Memorie storiche di Arona e del suo castello/Libro IV

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Libro IV

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LIBRO QUARTO


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SOMMARIO:


La signoria di Arona passa a Vitaliano Borromeo, e viene eretta in contado — Vi si stabilisce un Castellano ed un presidio di soldati locali — È cinta di mura da Filippo Borromeo — Si erige la chiesa di S. Maria — Considerazioni sulla torre che serve pel di lei campanile — Instituzione della confraternita di Santa Marta — Statuti municipali — Mercato — Il castello è occupato dalle milizie di Carlo V — Viene assediato e battuto da sette mila francesi senza frutto — Pestilenza del 1524 — Giberto Borromeo ristaura il forte.
Durò in Arona la potenza de’ Visconti sino al 1459, in cui Gaspare Visconti investì Vitaliano Borromeo per se e suoi successori di questo feudo1. Comincia da questo punto per Arona una nuova era; e nel progredire di queste storie avremo campo a convincerci, che se sotto la dominazione dei Visconti il paese non provò che gli effetti della sempre
[p. 80 modifica]convulsa ed invidiata loro potenza, sotto la nuova dinastia Borromeo ebbe almeno un governo più regolato, e potè sistemare una più soda interna amministrazione. È da notarsi, che quand’anche coll’investitura feudale sia stata ceduta al nuovo signore cogli altri diritti anche la privativa dei dazii e regalìe, si continuò tuttavia dagli arcivescovi di Milano ad esigere un certo dazio della mensa, come porzione dei dazii del Verbano, stato nell’anno 1559 dall’arcivescovo di Milano Giovanni II Visconte stralciata ed aggregata ai redditi di quella mensa arcivescovile. L’altra porzione veniva esatta dai Borromei sulla base del dato ossia tariffa dei dazii di Arona del giorno primo di febbrajo 1418 intitolata: Datum datiorum terre Arona ut infra continue de capitulo in capitolum; e altra dagli stessi Visconti chiamata datium Cicognola, che si esigeva in Cicognola, piccola frazione di Castelletto sopra Ticino; quindi si smentisce l’errore di quelli che hanno creduto che le suddette tre separate esigenze fossero tre diversi dazii, quando in realtà non sono che tre rami formanti l’integrità dell’antico primordiale dazio Visconti: che poi col tratto suecessivo quel ramo che spettava alla mensa siasi diminuito, e quello de’ Borromei aumentato, sembra che ciò si debba piuttosto attribuire alla maggiore o minore attività di chi vegliò all’esercizio di tali diritti, che a difetto di identità di ragioni.

Dal punto dell’infeudazione li Borromei possedettero Arona ed il Castello, e lo abitavano interpolatamente in persona, o per mezzo dei castellani da essi nominati, i quali prestavano a loro mani il giuramento di tenerlo fedelmente in loro nome, e dei rispettivi regnanti. Da questo tempo si ripete la formazione della compagnia dei [p. 81 modifica]soldati locali, denominati della Rocca, di privativa nomina de’ Borromei, che servivano per la custodia del castello e per la loro guardia onorifica, mentre il piano del paese in questi tempi non era ancora fortificato.

Era nell’anno 1440 castellano della Rocca certo Jacopo, di cui si ignora il nome e la patria, e si ricava dalla seguente iscrizione, scritta a carattere semigotico, che trovavasi su di una parete della demolita cappella della Rocca a destra dell’altare; e nell’anno 1456 era castellano certo Pierrino de’ Sardi di Sezzè, come si raocoglie pure dalla medesima iscrizione, che così diceva: 1456, 23 augusti. Magnificus et potens miles dominus Philippus Borromeus Aronæ comes, et ducatus secreti consiliarius imposuit pro castellano hujus suæ Roche Petrinum de Sezadio, loco Jacobini ......... qui decessit anno et die suprascriptis, et ob sanctæ passionis Domini Nostri Jesu Christi reverentiam Paulus et Julianus fratres depingere fecerunt hunc capellam de anno 1462 die Jovis xv aprilis. Gli avanzi delle pitture a fresco di detta demolita cappella vicini alla riportata iscrizione, analoghi al gusto di quel secolo, non lasciano luogo a dubitare che essa non sia veridica, e tanto più che l’intestazione de’ nomi de’ santi colà dipinti era della stessa mano e carattere semigotico dell’iscrizione. L’erezione in contado del castello e del paese, che seguì per diploma del duca di Milano 26 maggio 1445, attribuì al feudatario il titolo di conte; ond’è che vediamo per la prima volta questa onorificenza espressa nella surriferita iscrizione.

La morte di Filippo-Maria ultimo dei Visconti duchi di Milano, avvenuta nel 1447, senza lasciare successione maschile, fece risovvenire ai Milanesi i proprii diritti alla [p. 82 modifica]sovranità; e le rivoluzioni dalle quali la Lombardia era sconvolta da quindici anni, ridestarono in essi il pensiero di erigersi in repubblica, a guisa di quella che esisteva anteriormente all’invasione di Federico Barbarossa, ad onta dei tentativi di Francesco Sforza, loro condottiere d’armati, che per avere presa in moglie Bianca, unica figlia dell’ultimo duca Filippo- Maria, misurava e pretendeva il diritto di succedere all’eredità dello suocero, e che perciò gli riescì di mandare a vuoto le pratiche d’accordo tra Venezia e Milano.

