Miranda/Il libro d'Enrico. - Parte seconda

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Il libro d'Enrico. - Parte seconda

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Il libro d'Enrico. - Parte seconda
Il libro d'Enrico. - Parte prima Il libro di Miranda
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Miranda pag083 1.png


PARTE SECONDA




I.



Riapro il libro. Corsero quattr’anni
È torbido il diamante.

E tu sei spento,
Primo fior della gloria!
Di’, chi attendi,
Stupida folla? Scimmie curïose.
5Voi correte a guardar il vïandante
Che dal paese dei fantasmi arriva.
Rumor gli fate intorno, e quando, al tocco,
Di carne e d’ossa lo sentite, vôlte
Le code, vi sperdete. Indi taluna
10Di voi maligna torna e vien provando
A tergo in lui l’ignobil dente e l’ugna.
Ora che libraio cupido v’annuncia
Novelli versi e merca il nome mio,
Fremer vi sento intorno negli agguati.


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II.



15O critico, i miei versi erano un groppo
Di puledri dall’anima di foco,
La testa, il crin, le quattro zampe a’ venti.
Tu lor getti il capestro e lor misuri
Col palmo i nervi. Bada a te, per Dio!
20Hanno sangue di re, nè voglion plebe
Attorno ignara di speroni e sella.
Or che li hai misurati e palpeggiati,
Critico, alla tua guisa li vorresti.
Meglio, forse; ma fècili alla mia.
25Dunque dentro al cervello piccioletto
Tu pur serbavi piccioletta stilla
Di pöesia? Sta bene, or vanne altrove;
Lascia gli uguali giudicar gli uguali.


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III.



E tu, lode, che sei? Mi vieni innanzi
30Pomposa, ossequïosa e sorridente,
Qual dama entra nel ballo e si sprofonda
All’ospite davanti, indi maligni
Susurri sparge con mutato viso.
In questo falso mondo ove la fama
35Mi collocò, tra questi amici illustri,
Di vanità e scienza otri gonfiate,
Che nulla ammiran più, lode, un insipido
Frutto sei. Non ti compero ogni giorno?
Non son io pur di questo branco l’uno?
40Ho strisciato a’ lor piedi, m’han raccolto;
Or son cresciuto e d’uopo è ben ch’io paghi.
 
E gli altri? Chi tra l’elegante volgo
Che mi addita e mi spia, che di smodate
Lodi mi opprime e nelle vie si ostenta
45Mio familiar, che delle pingui mense
Mi vuol compagno ed insolente chiede,

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Siccome flutti al mar, versi al poeta,
Chi mi comprende? Chi l’aspro travaglio
Indovina dell’arte, il pertinace
50Riluttar dell’indocile parola,
I languori del genio? Amano il canto
Armonïoso e quelle dolci corde
Che non chieggono mai sospiri invano;
Ma il magistero occulto, a cui l’accesa
55Fantasia serve, ignorano, ed oscura
È lor l’altezza ov’io maggior mi sento.

Meglio il velen dei critici ed il morso.


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IV.



Oltre il mezzo è la notte. Argentea luna,
Dalle squarciate nuvole mi guardi.
60«Poeta,» dici, «indarno ti cercai.
Ove fosti?» Passò, candida luna,
L’ora passò dei nostri dolci amori.
Tra illustri mura fui, tra fiammeggianti
Doppier, vestito a lutto; a cavalieri,
65A dame lessi gl’ispirati versi.
Te pur cantai, perdona, eburnea luna.
Ebbi la ingrata lode degli stolti,
Ebbi il silenzio de’ pedanti arcigni,
Ebbi teneri sguardi, ebbi sorrisi
70E ferite d’occulte gelosie.
Or nella solitaria ombra mi prende
Una stanchezza, un triste scoramento,
E sentendo salir l’allegro canto
Degl’ignoti che passan per la via,
75A te, divina, levo gli occhi e piango.


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V.



V’è al mio paese una caverna oscura;
Apre la bocca in mezzo alla verzura.
In alto il gaio fianco alla montagna
Limpido rivo spumeggiando bagna,
80Salta e ride tra i fior. Ma ad ora ad ora
Una segreta lacrima ch’ei plora,
Per cieche vie penètra
Sino alla grotta, imperla i tufi, oscilla.
Cade lasciando un atomo di pietra,
85Sotto la vita che fuggendo brilla,
Così segretamente, stilla a stilla,
Tu cresci, o libro mio.


