Lirici marinisti/VIII/Antonio Muscettola

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Antonio Muscettola

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VIII - Vincenzo Zito IX
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ANTONIO MUSCETTOLA


I

L’INNAMORAMENTO

durante la rivoluzione di Napoli

     Colma d’empio furor, di rabbia armata,
spargea ne’ tetti altrui fiamme nocenti,
e di sangue civile ampi torrenti
spandea nel patrio suol turba sdegnata;
     quando a danno de’ cor beltá spietata
tese degli occhi suoi gli archi possenti,
e da le vaghe lor saette ardenti
in un punto mi fu l’alma piagata.
     Cosí tra’ mali altrui nacque il mio male,
e dentro un mar di sanguinoso umore
l’infelice amor mio sortí il natale.
     Oh di stelle crudeli aspro tenore!
Perché sperar no ’l debba unqua vitale,
dier tra le morti alor vita al mio amore.

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II

IL NASTRO VERDE

     A biondo crin, che scarmigliato e vago
i campi di un bel sen scorrea fastoso,
forma con verde nastro un fren vezzoso
la bianca man per cui languir m’appago.
     Per oggetto mirar sí dolce e vago
drizza l’anima mia l’occhio bramoso,
e parie vagheggiar lieto e pomposo
tra verdi sponde imprigionato un Tago.
     Poscia tra sé ragiona: — Ah, perchè abbonde
di tempeste la speme onde son viva,
in quel verde color l’unisce a l’onde! —
     — No, no — risponde Amor; — s’egra languiva
la tua speranza, de le chiome bionde
con gli aurei flutti il suo bel verde avviva. —

III

INVIANDO LA «GERUSALEMME»

     Queste a cui chiaro stil mille comparte
di bellicosi eroi scempi e furori,
or che parto a te dono, o bella Clori,
pegno dell’amor mio, famose carte.
     Tu, leggendo le note a parte a parte,
scorgi ne l’altrui morti i miei dolori;
d’accesa torre negl’immensi ardori
l’incendio del mio cor ravvisa in parte.
     Il mio petto, di mostri infausta sede
nel bosco immondo, e ’l mio sperar, estinto
negl’incanti svaniti, ivi si vede.
     Ne le stille del sangue al fin dipinto
rimira il pianto mio; si fará fede
liberata cittá di core avvinto.

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IV

LA DONNA CHE LEGGE L’UFFICIO

     Di sacri fogli a le celesti note
Lilla, giá fatta pia, gli occhi volgea,
ed al suol inchinata, al cielo ergea
con basso mormorio preci devote.
     Ma se lá su tra le stellanti rote
con la bilancia sua soggiorna Astrea,
cruda beltá, di mille morti rea,
impetrarne pietade, ah, che non puote!
     Ché se ben china par che ’l cielo adori,
gode a la sua beltá mirar prostrata
schiera infelice d’adoranti cori;
     e, chiusa a’ pianti ed a’ sospir l’entrata,
strali avventando e fulminando ardori,
mentre prega pietá fassi spietata.

V

ATTEONE E DIANA

Pittura di Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro

     Invan per l’ira tua, Cinzia sdegnosa,
estinto giacque in su l’etá fiorita
il bel garzon, ch’a le tue ninfe unita
ti vide ignuda ne la valle ombrosa.
     Ecco d’immortal destra opra famosa
fa che mal grado tuo ritorni a vita,
e rieda a vagheggiar con vista ardita
del tuo bel corpo ogni vaghezza ascosa.
     Ben te ravvisa minacciosa e fèra,
e pur, quasi li fosse il rischio ignoto,
non prende ad iscampar fuga leggiera.
     Ah, che ’l mortal periglio è a lui ben noto;
ma, nel mirar la tua bellezza altera,
pien di dolce stupor rimansi immoto.

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VI

NARCISO

     Per saettarmi il petto il cieco dio
di straniera beltá l’arco non tende;
me con me stesso impiago, e ’l desir mio
me di me stesso innamorato or rende.
     Ardo, misero, amando e ’l foco rio
in un gelido umor da me s’accende;
adoro un volto ch’è mio volto, ed io,
io che l’offeso son, son chi m’offende.
     Per annodarmi il core io stringo il laccio,
i pregi miei com’altrui pregi io lodo,
di speme un’ombra, e la mia ombra, abbraccio.
     Oh d’ingiusto penar diverso modo!
Mentre sospiro il ben per cui mi sfaccio,
meco unito è il mio bene e pur nol godo.

