Messi e armenti di Romagna nei versi dell'ultimo emulo di Virgilio

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Antonio Saltini

2000 M Saggi letteratura Messi e armenti di Romagna nei versi dell'ultimo emulo di Virgilio Intestazione 22 dicembre 2013 75% Saggi

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Piacevolezza poetica, utilità didattica

Se, stilando le Georgiche, Virgilio pretende un posto nella storia della letteratura agraria 1, il titolo che vanta appare tanto più fondato per la fecondità dell' eredità del suo poema rustico: le composizioni in versi di soggetto rurale scriveranno un capitolo tanto nella storia della letteratura italiana quanto in quella delle scienze agrarie. Alla composizione di poemi sull'annata agraria, sull'allevamento dei bachi da seta, sulla cura dei boschi, sulla coltura del riso o delle fragole si dedicano, tra il Cinquecento e l'Ottocento, letterati che non vantano, forse, nella storia della cultura italiana, ruoli di primo piano, ma che sarebbe improprio relegare a ranghi di terz'ordine. A giudicare dal numero delle edizioni, e dall'impegno che gli dedicano biografi e critici, il primo dei poemi rurali composti in italiano, La coltivazione di Luigi Alamanni, è stato, per generazioni successive di uomini di lettere, opera di rilievo inferiore solo alla Commedia, al Canzoniere, all'Orlando furioso, alla Gerusalemme liberata 2.

L’autore che pretende il posto successivo ad Alamanni, Luigi Tansillo, autore del Podere, non è figura di importanza insignificante sulla scena culturale del Cinquecento. I letterati che legano il proprio nome alle composizioni georgiche più significative della stagione settecentesca del poema agreste, Girolamo Baruffaldi, Betti e Giorgetti, Spolverini e Lorenzi, non sono figure trascurabili della cultura dell'Età dei lumi3.,quando la poesia didascalica di soggetto rustico conosce la codificazione della propria poetica a opera di uno dei maggiori letterati del tempo, Ippolito Pindemonte, che nella prefazione all'ottava edizione del Riso di Spolverini, pubblicata a Padova nel 1810, svolge il dotto esame dell'equilibrio che nel poema didascalico deve sussistere tra piacevolezza poetica e penetrazione agronomica: un tema che se non muove la nostra passione, non fu meno attraente per la sensibilità dell'età dell' Arcadia 4. Iniziata all'alba del Cinquecento, dopo la lunga interruzione seicentesca la stagione del poema georgico vive le ore del maggiore fulgore a metà del Settecento, quando vedono la luce, in un pugno di lustri, una dozzina di composizioni, conosce, quindi, un rapido meriggio, che dovrebbe considerarsi definitivo tramonto se non fosse interrotto, tardivamente, dall'ultima creatura della schiera rurale. Creatura tardiva, Cerere della Romagna toscana, la composizione stampata, nel 1888, a Rocca San Casciano dall' editore Cappelli, pretende di chiudere l'età del poema georgico ricalcandone le origini: il suo autore, Giuseppe Mengozzi, la stila in esametri dattilici, il verso delle Georgiche, di cui propone la traduzione, nella pagina a fronte, in ottave.


I propositi, i risultati

La storia del poemetto, quale Mengozzi la riferisce al lettore nella prefazione, è curiosa, non priva di una nota patetica. Certo di non possedere l'arte del grande poeta, sicuro che, nei lustri in cui dominano la letteratura italiana i canoni del verismo, redigere versi latini sia impegno fuori dal tempo, dichiara di aver voluto tentare il cimento in omaggio alla consorte, compagna di una vita coniugale di esemplare armonia. Decisa l’impresa georgica, incerto sui temi da includere nel poemetto si sarebbe rimesso ad un amico esperto di cose rustiche, Alessandro Tassinari, avrebbe affidato la limatura degli esametri all'antico maestro di collegio, Bernardo Francesconi, riservando alla propria opera esclusiva la traduzione in ottave.