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VI.



Leggevo Esiodo il casto e santo. Ancora
Accanto al letto la lucerna ardea,
90Quando m’esci di mano il libriccino
Per sopor che mi vinse. Brevi istanti
Corser. Balzai dal sonno ed ascoltai.
 
Eran voci dolcissime, lontane
Negli alti cieli.

Un crepitar del lume
95Ruppe l’incanto e tutto fu silenzio.
Passarono, pensai. Sotto le nubi
Inneggiando passarono le Muse,
Notturne pellegrine.

Il cor batteami;
Invan tentai fermar nella memoria
100Le divine parole; ne rimase
Appena un’eco languida. Pregavano
Per me l’Eterno; e mi parea la voce
Non ignota.

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Pregavano l’Eterno
105Per me. Fosse pur sogno, il sogno turba.
Credo in Dio, sprezzo gli uomini, e simile
A Lucrezio poeta in core ho fermo
Ch’Ei non ci curi; insieme agli altri folli
Sdegno piegarmi nella polve invano.
110E pur talvolta la dottrina amara
Dentro mi rompe un impeto d’affetto
Per Lui, talvolta mi ricordo e giuro
D’averlo amato ancor, d’averlo inteso,
Non so dove nè quando. E, se le umane
115Anime tutte migrano alla terra
Da un’altra stella, sento che il poeta
Era colà maggior di questa greggia
Che or gli brulica intorno, e repugnante
Cadde con essa; poichè angoscia mai
120Non par la prema dell’äere grave
Onde quaggiù s’affoga, e pronta e sciolta
Cammina sulla terra ove il poeta
L’ale inutili trae risibilmente.

Pregavano l’Eterno. È gran follia,
125Ma non m’esce del core il dolce sogno.


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VII.



Ella di versi mi parlava, ed io
Stavo a guardar la perla ch’ella avea
In una vaga crocellina d’oro
Pendente al seno tra le aeree trine
130Della veste dischiusa. Passò un lampo
Negli occhi suoi. Vêr me piegando il viso,
Mi favellava con voce sommessa
Di turbamenti, di malinconie
E dell’arido mondo in che vivea.
135Ed io pensavo ch’ella ben vorria
A quella vaga crocellina d’oro
Figgere, invece della perla, un alto
Cor di poeta, e farne mostra altrui.


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VIII.



Men soavi son forse i baci suoi,
140Le sue carezze?
Ma lo sai, poeta;
Talora in mezzo della stessa ebbrezza
Sorge un amaro che tra i fior tormenta.
Se mi copra l’oblio, se a mezzo il corso
Il mio genio si stanchi, ah su qual seno
145Posar la testa? Ove trovar per tante
Vanità dileguate un cor fedele?
Donna, deh menti, di’ che mi amerai!


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IX.



Diletta mia, poichè a teatri, a balli
Teco m’hai tratto, poichè avesti il verso
150Desiderato che alle genti apprende
duale un genio t’amò, quale di tepidi
Molli capei voluttüosa un’onda
Il sen t’ingombri e le marmoree spalle.
Quando li sciogli, addio! Vo’ prevenirti.


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X.



155Eppur conviene amarle! Hanno portato
A cielo i versi miei, nè alcuna d’esse
Men di quindici dì tenne il volume
Sulle tarsie del tavolin di Francia,
Tra dolci e fiori, candido, odorato,
160Qua e là sgualcito delicatamente,
Come dal tocco lieve delle fate.
Fosse per forza, fosse per amore,
I cortigiani vennero al libraio.

E versi e guanti costami la fama.

165L’ho cercata per voi! Quale sottile
Odor, che in urna cristallina strinse
Artefice valente, c’innamora
D’un fiore ignoto senza uguale in terra,
Così ad amarvi fantasia m’ha tratto.
170Vasi d’ogni eleganza e d’ogni grazia!
Or nel profumo sento i fiori uccisi.