Si eressero difatto i Milanesi in repubblica, opponendosi a tutto potere ai progressi delle armi dello Sforza, il quale per siffatta pretesa gli era divenuto, da loro capitano, acerrimo nemico. In questi tempi, e particolarmente nel 1448, Arona era signoreggiata dai Milanesi repubblicani, quando lo Sforza occupò i dintorni, cioè Busto-Arsizio e Varese, colle milizie avute dal senato di Venezia, e tutte le rive del lago Maggiore, di Lecco e di Lugano; ma Arona, Como e Bellinzona si mantennero fedeli ai Milanesi2, e dopo di un’ostinata resistenza, venuto lo Sforza a capo de’ suoi desiderii coll’essere entrato e proclamato duca in Milano verse il principio dell’anno 1450, Arona ha pure dovuto seguire il destino di tutti gli altri paesi coll’assoggettarsi all’obbedienza del nuovo Principe, sotto il governo dei quale la feudataria casa Borrameo potè esercitare sopra di questo paese il suo ordinario dominio, cosicchè nell’anno 1458 Filippo, figlio di Vitaliano Borromeo seniore, lo cinse del primo muro circondario, che si distingue dalle opere posteriori per un cordone di sasso [p. 83 modifica]che lo fregia verso la metà della sua elevazione; formò il porto e la così detta peschiera ad uso di porto della rocca, in cui comunicava per una ben intesa scala coperta costeggiante la rupe da tramontana a mattina; ristaurò notabilmente il forte, e lo munì di nuove linee militari giusta la tattica di quel secolo. Queste opere insigni, delle quali non vi hanno le pari in tutto il Verbano; costarono più di duecento mila scudi d’oro, moneta di quel tempo3.

Nè soltanto in opere riferibili alla fortezza Arona andava in questi tempi acquistando; ma altresì in quelle al culto dedicate. Si è gia veduto narrando le memorie dell’abbadia dei Benedettini, come quei monaci dal 1487 al 1489 abbiano ridotto a buon termine la ricostruzione del tempio de’ santi Gratiniano e Felino, i di cui corpi furono in quest'ultimo anno traslocati dall'antica loro sede in altro luogo sotto l’altar maggiore della stessa chiesa; in questi medesimi tempi, e fors’anche qualche anno prima, la divozione degli Aronesi erigeva un altro non meno stimabil tempio in poca distanza del suddetto, che servire dovea per la parrocchia, come lo è tuttora. Ci viene indicata l’epoca della sua fondazione non solo dagli atti pubblici che accennano gli appalti fatti dai fabbriceri della antica chiesetta di Santa Maria per le opere relative alla nuova fabbrica4, ma anche dal documento che ricorda l’anno ed il giorno della di lei consecrazione5 avvenuta [p. 84 modifica]alli dodici di marzo del 1488, in cui fra le altre cose si legge: In pontificalibus existentibus inter missarum solemnia consecravit ecclesiam novam Beatæ Mariæ V. burgi Aronæ, Mediolanensis Diecesis, cum loco vacuo existenti a tergo capellæ magnæ ipsius ecclesiæ. L’espressione ecclesiam novam toglie ogni dubbio che elevare si potesse sul merito della fondazione di questo tempio; ed il luogo vacuo esistente a tergo della cappella maggiore è pur quello che esiste tuttora in forma di corritoio, che dà l’accesso alle due sagrestie. La fabbrica di questa chiesa era già incominciata nel 1468, mentre in un documento di quest’anno6 la trovo espressa nell’indicazione della coerenza di ponente del Prato oliveto, ora piazza di San Graziano, in questo modo: et in parte edificium novum ecclesiæ Sanctæ Mariæ de Arona, mediante quodam terreno vacuo, quod est cœmeterium. Ricorda il tempo della consacrazione di questa chiesa la lapide di marmo nero che vi sta infissa al muro della nave sinistra, la quale ci riserviamo di riportare a sede adatta, perchè abbracciante degli eventi accaduti in epoche posteriori a questa.

Questo bel tempio, ragguardevole monumento del gusto di quella età, è un maestoso vaso a tre navate sorrette da colonne ottagone d’ordine corintiano con archi e vòlte a terzo acuto, e colla facciata in sasso quadrato in tre campi divisa. È pregevole l’incisione a mezzo-rilievo figurante la nascita del Redentore, posta superiormente alla porta del principale ingresso, perchè accenna l’epoca in cui cominciò a risorgere la scultura in Italia. Non si sa però dar ragione, come essendo questo tempio dedicato [p. 85 modifica]alla Natività di Maria Vergine, porti sulla facciata la espressione della nascita del Redentore. Alcuni opinano che questa fosse la chiesa stata eretta nei primi anni dai Benedettini, che appunto era dedicata al Salvatore ed ai santi Gratiniano e Felino; e che essendosi poscia da essi fabbricata un’altra chiesa unita al monastero, le sia stato all’atto della consacrazione cambiato il titolo, ed appoggiano le loro congetture alla consuetudine di quei tempi di incidere o dipingere sulle fronti esteriori delle chiese il Santo a cui erano dedicate; ma queste congetture che a primo aspetto sembrano di qualche peso, scompaiono se si riflette, 1° che i santi Gratiniano e Felino esistevano già sino dell’anno 979 nella chiesa annessa al monastero, stata espressamente costrutta per riporveli dal conte Adamo fondatore, e riposavano nel coro della medesima, da cui nell’anno 1489 vennero estratti; ed esisteva già prima una chiesa di Santa Maria amministrata dai Benedettini7; 2° che la sola incisione della nascita del Redentore, senza quella dei santi Gratiniano e Felino, formanti il titolo unito della prima chiesa fondata dai Benedettini, non è argomento bastante ad indurre una semipiena prova di fatto, qual è l’antica tavola in legno che attualmente si vede nella suddetta chiesa di san Gratiniano, rappresentante tutto il suddetto titolo unito con un abbate benedettino genuflesso, in atto di preghiera, avanti la Beata Vergine avente in grembo Gesù Bambino; 3° che gli stemmi gentilizii de’ Borromei, esistenti sopra l’incisione suddetta, e scolpiti anch’essi in quel sasso (che però adesso sono abrosi), come altresì quelli che si vedono [p. 86 modifica]sculti pure in sasso nell’acuto delle vôlte interne dello stesso tempio unitamente allo stemma del paese, i quali non si potevano ivi collocare che nell’atto della formazione delle vôlte, nelle quali sono pienamente internate, fanno una prova plausibile che l’erezione di detta chiesa non può essere anteriore che di poco tempo alla sua consecrazione, seguita appunto circa quarantotto anni dopo che i Borromei erano stati investiti del feudo di Arona; 4° che la struttura esterna ed interna di questa chiesa; e specialmente le medaglie ed i fregi che stanno sul vôlto dell'ultimo arco alla sinistra entrando avanti il battisterio, i rappresentanti la vita de’ santi Policarpo e Sebastiano, e le Sibile, sono segni caratteristici di quel secolo, e come tal vennero rispettate dal dotto e munifico ristauratore del detto tempio in epoca a questa posteriore. Tali riflessioni, congiunte alle prove di fatto poc’anzi citate, convincono appieno che questa non è l’antica chiesa di Santa Maria ufficiata dai cappellani mercenarii dipendenti dai Benedettini, ma che è stata eretta posteriormente sul luogo e sugli avanzi di quella che preesisteva all'anno 1271. L’arciprete Gratiniano Ponzoni, di venerata memoria, nello stato delle chiese di Arona da lui formato nell’anno 16428 parlando di questa chiesa dice: «Tutto il sito e strade tra le due chiese collegiata e de’ santi Gratiniano e Felino, è sempre stato della collegiata per seppellirvi i morti. Essendo necessità passar dall’una all’altra chiesa, nè potendosi in altra maniera chiudere, si sono fatti dei muri al lungo per proibire che i cadaveri sepolti non vengano dissotterrati e ciò è seguito l’anno 1637, e se [p. 87 modifica]gli è fatta una cappelletta per il sepolcro di nostro Signore, et un altra cappelletta titolata Ossario per riporvi le ossa spolpate; et porre le croci in quel sito, nel quale po’ si è fabbricato sopra de’ fondamenti vecchj... » In ordine all’incisione della facciata esteriore è d’uopo convenire, che in realtà questo tempio sia stato eretto per dedicarlo alla nascita del Redentore, ma che all’atto della di lei consacrazione siagli stato cambiato il titolo, non vedendosi altro mezzo per combinare un fatto diverso coll'attuale verità.

