Motti e facezie del piovano Arlotto

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Motti e facezie del piovano Arlotto Intestazione 11 agosto 2014 50% Da definire

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[VITA DEL VENERABILE PIOVANO ARLOTTO DE’ MAINARDI, PLEBANO DELLA PLEBE DI S. CRESCI A MACIUOLI CONTADO DI FIRENZE Nacque el Piovano di Giovanni Mainardi già d’uno ser Matteo notaio publico fiorentino e cittadino. Fece el padre un grosso fondaco oltre alle altre mercantie; ebbe più figliuoli di una sua legittima donna, maschi e femine: fra li quali ebbe lui al quale pose nome Arlotto. Per quale cagione tale nome li ponesse, parendo secondo lo idioma patrio turpe molto, non si sa. Feceli imparare lo abbaco; poi lo pose al mestier della lana, quale continuò insino ad anni .XXVII. Ma avendo nobile ingegno e arguto, né paziente di quello artifizio, ebbe desiderio di al tutto lasciarlo e di essere prete. Non dispiacque al padre el suo volere e operò, perché non avessi ad essere prete mercenario, ch’elli avessi la predetta pieve di Santo Cresci a Maciuoli nella diocesi fiesolana, che quasi era disfatta e di rendita di circa ducati .XL. d’oro lo anno, e aveva di già avuti alcuni negligenti rettori, onde era in ruina e spogliata di ogni sustanzia. Non imparò altre lettere sendo già adulto; solo attese al suo officio con diligenzia ed essendo di buona coscienzia attendeva con tanta carità alla cura delle anime che tutti li popolani assai lo laudavano. Instaurò ancora con molta diligenzia le possessioni in farle cultivare, seminare, piantare; e tanto le acrebbe d’intrata che rendevano l’anno più di .CL. fiorini d’oro. Instaurò etiam la chiesa, ma con l’aiuto di Francesco di Nerone nobilissimo cittadino fiorentino, perché da sé non era bastante a tale spesa. Dicevasi che se non veniva in mano dello Arlotto, che presto n’andava in ruina e precipizio. Onde, resarcita la chiesa e messa in tre navi in colonne, rassettate le possessioni, si dette alle opere di pietà e a distribuire la entrata li avanzava alli bisogni delli poveri, in maritare fanciulle e in fare moltissime altre opere pietose; e ogni anno sostentava parecchi famiglie povere molto nel suo popolo. Delle sue sustanzie distribuiva ogni anno più che ducati .CXXX., che mai non mancava: di quello che manifestamente appariva in testimonio ottimo tutto el popolo suo e grande parte del fiorentino. Era di ottima natura, compassionevole e pieno di carità; sempre lieto piacevole affabile giocondo umano e benigno a ciascheduna persona; ed era sì fatto che ciascuno, di qualunque condizione o stato si fussi, bramava la sua amicizia e conversazione. Mai dalla sua pieve veniva alla città di Firenze che da molte persone buone e nobili cittadini non fussi convitato con non piccolo desiderio di udire le piacevole cose sue e di potere usare familiarmente la sua mansuetudine: e non tanto li nostri Fiorentini questo facevano, ma tutti li forestieri e grandi signori che a Firenze arrivavano, sentendo la sua fama, erano studiosi di vederlo, cognoscerlo e sentirlo e farselo amico. Rendene testimonianza fra li altri el reverendissimo monsignor messer Falcone delli Sinibaldi da Roma, nobilissimo prelato, come pienamente si manifesta innanzi nelle sue facezie in moltissimi luoghi. Fu cordialmente amato da duo pontefici, da molti cardinali e più nobilissimi uomini, dal re Alfonso, sapientissimo re di Napoli, da Edovardo re d’Inghilterra, che l’udirono e onestorono e di pecunia e panni da mantelli e veste, e dal duca di Borgogna. Non era sitibondo di roba né aprezzava pecunia o degnità: tenne circa d’anni .LX. la sua pieve, né mai si trovò che accumulassi tanti danari che ascendessino alla summa di .X. ducati. Né si trovò in tutto el clero un prete che tanto vivesse che non abbia aùto più d’un benefizio e che non abbia fatto qualche permuta, eccetto che lui, o di benefici o di degnita. Né mai cercò ne mai appetì altro e rifiutonne alcuni assai grandi che dalli dua pontifici e da’ cardinali arebbe potuto avere, ché molte volte spontaneamente gliele offersono. Non era litigatore, non contenditore, né mai ebbe questione con alcuna persona né altri con lui mai si adirava. Fu notato che qualche volta andava alla taverna; che, benché qualche volta vi andassi, non era per gola, ma più presto per essere in compagnia di amici e le più volte da quelli condottovi. E questo giustificò molte volte con più persone, e spezialmente con la veneranda memoria dello arcivescovo Antonino della città di Firenze, come più oltre in] questo libro vostra Eccellenzia potrà vedere e similemente in una altra facezia detta a Bartolomeo Davanzati, iscusandosi con lui dello andare alla taverna, come udirete. Mai si lamentava, mai si condoleva, mai mormorava, mai biasimava alcuna persona né con fatti né con parole, mai ingiuriò persona, mai non voleva parlare se non ragionamenti piacevoli e grati alle genti; e il più delle volte nei suoi sermoni diceva qualche motto o bella facezia da ridere, non pensatamente. Se avessi voluto in altro modo che in sermoni lui vi avessi detto facezia o motto, non ve lo arebbe saputo dire o narrare, ma improviso e extempore parlando con le genti nella mente sua le fabricava. Certamente era grande maraviglia che in ogni generazione di ragionamenti avesse così pronte novelle e motti; se lui avesse ricitate di quelle avessi udite da altri non saria istato possibile che lui l’avessi rivolte a sua comodità così presto. Ma parlando, come dicemmo di sopra, le fabricava, ed era gran fatto e aveva sottile ingegno e buono naturale, come si vede alla fine di questo libro in infiniti suoi detti che sono tutte cose filosofiche, le quali ho sottratte da varie generazioni di gente. Quando era con religiosi ragionava di cose ispirituali, quando era con soldati ragionava di cose simili a loro, quando era con mercanti ragionava di mercatantia, quando era con donne costumate e nobili aveva ragionamenti accomodati con qualche bella novella da ridere, quando era con donne lascive aveva novelle per loro; e tuttavia accomodava la novella col ragionamento e quando gli era detta una novella, e lui ne rispondeva una a quello medesimo tinore di quella, come in questo libro ce ne sono parecchie. E disse di molte novelle; quando parlava con gente lascive diceva delle novelle lascive: quando le narrerò mi ingegnerò di velarle con più onesto modo potrò. Dissene tanto infinito numero che certo non credo fusse bastante uno grandissimo volume, e tuttodì si ricorda ed è in memoria d’ogni persona; e massime in Firenze, come vostra Eccellenzia sa, non ci si fa mai alcuno piacevole ragionamento che non si alleghi il Piovano Arlotto con qualche piacevolezza o motto de’ suoi. Fu molestato da alcuni potenti cittadini e preti che rinunciassi la pieve sua e fugli fatte grandissime oferte: quando si difendeva in uno modo e quando in uno altro, né mai volle acconsentire a simonia o a alcune cose simili; né per prieghi né per minacci in alcuno modo si piegava, e per reverenzia di Dio deliberò non venissi la sua pieve alle mani di lupi né di cani né d’uccegli e, con vostra reverenzia, non fussi istalla di cavalli. E alla fine, cognosciutosi in decrepita senettù, spontaneamente la rinunziò al capitulo di Santo Laurenzio di Firenze, sanza nessuno premio o prece, solum per lo amore di Dio; e pochi anni innanzi a sua morte fe’ detta rinunzia. Il quale visse anni .LXXXVII.: così come in vita sua fu sempre pieno di carità, e insino alla morte la volle osservare e volle essere sipulto in Firenze nello Ospitale de’ preti, dove innanzi a sua morte fece fare nel mezzo di detto ispedale una magna e grande sipoltura e di suo’ mano compose lo epitaffio el quale sarà qui appiè. Nacque il dì di pasqua di Natale, addì .25. di dicembre nel .MCCCXCVI., di giorno, in sull’ora di nona; morì addì .26. di dicembre el dì di santo Istefano, nell’anno del .MCCCCLXXXIII., a ore .4. di notte. EPITAFFIO QUESTA . SIPOLTURA . A / FACTO . FARE . IL . PIOVANO . / ARLOCTO. PER . SE . ET . PER . T / UCTE . QUELLE . PERSONE . LE . QUALI . DRENTO . EN / TRARE . VI . VOLESSINO.

1 Prima facezia del Piovano Arlotto. Frate Antonino arcivescovo di Firenze, uomo pieno di somma bonità e dottrina, mandò per il Piovano Arlotto per avere certa informazione. E parlato alquanto insieme, domanda l’arcivescovo: – Ditemi, Piovano, qual fu il vostro diritto nome alle fonte, quando ricevesti l’acqua del santo battesimo? Rispuose: – Arlotto. Assai si maravigliò l’arcivescovo e disse: – Se a Firenze fusse una gabella con questi incarichi, che quando uno padre volesse porre nome a uno suo figliuolo pagasse certa quantità di danari, e chi ne volessi uno più bello pagasse maggiore somma, certamente e’ non è sì poverissimo uomo che non impegnasse il mantello per potere comperare il più bello, per porre uno degno nome al figliuolo. E vostro padre che era uomo da bene e di grande ingegno e al quale non costava cosa alcuna, vedete che nome istrano vi pose: certamente mi pare che lui commettessi grande errore. Rispose il Piovano Arlotto: – Monsignore, non ve ne fate maraviglia. Mio padre ne commisse assai de’ maggiori. Disse l’arcivescovo: – Quali sono istati i maggiori? Rispuose il Piovano: – Quando egli doveva prestare a usura, egli accattava. Disse l’arcivescovo: – Non sapete voi che cotesto peccato lo arebbe mandato allo inferno? Disse il Piovano: – E però mandò lo accattare mio padre povero alle Istinche e morivvi drento.