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Li avete disseccati e distillati;
Grazie traeste di natura estinta,
Traeste arguzie da distorto ingegno,
175O vostro o d’altri; sino all’elegante
Semplicità di vesti, onde suggello
Vi fate, una sottile arte v’insegna.
O Dive, questo ancor pesa al poeta;
Non sapete appassir come la rosa
180Poi che fu côlta! D’uno in altro amore
Intatta passa la bellezza vostra.


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XI.



Diana! Chi è dessa che cosi mi scrive?
Si dice inglese e d’alta stirpe. È forse
Ecate istessa. Mi rammenta i primi
185Abbandonati amori e di rampogne
Acri mi punge. Povera Miranda!
Lo scritto vien da’ liti di Toscana.
Le sieno miti i flutti e l’aure estive,
E benigne le amiche, a cui nell’ora
190Del tramonto confida in riva al mare
Le ricordanze tenere. Focosa
È questa Diana e molto ingenua, certo
Giovane assai. Vorrei, signora Diana,
Conoscervi; vorrei, quando lo scritto
195Non sia da burla, dirvi che v’illude
Cor giovanile, se vi par felice
Il rannodarsi d’esto fil reciso.

Sarà ancor bella? Le immature forme
Le avran quattr’anni arrotondate, o forse
200Ne chiede il dono a Venere tirrena?
Con quella mano fine, quel sottile
Piè, quello sguardo e la velata voce,
Una regina timida parea.

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XII.



Delirare, oblïar, amare ancora!

205Ella sognava un genio alato e mesto,
Che la facesse piangere d’amore,
E sul seno immortale indi raccolta,
Se la traesse via pel cielo a volo,
Il perdono di Dio seco pregando.
{{R|210}Io }sognavo una donna che mi amasse
Senz’ali, senz’aureola, e morituro.
E, simili a sonnambuli, andavamo
L’un verso l’altro colle braccia tese;
Il primo tocco ne destò ambedue.
215Aperti gli occhi, mormorai: «perdoni»
Ella cennò del capo e ci partimmo.


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XIII.



Bel tramonto d’inverno! Quanto foco
Vermiglio in cielo, e sulla terra ombrosa
Quanta neve azzurrognola! Un poeta
220Grande quel cielo con la luce ha scritto,
I famosi miei versi arder vorrei,
Freddo artificio d’impotente stile
E di torpida lingua, misurarmi
Con quel poeta, chiedergli la luce
225Per una sfida!
Quanto ardor nell’anima,
Quanto gel nella misera parola!


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XIV.



Susurrava la selva ed agitava
Le verdi chiome redivive appena
A me d’intorno sul pendio del monte,
230Ivan tra l’erba folta rivi limpidi,
Spumeggiavano al sol le cascatelle,
Gorgheggiavan dall’alto i capineri.
Ero solo; nè Driadi nè Amadriadi
Stavano meco ad ascoltar; ma certo
235I capineri, l’acque, la foresta
Parlavan tutti insieme a qualche amico
Spirito, e ciaschedun parea volesse
Vincer di voce tenera i compagni.
Arsi allor di confondervi la mia,
240In piè levarmi e dir versi soavi
Più che il gaio ciarlar d’acque, d’augelli;
Versi soavi ch’anima vivente
Non udrebbe giammai. Qual che tu sia,
Spirto, cantar per te, calcarsi a’ piedi
245La gloria umana! Sento che governi

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Tutte le voci di natura, sento
In te l’oscuro amor della pensosa
Mia fanciullezza cui traesti il verso
Onde, scoppiando in lagrime, m’intesi
250Per sempre tuo, malgrado l’ore ingorde,
La fortuna e la tomba! Oh sino al giorno
Che, trepido venendo e riverente
Sul limitar delle segrete cose,
vegga la tua forma innamorata,
255Cantar per te, solo per te! Allorquando
Questo limo si sciolga e del poeta
Ogni atomo trascorra nella danza
Della vita universa, sovrumano
Il canto moverà dalla sua tomba,
260Siccome in chiesa d’organo un compianto,
Se l’ombra il curvo suonator nasconde.