La torre quadrata, che ora è ridotta a campanile per uso di questa chiesa, è un soggetto di molte ricerche sulla di lei antichità, sulla di lei connessione a due chiese, e circa l’uso per cui è stata costrutta. Viene riputata per lavoro del secolo X sì per la sua struttura che pareggia le altre torri contemporanee, come quella di Paruzzaro e del vicino san Marcello, quanto anche per la dipintura che vi sta sopra, dalla parte di mezzodì, d’un crocifisso coperto di tonica sino ai piedi, come solevasi dipingere il Salvatore in croce sino a quel tempo. Pare incredibile che possa essere stata eretta per uso di campanile al ravvisarne la solidità e l'elevazione, ed al sapere che sino all’anno 1662 è sempre stata mantenuta la sua forma di torre; e volendosi anche supporre che sia stata fabbricata per uso di campanile, nasce il dubbio per quale delle due chiese vicine potesse il medesimo servire. Per quella dei santi Gratiniano e Felino, comecchè da essa discosto e con un passaggio pubblico di mezzo, sarebbe stato troppo disadatto; per quella della preesistente chiesa di Santa Maria, ufficiata dai sacerdoti mercenarii, soggetti ai Benedettini, pare che fosse una mole troppo sproporzionata per quella piccola chiesa. A volere poi credere [p. 88 modifica]che sia stata fabbricata veramente per uso di torre, non si sa intendere per qual fine lo fosse in un paese in allora molto più piccolo di quello che è adesso, che non era ancora cinto nè munito di alcune fortificazioni, nè si ha memoria che vicino a questa torre fossevi qualche altro riparo o specie di fortezza. Conviene pertanto o lasciare sotto il velo della venerabile antichità lo scioglimento di questo problema, o ritenere che le adiacenze di questa torre fossero luoghi di fortezza. Io non crederei certamente di cadere in errore al ritenere per buona questa ultima congettura, al riflettere che questo terreno è posto su di un luogo eminente che domina quasi tutto il paese; queste per lo più erano le situazioni nelle quali si fabbricavano a quei tempi i castelli e le case dei potenti signori e gli altri recinti di sicurezza; e non è fuori di senso il supporre che il conte Adamo, fondatore del monastero dei Benedettini, abbia prescielto un luogo di sua proprietà per la costruzione di tale monastero, e come persona distinta, qual era un conte ed un capitano generale d’armata, abbia qui avuto o la sua casa od un suo castello. Le grosse mura che tuttodì si vedono avanti il sacrato della chiesa de’ santi Gratiniano e Felino sono senza dubbio avanzi di fortezza. Nell’escavazione fatta nel 1829 per l’abbassamento della stretta che passa fra la detta chiesa e quella di Santa Maria, si scoperse una lunga tratta di muro sotto l’andamento della medesima stretta, che per l’enorme grossezza fu giudicato per muro di fortificazione. Inoltre nell’angolo di levante che sostiene la sagrestia della chiesa di Santa Maria in contatto del vicolo sul principio della discesa si ebbe nella stessa occasione a demolire con fatica un pezzo di torrione rotondo, unito [p. 89 modifica]con grosse pietre piccate, le cui fondamenta esistono ancora sotto il terreno che sostiene la sagrestia. Non posso quindi credere, come alcuni vorrebbero, che queste mura siano state le fondamenta dell’antica chiesa de’ santi Gratiniano e Felino che esisteva prima che si ricostruisse l’attuale dal 1487 al 1489 per la troppa vicinanza che vi sarebbe stata coll’altra chiesa di Senta Maria, e per la troppo lunga loro estensione, che fa supporre fosse stato un tempio un terzo ed anche di più lungo dell’attuale, con una popolazione in allora molto minore di quella che vi era nel 1489. A queste opinioni potrà da taluno opporsi l’incongruenza di trovarsi troppo vicini due luoghi fortificati, cioè l’uno sulla Rocca, e l’altro nel paese. È questo un fatto di cui nessuno può dar ragione; l’evidenza sola e l’effettiva esistenza degli indizii ritrovati devono chiunque convincere della possibilità della contemporanea loro esistenza. La Rocca era in piedi nel 979, e durò pei secoli di seguito sino a noi; la torre dell’attuale campanile, di costruzione del medesimo secolo, esiste tuttora, sebbene alterata nella primiera sua forma ed uso. Se dunque esisteva la torre contemporaneamente alla Rocca, perchè non potevano stare anche le opere di fortificazione conseguenti alla torre? Lasceremo a chi abbia migliori lumi il dare più eruditi schiarimenti su questo intralciato argomento.