2 Della decima pose il vescovo di furlì a Firenze; al quale vescovo Messer Falcone racomandò il suo Piovano Arlotto. Per lo sommo pontefice di consenso del populo di Firenze si deliberò porre una decima a tutto il clero fiorentino e fue commesso questa cura a messer Alessandro vescovo di Furlì. Intesa questa commessione messer Falcone e a chi era data, andò a vicitare detto vescovo; al quale disse doppo le salutazioni: – La vostra Signoria va a Firenze a porre la decima. Io non ho in quella città se non una ispezieltà d’uno uomo dabbene mio grande amico, il quale io vi priego abbiate per racomandato e quello vogliate trattare come la mia propria persona, la quale so vostra Signoria cordialemente ama: e questo è il Piovano Arlotto. Venuto il vescovo in Firenze molti preti lo vennono a vicitare; e una mattina lo vennono a vedere tre canonici e quattro altri cittadini, gentili uomini ai quali dava desinare, e di poi venne a vicitare il vescovo il nostro Piovano Arlotto, parte per carità e parte per ricordare il fatto suo, come facevano li altri preti. Non lo conoscendo il vescovo lo domandò: – Qual siete voi e come avete nome? Al quale rispuose: – Io mi chiamo Arlotto, Piovano di Santo Cresci a Maciuoli. Disse il vescovo: – Io non vi conoscevo né sapevo chi voi savate. Restate qui perché voglio questa mattina facciate compagnia a questi nobili uomini e insieme con loro desiniate meco. Accettato il Piovano, el vescovo gli fece molte carezze e apparecchiato con ordine uno bellissimo desinare di degne vivande, pose a sedere il Piovano Arlotto nel più degno luogo della tavola e innanzi a sé, ancora che fussi vescovo e commessario apostolico. E fornito quasi il mangiare disse queste parole: – Padri venerabili ed egregii e nobili cittadini, so che questa mattina avete aùto ammirazione assai dello avere io fatto sedere el nostro Piovano nel primo luogo di questa mensa. Quando io mi partì’ da Roma per venire in questa città, mi fue racomandato il Piovano Arlotto da uno nobile uomo, el quale mi poteva comandare; al quale detti la fede mia e promissili non trattare altrimenti il Piovano che la sua persona propria. E se quello tale fussi istato qui a desinare non lo avrei posto in altro luogo. Rispose il Piovano: – Ringrazio la vostra Signoria di tutto quello avete fatto insino al presente; ma io vi priego adoperiate non avenga a me come a Cristo la domenica dell’Ulivo in Giudea e in Ierusalèm.

3 Facezia III: predica delle tre parti non intesa per alcuni, fatta dal Piovano in fiandra. Avendo fatto le galeazze viniziane al porto delle Ischiuse iscala, vi sopragiunsono le galeazze fiorentine; e tutti andati a Bruggia per lo ispaccio delle loro mercantie, per la lunga dimora feciono in quella città i detti Viniziani e Fiorentini contrassono insieme una grande familiarità e amicizia. E uno giorno confabulando insieme i dua capitanii di vari ragionamenti, disse il capitano veniziano al capitano fiorentino: – Io ho inteso che voi avete una usanza in Firenze (sendo vera, è cosa inonesta e molto biasimevole a pensare), che tutti li preti ignoranti viziosi e infami voi menate per cappellani in sulle vostre galee quando navicate; e più che io intendo che ancora voi avete in Firenze uno dettato, che quando uno vòle dire una grande in- giuria a uno prete, non li può dire peggio che dirli «prete da galea». S’egli è vero, come io sono istato acertato, è alla vostra città una grande infamia. Noi a Vinegia facciamo il contradio, che in sulle nostre galee non vogliamo se non preti di buona condizione e fama, e litterati e che sieno bene adottrinati nella sacra iscrittura: e che sia il vero, io ho per prete della mia galea capitana uno valente uomo maestro in sacra teologia, il quale ha predicato in tutte le parte di Italia, dove ha aùto onore assai –. Rispuose il capitano fiorentino: – Magnifico capitano, io non credo vi sia istato detto tal cosa, e se pure vi è istato detto simile favola, quello ve l’ha detta ha errato assai e partitosi dal vero, o voi avete male inteso. Le nostre galee vanno così bene a ordine come si vadino le vostre e sono così bene ornate di buoni costumati uomini e litterati e virtuosi preti come sieno le vostre o meglio. Io non ho in sulla mia galea uno maestro in sacra teologia come voi, ma ho uno prete virtuoso e dabbene e uno onorato Piovano e forse non meno ornato nelle lettere ed erudito nella sacra iscrittura del vostro maestro in teologia: e se voi ne volete vedere il paragone, a vostro beneplacito. Rispuose il capitano viniziano esser contento: – E a vostra posta domattina, magnifico capitano, io vi darò desinare e menate con voi la vostra compagnia e faroe predicare il mio cappellano e l’altra mattina voi farete predicare il vostro. Se el mio ne reca la vittoria, pagherete quello giustamente io giudicherò; e se el vostro Piovano sarà vincitore, osserverò di pagare quanto giudicherà lui medesimo e vostra Magnificenzia. E l’altra mattina, apparecchiato uno bellissimo desinare al quale vennono il capitano fiorentino con li padroni e alcuni uficiali e alcuni mercanti di Bruggia e il Piovano Arlotto; e postisi a mensa, quasi a mezzo il desinare cominciò a predicare el maestro in teologia e fece una degna predica molto ornata, e con assai autorità, e molto satisfece a tutti quelli audienti. L’altra mattina il capitano veniziano con li padroni, e’ suoi uficiali e certi mercatanti andorono a desinare col capitano fiorentino, il quale aveva parato uno bellissimo desinare abondevole di molte isplendide e varie vivande; e quasi in sull’ora del dare l’acqua alle mane el capitano fiorentino disse al Piovano Arlotto come faceva di bisogno predicasse quella mattina a tavola e narrogli tutto il fatto del pegno messo, e’ patti e convenzioni trattati insieme. E ’l Piovano forte si maravigliò perché mai non aveva inteso alcuna cosa e rispuose: – Come volete voi io faccia? Vedete in che modo io posso avere onore ad avere ad andare al paragone con uno sì fatto valente uomo, maestro in sacra teologia inveterato nelli istudii e nel predicare: e più che seco ha quantità di libri, e la predica fece iermattina, crediate che la studiò più che dua giorni. Sapete che io sono ignaro delle lettere e mai non viddi libri e a fatica so leggere in sul mio messale: e non mi date alcuno ispazio di pensare sol una parola, e mai non ho saputo cosa alcuna se none in questo punto –. E stette alquanto attonito. Veduto il capitano che lui istava così cogitativo, disse: – Piovano, voi mi avete inteso. Se questa mattina voi ricevete vergogna, voi perderete in tutto la grazia mia e le nostre galee ne riceveranno poco onore. In uno momento ritornato il Piovano in sé, rispose: – Capitano, mai mi missi corazza che io non la adoperassi e sempre [sono] tornato a casa con grande onore. E postosi a mensa con franco animo e pieno di letizia e cominciatosi a desinare, levatosi in piedi incominciò a parlare e doppo uno degno introito, disse: – Signori capitanei, magnifici padroni, nobili gentili uomini e mercatanti e voi altri onorevoli fratelli e figliuoli, indebitamente io sono salito in questo degno luogo, non per prosunzione, ma più presto per ubbi- dienzia, dove io narrerò alquanto alle vostre signorie e nobilità e questa mia predicazione dividerò in tre brievi parti, le quali per non vi tediare saranno queste come appresso udirete. La prima, benché assai sia chiara, intenderò io e non voi, la seconda intenderete voi e non io, la terza e ultima non intenderà né voi né io. Della prima la quale intendo io e non voi, so vi farete grande ammirazione: più e più volte ho predicato a questi miei delle galee che cosa sia carità e quanto sia accetta allo onipotente e grande Iddio la santa elemosina e il merito grande quella adopera e per cagione non possino avere iscusa alcuna con dire: «Noi siamo qui in luogo dove non sono poveri e non abbiamo dove fare la elemosina». Più e più volte ho mostrato la calamità in che io mi truovo e la grande necessità io ho d’uno mantello: hannomi molto bene udito e per ancora mai non mi hanno voluto intendere. Per questa cagione questa mattina di nuovo vi conforto a questa pia opera: considerate e vedete che io non ho altro che questo tristo mantello, vedete che è tutto rotto e consumato, e più non mi istà indosso. Pertanto, dilettissimi miei, levate le vostre mente in alto e pensate di quanta magnificenzia, gloria e merito sia la santa limosina. Quello glorioso principe de’ confessori, santo Martino benedetto, per uno mezzo mantello dette per amore di Dio guadagnò il reame del cielo. Lascio ora pensare e considerare a voi, se me ne fate uno intero, che guadagno sia il vostro e quanto sia accetto al buono Iesù. A ogn’ora udite i predicatori quanti santi dottori allegano in dire che opera egregia sia questa carità e quanto sia meritoria, e in fra gli altri dicono che quello infervorato dello Ispirito Santo, tromba della chiesa di Dio, dottore e maestro delle genti santo Paulo apostolo non grida altro a’ popoli nelle sue epistole se non carità e afferma e dice che se in uno regnasse tutte le bonità e ancora che parlasse a lingua d’angeli e in lui non vi fussi carità, invano saria ogni sua buona opera. Però, amantissimi miei, io vi ricordo, come vostro padre ispirituale, vogliate pensare alla passione del nostro Signore Iesu Cristo, il quale per carità di noi puòse se medesimo alla morte. Sono certo che, se io vi predicassi insino a domattina, che questa parte non intenderete voi: io per me la intendo, ché ho bisogno del mantello; e però vi porrò fine e non ne dirò più al presente. Nella seconda parte qualche volta sono entrato e presto me ne sono uscito per cagione voi la intendete voi e non io: questo è di questi vostri cambi fate per Roma Neapoli Lione Bruggia e altri luoghi; fate e’ marchi per tre e quattro mesi, tanto sia il ritorno delle fiere, a .XII. e .XIIII. per cento, e non di meno il danaio non esce di Vinegia Genova Roma Napoli Firenze o di que’ luoghi dove si fanno. Di ciò credo e affermo che in questo modo è inganno, usura ispressa e ruberia. Ma se io sono in Inghilterra, in Francia o in Ispagna o in qualche altro lontano luogo e voglio venire in Italia o passare in altro paiese e lascio mille ducati o altra quantità di danari che mi sieno rimessi in Roma e do di mia discrezione .4. o .5. per cento sicondo la distanzia del luogo, questo non mi pare peccato, ma lecito guadagno, per cagione che se io gli portassi meco adosso porterei pericolo della vita e del danaio. Questa è quella seconda parte intendete voi e non io, di questi vostri marchi e altri cambi secchi e freschi; la quale lascerò e verrò alla terza e ultima parte, la quale non intenderete né voi né io, cioè la santa Trinità, la cui festività la santa Madre Ecclesia con grande solennità celebra in questo sacratissimo dì, e se non che tutto il cristianesimo oggi ne debbe fare solenne festa e allegrezza non sarei entrato in questa ardua e profunda materia e dignissimo articulo, il quale come cattolici e fideli cristiani dobbiamo sanza alcuno dubbio credere e certo te- nere per ferma verità, e chi fermamente e con sincera fede non lo crederrà, sanza dubbio in etterno perirà: niente di meno per ragioni sieno capaci e a voi e a me non si può provare se non per sincera fede di credere che sia il vero. Sono state tante grande disputazioni in tante centinaia d’anni di tanti santi dottori sopra a questo degno articulo: niente di meno ancora non è deciso né chiarito in modo che con ragioni sieno capaci a voi e a me che siamo ignoranti, ma per cagione veggiamo tanti infiniti miracoli a ogni ora dobbiamo credere per fede sincera, la quale presto ci farà andare in vita etterna a godere e a fruire quello immenso e infinito bene. Pax et benedictio ecc., amen –. Finita che fu la predicazione, el capitano viniziano con tutti quelli altri nobili uomini giudicarono che il nostro Piovano Arlotto aveva meglio predicato che il loro maestro in teologia, el quale confessò lui medesimo essere istato superato dal Piovano Arlotto e assai lo commendò; e quando intese chi era e come per istinto naturale e non per accidenzia aveva parlato maravigliossi assai del suo peregrino ingegno e molto cordialemente lo racomandò al capitano viniziano. Il quale, doppo assai ringraziamenti fatti e lode e commendazione date al Piovano, gli donò braccia .XXX. di panno di mellina e trenta iscudi d’oro e feceli oferte assai per sé e per li suoi amici e per lo simile ringraziò il capitano fiorentino del magnifico desinare e del contento datoli del Piovano Arlotto.