L’operetta consta di un proemio, in cui l'autore descrive la Romagna toscana, e di quattro canti, secondo il disegno di Alamanni uno per ogni stagione. Secondo l'importanza che assumono, in ogni periodo dell'annata, produzioni e raccolti, alla loro effettuazione l'autore associa la disamina dei caratteri peculiari di ogni coltivazione e di ogni allevamento. Con la germogliazione delle foglie dei gelsi la primavera offre l'opportunità di illustrare il ciclo del baco da seta, con la nascita degli agnelli l'occasione di descrivere quello ovino e la connessa trasformazione del latte, l'estate induce a proporre rilievi sul frumento, l'autunno sul vino.

Gli esametri composti da Mengozzi, amorevolmente veduti dal professor Francesconi, costituiscono bella prova di perizia latina, che si produce nell'impegno a ricalcare ritmi e assonanze virgiliane. La serie di versi che descrive la furia dell'uragano estivo, che, come Virgilio, Mengozzi colloca nel primo libro, quantunque dedicato all'inverno, ricalca gli esametri virgiliani tanto nella scelta di sostantivi aggettivi, e avverbi quanto in quella delle sonorità. Raramente, peraltro, discepolo e maestro riescono, insieme, a ripetere il vigore delle immagini del modello, quel vigore che fa del poema di Virgilio composizione poetica insigne seppure sia incerto se vi si debba identificare un'opera agronomica originale.

Inferiore al modello sul piano poetico, il poemetto ottocentesco non lo supera neppure per levatura tecnica e scientifica: l'amico che suggerisce al poeta i temi da convertire in versi è, probabilmente, possidente a conoscenza delle nozioni più consolidate della pratica di campagna romagnola, non è agronomo in possesso di cognizioni scientifiche innovative, di criteri originali per la realizzazione di colture e allevamenti. Il destinatario ideale del poema è il capofamiglia del nucleo mezzadrile, secondo il lessico toscano il capoccia: seppure sia difficile supporre che un solo mezzadro romagnolo abbia letto i versi composti per lui da Mengozzi, è indubbio che nessuna delle nozioni agronomiche proposte dall'operetta supera la levatura delle conoscenze empiriche di un campagnolo.

Lettura piacevole, comunque, per il cultore di testi agronomici, il poemetto offre elementi di conoscenza preziosi a chi voglia ricostruire il quadro della vita rurale in Romagna nell'ultimo scorcio dell'Ottocento: anche a rifuggire la fatica di penetrare gli elaborati esametri latini, le eloquenti ottave di Mengozzi propongono notizie significative sull'importanza relativa delle piante coltivate e degli animali allevati, ribadiscono l'importanza, nell'economia rurale della regione, della coltura del frumento e di quella della vite, della bachicoltura e dell'allevamento ovino, il rilievo secondario di quello bovino, la primordialità delle pratiche di apicoltura, la soggezione dell'allevamento avicolo ad improvvise, drastiche falcidie a causa delle epizozie.

Un interesse precipuo rivestono, quindi, sul piano storico, le ultime pagine del quarto canto, in cui Mengozzi, praticando in versi latini i canoni dell'indagine antropologica, illustra i costumi della popolazione delle valli del Lamone e del Montone, ne esamina il regime alimentare, elenca le malattie che la colpiscono più crudelmente, tra tutte attribuendo, per il numero dei soggetti affetti e per la gravità dei sintomi, un funesto primato alla pellagra. Della sua diffusione individua, lucidamente, la causa nella povertà della dieta contadina, fondata sull'uso della polenta, che la plebe rurale non può integrare con alimenti più ricchi, l'identificazione di una causa che non dobbiamo reputare scontata se negli stessi anni il regista dell' Inchiesta agraria nazionale, il senatore Jacini, nega che la pellagra costituisca conseguenza della denutrizione, la cui ammissione gli imporrebbe di riconoscere che la miseria delle popolazioni contadine italiane è tale da trascendere nella malnutrizione, se non nella fame 5.

