Lirici marinisti/XII/Bartolomeo Dotti

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Bartolomeo Dotti

Liriche di Bartolomeo Dotti ../Tommaso Gaudiosi ../Andrea Perrucci IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

XII - Tommaso Gaudiosi XII - Andrea Perrucci
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BARTOLOMEO DOTTI


I

GLI OCCHI NERI

     Luci caliginose, ombre stellate,
Luciferi ammorzati, Esperi ardenti,
Orịoni sereni, Orse turbate,
mesti Polluci e Pleiadi ridenti;
     Soli etiòpi e notti illuminate,
limpidi occasi e torbidi orïenti,
meriggi nuvolosi, albe infocate,
foschi emisferi ed erebi lucenti,
     ottenebrati lumi e chiare ecclissi,
splendide oscuritá, tetri splendori,
firmamenti in error, pianeti fissi,
     dèmoni luminosi, angioli mori,
tartarei paradisi, eterei abissi,
empirei de l’inferno, occhi di Clori!

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II

DI LÀ DAL MURO

     Angelica mia voce, indarno ormai
un muro a le tue gorghe argine fassi,
ché giá, mentre scoccando al ciel le vai,
di dolcissima gioia il sen mi passi.
     Come un tenero sen non passerai,
se le dure pareti anco trapassi?
Stupisco ben come tu possa mai
con sí gran tenerezza uscir dai sassi.
     Ah, credi a me! Dal tuo confin sicura
non esci tu; ché amor robusto e forte
di lasciartimi al cor confitta ei giura.
     Ma giuro bene anch’io che se ti porte
coi canti a vïolar tu le mie mura,
coi baci vo’ sforzar io le tue porte.

III

AMANTIUM IRAE

     Oh Dio, che dolci guerre ed aspre paci
ebbi con Filli! E l’una e l’altro sordo
giá da le strida, in qualche bacio ingordo
punto facean le nostre lingue audaci.
     Pareano i labri, al disfidar mordaci,
replicarsi tra lor: — Tu mordi, io mordo; —
ma stanchi poi con volontario accordo,
ai morsi patteggiar pausa di baci.
     Armati risorgean d’ire moleste,
ma succedean fra lor, giunti a le strette,
segni di pace a le minacce infeste.
     Cosí ’l mar, cosí ’l ciel talor permette
le perle scintillar fra le tempeste,
le gioie sfavillar fra le saette.

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IV

RESTITUENDO LE LETTERE

     Tornatevene pur, note mendaci,
sovra cui distillai lo spirto in guardi;
tornate pur, caratteri bugiardi,
sovra cui distemprai l’anima in baci.
     Sí, sí, tornate in quelle man fallaci,
che giá vi colorîro. Or se ben tardi
io mi strappo dal cor le faci e i dardi,
in voi tutti suggello e dardi e faci.
     Ite, dite a colei che mi vi diede,
che l’occhio mio senza l’ostacol vostro,
disappannato al fin, meglio ci vede.
     Vede che quando l’empia a l’amor nostro
in voi giurò costanza e giurò fede,
fu costanza di carta e fé d’inchiostro.

V

FUMANDO

     O caro indico germe, oh quai diporti
trovo ne le tue foglie al mio dolore!
Ardi, e de l’alma mia tempri l’ardore;
fumi, e col fumo i miei sospir ten porti.
     Or chi dirá che l’erba non apporti
medicina salubre al mal d’amore,
se da te solo i lenitivi ha il core,
e da’ tuoi suffumigi ho i miei conforti?
     Sventura è ben ch’a la mia piaga acerba
fumo che spiro e foglia che consumo
lieve e caduco il refrigerio serba.
     Cosí, misero, quando aver presumo
del mio ristoro la speranza in erba,
con l’erba va la mia speranza in fumo.

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VI

IL FUMARE E LA MESTIZIA

     Muse, poiché non so co’ canti vostri
i terreni placar purpurei numi,
echeggiar piú non fo d’Amicla i chiostri,
né gorgogliar di Pindo i dolci fiumi.
     Questa canna è mia penna, e questi fumi
mi servon giá di genïali inchiostri,
onde scrivo de l’aria in sui volumi
a cifre vagabonde i dolor nostri.
     Sorgono l’atre note, in cui diffondo
i cordogli onde muto io mi querelo,
e i nembi del mio cuor fra i nembi ascondo.
     Quindi ritrar qualche conforto anelo,
ché se i sospiri miei non cura il mondo,
gli accoglie almeno in questo fumo il cielo.

VII

L’ABORTO NELL’AMPOLLA

A Giacopo Grandis, fisico e anatomico

     Questo, Giacopo mio, sconcio funesto
cui diè morto natale il sen materno,
se maturo nascea, moria ben presto,
e voi d’intempestivo il fèste eterno.
     Non so se dolce latte o pianto mesto
gli sia di quel cristal l’umore interno;
so ben che l’alvo suo fu come questo,
poi ch’utero da vetro io non discerno.
     Vive quasi per voi chi per sé langue;
embrïone morì, scheletro nacque,
fatto parto immortal d’aborto essangue.
     Uomo, impara! Insegnarti al Grandi piacque
che sia ventre di donna e maschio sangue
piú fral del vetro e men vital de l’acque.

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VIII

LE FONTANE DI BRESCIA

     Ruscello, natural figlio de’ monti,
figlio adottivo a la mia patria viene,
e per amor si svena in cento vene
e sparte cento vene in mille fonti.
     A piú selci, a piú mura empie le fronti,
che gettan per le vie piogge serene,
dove per ribaciar le amiche arene
par che l’acqua dai marmi a terra smonti.
     Da l’occhio qui, non dal cammin riceve
la sete il pellegrino; e se a le sponde
discende a ber, del nostro amor s’imbeve;
     ché se l’acqua letea l’oblio c’infonde,
il passeggier qui sempiterna beve
la memoria di Brescia in sí bell’onde.

IX

A SIRMIONE

     Ognor che del Benaco io vengo e torno
per questa inferïor pendice aprica,
in te fiso le luci, o Sirmio antica,
giá di Catullo mio dolce soggiorno.
     Tu, penisola umíl, che sporgi il corno
da la terra e da l’acque a gran fatica,
sí nota sei, mercé la musa amica,
che a piú province, a piú cittá fai scorno.
     Quel cigno fu di nominarti vago,
e col nomarti sol fu sí fecondo,
che fece del tuo nulla un’ampia imago.
     Cosí ti pose per destin secondo
una striscia di terra in braccio al lago,
una striscia di penna in faccia al mondo.