4 Facezia IIII o vero motto che il Piovano fa in una risposta a una mondana. Nel tempo che il Piovano Arlotto era giovane e gagliardo, una sera tentato da libidine andò al fondaco maggiore, e allo oscuro non vedendo la mercatantia entra in una camera e truovavi una femmina grassa e grossa e corpulenta e assai formosa di corpo e di viso: e doppo gli atti d’amore e carezze fattesi insieme, dice la donna allo Piovano: – Fratello mio dolce, tu vedi come io sono carica di carne; se io mi pongo questa sera a giacere in su questo letto durerò fatica assai a rizzarmi suso: egli è il meglio che io mi chini e che io appoggi il capo alla lettiera e che, per tua consolazione e mia, te me lo facci a modo del cerbio. Risponde il Piovano: – Io sono contento a fare cosa che ti sia in piacere. Chinatasi la donna e messisi i panni e la camicia in capo, veduto allora il Piovano sì grande e tanta amplitudine di anche e cosce ismisurate, natura non che di femmina ma d’una grandissima vacca, – e l’altro sesso era tanto amplo che pareva difforme agli altri –, in modo che tutto quello ispettaculo di culo gli parve una cosa maravigliosa: istava in modo ammirativo, e stupefatto che non sapeva che farsi e’ venneli tanto in odio che in tutto gli passò via quella voluntà e in tutto ancora la libidine; e veduto la donna che non faceva cosa alcuna, forte si maravigliò parendogli giovane e gagliardo: voltatasi col viso verso di lui forte lo confortava dicendo: – Che istai tu a pensare? Perché non lavori tu il podere? Ispacciati. Alla quale rispuose il Piovano Arlotto: – Io non lo farei mai, per cagione che questo è uno apparecchio da uno cardinale e non da uno povero chericotto di contado come son io, sì che, sorella mia, abbimi per iscusato, ché io non ardirei mai di toccarti. Nondimeno ti voglio fare il dovere e non voglio abbi perduto meco il tempo tuo. E fattala rizzare su, le donò uno bolognino e preso da lei licenza se ne andò sanza commettere alcuno peccato.

5 Facezia quinta fatta dal Piovano Arlotto in Londra dicendo messa. Nel medesimo viaggio feciono le galeazze fiorentine scala a Londra, città nobile e ricca nella insula d’Inghilterra, dove dimororono ancora alquanti mesi per la compra delle lane e spaccio delle galee. Per la comodità della lunga istanzia il Piovano era cognosciuto per tutta la terra e prese grande amicizia, oltre alli Italiani, con alcuni Inghilesi e con alcuni preti in modo che il Piovano Arlotto imparò molti loro costumi e vidde molti loro modi difformi a’ costumi italiani: quali gli piacevono e quali gli dispiacevono. Questo gli dispiaceva assai, che quando vanno a tavola dimorano a mangiare tre ore o più. Non è veruno Inghilese, per piccolo mangiatore che sia, che non mangi per tre Italiani, e tanto mangiano e béano che in su quella insula poco vi stanno sani e tra l’altre infermità vi sono infinite persone le quali come s’apressano alla età d’anni quaranta arrossiscono e arrovesciono gli occhi e dànnosi ad intendere sia per l’aiere sottile e non per lo loro superfluo mangiare e bere, e per questa cagione istimano che una certa divozione fanno giovi loro a quello rossore degli occhi. La quale è questa: quando il prete ha finito la messa tutta, viene tutto il populo e inginocchiasi presso allo altare a’ piedi del prete; e innanzi si parta, mette uno poco d’acqua in nel calice, e dicendo orazioni a ciascheduno frega tutti a dua gli occhi con quella acqua la quale istimano gli liberi da tali infermità, e non considerano sia per lo loro isfrenato vivere di bere e di mangiare. Una mattina fu invitato il Piovano a dire messa in una chiesa cattedrale della quale era archidiacono uno uomo da bene chiamato messer Talboth, el quale era molto grande e singulare amico al nostro Piovano Arlotto, el quale acettò molto graziosamente, e paratosi e andato allo altare, e incominciato la messa, alla quale venne molta gente, tra li quali vi fu uno messer Adovardo Ander, cavaliere e barone del re, e suo antico cortigiano, el quale era istato di poco tempo a Roma, a dare la obidienzia al papa per lo suo re d’Inghilterra, e alquanto intendeva italiano – della qual cosa il Piovano non sapeva cosa alcuna, che il detto gentile uomo sapesse parlare italiano –; e finito che il Piovano ebbe la messa, fece al modo inghilese, e messa l’acqua in sul calice vennono tutti gli audienti e ’nginocchiavansi: fregava loro con dua dita gli occhi con quella acqua del calice e in iscambio delle orazioni diceva in italiano: – Beete meno, che ’l mal pro vi possa egli fare. E così ispesseggiando, intese questa piacevolezza il detto messer Adovardo, per la quale non poteva contenersi delle risa. E partitosi, di subito n’andò a corte e narrò questa piacevolezza al re. Il quale mandò per il Piovano e volle intendere a che fine lui avesse dette quelle parole allo altare. E inteso che ’l Piovano Arlotto aveva fatto la unzione agli occhi e le parole in iscambio delle quali aveva dette e molte altre piacevolezze, gli donò panno finissimo per due veste e nobili cinquanta d’oro e fecegli molte oferte e assai lo carezzò in mentre che istette a Londra e per suo rispetto fece molti piaceri a tutti quelli mercatanti fiorentini erano in quelli paesi.

