Misteri di polizia/VIII. Le Processure Economiche. F. D. Guerrazzi e il suo primo processo

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VIII. Le Processure Economiche. F. D. Guerrazzi e il suo primo processo

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VIII. Le Processure Economiche. F. D. Guerrazzi e il suo primo processo
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CAPITOLO VIII.

Le Processure Economiche.
F. D. Guerrazzi e il suo primo processo
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Di qualche processura economica abbiamo già fatto cenno parlando delle sètte; ma eccederemmo di troppo i confini impostici nella trattazione del presente lavoro, se di codesti procedimenti svoltisi nel mistero dei tribunali di polizia volessimo far qui una relazione particolareggiata, senza tener conto che la stessa oscurità, che avvolge i nomi delle vittime renderebbe priva di qualsiasi interesse questa parte della storia della Polizia toscana. All’incontro, siamo sicuri che i lettori non ci sapranno male se la larghezza dello svolgimento che abbiamo negato a certe processure economiche, di cui oggi difficilmente si potrebbe legittimare l’importanza, l’accorderemo ad alcune di quelle a cui in tempi diversi fu sottoposto Francesco Domenico Guerrazzi, l’autore della Battaglia di Benevento e dell’Assedio di Firenze.

Francesco Domenico Guerrazzi non intendeva l’arte che come una cospirazione assidua, di tutti i giorni, diremmo di tutte le ore, contro il dispotismo. Le sue idee e il suo stile erano fatti per abbagliare le menti, per esaltare gli spiriti. Erano come tanti colpi di fucile. Egli scriveva un romanzo perchè non poteva combattere una battaglia, recitava un’orazione perchè non poteva innalzare una barricata. E fu appunto con una di codeste sue orazioni recitata nell’aula tranquilla d’una accademia, ma che ebbe allora in Toscana un’eco come d’una vera sommossa combattuta nella strada, che l’autore della Battaglia di Benevento iniziò rumorosanaente il suo apostolato metà letterario, metà rivoluzionarie».

Correvano i primi mesi del 1830, e gli animi erano dappertutto agitati. Nella stessa Toscana, che sino a quei [p. 53 modifica] tempi aveva goduto d’un reggimento patriarcale, nemico, per tradizionale mitezza, d’ogni estrema misura, il Granduca aveva creduto suo dovere di stringere i freni, e obbedendo alla parola d’ordine partita da Vienna, aveva posto alla testa della polizia (chiamata allora Buon Groverno) un uomo dal polso di ferro, Torello Ciantelli, mente angusta, anima di birro, che s’atteggiava a salvatore del trono e dell’altare minacciati dall’onda rivoluzionaria. Ma, in sostanza, sino allora, il Ciantelli non aveva avuto che rare occasioni di stringere i freni essendo quiete le popolazioni ed in generale affezionate al governo granducale, che restaurato sedici anni innanzi non aveva portato dall’esilio, come gli altri, né rancori da sfogare, né vendette da compiere. La stessa Livorno, città quasi sempre ritenuta ingovernabile per gli elementi torbidi che vi chiamava il commercio, sonnecchiava, e più di Livorno sonnecchiava il suo governatore, S. E. il marchese Paolo Garzoni-Venturi, maggior generale e consigliere intimo di S. A. L e R. il Granduca: uomo eccellente, gentiluomo perfetto, sincero servitore del principe, convinto sostenitore delle istituzioni assolute, ma incapace d’una misura precipitata, violenta, contro i nemici dell’uno e delle altre.

Era, insomma, il nostro marchese uno di quegli uomini che come Aurelio Puccini, come il conte Vittorio Fossombroni, allora capo del governo, come don Neri Corsini, segretario di Stato per l’interno, credevano che gli Stati, più che colle manette, i birri e le prigioni, si governassero colle mezze misure, coi cerottini e, sopratutto, con delle buone e copiose decozioni di papavero e di lattuga.

Per loro, lo Stato ideale era un convento di frati nell’atto di fare beatamente il chilo o di dormire dopo una giormata passata colle mani alla cintola. Buona gente, in fondo, che spiccava d’una luce singolarmente benevola in un tempo in cui sull’orizzonte italiano si disegnavano sinistramente le bieche figure del principe di Canosa, del cardinale Rivarola, del Riccini, del Garofalo, del Galateri e del Salvotti, che l’ufficio di ministri, di porporati, o di giudici avvilivano sino a quello di boia. [p. 54 modifica]

C'era allora a Livorno — e forse e’è ancora — un’Accademia, la Labronica che, nel 1830, non differiva da tutte le accademie che fiorivano in Italia per la maggior gloria delle arti e delle lettere. Era, cioè, una istituzione perfettamente innocua, a base di mutuo incensamento, ed incapace di far del male anche ad una mosca.

