Lirici marinisti/XII/Tommaso Gaudiosi

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Tommaso Gaudiosi

Liriche di Tommaso Gaudiosi ../Pietro Casaburi ../Bartolomeo Dotti IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

XII - Pietro Casaburi XII - Bartolomeo Dotti
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TOMMASO GAUDIOSI


I

L’OMBRA

     Mentre di lei, che mio bel sole adoro,
idolatra vagheggio il bel sembiante,
ed ella, empia, ritrosa e noncurante,
delle bellezze sue cela il tesoro;
     del corpo mio, che di lontan mi moro,
veggo per opra del gran lume errante
l’ombra felice a la superba avante
usurparsi il mio gaudio, il mio ristoro.
     Così m’è forza invidïar quel vano
apparente di me che l’aria ingombra,
mentre io vivo e verace ardo lontano.
     Oh come, Amor, le tue fallacie adombra
il mio stato infelice; onde sia piano
ch’ogni gioia d’amor consiste in ombra!

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II

LA PENITENTE

     Quella che tutta vezzi e leggiadria,
o giri ’l guardo o pur le labbra scioglia,
mill’occhi abbaglia e mille cori invoglia
a prestarle fedele idolatria;
     oggi, tutta divota e tutta pia,
cangiati i fregi e la porpurea spoglia
in nero ammanto, in abito di doglia,
le proprie colpe a detestar venía.
     Meraviglia giammai non fu cotanta,
su la scena mutabile d’un viso,
da spettatore o riverita o pianta;
     ché se ’l mondo vincea formando un riso,
sprezzatrice del mondo oggi si vanta
guadagnarsi col pianto il paradiso.

III

MEMENTO MORI

     Qualor tutta leggiadra e tutta bella
a questo tempio fai, Lidia, ritorno,
ove con viso industremente adorno
fai della tua beltá pompa novella;
     l’umana sorte a rammentar m’appella,
che tuo malgrado ha da venir quel giorno
in cui, d’amore e di natura a scorno,
ritornar vi dovrai, ma non piú quella.
     Lasso, tremo in ridirlo. Il dí fatale
ritornar vi dovrai di morte scherno
a far pompa di te, ma funerale.
     Misera umanitá, che dunque vale
in sembiante divin stimarsi eterno,
e per legge immortale esser mortale?

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IV

LA DONNA AMATA UN TEMPO

     Redivivo agl’incendi, oggi le belle
luci incontrai della mia fiamma antica,
di quella un tempo mia gentil nemica
per me tant’anni amorosette stelle.
     Se la mia piaga al vagheggiar di quelle
rinovasse il dolor, chi ’l prova il dica;
pur incontro stimai di sorte amica
sentir d’antico stral punte novelle.
     E benché ’l petto, a nuovo oltraggio duro,
trïonfasse le fiamme e la bellezza,
che giá di lui trïonfatrici furo,
     pur apprese il mio cor tanta dolcezza
in veder lei, che per quegli occhi io giuro
che sol gode in amor chi lo disprezza.

V

LE STRAVAGANZE DELLA MODA

     Studia a l’amante suo piú delicata
parer Licori, onde accurata stringe
quella parte dal corpo in cui si cinge,
stringe il tenero piè, la bocca amata.
     Ma poi le vesti sue sporge e dilata
e su la fronte un gran cimier si finge,
e con solchi sí grandi il suolo attinge,
che sembra agli occhi suoi torre animata.
     Mirala il vago e di stupor n’agghiaccia;
ma s’a stringerla poi le braccia spande,
e nulla stringe e tutto il mondo abbraccia.
     Oh stranezze di femina ammirande!
Cerca il modo costei ch’altrui la faccia
in un tempo parer picciola e grande.

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VI

IL GUARDINFANTE

     Che le donne talor che copia fèro
di se medesme al desiderio umano,
prendano in uso l’abito straniero,
che da le membra lor gira lontano,
     soffrir potrei; però che ’l sesso vano
dilata il manto al faretrato arciero,
per dar piú campo a quell’ardor profano,
che ristretto nel sen si fa piú fiero.
     Ma schietta donna e di consorzio priva,
che porti ’ntorno un padiglion rotante,
sembra ad onesto cor pompa lasciva.
     Come creder potrò che senz’amante,
come creder potrò che casta viva,
chi si dispone a custodir-l’-infante?