6 Facezia sesta fatta per il Piovano dinanzi al re Alfonso in neapoli. Le nostre galeazze fiorentine, andando alla volta di Cicilia, feciono poi iscala a Napoli, dove soprastettono alcuni giorni: in sulle quali era il Piovano Arlotto, al tempo di quello invittissimo, liberalissimo e magnifico re Alfonso, el quale intese come in sulle dette galee era il detto Piovano Arlotto, del quale aveva udito qualche piacevolezza, e in fra l’altre che al presente aveva seco uno libro in sul quale poneva per debitori tutti quelli che commettevono qualche grande errore per avere poco cervello, e fusse chi volessi, ché mai aveva rispetto né a degnità né a amicizia. Di subito mandò per lui e fattogli buona accoglienzia e inteso da lui qualche piacevolezza, lo domandò se era vero tenesse uno libro d’errori. Rispuose il Piovano: – Sacra Maiestà sì. Disse il re: – In questi pochi giorni avete voi posto per debitore alcuno di questi nostri Neapolitani? Rispuose il Piovano: – Chi iscrive non tiene a memoria. E fatto venire il libro da galea e apertolo, rispose: – Signore, io ce ne truovo qualcuno in questo libro e in fra gli altri la vostra Maiestà, della quale la partita dice in questo modo: «La Maestà del gloriosissimo e invittissimo re Alfonso de’ dare per questo grave errore come appresso qui in questo iscritto si dice, per cagione ha mandato a comperare cavalli nella Magna ed ha fidato a Teodorigo tedesco alfonsini d’oro cinquemila cinquecento cinquanta cinque». Maravigliatosi lo re disse: – Piovano mio da bene, o parvi questo così grave errore? Io mi ho allevato costui da piccolo ragazzo ed è istato a’ miei servigii in questa corte circa d’anni diciotto, e sempre è istato fidelissimo: per certo, e’ mi pare in questo caso abbiate aùto non molto retto giudicio, e avetemi posto per debitore vostro iniustamente in su questo libro. Rispose il Piovano: – Serenissimo principe, io vi ho fatto il dovere, e non credo in questo libro sia il maggiore errore, e massime considerato chi lo ha commesso: può egli essere maggiore e più grave ad avere fidato tanta pecunia a uno barbaro tedesco, il quale è poverissimo e in veruno luogo, né qui in Napoli, ha di mobile o immobile che perdere, e peggio che lo mandate a casa sua nella Magna? Non veggiamo noi a ogni ora, per piccolissimo avere, el padre ingannare il figliuolo e il figliuolo il padre e il fratello il fratello? Non s’è egli veduto e inteso qualche volta uno eremita essere istato lunghissimo tempo in uno ermo, con asperrima penitenzia menare una santa vita, e poi, per diabolica istigazione, assassinare uno per avarizia e perversa malignità per acquistare tesoro e danari, e per insino alla morte menare una tristissima vita? L’uomo è il più falso animale che sia, né mai si può cognoscere. Per tante ragioni, per le quali avìa il Piovano giustificato la partita, non sapeva più che dire lo re, né disse altro, se none che, riavutosi alquanto, dimandò il Piovano: – Ditemi, se Teodorigo tornassi con li cavalli o con li danari, che diresti voi? Sanza pensare rispuose presto il Piovano e disse: – Cancellerò la vostra Maestà, e porrò per debitore lui di molto maggiore errore e pazzia. Parve al re che il Piovano fusse uomo da bene faceto, e giudicollo uomo di grande ingegno, e che e’ fatti corrispondessino alla fama aveva udito di lui, assai più non istimava. In mentre che detto Piovano dimoroe a Napoli gli fece carezze assai, e come liberalissimo e magnanimo re alla sua partita gli fece per sé e per suoi amici molte offerte, e dissegli, se voleva fare istanza con lui a Napoli, lo provederebbe di tanti beneficii che ascenderebbono alla somma di più che ducati cinquecento d’oro, in modo potrebbe vivere come uno degno prelato; e doppo molte precie, veduto lo re non voleva restare, gli donò alfon- sini cinquanta d’oro e una bellissima vesta d’uno bellissimo panno, e per suo rispetto furono fatti piaceri assai a tutti quelli delle galee.

7 Facezia settima fatta dal Piovano nella nunziata di Firenze contra a uno frate. Uno inghilese gentile uomo, molto amicissimo al Piovano Arlotto, viene per vedere questa inclita città di Fiorenze: truova il Piovano e dice, doppo la salute e carezze fattesi insieme: – Menatemi alla Annunciata. E come furono entrati in chiesa, innanzi potessino tòrre acqua santa o inginocchiarsi, si fa loro incontro uno frate gaglioffo, unto e impronto, e dice: – Messere, volete voi comperare candele, torchi, o sodisfare alcuno voto? Rispose lo inghilese: – Messer lo frate, lasciatemi prima salutare la Madonna. E accesovi uno torchio, disse sue orazioni e divozioni; e udito che ebbe messa e levatosi su, ecco il frate che replica: – Volete voi sattisfare il vostro voto? Risponde lo inghilese, del quale era interprete il Piovano, perché niente sapeva la lingua italiana: – Io ho in voto di porre a questa Madonna una immagine di valore di nobili d’Inghilterra quattro d’oro. Rise al frate alquanto l’occhio, e disse: – Comperatela qui da noi. Parveli buona nuova possendo toccare quelli danari. Col Piovano forte si maravigliò lo inghilese come questi frati faccino simile mercatantie e baratterie in uno luogo santo e di tanta divozione come quello. Prese il frate una lunga canna in mano; e datala allo inghilese e’ disse: – Guardate quale immagine voi volete e quale vi piace più, e quella con questa canna toccate, e basta; come l’avete tocca il voto è sattisfatto, perché abbiamo autorità di così fare, e a voi vale come se di nuovo l’avessi, fatta dal ceraiuolo. Guardate le immagine, lo inghilese disse: – Io voglio questa. E toccò una bellissima immagine la quale era fatta a similitudine del duca di Borgogna, la quale non si era fatta con ducati quaranta d’oro. Parve a quello inghilese quello atto di baratteria molto biasimevole e cosa istrana e trista; e parendo al Piovano grande malignità che questo frate usasse, e indegnatone assai, immaginò di far pagare il frate di quella muneta sicondo la mercatantia che lui dava; e disse allo inghilese quello avesse a fare; e trovata la scarsella, disse al frate: – Qui drento sono nobili quattro d’oro, toccatela. E toccatola il frate, disse lo inghilese: – E’ vi basta questo pagamento. E partironsi e per consiglio del Piovano lo inghilese dette quelli quattro nobili per lo amore di Dio a uno certo povero uomo, il quale aveva a maritare una sua figliuola, che fu migliore opera che darli a’ frati.

8 Facezia ottava: fece il Piovano fischiare a uno ser Ventura in mentre che levava il sacramento. Ser Ventura invita il Piovano Arlotto alla sua chiesa per la mattina di santo Lorenzo benedetto, del quale faceva ogni anno una bella festa, perché era rettore di quella, la quale così si chiamava. Era ser Ventura uomo semplice, buono e dabbene: la mattina della sua festività viene il Piovano Arlotto a detta chiesa di Santo Lorenzo, e truova ser Ventura parato allo altare, e salutatisi, disse: – Piovano mio dabbene, voi siate giunto più a punto che lo arrosto: vedete che il cherico appunto mi voleva servire la messa; poiché voi ci siete, sarà vostra opera: manderollo a provedere alle cure e bisogni di casa, e massime alla cucina, a ciò che le vivande sieno ben cotte e stagionate per far godere voi e gli altri preti che ci verranno alla festa questa mattina. Rispuose il Piovano: – Io digiunai iersera; voi sapete che chi va a letto sanza cena tutta notte si dimena. Disse ser Ventura: – Questa mattina adunque il vostro sarà iscotto da mulattiere. E incominciata la messa e finita la Gloria ser Ventura chiamò il Piovano e domandollo per qual cagione non aveva sonato alla Gloria, come è usanza; al quale rispuose: – Egli è rotto il battaglio. Disse ser Ventura: – Come debbo fare? In servigio appiccatevene uno. Rispose il Piovano: – Io non ho qui se non il mio che mi fece mia madre, el quale non vi darei per tutta la vostra chiesa. Parendo a ser Ventura non potere finire la messa, né levare i Sacramenti sanza suono di campane, e forte si condoleva col Piovano come avesse per allora a fare, dicendo: – Piovano io non direi, né finirei mai questa messa sanza qualche suono. E in tutto volendo provare il Piovano la sua semplicità, disse: – E’ mi duole assai che non ci sia da sonare, e poi che non ci è altro rimedio, zufolate con bocca il meglio che potete e sapete, e seguitate la messa. Ser Ventura, quando levò in alto i Sacramenti, in modo zufolò forte con bocca ch’una gran torma di bestiame averebbe beùto a una acqua; e fece ridere il Piovano e tutti gli uditori in modo che quando se ne ricordano ancora ne ridono.

9 Facezia VIIII che disse il Piovano Arlotto in una predica la mattina di Santo Lorenzo. La medesima mattina di santo Lorenzo benedetto per degnità fu commessa la predica al Piovano Arlotto da ser Ventura, e li altri preti che quivi erano quella mattina venuti alla festa. Fu pregato il detto Piovano fusse contento di dire più brieve potesse da quelli preti e da alcuni giovini fiorentini e’ quali erano venuti alla festa, per cagione l’ora era tarda e il caldo si preparava grande e le loro possessioni e abitazioni erano lontane; alli quali rispuose molto umanamente volerli servire. E levato fu il Signore, andò in sul pergamo e incominciò a predicare e doppo il suo introito con brevità disse queste parole: – Magnifici ed egregii cittadini e voi prudenti contadini, ser Ventura e questi miei venerabili sacerdoti mi hanno commesso questa mattina la predicazione e per obbidienzia indegnamente io sono montato in su questo pergamo a me indegno, dove per carità io innarrerò alquante parole. L’anno passato i’ predicai in questo medesimo luogo e narrà’vi tutta la vita di questo gloriosissimo martire santo Lorenzo, e tutta la sua passione, morte e miracoli fece in vita e in morte e doppo, e dal giorno che io predicai in questa chiesa, che a punto fa oggi lo anno, insino al presente non ha poi fatto altro che io sappi, e per cagione l’ora tarda farò fine. So non fa di bisogno più replicare questa istoria a quelle persone ci furono questo anno passato, perché so molto bene l’hanno a mimoria; e se ci fusse alcuna persona che non ci fussi istata, se la faccino ridire a quelli che ci furono. Pax et benedictio, amen.