Le sue riunioni erano, innanzi tutto, soporifere, e S. E. il signor governatore, monsignor vescovo, il reverendo vicario capitolare, il signor comandante il presidio, il signor auditore criminale, non che tutti gli altri ben pensanti, gravi e tranquilli funzionari dello Stato e della chiesa che vi intervenivano, vi facevano deliziosamente il loro chilo, quando addirittura non vi schiacciavano un sonnellino ristoratore. Era una distrazione che si potevano permettere, senza che la dignità del loro grado o la regolarità dei pubblici servizi ne scapitasse.

Si figuri, dunque, il signor lettore la meraviglia, lo stupore di S. E. il marchese Paolo Garzoni-Venturi, governatore della città e porto di Livorno, quando un certo giorno dell’aprile 1830, discorrendo con alcuni suoi intimi, apprese come fosse stato riferito segretamente al Governo che nell’ultima seduta dell’accademia Labronica, alla presenza dello stesso signor governatore, il dottor Francesco Domenico Cuerrazzi, una delle teste più esaltate della Toscana, aveva letto una orazione incendiaria, dove si faceva sfoggio delle massime più impudenti, più ciniche contro la religione e la morale, un’orazione che esaltava il liberalismo e gettava a piene mani il fango sulle massime politiche messe in circolazione dalla Santa Alleanza.

A S. E. il signor governatore, parve di sognare; è vero che durante la seduta in cui il dottor Guerrazzi aveva letto l’elogio di Cosimo Del Fante, egli, il marchese Paolo, aveva dormicchiato, come al solito, sul suo seggiolone d’onore, fra monsignor vescovo e non ricordiamo più quale altra autorità civile o militare di Livorno; ma, via, qualche frase, qualche periodo, qua e là, fra sonno e veglia, l’aveva racimolato e non gli pareva in coscienza che per qualche [p. 55 modifica] concetto alquanto eterodosso, per un po’ d’enfasi liberalesca, dovesse proprio cascare il mondo.

Ma la meraviglia di quell’ottimo uomo si trasformò in dolore e questo in isdegno, quando il marchese Paolo seppe che l’illustrissimo signor auditore presidente del Buon Governo, passando sopra ogni riguardo e convenienza, all’insaputa dello stesso signor governatore della città, aveva incaricato un subalterno di quest’ultimo, il commissario Manetti, d’istruire un processo economico (un processo di po- lizia, senza pubblicità inquisitoriale) contro il dottor Guerrazzi — processo che per via s’era trasformato in una requisitoria contro lo stesso illustrissimo signor governatore, reo agli occhi del Ciantelli d’avere assistito senza protestare, senza fare una scena, alla lettura rivoluzionaria del Guerrazzi.

Allora il marchese Paolo, ricordandosi opportunamente che un gentiluomo, un onesto e leale servitore del principe era qualche cosa di più di un poliziotto nato da non si sa chi e venuto su fra birri e spie, presa la migliore delle sue penne ed intingendola nell’inchiostro, che non era quello di tutti i giorni, scrisse al Ciantelli la lettera confidenziale che riportiamo nei passi più importanti:

„Il mio primo pensiero era stato quello di pormi immediatamente ai piedi di S. A. I. e R. il Granduca con umiliargli una rimostranza onde ottenere la mia dimissione. Il riflesso d’essere poco adattato questo momento per dar la più piccola molestia al sovrano congiunto ai riguardi e alla fiducia che mi sono creduto in debito d’avere per la S. V. Ill.ma mi hanno persuaso di far precedere, ad ogni altra risoltizione il seguente esposto.

Sono diversi giorni ch’è oggetto di pubblico discorso e d’infinite scandalose induzioni, sebbene il tutto rigorosamente taciuto nei rapporti della superiore e subalterna polizia, un processo fatto dal commissario Manetti per quell'elogio Del Fante, letto nell’accademia Labronica dal dottor Guerrazzi, il quale il dì seguente rimandò sponta neamente la sua patente di socio al seggio accademico ....Ella stessa, che ha avuto una copia di detta orazione, [p. 56 modifica] sarà meglio di me in grado di giudicarne il contenuto. Il giorno dell’adunanza, stanco dell’ora tarda pomeridiana e delle precedenti letture, in parte fui vinto dal sonno ed in parte mi rammento essermi rivolto a diverse persone dandone segno di poca soddisfazione per la lunghezza e le digressioni dell’elogio senza che mi accorgessi o ad alcuno facesse, come non la fece a me, quella tale impressione tendente a stabilire una reità nell’autore, come lo vidi indicato nell’esageratissimo rapporto al Bargello dalle declamazioni dei malevoli. Mi rammento che al termine della lettura mi trattenni, senza farne parola al Guerrazzi, col seggio dell’Accademia, osservando con ischerzo che la riunione terminava in modo analogo ai giorni che correvano, chiudendosi l’elogio con quadri sì tristi.

Dopo queste premesse, passo al duplice oggetto della presente.

Il primo riguarda il processo clamorosissimamente fatto dal commissario Manetti. È un processo che la S. V. I. deve rigettare. Gli esami sono stati circoscritti a un numero scarsissimo di persone, nessuna delle quali di qualche considerazione, e alle quali fu anche minacciata la carcere con modo inusitato e con maniere arroganti.

