Memorie di Carlo Goldoni/Parte seconda/XLIV

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XLIV

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CAPITOLO XLIV.

Estratto della Prefazione della Scozzese. — Tomo XIII del mio Teatro, edizione del Pasquali

Chi si diverte a leggere le novità che giornalmente accadono, deve ricordarsi che nell’anno 1750 comparve in Italia, ed altrove, una commedia francese che aveva per titolo Il Caffè o La Scozzese. Nella Prefazione di questa commedia si legge che questa era opera del signor Hume, pastore della Chiesa di Edimburgo, capitale della Scozia; ciò nondimeno tutti sapevano che il signor di Voltaire ne era l’autore. Uno dei primi ad averla in Venezia fui io. L’illustre patrizio veneto Andrea Memo, uomo dotto, di finissimo gusto e versatissimo nella letteratura, trovò questa composizione bellissima, e me la inviò, credendo che io potessi valermene per il mio Teatro. La lessi dunque con attenzione; piacquemi infinitamente, e la trovai anche del genere delle composizioni teatrali che avevo adottato. L’amor proprio mi fece prendere alla medesima maggior effetto, vedendo che l’autore francese avearni fatto l’onore di nominarmi nel suo discorso preliminare. Ebbi insomma gran voglia di tradurre la Scozzese per farla conoscere e gustare alla mia nazione; ma nel rileggerla, facendo alcune osservazioni su l’oggetto propostomi, ben mi accorsi che su i teatri d’Italia, nell’attuale suo stato, non avrebbe avuto incontro. È vero, come appunto dice l’autor medesimo, che quest’opera è fatta per piacere in tutte le lingue, poichè vi si dipinge al vivo la natura che è [p. 260 modifica] la stessa per tutto; questa natura però si modifica differentemente secondo i climi; e però fa d’uopo esporla secondo i costumi e le consuetudini di quel paese nel quale uno risolvesi d’imitarla. Le mie commedie, per esempio, sono state bene accolte in Italia, ma in Francia non lo sarebbero in egual modo; e converrebbe farvi mutazioni non piccole, affine di procurare accoglienza a qualcheduna.

Ma avendo io dato parola di esporre sul teatro San Luca la Scozzese, e riguardandone di pericoloso esito la rigorosa traduzione, ad altro non pensai, se non ad imitarla: e feci una commedia italiana sul fondo, sui caratteri, e sull’intreccio dell’originale francese. Il successo di questa commedia non potè essere nè più generale nè più strepitoso; di modochè tanto l’autor francese quanto io, riportammo la respettiva parte di merito e di applauso. Qui forse si andrà dicendo che fu temerità la mia di pretendere di dividere l’onore della Scozzese per averla soltanto vestita all’italiana, ma questo rimprovero appunto, che potrebbe essere fondato sopra osservazioni relative, mi obbliga a partecipare a’ miei lettori un aneddoto singolare, accaduto in occasione di questa commedia in quell’anno stesso. Tutti e tre i teatri comici di Venezia l’esposero uno dopo l’altro. Quello del Medebac fu il primo, ma la Scozzese era celata sotto il titolo della Bella Pellegrina: Lindana era rappresentata come un’avventuriera, ed a Friport, che è quel marinaro inglese, grossolano e rozzo per abitudine, ma generoso di carattere, erasi sostituito un zerbinotto veneziano; il fondo della composizione non fu variato, ma furono variati i caratteri, onde il soggetto aveva perduto ogni importanza, ogni nobiltà. Però questa commedia ebbe rincontro che meritava, e cessò alla terza rappresentazione. Il teatro San Samuele aveva anch’esso la sua Scozzese da produrre; e vi fu annunziata la vera e legittima Scozzese, tradotta parola per parola dall’originale francese; con tutto questo ella andò a terra bruttamente alla prima recita. Io poi aveva ceduto il posto a tutti, e la mia Scozzese comparve l’ultima. Ma qual fortunato successo per me! Essa fu ascoltata con tale attenzione, e venne in modo applaudita, che se mai fossi stato suscettibile di gelosia, non avrei potuto fare che non la sentissi per tutto il resto delle mie composizioni. La caduta adunque delle due precedenti commedie fece spiccare maggiormente l’incontro della mia, poichè si sostenne sempre e dovunque nel modo istesso, e fu messa accanto a tutto ciò che avevo fatto di più piacevole nelle mie opere. Sapevano che il fondo di essa non era mio, ma l’arte e le cure impiegatevi per accomodarla ai nostri usi e costumi, equivalsero al merito dell’invenzione. Non starò qui a render conto di tutte le mutazioni che credetti dover farvi; giacchè siffatte particolarità non potrebbero importare se non agli intendenti delle due lingue, i quali possono soddisfarsi più ampiamente con la lettura ed il confronto di tal composizione nei due idiomi. Eccovi bensì il cambiamento più essenziale e più a proposito, per colpir l’attenzione dei forestieri che non sanno l’italiano.