VII

LO SPADINO IN TESTA

     Lottò con Marte in singolar tenzone
la bella dea ch’al terzo cielo impera,
e del nume guerrier, fatta guerriera,
baldanzosa sostenne il paragone.
     Vinselo alfin nel dilettoso agone,
e per trofeo de la vittoria altera
tolto il brando di lui, presso a Citera
armonne il fianco al suo diletto Adone.
     Ma da quel dí ch’a trïonfar fu presta,
usò la dea de le leggiadre e belle
portar picciola spada ai crini intesta.
     Quindi fra noi l’antica usanza desta,
le seguaci di Venere ancor elle
d’indorato spadino arman la testa.

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VIII

IL TABACCO DA NASO

     Giá del mar de’ piaceri e del diletto
il superbo mortal toccava il fondo
nel lusso abominevol ed immondo
d’apicia mensa e di venereo letto.
     Votar la terra e l’ocean profondo
per render pago un indiscreto affetto,
era commune error, commun difetto,
non sazio ancor di tutto il mondo il mondo.
     Alfin tant’oltre a trapassar risolve,
che per pascer le nari in picciol vaso
indica foglia in polvere dissolve.
     Siam de la vita ornai giunti all’occaso!
Ha portato fra noi barbara polve
le delizie del mondo insino al naso.

IX

IL GIOCO DE’ COLOMBI ALLA CAVA

     Move colá dai piú gelati lidi
innocente d’augei schiera volante,
che fendendo le nubi a borea avante,
cerca altra terra a rinnovar suoi nidi.
     Ecco la scopre ai cacciatori infidi,
sul primiero apparir, corno sonante:
ecco, fra i colli e le frondose piante
la caccian frombe e strepitosi gridi.
     Ella, seguendo le fallaci scorte
de’ tinti sassi, incautamente piomba
ne’ tesi lacci a terminar sua sorte.
     Cosí la semplicissima colomba,
senza passar pei cardini di morte,
perde il ciel, ferma il volo, entra a la tomba.

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X

LA RAPIDITÁ DEL TEMPO

     Un tempo, il dí cui restringean poch’ore
parea sí lungo a la tranquilla mente,
che l’ora non vedea che in occidente
tuffasse i raggi il luminar maggiore.
     Or che degli anni è giá passato il fiore,
mi tramontano i Soli a l’oriente;
veggo il tempo volar, l’orecchio sente
una voce ch’intona: — Ecco, si more. —
     Giá giá parmi l’altr’ier quando ero in culla;
or m’aspetta il feretro, e ’n breve, ahi lasso,
sarò un mucchio di polve, e poscia un nulla.
     Perché terra siam noi. Pur terra è ’l sasso;
e se spingerlo in alto uom si trastulla,
piú veloce ne vien quanto è piú basso.

XI

L’INFELICITÀ UMANA

     Dieci lustri di vita o poco meno
porto sul dorso; e se ricerco quante
son l’ore liete, a numerar l’istante
posso a pena formarne un dí sereno.
     Parte fra l’ombre del materno seno
vissi ignoto cadavero spirante;
parte poco miglior che belva infante
soffrii di balia e pedagogo il freno.
     Ne l’avanzo infelice (ahi, sallo il core!)
parte ne tolse necessaria sorte,
parte ne diedi a volontario amore.
     Se la vita che resta è tanto forte,
viver che valmi, ove ogni dí si more?
È men pena il morir ch’attender morte!

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XII

IL LETTO

     Rassembra a l’egro mio stanco pensiero
sovente il letto un marzïale agone,
ove fo con me stesso aspra tenzone,
or di fortuna ed or d’amor guerriero.
     Talor mi sembra un mar turbato e fiero,
ove scherzo son d’austro e d’aquilone,
ove absorta dal senso è la ragione
e, se non giunge il dí, porto non spero.
     Sono di questo mar venti i sospiri,
di questo campo il militar congresso
è di sogni, chimere, ombre e deliri.
     Ove, lasso, trovar mi fia concesso
tregua ai pensieri miei, posa ai martiri,
se combatto, se ondeggio al letto stesso?

XIII

IL BACIO DI GIUDA

     Spira il Verbo umanato aura celeste,
spirti di paradiso; e Giuda spira
turbini di nequizia e fiati d’ira,
aneliti infernali, euri di peste.
     E pur s’inclina, e pur Giesú da queste
labbra lascia baciarsi, e non s’adira!
L’appella amico, e senza sdegno mira
quelle luci esecrabili e moleste!
     Ben crederò ch’ogni motor superno,
per l’immenso stupor fatto di gelo,
tralasciasse in quel punto il moto eterno.
     Sofferenza del cielo, ardir d’Averno!
Si solleva l’inferno e bacia il cielo,
s’inclina il cielo a ribaciar l’inferno.