Si procede per un fatto avvenuto ad una pubblica seduta accademica e non si sentono i capi della stessa Accademia...

Ma siami permesso di passare al secondo; e qui farò a me stesso implorando la divina provvidenza, forza e rispetto al sovrano che adoro e al governo cui ho l’onore di servire in un posto al quale mai aspirai, farò ogni sforzo, diceva, di contenere l’indignazione che m’invade.

È una voce generale che il commissario Manetti, che secondo i vigenti regolamenti sarebbe un mio semplice dipendente, si fatto lecito d’immischiare con vivissime domande la mia persona negli esami pel Guerrazzi di maniera che, con irritazione di molti, n’è derivata una gran confusione d’idee se il processo si facesse al Guerrazzi o al governatore.„ [p. 57 modifica]

Qui il marchese Paolo fa rilevare la malevolenza e la nessuna considerazione dei testimoni escussi in linea economica dal commissario ed esclama:

„Ma quali. Dio buono! sono stati gl’individui che hanno figurato tra gli eletti in una procedura in cui è stato così vergognosamente prostituito e reso equivoco il nome del soggetto rivestito in Livorno della rappresentanza e della fiducia del principe? Dirò che fra i prescelti è stato un chirurgo Landini, uomo che era nel massimo discredito pubblico quando io, commiserando la miseria in cui trovavasi la sua famiglia, volli sostenere i suoi titoli e sperandone un correggimento morale, gli procurai l’attuale suo impiego... Dirò che dei più considerati è stato uno speziale Lottini già colpito dalla stessa polizia per la sua cattiva condotta, misura da me soltanto impedita, ma che certo non mi ha cattivato la benevolenza di tal maledica lingua...


Il marchese-governatore, non soddisfatto delle risposte date alle sue rimostranze dal Ciantelli, volle che il suo caso fosse sottoposto allo stesso Granduca; e il presidente del Buon Governo, nell’umiliare (stile del tempo) al principe l’istanza del Garzoni-Venturi, l’accompagnava colle seguenti osservazioni:

Non era presumibile che il governatore per quasi due ore dormisse. Il Presidente dell’accademia assicura che se non impose silenzio al Guerrazzi, fu perchè non vi si credeva autorizzato, mentre sedeva in seggio distinto come autorità principale il governatore.

I testimoni affermano che il governatore non dormì e anzi battè le mani applaudendo all’autore. Quindi giusta la meraviglia di V. A. I. e R. nell’avere appreso come il governatore non abbia protestato sin dall’esordio, perchè è nell’esordio ove l’autore, partendosi dal soggetto, enfaticamente si lancia fra politici avvenimenti di cui è troppa [p. 58 modifica] dolorosa la rimembranza: — dove, devoto alle lezioni di Napoleone Bonaparte, in modo ributtante esalta le sue passioni che decanta quali esempì d’ogni virtù e lui fa comparire il profeta, l’eletto del signore: — dove prodotti gli errori di una incredulità insensata, si distrugge ogni fede divina ed umana: — dove tolto il vincolo più valido della sociale unione, si rendono organi del di lei scioglimento quegli stessi rapporti da cui l’uomo è tratto a sì mirabile accordo: — dove la libera volontà dell’uomo si sottopone al ferreo timore d’una legge invariabile: — dove si dimostra il genere umano sempre costretto a tenere brandito il ferro ed atterrare e distruggere per non soggiacere alla forza altrui: — dove con baldanza inaudita si oltraggia la santità della legge: — tutto ciò doveva richiamaare l’attenzione del governatore, al quale era nota la libertà dello scrivere del Guerrazzi; di quel Guerrazzi che aveva richiamato l’attenzione del governo per la pubblicazione di un giornale (l'Indicatore Livornese) che fu oggetto d’una procedura; di quel Guerrazzi che inasprito per tale proibizione contro i suoi soci aveva già pubblicamente vantato di volersi far giuoco di loro in una pubblica adunanza, conforme fece, vanti che non mi è dato credere che ignorasse il governatore, capo della polizia, mentre erano noti al commissario e al bargello.„



Ma il l Granduca, che sentiva dappertutto udore di méne rivoluzionarie, più che alle nobili rimostranze del marchese Garzoni-Venturi, prestò orecchio alla rettorica enfaticamente tronfia del suo ministro di polizia, e Francesco Domenico Guerrazzi per tutto quel po’ po’ di roba irreligiosa, immorale ed anàrchica che il Ciantelli aveva scoperto nell’esordio dell’elogio di Cosimo Del Fante, si buscò sei mesi di relegazione a Montepulciano, dove Giuseppe Mazzini, prima che abbandonasse l’Italia, andò a trovarlo, o come disse in seguiti lo stesso Guerrazzi in occasione di un’altra procedura economica, andò a recargli i conforti dell’amicizia ma in realtà, per le prossime cospirazioni.