10 Facezia decima detta alla pieve a dua notai di vescovado dal Piovano Arlotto. Una sera vengono dua notai di vescovado alla pieve di Santo Cresci a Maciuoli; e battuto la porta, risponde il Piovano Arlotto, e aperto loro e salutatisi, con lieta faccia gli riceve molto graziosamente; e come era sua usanza con ciascuno, fece quella sera loro onore e molte carezze, e doppo cena li domandò quello andassino faccendo. Rispuosono: – Noi abbiamo andare infino presso a Firenzuola a pigliare una certa tenuta e partimmoci questa mattina a ora di terza da Firenze istimando esser giunti là questa sera; e per virtù d’uno cavallo ci prestò il vostro Gherardo Casini, a gran fatica ci siamo condotti in tutto dì da Firenze a qui. Abbiamolo pagato per dua dì: disseci che il cavallo era vantaggiato e che andava come una nave. Disse il Piovano: – Io mi maraviglio di questo caso assai: Gherardo Casini suole tenere buoni cavalli e so che è buono uomo. Sono più che anni quaranta io l’ho cognosciuto ed ho aùto faccenda con lui più di trenta, che ogni anno gli ho vendute tutte le mie biade e in ogni cosa l’ho trovato fidelissimo e hammi renduto buono conto sempre, e tra me e lui non fu mai uno piccolo errore, e sempre a’ tempi m’ha fatto il dovere. Andatisi a posare e levatisi poi la mattina di buona ora, e montati a cavallo e presi licenzia dal Piovano, ser Chiarissimo comincia a battere con li isproni il cavallo; e non volendosi quasi muovere, e niente gli curava, voltossi al Piovano e disse: – Che ve ne pare del vostro Gherardo? Parvi che vada come una nave? Prese il Piovano allora una grossa istanga alla porta della chiesa e forte cominciò a battere il cavallo; e quando sentì i colpi della istanga cominciò forte a trottare e a correre. E voltosi il Piovano verso di loro disse: – Voi avete il torto: Gherardo non vi ha detto bugia, e non vi ha ingannato. Dissevi che il cavallo andava come una nave. Maravigliomi forte di voi: non sapete voi che quando egli è poca acqua in Arno le navi non vanno sanza istanga? E che sia il vero, vedete che il cavallo vostro non vòle andare con li isproni, e vedete che con la istanga io lo fo trottare e correre. E andatisene se ne portorono quella piccioletta istanga della porta la quale pesava forse dodici libre; e come liberale uomo, il Piovano la donò loro acciò potessino toccare il cavallo con essa.

11 Facezia XI che il Piovano fe’ a Siena dove tolse quattro tinche a uno sanese. Tornando il Piovano Arlotto da Roma fu convitato da uno prete suo amico a starsi con lui quattro dì, e accettato, poi la mattina seguente che era sabato vanno insieme in Cammollia, luogo dove si vende la carne per comperarne per la domenica. Truovano uno sanese più gagliardo di parole che di fatti, el quale mercatava una pezza di vitella con assai ciance, in modo era già venuto a noia al beccaio. Aveva il detto sanese posato in su una panchetta di fuori, allato al desco, uno mazzo di quattro grosse e belle tinche. Vede il Piovano come sono male guardate e che quella cicala contende col beccaio; piglia le tinche sanza esser veduto da persona e mettesele nella manica e discostatosi da quello desco, el prete attendeva ancora a comperare della carne per fare godere il Piovano la domenica mattina. Mercatato ha il sanese cicalatore col beccaio, se ne vòle andare con le tinche ha posate in sulla panchetta; non le truova, comincia a fare romore col beccaio e dice: – Tangoccio, u’ son le cattro mie tinche? I’ le posai pur me chi in su chesto banchetto. Non mi intendi? Eranvi ora: be’ le sai tue. Risponde il beccaio: – Io non so chello che tu ti ciarli e non te ne so dir cavelle per la fede di Gesùne, ché io no’ l’ho vedute. El prete ancora dice non ne sapere cavelle, né sapeva che il Piovano le avesse tolte e messole nella manica. Stando in questa contenzione il Piovano s’acosta e intende la quistione delle quattro tinche tolte; volgesi a quello sanese che le avìa perdute e dice: – Tu hai viso di reio e poi perdi il pesce, che ancora t’è peggio la vergogna che il danno. Se tu avessi fatto come ho fatto io non le aresti tu perdute. Io mi ho messe le mie nella manica e so che non mi saranno tolte che io non me ne accorga. E mostrogli la manica. – Io non voglio che si possa dire che mi sia istata fatta alcuna natta in Siena: innanzi mi partissi da Firenze mi fu detto come li giovini di questa nobile città erano così grandi nattaiuoli. Né seppe piue che si dire quello sanese; vergognossi e andossene sanza tinche, le quale se ne portò il Piovano insieme col prete a casa e goderonsele alla barba di quella bestia che le perdé.

12 Facezia duodecima fatta per il Piovano Arlotto in Firenze al chiassolino sopra uno fiasco di vino. Passa el Piovano Arlotto e fermasi in sul canto del chiassolino di Santo Lorenzo e intende come dua fanno grande quistione tra loro di dua altri che hanno beùto uno fiasco di vino, di che si fanno grande maraviglia. Dice il Piovano; – Siate voi matti? Di che contendete voi? Parv’egli sì gran cosa che dua compagni abbino beùto e vòto uno fiasco di vino: non vedete voi che ogni dì due vòtano uno pozzo?

13 Facezia XIII: disse il Piovano a Giovanni di Cosimo come San Cresci non è santo da frittate né da pesciduovi. Giovanni di Cosimo de’ Medici, vivente Cosimo detto suo padre, una sera andò a Fiesole a un suo palazzo; menò seco Piero de’ Pazzi, Francesco Martelli, Fruosino da Panzano e certi altri nobili uomini. Dicono, giunti sono in casa: – Che ceneremo questa sera che è venerdì? Fanno fare al cuoco dell’uova maritate, frittate e pesciduovi e uova in più altri modi, e in effetto quelle frittate o vero pesciduovi s’apiccavano alla padella e non venivano bene fatti; e portatili in tavola, dice Giovanni al cuoco: – E’ mi pare che tu abbi dimenticato el cuocere; non vedi tu che frittate tu ci mandi dinanzi? Risponde il cuoco: – Che volete voi io ne faccia, se la padella non li getta bene? Risponde Giovanni: – Va e rifanne quattro altri e botali a santo Cresci del Piovano Arlotto e se ti fa grazia venghino bene, tu lo andrai domani a vicitare e donerà’li uno torchietto d’uno grosso o uno grosso el quale io ti darò. Fatto il cuoco divotamente il voto per avere onore, eziam perché il grosso non li avìa a costare, fa ancora de’ pesciduovi: vengono peggio che prima. Giovanni e li altri ebbono pacienzia. Tornati a Firenze el lunedì, a caso truovano el Piovano Arlotto e narratoli tutto il fatto assai si lamentano e dolgonsi del suo san Cresci el quale non volle concedere loro la grazia. Rispuose loro il Piovano e con villania, e disse: – Non vi vergognasti voi a stimare sì poco il mio santo Cresci? Egli vi fece il dovere. Parv’egli santo da frittate o santo da pesceduovi? Rompetevi una spalla o una coscia o la testa e vedrete quello farà per voi allora.

14 Facezia quattordecima fatta dal Piovano Arlotto a Cercina lavando le scodelle. Andorono a starsi con messer Antonio, Piovano di Cercina, parecchi preti e il Piovano Arlotto, e arrivati a Cercina, messer Antonio fece loro buona accoglienzia e disse: – Voi sarete venuti a stentare, per cagione non aremo chi ci cuoca, perché il mio cuoco è forte amalato di febre da dua dì in qua. Feciono alle buschette per chi dovessi fare simile esercizio; ordinarono in modo che tutti s’acordorono che al Piovano Arlotto toccasse a lavare le scodelle. E accortosi del fatto, per allora tacette o finse di non se n’essere aveduto e disse in sé medesimo: – Io troverrò modo che sanza troppa fatica le laverò, sanza imbrattarmi le mani. Disinato che ebbono, tutti cominciorono a ridere e dissono: – PiovanoArlotto, a voi tocca il sonare il cembolo –, cioè dello lavare le scodelle. Rispuose: – Questa è natta del Piovano di Cercina, ma infine sarà con suo poco utile. Prese e’ taglieri, le scodelle e le pignatte e tutti gli altri vasi imbrattati, e messegli in uno corbello, e appiccatolo a una corda, lo cominciò a tuffare nel pozzo, e quando ebbe così fatto uno pezzo, sopragiugne messer Antonio e dice: – Piovano Arlotto, che diavolo fai tu? Non vedi tu che tu guasti cotesta acqua e sai che ve n’è poca? Al quale rispose: – Io veggo a punto quello che io fo: a casa mia non si lavano le scodelle né e’ vasi da cucina altrimenti. Se voi sapete fare meglio, lavatele voi a vostro modo. Tutta quella acqua si guastò in forma che il pozzo s’ebbe poi a rimondare e in quel modo la natta si rimase poi a colui che la aveva ordinata.

