désti agl’ingegni,
che sorvolan per te da sfera in sfera
e di parto sovran rendonsi degni;
     all’alma, al corpo sei salute vera,
rintuzzi a morte gli sfrenati sdegni,
hai pronti ai cenni tuoi gli angeli a schiera.

XV

LA CHIOMA SCIOLTA

     Scherzava a l’aura errante
il lucido crin d’oro
di Lilla, il mio tesoro.
Or nel tergo volava,
or nel seno calava.
Lasso, qual simulacro a l’alma mia
formò la gelosia!
Temei che, divenuto il gran tonante
di sue bellezze amante,
trasformato si fosse in aureo nembo
e, nova Danae, le piovesse in grembo!

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XVI

LA FENICE

     Ne l’indico orïente,
nobil parte del ciel, porta del giorno,
sen vive eternamente,
di mille pregi adorno,
di morte ad onta, un immortal augello,
fra le schiere volanti unico e bello.
     Il suo bel capo ha d’ostro,
l’ali son d’oro, il collo è azzurro eletto,
gemma somiglia il rostro,
vivo smeraldo il petto,
ne la sua coda alto splendor riluce,
gemino sole è l’una e l’altra luce.
     Mostra ne l’andar solo
augusta maiestá, regio decoro,
varca le nubi a volo
se spiega i vanni d’oro,
e verso il ciel cosí veloce ascende,
che l’augello di Giove ira ne prende.
     Se scorge aver per gli anni
deboli le virtú, gravanti l’ale,
tarpati e bassi i vanni,
e ’l suo valor giá frale,
in quella parte il suo bel volto affretta,
che da fenice vien Fenicia detta.
     Quivi in limpido fonte,
chiuso da’ boschi, il nobil corpo immerge,
e vòlta a l’orïente
scioglie il canto e si terge;
indi s’inalza e la sua pira appresta:
vitale io la dirò piú che funesta.

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     In un composto accoglie
tenero nardo e balsamo stillante,
e con la mirra coglie
l’amomo odor-spirante,
e poscia invola a piú remoto loco
il cinamo, il cipresso, il costo e ’l croco.
     L’alta funerea mole
sovra palma sublime erge e sublima,
e che rinasca il sole
quivi n’attende in cima;
non turba il vento allor l’aereo seno,
ma si mostra a tal opra il ciel sereno.
     Ecco che giá risplende
il gran pianeta, assiso al carro aurato,
e col suo raggio accende
il bel rogo odorato;
e la fenice in tanto allegra e viva
de l’ali al ventilar piú il foco avviva.
     Sparisce a poco a poco
il color vario de le piume belle,
e va rodendo il foco
ciò che natura dielle,
e mentre il corpo suo flagra e si strugge,
l’aura vital giá l’abbandona e fugge.
     Ma intanto la natura,
per non impoverir d’un cotal seme,
pone in raccor la cura
l’alte reliquie estreme,
e dispargendo in lor liquidi umori
vita a la cener dá, spirto agli ardori.
     Formasi un picciol ovo,
in mezzo al foco, ove apprestò la pira;
poscia in sembiante novo
spiumato augel s’ammira,
e si vede cangiar, mentre rinasce,
la tomba in cuna ed il feretro in fasce.

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     Ecco ringiovanisce,
e ’l capo inostra e i suoi bei vanni indora,
e d’azzurro arricchisce
il collo, e si colora
di vivace smeraldo il petto e ’l tergo,
e ’l collo drizza a piú gentile albergo.