VII

LA FARFALLA AL LUME

     Dell’aure agli urti inestinguibil face
in cavo vetro imprigionata splende,
la cui luce a goder veloce stende
semplicetta farfalla il volo audace.
     Ma di quel lume i rai per cui si sface,
quel fragil muro ai suoi desir contende;
pur vaga dell’ardor che ’l cor l’accende,
vola, riede, s’aggira e non ha pace.
     Mira vicine a sé le fiamme amate,
né raggiungerle puote, e in van tuttora
cerca al proprio morire aprir l’entrate.
     Che deluso ciascun vi segua ognora
gioie, scettri, tesori, ah, non vantate,
or ch’ha i Tantali suoi la morte ancora!

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VIII

IL MIRACOLO DELLE ROSE E GLI SPOSI CASTI

     Fremea stridendo e da caverne alpine
sciogliea fiero aquilon l’ali nevose
e, distruggendo i fior, su piagge erbose
nembi scotea di congelate brine;
     quando, di casto letto entro il confine,
a bearsi correan alme amorose;
ed ecco, al giunger loro, aure odorose
non vedute esalar rose divine.
     Fugge il senso lascivo a quell’odore,
e ’l caro sposo e la donzella amata
alla verginitá sacrano il core.
     Oh del vano piacer diva mal nata,
t’è la rosa fatal! Da questo fiore
fosti un tempo ferita e poi fugata.

IX

CASISTICA DI NAUFRAGIO

     Giá del torbido mar l’ira spumante
fa del naufrago abete aspro governo,
ed io se debba aitar non ben discerno
nemica amata o non amata amante.
     Ceda al giusto il disio. Del mar sonante
abbia tra l’onde il suo sepolcro eterno
chi, i miei preghi e ’l mio duol prendendo a scherno,
parve di crudeltá scoglio costante.
     Ma del vasto Nettun l’ondoso umore
assorbir non dovrá chi sempre unita
tenne del cieco dio la face al core.
     Su, veloci corriamo a darle aita;
né sgridar mi potrá deluso amore,
se a chi l’alma mi diè rendo la vita.

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X

AL LEGNO DELLA CROCE

     Te sol, tronco divin, bramo ed anelo,
de l’empireo giardin parto fecondo,
in cui depose il redentor del mondo,
fenice eterna, il suo corporeo velo;
     carro ove colmo di pietoso zelo
trionfò Dio del fier serpente immondo,
beato Atlante che reggesti il pondo
del ciel non giá, ma del signor del cielo;
     sacro, beato e riverito legno,
tu appresta a l’alma, d’empia sorte a l'onte
quasi cadente omai, forte sostegno.
     Giá d’ascender al ciel le voglie ha pronte:
falle tu scala, o su ne l’alto regno
perché possa poggiar, formale un ponte.

XI

AL MONTE VESUVIO

Per il sangue di San Gennaro

     Potrai ben tu, co’ tuoi volanti ardori,
alzarti il trono in fra gli eterei lumi;
stender potrai co’ temerari fumi
in faccia al chiaro sol notte d’orrori.
     Ma con le furie tue danni e terrori
dare a Napoli mia non ben presumi;
spegnon del foco tuo gli ampi volumi
del mio Gennaro i sanguinosi umori.
     Queste lucide ampolle, ove il sovrano
sangue si serba, del tuo incendio tetro
son mète imposte all’ardimento insano.
     Ecco, giá volgi i tuoi furori addietro;
ché sa di Dio l’onnipotente mano
fare a fiumi di foco argine un vetro.

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XII

AL SONNO

     Dall’ondoso ocean l’asse stellato
trasse la notte. Or delle cure il pondo
deposto avendo omai, gode beato
alto silenzio taciturno il mondo.
     Sparse d’alto sopor premono il suolo
degli antri cavi le romite belve;
né sa de’ venti il temerario stuolo
chiamar feroce a sibilar le selve.
     Della cerulea Dori il popol muto
posa le membra entro l’algoso nido,
e ’n tranquilla quiete il mar canuto
inchina i flutti a riposar sul lido.
     Io sol non poso. L’amorose cure
né men porgono a me sonni interrotti;
sicché, vagando in fra vigilie dure,
sono secoli a me tutte le notti.
     Non giova a me di melibei murici
stender su l’ebre lane il corpo stanco,
se mi sembrano ognor gli ostri fenici
colmi di spine a lacerarmi il fianco.
     Tentai che fusser tomba al mio dolore
d’indomito Lieo tazze spumanti;
ma del Vesuvio il prezïoso umore
tosto dal duol fu convertito in pianti.
     E pur del pianto mio l’onde cadenti
un cor di sasso intenerir non sanno,
e gli ardenti sospir, scherzo dei venti,
per lo vano del ciel dispersi vanno.
     Oh quante volte fra’ notturni orrori
inghirlandai le dispietate soglie;
ma, per mio mal, quegl’intrecciati fiori
giá non fruttâro al tristo cor che doglie.