15 Facezia quindecima fatta alla pieve a San Cresci, che fa sotterrare uno morto a suono di cornamusa. Morì nel popolo di Santo Cresci a Maciuoli, pieve del Piovano Arlotto, uno venardì santo, uno giovane contadino ricco, buono e d’assai, secondo il paese. Non aveva padre, ma madre e dua fratelli minori a lui. Fatto il Piovano la invitata grande di preti e di popolo, all’ora debita con la croce vanno per detto corpo. Come giunsono alla casa del morto udirono pianti, lutti e lamentazioni grandi. Fassi innanzi la madre scapigliata, stracciata e afflitta, e con grida, pianti e singhiozzi si getta al collo al Piovano, gridando queste parole: – O me meschina e sventurata! Piovano mio buono, io ho perduto ogni mio bene, ogni mio conforto, ogni mio riposo. Costui era padre a tutta questa famiglia, guadagnava, pagava l’estimo, andava co’ muli e governava tutta la casa. Mosso il Piovano da compassione, la confortava a pacienzia e con buone parole la fece alquanto tacere; poi cominciò con lamentazioni a dire al Piovano: – Più che altra cosa mi duole che mi pare egli abbia andare alla fossa come uno cane. Disse il Piovano: – Per qual cagione? Se fusse uno grosso cittadino di Firenze morto in questo paese, non li si potrebbe fare il maggiore onore. Noi siamo ventidua preti e’ quali gli abbiamo cantato sì bella vigilia ed ècci tanto populo a onorarlo: che volete voi più? Nulla ci manca, se non che in chiesa vorrebbono almeno esser ancora uno paio di grossi doppieri e dodici libre di candele. Di subito la donna fece provedere che ve ne avanzasse e poi ricominciò forte a lamentarsi dicendo: – Padre mio, la maggiore doglia che io abbi in questo mondo, e che più mi priema il cuore, si è che sarà seppellito sanza suono di campane o altro suono, e sarà portato alla fossa come una bestia; non sarebbe possibile voi le facessi sonare uno solo doppio? Rispuose il Piovano: – Se in questi tre santi giorni morisse il papa e lo imperadore non si sonerebbe per modo alcuno. Stando così afflitta la donna, più le doleva il non potersi sonare campane che la perdita del figliuolo, e disse al Piovano: – Dolce padre mio, egli è qua uno garzone che sa molto bene sonare la cornamusa; per l’amore di Dio io vi priego, in mentre lo portano via e quando si seppellirà, siate contento lasciarlo sonare, però che la cornamusa non sono campane. Se va alla fossa sanza alcun suono certamente io mi morrò disperata. Cognosciuto il Piovano la semplicità di questa donna e la passione aveva di questo non sonare, mossosi da pietà disse alla donna facesse venire il sonatore, che sonasse a suo piacere. Allora cessando lei alquanto il gridare, si alleggerì e andò via alquanto la passione e disse a tutto il popolo: – Quanto abbiamo noi da pregare Iddio per questo nostro padre Piovano! Quale è quello prete mi avesse concesso tal grazia? Certamente non se ne troverrebbe alcuno. Dipoi ne lo portorono alla chiesa la quale era di lungi uno miglio e sempre sonando la cornamusa, al quale suono corse tanta gente che furono più quelli che vennono a udire sonare che li invitati e così sonando fu seppellito; e il fatto della cera passò bene per il Piovano.

16 Facezia sedecima detta dal Piovano Arlotto al grasso legnaiuolo che doveva andare a Santo Antonio. Il Grasso legnaiuolo accattò danari per Dio per andare a Santo Antonio di Vienna, e poi non vi andò: fu più per sua malignità e tristizia che per altra cagione. Uno dì vergognosamente dice al Piovano: – Io vorrei che voi mi consigliassi che modo io abbi a tenere a difendermi da questo grave errore io ho commesso e di questo romore io ho a ogni ora adosso da ciascuno per questo non esser ito a sattisfare al boto a Santo Antonio di Vienna. Non posso più andare a Firenze, né in altro luogo, ché forte mi vergogno. Disse il Piovano: – Tu non ti vergognasti però di rubare quelli danari, e’ quali tu accattasti per andare a Santo Antonio e non vi andasti, e sai che non sono tuoi e non li vòi però rendere, e non te ne penti; ché so ti parvano pochi e sai che tu gli tieni contro a ogni debito di coscienzia e so che non li vòi a verun modo ristituire. Se tu mi vòi donare due opere a conciare legname, io insegnerotti non ti sarà mai dato noia, e affermerotti nella tua malignità e tristizia. Rispuose il Grasso: – Io sono contento. Disse il Piovano: – Dammi prima le due opere: poi che tue l’appiccasti al barone santo Antonio, più volentieri l’appiccheresti a me, possendo. Tanto è che il Grasso aiutò due opere al Piovano. Poi gli dette questo remedio e disse: – Vattene domane a Firenze e passa per Borgo Santo Lorenzo. Vedratti Antonio dal Ponte e diratti: «Addio Grasso, tu accattasti e non andasti al viaggio». Rispondi arditamente come fanno i tuoi pari tristi e di’: «Destimi tu cosa alcuna?». Se dice no, rispondi con audacia: «Che impaccio te n’ha’ tu a dare?». E poi va per il fatto tuo; passa per Mercato vecchio: vedratti il Repole o qualcuno altro. Se dicono: «Addio Grasso, tu l’appiccasti al barbuto santo Antonio», rispondi forte e con audacia e dì: «Destimi tu cosa alcuna?». Se dice: «Tu sai bene che in dua volte io ti detti nove quattrini di limosina», rispondi: «Eccoti soldi diciotto e vacci tu per me». Farai così pochissime volte che tu sarai lasciato vivere e parratti esser libero della vergogna, ma non della tristizia, la quale ti manderà a casa il diavolo vestito e calzato –.

17 Facezia XVII detta in una risposta dal Piovano Arlotto in corte di Roma. Trovandosi una sera a cena el Piovano Arlotto con uno grande maestro in Roma, viene a caso lì uno giovane nobile, ornato di molte virtù e costumi: saluta il Piovano e gli altri con grande riverenzia. Fu domandato il Piovano se lo conosceva; rispuose che sì, e dove e come era istato amicissimo di suo padre, nobile e gentile uomo, e più soggiunse il Piovano e disse: – Volete voi vedere se questo giovine è da bene e virtuoso come suo padre? Che al tempo di questo pontifice mai non poté avere cosa alcuna di degnità o d’alcun bene, e sonci cento gaglioffi ragazzoni non degni di scalzarlo che sono essaltati insino in cielo.

18 Facezia XVIII detta dal Piovano Arlotto confessando uno contadino. Nel popolo del Piovano Arlotto viene un contadino giovane, un giorno di mercoledì santo, e dice: – Piovano, io mi vorrei confessare. E fattolo inginocchiare lo domanda de’ peccati, de’ quali lo truova assai bene imbrattato; e in tra gli altri confessa avere fatto più di .200. furti a più persone, e a poveri ed a ricchi, e in tra gli altri dice: – Sono circa a mesi sei che in tre volte rubai a voi, una notte quando pioveva ben forte, istaia undici e tre quarti e mezzo di grano. Dice il Piovano: – Cotesto fu peggio, io me lo trovai ben quella notte meno e seppemene molto male. Seguitò di dire più peccati e grande numero, e quan- do per ispazio di mezza ora ebbe detto, si fermò e stava quasi attonito, né diceva alcuna cosa. Istato che fu così alquanto in estasi, disse il Piovano: – Che fai tu? non parli? che pensi? vòi dire altro? Sospirando ancora taceva. Un’altra volta lo dimandò: – Vo’ tu dire più alcuna cosa? Piangendo e singhiozzando disse: – Padre mio, il diavolo mi tiene che per vergogna non dico uno orribile e nefando e irrimessibile peccato, né mai me ne confessai, né mai credo Iddio me lo possa perdonare. Disse il Piovano: – Figliulo mio, io non voglio che tu facci più a questo modo; che peccato può esser questo che tu non vòi dire? Non sai tu che il nostro Signore Iesu Cristo patì in questo mondo tante passioni e tormenti e poi alla fine volle morire tanto vituperosamente in croce per noi miseri peccatori? E tanta è la misericordia sua, che sempre istà con le braccia aperte a ricevere i peccatori pure che si voglino confessare e pentire de’ loro peccati e con umiltà farne la penitenzia. Quantunque grave sia il peccato, sempre lo perdona: se tu avessi rubato ispedali, altari, e fussi istato assassino di mille uomini e commesso ogni grande male e tu te ne confessi e con divozione e con contrizione facci la penitenzia e ristituisca la fama e la roba di quello che puoi, Iddio clementissimo ti rimette il peccato; per amore suo voglimi confessare questo e ogni altro del qual ti ricordi; dì francamente e non dubitare. Stimava il Piovano che fussi qualche innaudito, nefando e irrimessibile peccato. Udendo il garzone tanto predicare disse: – Piovano mio, quantunque mal volentieri lo dica, pure ve lo confesserò. Quando io ero giovinetto d’età di .15. anni, per ozio e mala tentazione di carne, in pastura qualche volta mi menai il mio battisteo a spasso e detti- gli la biada in modo me ne presi gran diletto più e più volte. Cominciò a ridere il Piovano e disse: – Menati il batisteo quantunque tu vòi e piue non rubare; lascia istare la roba d’altri, e sopra ogni cosa rendimi el mio grano.

19 Facezia XVIIII detta dal Piovano Arlotto al vescovo antonino della civetta ch’era dove aveva a stare il corpo di cristo. Quello specchio di santimonia e di dottrina, frate Antonino degno arcivescovo di Firenze, venendo da vicitare, passa dalla pieve del Piovano Arlotto, el quale lo ’nvita a desinare, e disinato che ebbono, innanzi sua partita, gli mostrò la chiesa la quale di nuovo faceva murare. Era istato donato una civetta al suo cherico, il quale, come fanciullo e poco accorto, per difenderla dalle gatte la teneva in una buca dove era disegnato di fare il luogo del Corpo di Cristo. Di questo caso della civetta el Piovano non sapeva alcuna cosa. Andandosi a spasso veggendo la muraglia, passano donde era questo uccello, lo quale isvolazzò; guarda l’arcivescovo in quella buca e vede che è una civetta e con molte buone parole riprende e amunisce il Piovano no’ la debba tenere in quello luogo. Più per fare ridere lui e li altri, el Piovano non prese altra iscusa del non sapere lo errore del cherico e disse: – Monsignore, non vi maravigliate che quello uccello sia quivi, perché io non ho di bisogno di quello luogo: ché per la grazia di Dio io non adopero mai sacramenti, per cagione i miei popolani sono tutti tagliati a pezzi, impiccati, o vero muoiono di morte subitanea.