In epoca non molto lontana da quella di cui abbiamo sin qui riportate le memorie, acquistava Arona il pregio di una religiosa unione o confraternita, che prese la denominazione di Disciplini di Santa Marta, erettasi nella chiesa della Trinità, che ora è quella unita al monastero della Visitazione, nell’anno 1484, quantunque alcuni la [p. 90 modifica]vogliano eretta anteriormente; ma noi per difetto di prove staremo sulla relazione che ci fornisce la lapide esistente nel coro della chiesa di Santa Maria di Loreto, nella quale in seguito la confraternita si è traslocata. Riporteremo questo monumento come egli sta, non tanto in prova dell’assunto, quanto per le altre cognizioni che fornisce circa i successivi eventi della medesima confraternita:

D . 0 . M

Aronenses . Confraternitatis . D. Marthe . Sodales

In. Xenodochij . Domo . SS.me . Trinit.is. Templo . adnexa

ab . anno . 1484 . ad . 1544 . commorati

Repetto . a. Rectorib . Domum. Eccl . Ejusq . Super.i . loco

Commutant . Presente . Annuente . Approbante

Carolo . Sanetæ . Mem . Card . Borr . Arch .

Instrumentum . Stipulante . Hieron . Suardo . 26 . Julij 1544

Postea. érecto . de novo. Mon.rium, sub .tit. Vis. B. V.Cænobio

Eccl . Præf.am. Sodalium . æere. auetam . et . pœne . innovatam

ut . Monast.°. Proximam . Concedentes

Rogato . ad . hoc . Ludov. Cuchetto . 4. Aug . 1652

De. comuni . consensu . Julii. Vitaliani . Com. Borr.° . oper.

ac. Em.mi Cæs . Card . Montij. Arch . licentia

ad. hanc.B.me. Virg . Lauretanæ . ædem. ut . ad . Portum

appulerunt . anno . codem. 1650

Cum. insuper . fuerint . Archiconfrat.ti . Confalonis . de . Urbe

Aggregati. ab . Em.mo. Franc. Card. Barber. XI. Maj . 1638

Pontif . SS.mi. D. N. Vrbani . Oct . an. XV

Horum . memoriam . candide . Hoc . lapide . consignata

Immaculatæ . Deiparæ . ac . D. Marte.

Sodales . Iidem . Devoti

D. D. D

[p. 91 modifica]Continuava ad essere castellano del forte nel 1489 il già nominato Pierrino de' Sardi da Sezzè, come ebbimo luogo a vederlo descritto fra le persone presenti alla traslazione fattasi alli due giugno di questo medesimo anno dei corpi de’ santi Gratiniano e Felino, allorchè nelle memorie dell'abbazia de’ Benedettini abbiamo riferiti i particolari di questa solenne funzione; e se per cagione di lei quest’anno è memorabile nei fasti di Arona, lo è di più ancora per vedersi da quest’epoca in poi non più accennato, come per l’addietro, colla denominazione di semplice terra, ma qualificato per borgo, e distinto con un’insigne pretura. Da ciò però non si deve credere, che prima di quest’epoca fosse un luogo meno commendevole, e non avesse la sua particolare giudicatura. Il di lei giudice si eleggeva ogni due anni dall’abbate e monaci Benedettini, come da loro nominavansi i consoli o sindaci del comune; e sino all’anno 1394 circa esercitò il giudice le sue funzioni in luogo destinatogli nello stesso monastero, come si disse all’anno 1212. Da questi fatti, che portavano un certo interno sistema, eravamo sul punto di congetturare, che a quest’epoca si riferisse la compilazione degli statuti locali, le di cui copie manoscritte tuttora esistenti non portano alcuna data, come si suppone che eguale sia stato l’originale, se avventurosamente nel volgere le carte dell’abbazia dei Benedettini non ci fosse riescito di scorgere nella giù riferita pergamena data ai due di gennaio 1319 con cui l'abbate Martino da Bovirago in virtù dei pieni poteri feudali, ha eletto li consoli e credenziarii di Arona per qualche medesimo anno, molti nomi fra gli eletti i quali si trovano anche descritti nel proemio degli statuti, e che concorsero alla [p. 92 modifica]loro compilazione, cioè lì «Arigolus De Amada-Abondiollus De Lexate - Anixus, De Albrico - Zaninus, De Gozano - Cuminollus, Rambertus Magister Jacobus». Tale evidenza di fatto se non accerta l’anno preciso in cui gli statuti sono stati formati, lascia però la certezza, che non siano tanto anteriori, nè molto posteriori al 1519 trovandosi al capo 191 de’ medesimi citato il mercato di Arona, il quale esisteva sicuramente prima dell’anno suddetto; ed al capo 26 de armis vetitis sì ricordano ancora le lancie, le mazze e le saette, e non mai le armi da fuoco, la cui invenzione è posteriore al 1519. Persuade altresì la pratica di elegere tanti amministratori del comune, come si scorge nella pergamena suddetta in numero di trentatrè omnes di Arona, e come parimenti lo vediamo praticato negli statuti, alla formazione de’ quali ne concorsero trentacique. Questo codice, che si intitola statuta et ordinamenta Aronæ contiene 195 capitoli di provvidenza amministrativa, civile, e criminale, e fra le diverse memorie che lascia delle abitudini, usi e prerogative di quei tempi, rammenta al capo 136 la fiera, che si soleva fare ogni anno in Arona alle calende di giugno, per tutto il mese; privilegio, che venne poi anche confermato dal duca Ludovico-Maria Sforza con patenti delli 4 aprile 1493 permettendo, quod tempore nundinarum tollatur datium exitus et duplicetur datium introitus. Questi statuti erano in vigore nel secolo XVI, come ne fanno fede molti atti pubblici dell'archivio municipale9 e tali si trova essere stati sino al 22 febbraio [p. 93 modifica]del 1605 per attestazione di sette notai di Arona, che ne hanno concordemente affermata la verde osservanza. I documenti posteriori da me esaminati, tranne del già citato delli 26 giugno 1679, non ne fanno più verun cenno10; alcune usanze però o diritti rimasti molto tempo dopo, pare che ripetano la loro origine dai detti statuti, come per esempio quello del pagamento di una somma