Lord Murray, che forma il nodo della commedia, e produce l’effetto principale relativamente all’eroina del dramma, non comparisce nell’originale francese che al terzo atto, onde fin qui lo spettatore altro non fa che divertirsi alla malvagità di Frelon, e del carattere singolare di Friport, mediocremente dilettandosi delle sventure e delle virtù di Lindana; soltanto alla metà della commedia la passione dei due virtuosi amanti comincia a mostrarsi [p. 261 modifica] nel suo pieno vigore, ciò che per gl’italiani è troppo tardi. Nella mia Scozzese questo lord si presenta subito al primo atto, e scuopre in una scena molto comica e dilettevole, da lui sostenuta con la cameriera di Lindana, lo stato e la condizione di questa forestiera, dopo la quale scena, e l’altra che segue immediatamente tra la Scozzese e l’Inglese, mette al fatto lo spettatore della lor passione e dei loro caratteri: si comincia però a prendere affetto fin da questo momento alla virtù dell’una, e alla inclinazione dell’altro; e, stabilita questa base, tutto il resto va a meraviglia.

Nella scena quinta però del secondo atto dell’originale francese m’imbattei in una difficoltà che mi trattenne alcun poco. Primieramente, Friport s’indirizza a Fabrizio per vedere Lindana; Fabrizio lo annunzia: ma che? tutto a un tratto, e senza che sia effettuato il cambiamento della decorazione, si vede l’istesso Friport in camera della Scozzese; in quella che è stampata si legge anche due volte di séguito scena V, e non si sa il perchè. Non avevo tempo nè modo di confrontare le varie edizioni, e quantunque conoscessi la delicatezza dei francesi riguardo all’unità di luogo, pur mi presi la libertà di far uscire Lindana della sua camera, per venire in sala ad ascoltare un uomo che non conosceva; feci per altro ciò in un modo ragionevole, e che offender non potesse in modo alcuno la modestia e riservatezza di lei.

Ella sa che suo padre è nell’Indie, onde, venendole annunziato un marinaro che ha premura di parlarle in segreto, spera che possa essere un amico del padre, e perciò si determina ad escire, spinta dall’ansietà di averne nuove. La scena pertanto segue con la massima naturalezza ed in luogo accessibile a chiunque. Questa mutazione fu particolarmente notata; anzi i Veneziani credettero perfino che i comici del teatro San Samuele si fossero ingannati nella loro traduzione. Chi aveva letto la commedia stampata, conobbe bene che il traduttore non aveva il torto, nè mai potevasi concepire, come questa doppia scena fosse eseguibile in Parigi. Frattanto, nell’aspettativa che più sicure notizie mi chiarissero su tal proposito, provava il maggior piacere di aver appagato il genio de’ miei compatriotti, divenuti già così esatti e difficili ad esser contentati quanto i forestieri. Vi feci anche un altro cambiamento molto necessario ed essenziale, e questo fu nel personaggio di Frelon, che poteva far qualche sensazione in Londra e Parigi, ma veruna in Italia, poichè quivi i giornalisti son rari, ed è impedito per legge di buona polizia fare il maldicente. Sostituii adunque a questo carattere ignoto quello di uno di quegli uomini sfaccendati che frequentano i caffè per raccogliere le novità giornaliere, che poi essi spacciano a diritto e rovescio; nè giungendo ad appagar con tutto questo la propria e l’altrui curiosità si sfogano con menzogne, non risparmiando le beffe e la maldicenza. Il signor della Cloche compariva cattivo per gusto, mentre il Frelon pareva esser tale per venalità.

Chiedo scusa all’autore francese di avere avuto l’ardire di por mano nella sua composizione: ma l’esperienza ha provato che senza l’opera mia non sarebbesi gustata in Italia; onde quest’illustre poeta, che tanto onora la sua patria, deve apprezzare gli applausi della mia.