Ricorre, quale motivo ispiratore del poema, cui non manca di imprimere una nota di maniera, la celebrazione della sobrietà rustica, della resistenza del contadino romagnolo alla fatica, della sua devozione al buon padrone, che, signore magnanimo, considera il mezzadro più un socio che un dipendente. Ma il paternalismo è nota peculiare della cultura di uno scrittore che dobbiamo presumere appartenga al ceto dei possidenti, che pratica, non senza una vena di disillusione, le lettere latine in un borgo appenninico separato da Firenze, patria della cultura, da due giornate a dorso di mulo. E’ proprio la rievocazione del mondo rurale a suggerire a Mengozzi, peraltro, i pochi versi in cui spiri autentico affiato poetico, che sentiamo alitare nel tratteggio di una scena di lavoro collettivo, di una festa, della fiera, nel misurare la durezza della lotta contadina per il povero piatto di polenta.


Piante, animali, strumenti

Conclusa la lettura è compito agevole desumere, dal numero delle pagine dedicate a coltivazioni e allevamenti, la gerarchia tra le attività produttive del podere assunto a modello da Mengozzi, che è il podere della media collina: il centro mercantile verso il quale si dirigono le produzioni della famiglia mezzadrile di cui il poeta canta le opere è Rocca San Casciano, circondata da dossi che si dispiegano tra i 200 ed i 600 metri di altitudine. Nel clima temperato della Romagna a quell'altitudine prospera la vite, il gelso conosce un rigoglio vigoroso, cresce il mais, una pianta che esige temperature medie elevate, nell'orto si coltivano con esito felice i pomodori.

Il podere collinare comprende, sistematicamente, un bosco ceduo, che dobbiamo presumere posto alle quote più elevate, dove la famiglia mezzadrile alleva un piccolo gregge ovino e una piccola mandria di magroni, destinati a rimpiazzare i porci grassi che saranno venduti in autunno.

Tra le attività produttive lo spazio maggiore Mengozzi dedica all'allevamento dei bachi da seta, per secoli fonte prioritaria del reddito di interi comprensori agrari, una lunga successione di versi dedica al frumento, che pare fondamentalmente destinato, però, alla vendita, e al mais, base dell' alimentazione contadina. Uno spazio considerevole occupano, quindi, la coltura della vite e la trasformazione dell'uva, cui il poeta romagnolo non dedica, peraltro, un'attenzione comparabile a quella che riserva alla sericoltura.

Un rilievo modesto risulta rivestire, invece, l’allevamento bovino: nel podere romagnolo i bovini sono animali da lavoro, le due vacche presenti nella stalla sono alimentate solo in vista del vitello, non della produzione del latte, non sono, cioè, bestie "da frutto", la funzione cui assolvono, piuttosto, pecore e maiali.

Tutte le produzioni agricole essenziali sono insidiate, nel crepuscolo dell'Ottocento, da agenti patogeni, insetti o crittogame, in più di un caso di avvento recente. Mengozzi deplora i danni arrecati all'allevamento dei bachi da una pluralità di malattie, che identifica con i termini dialettali, "scalmana", "mal delle vacche", e che insegna a combattere con i rimedi della tradizione, l'abbruciamento di paglia nel locale di allevamento, l'impiego di menta, calce e di cloruro di calcio. Le pagine che dedica alla patologia e alla terapia del bombice tradiscono l'assoluta ignoranza della letteratura sugli agenti patogeni che hanno colpito la sericoltura all'alba dell'Ottocento, occasione di studi biologici capitali, da cui hanno preso corpo cure di autentica dignità veterinaria, dei quali il poeta di Rocca San Casciano mostra di nulla conoscere 6.