A me pareva entrar nella natura
E la natura entrare in me; profonda
Quïete m’invadea. Di bianche nubi
265Meridïane intanto si velava
Il sole, illanguidiano per le frondi
Della selva e per l’erbe i rai dorati,
Rivivevano rapidi a lor sito,

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Si spegnevano ancor. Dalla montagna
270Forte soffiava il vento e le fuggenti
Nuvole presto avanti a sè disperse.
Così, pensai, di vane ombre turbata
Era l’anima mia ne’ primi ardori
Di giovinezza; torni ora la pace.
 
275Al di là della tomba è la tua gloria,
Anima mia, lo sento; e non per eco
D’umana lode che ti segua. Il nome
Deporrai, vacua spoglia, e quanto vela
Quaggiù l’essenza tua. Quindi, sdegnosa
280Del lido angusto che ti tenne, a Dio
Ti leverai possente genio, ignudo
Amore e fantasia, d’astri splendenti
Creätor nel suo Nome e nel suo Spiro.
Dio, così credo, lagrimo, t’adoro.


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XV.



285Ardo per ogni vena. La rividi
Stanotte in sogno, lei che prima amai.
Molti eravamo sopra una montagna
Solitaria tra squallide scogliere.
C’era mio zio, sua madre ed altri volti
290Che mutavano sempre. Ella scherzava
E di quel dolce suo riso ridea,
Negligente di me che la seguia
Ovunque indarno. Avea fiori a’ capelli,
Avea perle agli orecchi e, non so come,
295Dal lembo estremo della veste azzurra
Le uscia la punta del piedino ignudo.
Mentr’ella folleggiava e amaramente
Io mi dolevo del crudele oblio,
Mi si appressò una maschera. «Son Diana»,
300Dissemi piano: «ella mutò, qual vedi».
Allor me la trovai d’un tratto a fronte.
Sparvero gli altri. Subito conobbi
Perchè eravamo in quel paese triste,

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Ma nol rammento. Non avea Miranda
305Perle agli orecchi, non avea più fiori
Alle chiome. Gittommi ambo le braccia
Intorno al capo, a sè m’avvinse e china
Sulla mia fronte mormorò con voce
Che sensi e mente a ricordar m’oscura:

310«Quando più ferve intorno a me la danza,
Quand’alto il riso nei conviti suona.
L’anima mia nella sua buia stanza
Di te, di te, solo di te ragiona».
Caddi a baciar il suo piedino ignudo
315Ch’era ferito e tutto sanguinava;
Onde in lagrime ruppi. Ella dicea:
«Vengo sì da lontano!» Indi sommesso:
«Per te, per te, solo per te!» soggiunse.
Folle d’amore mi destai. Sentivo
320L’aura odorosa della sua persona,
La indicibil dolcezza del suo tocco.
Piangendo e delirando ripetea:
Per te, per te, solo per te! La stessa
Vita avrei dato per sognare ancora.

325Balzai dal letto, divorai le prime

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Pagine d’esto libro. Era tra quelle
Il foglio ancor dov’io con paziente
Studio scrissi e riscrissi il folle addio.

Perchè scriver così se un’altra amavo?
330Mi guardo dentro, vedo buio e tremo.

Anima mia, sei tu perversa? E questo
Disprezzo istesso che di me mi prende,
Saria fugace ed infecondo istinto?
Quando il poeta io le pingea, credetti,
335Per apparir magnanimo, mentire;
Ho forse inconscio confessato il vero?
Fantasia, fantasia, funesto dono,
Sei tu che tutto fingi, amor, disdegni,
Pietà, sensi gentili, alte speranze,
340Tutto, tutto? Ed il core, o mentitrice,
Altro dunque non è sotto i tuoi veli
Che un viscere deforme? Oh no, gli è pianto,
Largo pianto che sgorgami dagli occhi;
Benedetta ogni lagrima! Mi sembra
345Che dentro a me qualcuno si risvegli,
E dolce parli: «Mi credevi spento?»
Si strugge il cor di tenerezza, è questa

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Di me la miglior parte che favella.
Struggiti, core; lagrime, sgorgate
350Come fonte montana inaridita
Durante il verno, che di maggio erompe
A sprazzi, a fiotti sull’antica via.
E il primo amor che dentro a me ritorna,
D’ingenua giovinezza mi rinnova.


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XVI.



355Dunque un fato lo vuol! La prima volta
Dopo tacer sì pertinace, scrive
Mio zio; tre sole sillabe: «T’aspetto».



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