  • [p. 94 modifica]per avere il diritto di vicinato , di cui si trova ancora esempio nel 1739 nel qual anno due famiglie Reina e Bottelli stabilirono in Arona i loro traffici; e durò più ancora codesta costumanza, poichè con istromento 16 marzo 1760 ricevuto Greppi furono aggregati come vicini, cioè naturali del paese, la famiglia degli Albertis; ed altra dei Reina. Con questa prerogativa i non originarii di Arona venivano ammessi a godere dei diritti competenti ai naturali del paese, mentre in quel tempo non era facoltativo (in virtù probabilmente degli statuti) agli esteri di introdursi ad esercitare la mercatura in Arona senza..pagare al municipio un dritto proporzionato al ramo di commercio che intendevano di esercitare, e farsi dichiarare vicini cioè soggetti alla medesima parrocchia. Le prime memorie dell’esercizio di questo diritto le ricaviamo dal l’istromento delli 4 aprile 1492 rogato Giovanni-Filippo Caccia; ma convien credere che anche di prima si esercitasse giacchè dallo stabilimento degli statuti che lo introdusse alla suddetta epoca trascorse più di un secolo e mezzo. Quest’usanza proficua al municipio che sussiste tuttora nella Germania e nella Baviera, venne poi levata coll’editto del nuovo censimento 13 settembre 1775.

Che Arona anche prima di essere qualificata per bargo, e prima di essere infeudata ai Borromei fosse luogo ragguardevole, è una prova inconcussa l’antica sua ragione del mercato e del terraggio, che si ripete da epoca anteriore al 1475, giacchè vi ha una sentenza delli 14 settembre detto anno ricevuta dal cancelliere arcivescovile di Milano Pietro Penna, in favore dell’abbazia di san Graziano sopra la ragione e riparto del mercato chiamato allora di san Graciano, contro l’arcivescovo di Milano, [p. 95 modifica]che ne pretendeva ragioni11. È quindi vano il credere, che questo mercato siasi da Lesa ad Arona trasportato, come ne corre la fama; è però vero, che avvenute fra i due paesi delle contese circa l’esercizio dei rispettivi mercati, venne quello di Lesa nel 1312 levato e mantenuto quello di Arona12. L’archivio municipale non conserva che i posteriori documenti di questo diritto che contengono soltanto le sue conferme, poichè i primordiali titoli della sua concessione li dobbiamo porre con tutti quelli, che la fatalità dei tempi ci ha involati. Di questa verità ne abbiamo una prova in una carta dell’archivio, che contiene quanto il municipio di Arona disse avanti il magistrato straordinario di provvisione di Milano in occasione, che dal fisco ducale venivagli contestato tale privilegio; dal quale magistrato poi sotto li 15 dicembre 1687, emanò sentenza favorevole ad Arona. Disse allora il rappresentante del comune fra le altre cose: « Se per causa delle invasioni ed assedii dell’inimico francese due volte seguiti con totale sovversione di esso borgo, non si fossero smarrite tutte le scritture... » E la sentenza fu in questi termini: Ordinavit, et ordinat, declaravit et declarat, inharendo dicto regis fisco, manutenendam dictam communitatem oppidi Arona in sua possessione exercendi mercatum ut supra, servatis tamen in reliquis ordinibus in hac materia datis, et ita, etc.

Sui primi anni d’introduzione del mercato e qualche secolo dopo, veniva sicuramente esercìto sulla piazza ora detta di san Graziano, mentre: fino a’ giorni nostri quasi [p. 96 modifica]tutte le aperture delle case a quella piazza adiacenti erano costrutte a foggia di botteghe; ed a così opinare ci induciamo anche dalla particolare denominazione di mercato di san Graziano, dalla ragione che vi aveva od almeno che vi pretendeva il monastero dei Benedettini13, e che non essendo allora per anco cinto il paese, nè costrutto il porto, quella piazza in cui si fa presentemente il mercato non doveva essere che una spiaggia disadatta all’esercizio di quello, poichè l’ala di case che mette piede nel lago non era ancora fabbricata, quindi esposto quel littorale ai flutti ed alle escrescenze del lago stesso. L’uso di preferenza a favore degli abitanti di Arona e di quelli dei comuni del Vergante, indicato dalla esposizione di una banderuola, durante la quale nessuno, fuorchè i suddetti, può comperare sul mercato alcuna cosa, è una conseguienza delle convenzioni intese allorchè è stato il mercato di Lesa concentrato in quello di Arona; e questa pratica venne suggerita dalla necessità. Fino da quei tempi la piazza di Arona, come al presente, provvedeva le vettovaglie ai paesi superiori del Verbano: non potevano gli esteri provveditori che essere solleciti più dei locali e dei più vicini di loro a fornirsi sulla piazza del bisognevole, attesa la stretta necessità di averlo, ed il pronto e maggiore cammino che dovevano fare per recarsi ai loro paesi; questa necessità li obbligava a pagare anche le vettovaglie a qualche maggior prezzo di più degli altri, e con ciò avevano dai venditori la preferenza. Ecco donde derivò la necessità di adottare la regola della bandiera, per arrestare cioè la cupidigia dei concorrenti forestieri, ai quali un’assoluta libertà avrebbe [p. 97 modifica]dato adito a sprovvedere la piazza prima che quelli del paese se ne fossero provvisti. Queste circostanze di necessità sussistono tuttora, ad onta che per l’apertura di ottimi stradali i paesi superiori a questo possano volgersi ad altri luoghi per le provvigioni delle vettovaglie. E se ottimo pensiero in genere sia quello di togliere tutto ciò che si frappone alla libera contrattazione dei commestibili, non può però servire per tutte le località; e vi sono di quelle per le quali diametralmente vi si oppone. Arona cade in questa serie tanto per causa della sua topografica situazione, quanto per la facilità di collisione fra i venditori, impossibile a togliersi quando di essi è limitato il numero.