Mengozzi ci appare meglio informato sulle malattie della vite, l' oidio, presente in Europa dalla metà del secolo, la fillossera, che, giunta in Europa nel 1863, pare avere già raggiunto, nel 1888, la media valle del Lamone, e la peronospora, nota dal decennio successivo, che Mengozzi dice già presente, al tempo della composizione, nell'alta Romagna. Contro il primo patogeno Mengozzi illustra il potere dello zolfo, contro il secondo suggerisce, correttamente, l'espediente dell'innesto con viti americane, contro la peronospora propone, singolarmente, l'impiego di solfato di rame in polvere, una nota curiosa siccome il composto è stato comunemente impiegato in soluzione 7 Anche il frumento ha il proprio parassita, il "carbone", contro il quale Mengozzi insegna l'antica pratica del bagno della semente in latte di calce.

Se rileviamo una nota di interesse nei precetti di patologia bacologica e vegetale, non manca di proporci qualche elemento significativo la descrizione di Mengozzi delle operazioni di coltura e di quelle di manipolazione del raccolto. Portati i covoni di grano nell'aia, nella collina romagnola al crepuscolo dell'Ottocento la trebbiatura si effettua, curiosamente, con trebbiatoi a manovella, che i contadini si alternano, faticosamente,ad azionare a mano: il congegno è palesemente la versione più elementare di quelli che, nelle proprietà dove non sia possibile il noleggio di una trebbiatrice mossa dalla locomobile a vapore, vengono azionati, con tanta maggiore efficienza, da maneggi di cavalli 8

Il mais viene battuto, invece, con i correggiati: Mengozzi pare non avere ancora veduto in azione, tra le sue colline, uno sgranatoio meccanico.

Infine le fiere, i grandi mercati annuali che riuniscono a Rocca San Casciano i capofamiglia dei poderi del comprensorio, fattori e padroni, che negoziano, in una chiassosa coreografia popolare, le derrate delle tre produzioni chiave dell'annata. Si tiene tra giungo e luglio, Mengozzi non precisa la data, il mercato annuale dei bozzoli, si celebra il nove ottobre, il giorno di San Donnino, in corrispondenza, possiamo rilevare, alla partenza verso la Maremma delle greggi che hanno trascorso l'estate sul crinale appenninico, la fiera dei prodotti dell'allevamento ovino, lana e formaggio, e delle greggi che un pastore che abbandoni il mestiere cede a chi lo intraprenda. Si svolge un mese più tardi, Mengozzi non precisa, ancora, la data, il grande mercato dei porci grassi, che, caricati, in grandi gabbie, sui carri dei mercanti, prendono la strada delle botteghe dei salumai eri cittadini, che stanno affilando i coltelli per le macellazioni invernali.

Le fiere non sono solo eventi commerciali: alle animate discussioni di fattori e mercanti, che gridano, imprecano, fingono sdegno, che i sensali si impegnano, anch'essi gridando, ad accordare, ai nitriti, ai belati, ai grugniti disperati dei maiali trascinati alla bilancia, si compone la sagra popolare: la notte precedente si canta, si suona, si balla, più di uno, vecchio o giovanotto, si ubriaca. È la grande festa rievocando la quale Mengozzi riesce a fare palpitare, nei propri versi, quell'affiato di poesia che, ho sottolineato, spira, nella sua Cerere, tanto raramente, sempre, quando ci sia dato di percepirlo, quando il poeta ci propone fatiche e colore del mondo contadino.