20 Facezia XX fatta nella Nunziata di Firenze dal Piovano Arlotto. Era uno fastidioso cittadino d’età d’anni cinquantacinque incirca, el quale per sua divozione ogni mattina andava all’ora di terza alla Nunziata benedetta, udiva una messa e con poca riverenzia s’inginocchiava a lato allo altare, cavavasi di capo uno suo cappuccio di rosato, con uno foggettino avvolto sempre per non lo logorare, e quello ogni dì – ché mai non mancava – poneva in sullo altare; poi, per la iscesa, masticava, biasciava e isputava li appiè dello altare e ogni mattina vi faceva uno guazzo in modo che averebbe quasi pieno uno boccale: ed era venuto in modo in fastidio a quelli frati i quali vi andavano a dire messa e a servirla che non si trovava quasi frate vi volessi andarla a dire più, quando colui v’era, né ardivano a dirli cosa alcuna perché pure era istatuale e riputato. Stando in questa ansietà, pensò il priore in che modo avessi a fare. Truova uno dì il Piovano Arlotto; e salutatisi, dice il priore: – I’ voglio che questa mattina voi vegnate per vostra divozione a dire una messa allo altare della Annunziata; e poi desinerete con esso noi a modo di frati, i quali siamo tutti vostri figliuoli ispirituali. Accettato il Piovano, venuto in sacrestia e paratosi, appunto era l’ora di terza, viene quello cittadino. Cominciato il Piovano la messa, colui, al suo usitato modo, pone il cappuccio in sullo altare, e comincia a sputacchiare. Guarda il Piovano questa incantata bestia e maravigliatosi della insolenzia sua e quasi, per lo istrepito del suo isputacchiare, non può finire quella messa. Quando è al Profazio che si distende così alquanto le braccia, fece un certo atto con la mano che e’ gli gittò in terra quello cappuccio e appunto lo fece cadere in su quello lago di quelli suoi isputi in modo che il cappuccio si svolse e tutto s’imbrattò e guastossi. Levossi su il cittadino tutto infuriato e andò in sacrestia e il meglio poté nettò il cappuccio. Ecco intanto il Piovano che ha finita la messa; e venutosi a sparare in sagrestia, disse il cittadino: – Piovano, questa mattina voi mi avete guasto questo cappuccio, ma io v’ho per iscusato che io so non ve ne accorgesti. El Piovano disse: – Se’ tu sì grosso che tu non creda che io m’accorgessi della pazzia e insolenzia e bestialità tua? Io viddi a punto quello che io feci: come non ti vergognasti tu a venire a porre il cappuccio e i tuoi pidocchi in sullo altare a lato al calice, e recere tutta mattina in modo io ebbi paura parecchi volte tu non m’empiessi il calice d’altro che d’acqua e di vino? Promettoti che se io ci avessi a venire tuttodì come questi frati, in poche volte io ti divezzerei di tal modo e costume. Andossene via il cittadino sanza più parlare e con ogni sua vergogna, e chiunche era in sacrestia ridendo; dettono i frati desinare al Piovano e ringraziaronlo dell’opera fatta al cittadino.

21 Facezia XXI detta dal Piovano Arlotto dicendo messa in San Lorenzo. Una mattina dicendo messa el Piovano Arlotto nella chiesa di Santo Lorenzo, era uno in tra gli altri audienti che diceva quasi forte come il prete, la messa. Era in certo tempo che non si diceva il Credo; e fornito che il Piovano ebbe la Gloria e quelle altre orazioni, e poi si viene al Credo, colui non sappiendo che quella mattina non si diceva entrò nel dire innanzi al Piovano e cominciò: – Credo in unum Deum patrem omnipotentem ecc. Voltossi il Piovano e disse: – Vedi che questa mattina tu non ti apponesti. Fece ridere ciascuno, e colui fu riputato una bestia.

22 Facezia XXII detta dal Piovano sopra la messa da cacciatori. Una mattina per tempo vengono certi giovani al Piovano Arlotto e dicono: – Piovano, noi abbiamo andare in certo luogo a noi assai importante e di fretta vorremmo che voi ci dicessi una messa molto presto: voi c’intendete, appunto, diteci una messa da cacciatori. Parasi il Piovano molto adagio e poi comincia, e detto lo introito e la confessione si ferma voltando le carte. Coloro si maravigliano del non seguire: né dice altro, e, stato uno gran pezzo a quel modo, non sapevano che farsi; e consumandosi per la fretta, dicono: – Piovano, che fate voi che voi non dite questa messa e non fate se non voltare carte? Disse il Piovano: – Questa mattina voi mi fate ismemorare; io ho cerco e ricerco, e non posso trovare in questo libro una messa da cacciatori. Se voi volete io ne dica una di quelle che sono in su questo messale, io la dirò; se none, mi starò e sparerommi. In effetto s’accorsono del loro errore e lasciarongli dire quella che correva quello dì.

23 Facezia XXIII: novella detta da Piero di Cosimo de’ medici al Piovano. Qualche volta, per usare l’opera di carità, el Piovano Arlotto andava a vicitare Piero di Cosimo de’ Medici il quale era attratto di gotti a letto e vedevansi volentieri ed amavansi e sempre dicevano insieme qualche piacevolezza. Uno giorno disse Piero di Cosimo questa novella al Piovano: come in Firenze fu uno calzolaio non molto ricco, el quale aveva una divozione di dire ogni mattina a buon’ora certe sue orazioni a uno altare che era nella Chiesa di Santo Michele Berteldi a uno santo Giovanni Batista che era in su detto altare ed era di rilievo, o di legno, o vero di gesso. Avendo durato molto tempo, ogni mattina all’alba del dì, deliberossi uno cherico cattivo e malizioso d’udire quello diceva il calzolaio a santo Giovanni la mattina così a buona ora. Una mattina entrò drieto allo altare e andò drieto alla immagine; viene il calzolaio e inginocchiasi innanzi a detta immagine, e dice così sotto boce in modo che il cherico udiva le sue orazioni, e poi dice: – O santo Giovanni, io ti priego che tu mi facci dua grazie: la prima, vorrei sapere se la mia donna mai mi fece fallo, e l’altra, quello che debbe essere d’uno mio figliuolo il quale io ho. L’intese il cherico tutto, e suavemente rispuose e disse: – Sappi, figliuolo mio, che per la tua divozione hai aùto lungo tempo in me, tu sarai esaudito; torna qui domattina e arai risposta corta, e va in pace. Andossene il goffo calzolaio e stimò che quello gli aveva detto quello cherico fusse istato santo Giovanni ed erane molto allegro. L’altra mattina di buona ora tornò il calzolaio per la risposta e, dette le sue orazioni, dice: – Santo Giovanni attiemmi la impromessa. El cherico s’era al modo usato nascosto drieto a santo Giovanni e in sua forma cominciò a parlare pure piano e così disse: – Servo mio, io ti rispondo che il tuo figliuolo sarà impiccato presto e la donna tua ha fatto fallo con più d’uno. Levatosi in piè il calzolaio, tutto infuriato si partì sanza dire altro; quando fu a mezza la chiesa si rivoltò e tornò a quello altare e, sanza inginocchiarsi né cavarsi di capo, disse: – Qual santo Giovanni se’ tu? Rispose il cherico, che ancora v’era: – Sono il tuo Giovanni Batista. Stimando il calzolaio fusse la voce della figura, disse con ira e stizza: – Sia col malanno e con la mala Pasqua che Iddio ti dia: tu non dicesti mai altro che male e per la tua pessima lingua ti fue tagliato il capo da Erode. So che tu non mi hai ditto il vero di cosa che io t’abbi domandata; io sono venuto qui ad adorarti bene .XXV. anni o più, non t’ho mai dato impaccio alcuno e promettoti che mai più ti tornerò a vedere.

24 Facezia XXIIII: novella detta dal Piovano a Piero di Cosimo de’ Medici. Detto che ebbe Piero di Cosimo la novella sopra iscritta al Piovano Arlotto, disse: – Voi mi siete debitore, pagate a vostra posta. Al quale rispuose il Piovano: – Io non ho debito alcuno e questo voglio pagare al presente, innanzi mi muova di qui. E cominciò una piacevole novella, innanzi si movessi, in questo modo: – Non sono ancora molti anni che in questa nostra città di Firenze fu uno povero buono uomo farsettaio il quale istava a bottega vicino allo oratorio di Orto San Michele, e ogni mattina, per sua divozione, veniva a una grande ora in detto oratorio e accendeva una candela innanzi a una figura di Cristo, il quale è dipinto giovinetto quando disputava con li sacerdoti del tempio e che la madre l’andava cercando, e innanzi a quello Cristo diceva ogni mattina il farsettaio certe sue orazioni devotamente. E avendo fatto così buon tempo di più che .XXV. anni, avvenne che uno dì istando un suo figliuoletto a vedere fare alla palla, gli cascò uno tegolo in sulla testa e ruppegliele molto malamente; fatti venire i medici e medicine in effetto il caso istava grave. La mattina seguente viene il farsettaio al suo usato modo in Orto Santo Michele e in iscambio d’una candela d’uno quattrino portò uno torchietto di valore d’uno grosso e postolo acceso innanzi a quella figura di Cristo e finite le sue orazioni disse queste parole: «Dolce signor mio Iesu Cristo, io ti priego renda la sanità al figliuol mio: tu sai che io non t’ho mai richiesto di grazia alcuna in forse anni .XXV. che io t’ho portato tanta fidelità, e tu medesimo ne sei vero testimonio. Io non ho altro bene che questo unico figliuolo il quale era ancora tuo devoto; se egli mi mancasse. io morrei disperato. Io mi ti raccomando». Di poi si partì; tornato a casa e quasi in quello punto el figliuolo passò di questa vita e morì. L’altra mattina di buona ora viene il farsettaio tutto afflitto, irato per la morte del figliuolo, ed entra in Orto San Michele e va ancora dinanzi a quello Cristo, tutto infuriato, né vi porta candela alcuna, né s’inginocchia, né dice orazione all’usanza, ma cominciasi a dolere e dice: «Io ti disgrazio, né ti voglio più venire innanzi; tu sai che più di .25. anni ti sono istato fidele: non ti domandai mai più grazia alcuna se non questa, e non me la hai voluta fare, né concedere. Se io avessi domandata questa grazia a quello Crocifisso grande che t’è vicino, io sarei istato meglio essaudito; promettoti di mai più non mi impacciare né teco, né con fanciulli, ché chi s’impaccia con fanciulli, con fanciulli si ritruova».