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     Deh, tu, possente domator de’ mali,
ozio dell’alme e regnator di Lete,
dal ciel movendo rugiadose l’ali
all’agitato cor reca quïete.
     Giá non chiegg’io che dalle fosche piume
sparga tutto il sopor nel petto mio;
pago sarò se l’uno e l’altro lume
toccherá, tua mercé, stilla d’oblio.
     Dalle tempeste de’ pensier mordaci
l’animo lasso è per restare assorto;
ma, se tu vieni a me, fra dolci paci
ritroverá nelle tue braccia il porto.
     Benché di neri stami a’ giorni miei
componessero il fil perfidi fati,
per te, placido dio fra gli altri dèi,
non dissimil sarò da’ piú beati.
     Tu, delle menti languide ristoro,
della figlia di Temi inclito figlio,
se ingiusto è il male onde penando io moro,
porgi i tuoi lacci a l’uno e l’altro ciglio.
     Se nell’attica terra aitar famoso
con l’ardalide muse unito avesti,
la tua destra gentil grato riposo
ad un seguace delle muse appresti;
     ch’io di vin coronando ampi cristalli
al nume tuo gli offerirò divoto;
poi di vegghianti e strepitosi galli
un’ecatombe svenerotti in voto.
     Farò ch’a gloria tua piova su l’are
di papaveri molli un largo nembo,
ed avverrá che da’ miei preghi impare
la bella Pasitea d’accòrti in grembo.
     Su vieni, o sonno, e ’l tuo favor m’apporte
contro al tiranno amor pietosa aita.
Vientene, o sonno, e per beata sorte
dal fratel della morte abbia io la vita.

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XIII

I TUMULTI DI NAPOLI

sedati da don Giovanni d’Austria

A Francesco Dentice

     D’angui crinita dal tartareo tetto,
spargendo ira e furor, sorse Megera,
e la facella sua squallida e nera
l’orbe tutto infiammò, rotando, Aletto.
     Del dio bifronte a disserrar le porte
i fulmini avventò nume sanguigno,
ed al fragor di strepitoso ordigno
in sul Sebeto s’aggirò la morte:
     E quai sul lido suo vide il Tirreno
di barbaro furore empi vestigi,
mentre percossa il cor da’ numi stigi
sdegnò plebe infedel l’austriaco freno!
     In dispietati incendi arder fûr visti
d’illustri fabri gl’immortai lavori;
fûr le sete, le gemme e gli ostri e gli ori
di fiamme ingiuste momentanei acquisti.
     A le vite piú auguste i degni stami
troncò il furor de le masnade ultrici;
lungi da’ busti lor teschi infelici
fêr diadema funesto a’ tetti infami.
     A fulminar le ribellanti mura
mille e piú si drizzâr bronzi tonanti;
cadder tocchi dal ferro i sassi infranti,
cadaveri in un punto e sepoltura.
     Dal patrizio valor mirò la plebe
innestarsi a le palme atri cipressi;
da nobil ferro i sollevati oppressi
col lor vil sangue imporporâr le glebe.

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     E quali or promettean fére procelle
de l’armato Orïon gl’infausti lampi!
Ma veggio, ecco, illustrar gli eterei campi
di felice splendor propizie stelle.
     Per te, germe sovran del rege ibero,
fuggon negli antri lor gli euri frementi,
e, degli astri infelici i lumi spenti,
piove influssi benigni il ciel guerriero;
     per te di sangue rosseggianti i fiumi
non portano al Tirren tributi orrendi;
per te nel patrio suol funesti incendi
non inalzano al ciel torbidi fiumi;
     per te, di Marte l’armonia sepulta,
corron cetre a sferzar plettri festivi;
e per te, cinta di palládi ulivi,
tra noi la pace sospirata esulta.
     Tanto può, tanto fa de’ suoi bei giorni
l’ispano eroe nel giovinetto aprile:
or che fia alor che di virtú senile
gli anni robusti suoi sien resi adorni?
     Giá veggio a circondargli il crine invitto
nutrir le palme ossequïosa Idume,
e di sue glorie riverente al nume
erger colossi memorandi Egitto;
     veggio di sue virtudi a’ vasti abissi
offrir tributi il galileo Giordano,
e de l’armi al fulgor fuggir lontano
la tracia luna paventando eclissi.
     Deh, Francesco immortal, tempra la cetra
ond’eterni gli eroi, fulmini gli anni;
e de le note in su’ canori vanni
il semideo garzon porta ne l’etra.
     Se de le glorie sue porgi il tuo canto,
che da se stesso ancor chiaro rimbomba,
Tebe la lira e la famosa tromba
al tuo piè chinerá stupida Manto.