Note

  1. - Sul valore poetico e agronomico delle Georgiche, A. Saltini, Storia delle scienze agrarie, vol. I, Edagricole, Bologna 1984, pp. 39-45.
  2. - Sull' opera di Alamanni, A. Saltini, Storia delle scienze agrarie, vol. I, cit., pp. 233-256. A sottolineare il prestigio goduto dal poema nel corso dei secoli si può ricordare che presso la biblioteca vicentina La Vigna ne sono raccolte 30 edizioni, 5 cinquecentesche, (2 stampate all'estero), 12 settecentesche, (l stampata all'estero), 12 ottocentesche (l stampata all'estero), fino all'ultima del 1903. Spiega e rievoca la fortuna dell'opera in Italia G. Naro, Luigi Alamanni e La coltivazione. Saggio biografico-critico, Tipografia del Tamburo,Siracusa 1897, enuclea quella in Francia Henri Hauvette, Un exilé fllorentin à la cour de France au XV1e siècle. Luigi Alamanni (1495-1556).Sa vie et son oeuvre, Hachette, Paris 1903. Conferma e motiva il ridimensionamento dei titoli del poema da parte della critica moderna E. Bonora, Il classicismo dal Bembo al Guarini, in E. Cecchi, N. Sapegno, Storia della letteratura italiana, vol. IV, Il Cinquecento, Garzanti, Milano 1966, pp. 282-287.
  3. - Sulla stagione settecentesca della poesia didascalica georgica, W.Binni, La letteratura del secondo Settecento fra illuminismo, neoclassicismo e preromanticismo, in E. Cecchi, N. Sapegno, Storia della letteratura italiana, vol. VI, Il Settecento, Garzanti, Milano 1968, pp. 522-525, e A. Saltini, Storia delle scienze agrarie, voi II, Edagricole, Bologna 1987, pp. 95-138
  4. - Sulla codificazione di Pindemonte, che risolve il problema proclamando la preminenza degli imperativi estetici su quelli didascalici, ivi, pp. 97-99.
  5. 5- S. Jacini enuclea i risultati della grande inchiesta nel Proemio, che presenta al Parlamento nel 1882, in cui è trasparente la preoccupazione di tutelare i redditi della borghesia rurale, che sarebbero palesemente minacciati dal riconoscimento della miseria contadina, la quale imporrebbe di constatare l'iniquità delle formule di divisione dei prodotti della terra tra proprietari e contadini, e di promuoverne la trasformazione. Jacini nega la correlazione tra malnutrizione e pellagra nel secondo paragrafo del testo, nell'edizione della Federazione italiana dei consorzi agrari (Piacenza 1926) a pp. 80-81. Sulla malnutrizione contadina nell'800, A. Saltini, L'agricoltura italiana tra Ottocento e Novecento: arretratezza produttiva e carenze alimentari, in Questa bella d'erbe famiglia, Atti del convegno, s.l., s.e. (Trieste 2000).
  6. 6-Sulla sfida della biologia ottocentesca contro gli agenti patogeni del bombice, e sull' opera del primo protagonista del cimento, L. Pasteur, vedi A. Saltini, Storia delle scienze agrarie, vol IV, Edagricole, Bologna 1989, pp. 63-97. In Italia i danni della pebrina inducono alla costituzione dell'Istituto bacologico di Padova, il cui direttore, Enrico Verson, ed il cui primo collaboratore, Enrico Qujat, scrivono i testi più significativi della vasta pubblicistica nazionale sull'argomento. Del primo, autore di decine di studi biologici e patologici, si può ricordare Del filugello. Lezioni teorico-pratiche, Seitz, Gorizia 1870, del secondo il Compendio di bacologia presentato in diciannove lezioni, Drücker e Tedeschi, Verona-Padova 1877. I due studiosi compilano insieme Il filugello e l'arte serica. Trattato teorico-pratico, Drücker, Padova 1896.
  7. - Sull'invasione dei due parassiti crittogamici e dell'insetto parassita vedi A. Saltini, Storia delle scienze agrarie, vol. III, Bologna, 1989, pp. 284-29O,e vol IV, cit., pp. 459-475.
  8. 8- Sui trebbiatoi manuali A. Giacomelli, Le più recenti ed utili macchine e strumenti rurali. Loro teoria, costruzione, effetti ed applicazione, Andreola & Medesin, Treviso 1864.


Da Romagna arte e storia, n. 59/2000 Rivista I tempi della terra