Il privilegio di questo mercato fu poscia solennemente confermato con patenti di Filippo III re di Spagna e duca di Milano delli 11 luglio 1586, che conservansi nell’archivio del municipio. Fanno altresì patente prova che Arona era ragguardevole prima di essere qualificata per borgo gli antichi diritti del terraggio, bollo dei pesi e misure, del macello, della macina, e della banca civile e criminale del luogo con Mercurago e Dormello. L’origine di questi diritti si ripete dall’anno 1396, in cui i Visconti avocarono a loro i diritti feudali sino allora esercitati dai Benedettini, e da quando il comune cominciò a nominare i suoi consoli ed amministratori, ed a reggersi da se stesso. I documenti che ora esistono nell’archivio del municipio riflettono piuttosto la conferma di detti diritti fattagli da diverse potenze alle quali fu soggetta Arona, le investiture d’affitto che ne faceva di tempo in tempo, le opposizioni fattegli dal fisco ducale di Milano, e le liti sostenute contro gli impresarii, che non il tempo preciso della loro introduzione e le basi a cui s’appoggiavano; e non crederci [p. 98 modifica]d’ingannarmi coll’asserire che questi diritti siano stati a poco a poco introdotti in proporzione che il mercato ed il commercio andavano crescendo, e non abbiano altro titolo primordiale che quello della consuetudine resa venerabile dal tempo, e sia stata poscia approvata e legittimata dai legislatori, come avvenne della maggior parte dei diritti quasi regali e signoriali.

Di questi diritti, dei quali una buona parte venne levata colle posteriori sovrane provvidenze, tranne quello del terraggio e del peso pubblico, non sarà incongruo riferirne la natura per la relazione a quello che avremo in seguito a trattare. Il terraggio consiste in un’esazione che si fa sulla piazza sotto ai portici, e stillicidii del paese tanto nei giorni di mercato, quanto in qualunque altro; sulle merci commestibili, sui liquidi, sui volatili, sulle grassine, e sopra ogni altra cosa esposta in vendita a proporzione di quantità e di estensione di area occupata, con alcune eccezioni per gli abitanti del paese. Questo diritto sì è costantemente mantenuto in vigore malgrado delle mutazioni dei governi; ed una nuova conferma fattane nel 1834 dal Reale Senato di Torino contribuì a renderlo vieppiù attivo e di facile esercizio. Il bollo consisteva nel diritto di far riconoscere i pesi e le misure servibili a vendere generi ed altre cose in pubblico, mediante l’esperimento coi campioni della comunità contro pagamento di una tassa proporzionata alla qualità del peso e della misura. Questo diritto in virtù delle Regie Patenti 27 luglio 1826 fu tolto ai pubblici, e non restò al municipio che quello del peso pubblico, che consiste nella privativa di far eseguire per mezzo di un delegato tutte le pesature che si fanno nel paese e territorio in pubblico [p. 99 modifica]delle merci, derrate, legnami, foraggi, eccedenti il peso di diecinove libbre metriche, ossia un rubbo locale, contro l’esazione di una congrua tassa, Il macello non era già un’assoluta privativa di macellare in Arona, ma bensì una ragione di esigere dai macellai e venditori di carne un diritto per ciascun capo di bestiame da macellarsi, e che si riconosceva sotto l’antica denominazione di scannatura. Cessò pure questo diritto alla comunità dopo l’introduzione del così detto dazio di consumo, e non le rimase che la facoltà della sorveglianza e limitazione del numero de’ macelli, senza però alcuna esigenza di tassa. La macina che nei tempi anteriori al feudo si esigeva per intiero dalla comunità, e che fu poscia divisa col feudatario, era se non se l’esigenza da ciascun fabbricatore di pane di frumento di tredici soldi e quattro denari di Milano per la consumazione di ogni moggio di frumento. La banca civile e criminale era un diritto preesistente al feudo che competeva al comune di eleggere il cancelliere della pretura di Arona con Mercurago e Dormello, mediante una annua corrispondenza che il nominato offeriva all’asta pubblica, o che conveniva in privato col municipio. Dall’esercizio dei quali diritti ricavando la comune anche prima del feudo più di annue lire duemila, oltre al reddito di altri beni allodiali, poteva a buon diritto essere tenuta in qualche considerazione. Nè è da omettersi a questo proposito l’attestazione di Domenico Macagno nella sua corografia del lago Maggiore pubblicata l’anno 1490, in cui dice: Post quingue (cioè cinque miglia sopra Sesto Calende, che aveva prima deseritto) ad latus occidentale veluti Verbani reginam consultamus Aronam. Ed in altro luogo parlando di Arona dice: Oppidum profecto nobilius [p. 100 modifica]ceteris Verbanicis........ cum turribus eminentibus fulget. Se Arona prima dell’infeudazione era paese distinto, non lo fu di meno durante il feudo, mentre oltre alle opere di grande rilevanza fatte eseguire dai Borromei intorno al Castello ed al paese, la presenza di questa potente famiglia contribuì non poco all’aumento ed alla celebrità del luogo.

Morto nell’anno 1490 Pierrino de’ Sardi, castellano del forte, vi subentrò il celebre capitano Damiano Besozzo che lo tenne a nome de’ Borromei sino al 1498, in cui Lodovico Sforza duca di Milano sia che gli recassero gelosia le opere della piazza e del Castello, o che non vedesse bene la grandezza e la potenza de’ Borromei, i quali non omettevano mezzi per trarre dalla loro parte i popoli ad essi infeudati, si impadronì improvvisamente della piazza e del forte, restituendoli poscia nell’anno successivo al conte Filippo Borromeo per mezzo di Giovanni Spinola a nome del duca di Milano<ref>Istromento di consegna 31 agosto 1499 rogato Giovanni-Filippo Caccia notaio di Arona.<7ref>. Da quest’epoca in poi i Borromei abitarono in persona il forte; ed il primo che vi si stabilì, per quanto ho potuto ricavare dalle memorie di que’ tempi, è stato Federico, indi Giberto, Giulio-Cesare e Francesco di lui figli, i quali però nelle circostanze di guerra si ritiravano rassegnandolo a quella delle parti belligeranti che si presentava a prenderne il possesso. Dopo la sconfitta di Ludovico Sforza, detto il Moro, avvenuta nel 1500 sul Novarese, questo forte era quasi sempre presidiato da guarnigione francese, e trovo che lo era anche mel 1507, perchè in detto anno Federico di San Severino ottenne da Carlo d’Amboise, governatore [p. 101 modifica]della Lombardia, con diploma dato in Arona l’anno suddetto, che i popoli della riviera di San Giulio non dovessero essere soggetti alla giurisdizione dei regii ministri 14. Nel 1509 era parimenti questo Castello guardato dalle armi francesi pei timori della discesa in Italia di Massimiliano imperatore di Germania, e lo tennero sino all’evacuazione del ducato. Il feudatario nel 1522 lo consegnò all’imperatore e re di Spagna Carlo V che era alle mani con Francesco I re di Francia pretendente al ducato di Milano per diritto di successione, che misurava da Valentina Visconti sua atava maritata con Ludovico figlio di Carlo nell’anno 1589, per cui il ducato di Milano si era reso il teatro della guerra. Discese le truppe francesi in Italia sotto il comando di Tommaso Boerio Normanno, si diressero sopra varie fortezze, e quand’anche nell’inverno dell’anno 1525 fosse caduta grande copia di neve, staccatosi un corpo di settemila fanti italiani della armata, che stava nei contorni di Abbiategrasso, dopo l’inutilmente tentato assedio di Milano, che colà aspettava i soccorsi da Francia, e sotto il comando di Renzo da Cerri, venne sopra di questo forte, difeso da Anchise Visconti di Oleggio Castello, che lo teneva a nome dell’imperatore, e che seppe difenderlo da questo tentativo 15; ed ecco come ne parla il Bugatti, storico milanese 16: «Niente di manco il duce francese per non tenere oziosi i suoi, all’improvviso spedì Orsino Renzo con settemila uomini contro Arona, fortezza del lago Maggiore, [p. 102 modifica]difendendola Anchise Visconti con mille duecento soldati, ed avendola battuta l’Orsino trenta giorni continui, e colpeggiata con seimila tiri di palle di ferro (che trovate furono contate) rovinato un gran pezzo di muraglia, e levate ai presidiarii molte difese, di qui si tolse.» Non lasciarono però i francesi lungo tempo intentato questo forte, mentre nel successivo mese di aprile lo riacquistarono, ed indi a pochi giorni lo hanno di nuovo abbandonato per ricuperarlo poi nel 1526 ritenendolo sino al maggio 1527, in cui Antonio de Lejva, generale dell’imperatore Carlo V, lo riprese, come ce lo attesta lo stesso Bugatti nel libro sesto.

I continui movimenti d’armi e di armati che in questi tempi avvenivano, oltre gli inseparabili mali della guerra, apportarono il più funesto disastro, cioè la peste che nella state del 1524 tolse alla Lombardia cento quaranta mila e più abitanti. La causa di questo contagio divenne dall’essere il duca Francesco Sforza andato colle sue truppe milanesi a cacciare i francesi da Abbiategrasso, comandati dal Napolitano Caraccioli, i quali in quella terra per gli stenti, per la miseria e per la sudicerìa, vi avevano generato quel contagio17. Arona per conseguenza delle continue scorrerìe di truppe straniere non ha potuto preservarsi da un tale flagello, il quale attaccò primieramente la guarnigione spagnuola, e quindi si diffuse nel paese facendovi una strage considerevole. La lontananza però di quell’età non ci ha potuto conservare che una sola memoria scritta di tale disastro, sapendosi il restante per tradizione; giacchè le annotazioni parrocchiali sono di data [p. 103 modifica]posteriore. Risulta questa memoria dal testamento di certa Petrina Zerbi di Arona18, la quale caduta ammalata ex infirmitate pestis seu epidemiæ in territorio Aronæ et extra portam del Saxo, et versus fornaces, ordinò dei legati per la scuola di San Giuseppe, e per la chiesa di Santa Maria di Arona.

Morto sugli ultimi di ottobre 1535. Francesco ultimo dei duchi Sforza, e con lui estinta la linea de’ Sforza-Visconti, il ducato di Milano restò in potere di Carlo V prevalso a, Frangesco I, e questo forte venne nuovamente consegnato a’ suoi legittimi feudatarii, che lo possedettero senza ulteriore disturbo per alcun tempo; e da Giberto Borromeo, nell’anno 1554 è stato ristaurato dai danni sofferti per le passate guerre. Avevamo la memoria di questa ristaurazione nell’epigrafe in sasso che esisteva sulla parete verso mezzodì del secondo piano interno della grande torre che si erigeva sulla sommità della Rocca, ed era del seguente tenore: Turrim hanc amplissimam acerrimis Gallorum tormentis concidentem ac vetustate ipsa prope collapsam. Gibertus Borromeus divi Caroli V Romanorum imperaloris maximi invictissimique auspiciis fretus, hanc veluti arcis hujus propugnaculum validissimis hobtisus infensissimum. inslauravit anno salutis nostræ 1554. Le cause che fecero differire la ristaurazione del forte sino a quest’anno furono appunto le continue scorrerìe di armati e la terribile peste poco fa avvenuta.

A questo punto di storia possiamo ai nostri lettori dimostrare che quattro volte dacchè fu eretto sino a questa [p. 104 modifica]epoca venne smantellato, e poscia riedificato questo forte. La prima nell'anno 1337 da. Stefano Visconte dopo che ne cacciò i Tornielli appena cessate le fazioni de’ Guelfi e Ghibellini; la seconda dalla duchessa Caterina Visconti negli anni 1402 e 1403 coll’assistenza di Francesco Barbavara; la terza da Vitaliano Borromeo seniore ell’anno 1449 e da Filippo di lui figlio, cioè poco dopo dell’infeudazione alli Borromei; la quarta finalmente da Giberto Borromeo seniore nell’anno 1554, come abbiamo poco fa accennato, il che prova di quanta importanza fosse questa fortezza.

Per le passate turbolenze continuo essendo l’allogiamento di truppa che tanto il forte quanto il paese dovevano sostenere, non potevano più da soli reggere a tanto peso, e dietro i riclami fatti in occasione che nel 1558 è stato eseguito il censimento generale del ducato, vennero aggregati ad Arona per sostenerne i carichi le terre di Dormello, Mercurago, Oleggio Castello e Muggiano inferiore. Questa aggregazione però è stata una perenne sorgente di liti tra Arona e le terre aggregate, le quali mal soffrivano di dover concorrere ai carichi di questo municipio, e fu in seguito di questa aggregazione che Arona nel 1670 pretese che le unite terre le dovessero passare la loro quota anche per le imposte denominate la cavalleria, l’annata, la mezza annata e l’alloggio truppe; e dopo una lite che durò diecisette anni circa, ottenne dal senato di Milano il suo intento19, e furono dipoi le dette comuni e particolari renitenti costretti al pagamento della quota di carichi che loro spettava. Questa lite che importò circa ventitre mila lire [p. 105 modifica]di spesa per le successive mutazioni di stato e prescrizioni di governo in materia di censo, si rese inefficace, e non ebbe lo sperato tratto di conseguenza, sbilanciò il comune, il quale per sostenerla e per provvedere nel medesimo tempo alle gravi spese militari, s’aggravò di capitali debiti, che portarono l’interesse del dieci e del dodici per cento. Tale era in quei tempi la misera condizione d’una gran parte dei municipii italiani, costretti ad esaurire ogni fonte di risorsa e ad assoggettarsi a pesantissime imposte per sostenere, il più delle volte, i capricci e le non giuste pretese dei potenti dominanti.

  1. Patenti delli 14 settembre.
  2. Jo. Simonetta, lib, XV, pag. 501, ed il Sismondi, tom. IX, pag. 293.
  3. Il diploma del duca di Milano per la licenza di fortificare il paese è in data del primo aprile 1847 (archivio Borromeo)
  4. Istromenti dell’archivio di Arona 17 gennaio 1488, rogato Giovanni Filippo Caccia, ed altri del medesimo.
  5. Istromento ricevuto Antonio De Cario, in pergamena, nell’archivio della collegiata di Santa Maria.
  6. Istromento di consegna de’ beni dell’abbazia d’Arona 18 maggio 1468, ricevuto Bartolomeo da Castelletto (nell’archivio municipale d’Arona).
  7. Vedasi nel libro II di queste memorie.
  8. Nell'archivio della collegiata i pag. 35.
  9. Questi documenti sono per lo più atti di concessione del diritto di vicinato, come noi adesso chiameremmo di naturalizzazione. Ve ne sono del 12 gennaio, 7 luglio, 23 agosto, e 24 novembre 1538; e tutti concordemente si esprimono in questi termini: Et ita et non aliter dictus dominus..... et ejus fili sint , et permaneant boni vicini, fideles, et obbedientes dieti communi, et statutis et ordinibus suis Aronæ. Il più specifico però è un atto del consiglio 8 marzo 1587, che tratta di prestare al commissario del paese (ossia al giudice) , che gliene fece richiesta, il volume di questi statuti, per servirseno per diverse cause et ragioni; ed il consiglio si scusò di non poterglielo dare perchè trovavasi assente il notaio Giacomo Caccia, presso del quale stava lo statuto. Questa dichiarazione concorre a provare la verità di quanto lo stesso notaro Giacomo Caccia attestò a piè della copia dello statuto che esiste nell'archivio municipale, cioè penes me existente. Un altro documento del 26 giugno 1679, che è un libello dato dalla comunità al commissario di Arona per impedire che un certo Malcotto di Arona eseguisse un’opera in un sito pubblico, e si faceva con esso istanza non licere dicto Malcotto, neo cuicumgue alii similia impedimenta apponere, procedenda etiam ad pœnam jam incursam ad formam statutorum, et ordinum in contrarium disponentium; neo non ad formam privilegiorum dicta communitatis qui exhibentur..... Infatti il commissario ingiunse il Malcotto a togliere l’impedimento ed a non apporne altro absgue specia lilicentia dictor communitatis. Gli atti dei privilegi concessi dai Borromei o dai duchi di Milano ad Arona, che si trovano uniti al volume degli statuti, nominano in più luoghi gli statuti medesimi. Nel primo, in data del primo aprile 1466, dei conti Giovanni e Vitaliano, al capo II dicesi: prout disponitur ex forma statutorum dictæ communitatis Aronæ, et factum et creatum est per tempora præterita..... E nel seguito di detta patente nomina ancora gli statuti, così dicendo: Et hoc præsens meum decretum cum capitulis et responsionibus suprascriptis inseri et describi in volumine aliorum statutorum dieti burgi mei Arona faciant; in quorum etc.
  10. Il Giureconsulto Ploto, nel consiglio 17, n.° 32, cita, così dicendo, questo statuto: Eliam guod..... habeat stututa separata disponentia, quod deficientibus statutis Arona, recurratur ad jus romanorum. Questo legale scriveva l’opera sua nel principio del 1600. Vedasi anche l’Alciato nel consiglio 77, che nomina lo statuto locale di Arona in termini specifici.
  11. Archivio Borromeo di Milano.
  12. Monumenti dell’archivio degli statuti municipali di Milano.
  13. Sentenza succitata in pergamena 14 settembre 1173 nell’arch. Borromeo.
  14. Bianchini, delle cose rimarchevoli di Novara a pag. 195.
  15. Cotta, Museo Novarese, pag. 272, e Bianchini suddetto.
  16. Lib. VI Storia universale, ed il Moriggia pure nella Storia universale, ib. 1, cap. 35.
  17. Sismondi, Storia delle repubbliche italiane, tom. XV.
  18. Del 21 giugno 1524, ricevuto Gabriele Annone notaro di Arona, esisiente nell'archivio municipale.
  19. Con sentenza dei 13 agosto 1688.