25 Facezia XXV: [risposta del Piovano ad uno frate tedesco]. Passa uno frate tedesco e domanda il Piovano Arlotto della via per andare a Roma e in latino sempre dice. Dice il Piovano che non lo intese: – Dixit dominus domino meo, sede a dextris meis. Che vòi tu dir qui? Erano certi contadini de’ suoi con lui, i quali vedendo questo atto, in fra loro dissono l’uno con l’altro: – Vedi tu come il nostro Piovano ha rimesso quello frate nella gramatica? Vedi che non ha voluto istare con lui a contendere in disputazioni e che di subito s’è ito con Dio? Parve al frate, quando il Piovano gli rispose per il contradio, e così altramente, che il Piovano gli volessi dare e però si fuggì via sanza più dire o domandare.

26 Facezia XXVI fatta dal Piovano in uno presente in vescovado. Messere Rainaldo degli Orsini nobile gentile uomo e antichissimo barone romano, e degno arcivescovo di Fi- renze, mandò in suo luogo a governare l’arcivescovado uno messer Francesco da Fermo, il quale si faceva de’ Guasconi, e stimando fusse uno uomo da bene e d’assai. Non più presto venuto in Firenze, cominciò a fare mille tirannie ed estorsioni a tutto il clero, e così durò parecchi anni. Alla fine, quando fu istato circa ad anni tre, vennono tante doglienze e lamentazioni al detto reverendissimo monsignor l’arcivescovo che, come intese il vero de’ portamenti tristi fatti in Fiorenze a suo caldo, come uomo da bene lo remosse. Ancora che fussi tardi, fece opera santa perché di già aveva munto tutto il latte alla capra: fu cosa manifesta che iniquamente rubò al clero più che ducati quattro mila de’ quali non seppe mai l’arcivescovo se non quando se ne fu fuggito via. Una mattina convitò il Piovano Arlotto a desinare; e accettato, il Piovano cognobbe di tratto che no’ gli dava desinare per carità, ma per cavarne qualcosa da lui. Non poteva usare estorsioni col Piovano perché non era nel suo vescovado; per questa cagione voleva vedere con piacevolezze di trarre roba o danari e non istimava li riuscisse in altro modo. Accortosi il Piovano del fatto, perché lo richiese di vino brusco, biada e caci, e in effetto volle gli promettessi come fussi alla pieve gli manderebbe qualche cosa, desinato che ebbe se n’andò a casa; e da lì a dua giorni, venendo uno suo contadino a Firenze, gli dette un paneruzzolo piccolo e tristo di valore di dua quatrini, dentrovi sei melo cotte, dua uova e uno poco di insalata e uno cacio piccolo e con esso una lettera al detto messer Francesco [e commisse al contadino] che, secondo loro costume, più per derisione che per altro, si facesse rendere quello paniere: e così fece il contadino. Ricevuto il presente e la lettera detto messer Francesco Guasconi alla presenzia di certi cittadini e preti, i quali s’abatterono lì e intesono chi lo mandava, parve a tutti detto Piovano poco istimassi messer Francesco e per allora non seppono la cagione. Il tenore della lettera iscrittali dal Piovano era questo: «Mandovi uno presente di quattro cose tra le quali è fra Cacio iscompagnato, per cagione ha aùto licenzia dal priore. Dovete restare però contento e paziente poi ch’al buon Iesu Cristo non ne fu fatto se none uno presente di tre».

27 Facezia XXVII fatta dal Piovano in Santo Spirito. Passa una mattina il Piovano per la chiesa di Santo Spirito e vede una donna che forte sospira e fa orazioni divotamente a una figura di santo Niccola da Telentino; la quale aveva durato forse un’ora a fare cento atti nello raccomandarsi e quasi istava attonita. Va il Piovano e pigliala per il capo e volgela verso uno grande Cristo crocifisso che è quivi da lato e dice: – Non vedi tu matta che errore tu fai? Raccomandati a costui che è il maestro e puotti meglio aiutare che ’l discepolo.

28 Facezia XXVIII fatta alla pieve sopra i porri, per una parola che è nello evangelo. Dicendo una mattina messa il Piovano Arlotto nella sua pieve, disse quello Evangelo secondo santo Luca, quando Cristo cenò in casa di Lazzero, Maria Magdalena e Marta, in quello castello chiamato Magdalo e quando quelli contadini intesono quelle parole di quello Evangelio dove dice: Martha, Martha, sollicita es et turbaris erga plurima: porro unum est necessarium, stimarono quelli contadini che il Piovano dovessi dar loro uno porro per uno perché era istato dato loro a credere così s’avesse a fare per divozione. E levato che si fu dallo altare e fornito la messa, di subito lo domandorono [per che cagion non dava loro el porro]. Rispuose che non diceva quella parola porro perché avessi a dare loro uno porro, ma che quella parola aveva detta era una parola dello Evangelio e che porro voleva significare «certamente» e che Iesu Cristo voleva dire a Marta, che era una di quelle sorelle di Lazzaro, che Maria Magdalena era la vita contemplativa e Marta la vita attiva, e però dovesse fare l’uficio suo; che Maria Magdalena faceva opera santa, quantunque a lei non paressi forse così; e ch’ella aveva eletta l’ottima parte la quale mai non le poteva esser tolta, e sanza questa la vita attiva non si può ministrare. E dichiarato quello ebbe loro per dottrina di predicatori, perché, come innanzi t’ho detto, non sapeva lettere, non sapeva leggere se none in sul suo messale e, per predica avesse fatto loro, quelli contadini non lo volevano credere, ma istimavano forse lui facesse per non volere dare loro il porro, né per predicare, né per altra cagione non potendo trarre loro dal capo quella pazzia, fu di nicistà che lui promettessi la domenica vegnente dare loro questo benedetto porro. E venuto la domenica, el Piovano aveva proveduto a uno grande fastello di porri; e finito ebbe la messa, tutti quelli contadini, uomini e donne, piccoli e grandi, ciascuno venne per uno porro con grande divozione. A quella messa era venuto tra gli altri uno uomo dabbene e litterato, e vedendo questa pazzia del porro comincia a biasimare il Piovano, né sapeva l’origine nella bestialità di quelli contadini, in modo che credeva che il Piovano ne fussi istato lo ’nventore; e volendosi iscusare con quello giovane, tutti quelli contadini, uomini e donne e fanciugli, feciono uno grande romore, e volendo lui biasimare il Piovano, piue infuriorono con dire lui era eretico a non credere le cirimonie faceva il Piovano. E doppo molte grida e villanie lo cominciorono a battere e percuoterli quelli porri per lo capo e per il viso in modo non ne rimase loro uno in mano; e se non fussi che il giovine si fuggì, l’averebbono morto con quelli porri e sassi per non volere credere il dare il porro.

29 Facezia XXVIIII detta in Pisa a’ consoli del mare per fare liberare uno suo amico che era inquisito da loro. Per certa suspecione di guerra che avevano e’ Fiorentini co’ Genovesi, non era sicuro il mare di Pisa, né di tutta ispiaggia romana, in modo non poteva venire alcuno navilio sicuro; di che risultava danno assai a’ Fiorentini e Pisani, e a tutto il paese era grande incomodo. Per questa cagione presono al loro soldo messer Bernardo Villamarina capitano marittimo e corsale in quelli tempi famoso, il quale aveva una buona armata di navi e di galee e, per buono soldo aveva dai Fiorentini, teneva sicura tutta quella spiaggia, che ogni navilio, quantunque piccolo fussi, a Pisa sicuro veniva incolume. Dalli fiorentini sono mandati alcuni uficiali come è Capitano, Podestà, Proveditore di gabelle e altri tra’ quali vi viene uno magistrato più eccellente di tutti e questi sono i Consoli del mare, il quale è uno ufizio di tre uomini di grande autorità e hanno la cura di tutta la città, appartenente in mare e in terra. Istando le cose in questi termini avenne che messer Bernardo Villamarina detto malò d’una grave infermità. Intesosi in Firenze il caso fu in dispiacere a tutti i citta- dini perché istimavano il detto capitano assai e di subito si mandò per quelli magistrati e medici e medicine e remedii e quanti si puote, e mandoronli a Pisa e iscrissono alli tre Consoli che con ogni diligenzia si sforzassino d’adoperare l’uomo guarisse e non guardassino in danari né in alcuno ispendio, e così feciono. Poté più la malattia grave che li remedii si facevano, in modo passò di questa vita e morì in galea in Arno in Pisa, né mai volle iscendere in terra e dicevasi che era istato più che anni .XXX. che mai non aveva dormito in terra. Aùto i fiorentini la siconda novella della morte feciono fare quattro ricche bandiere con le arme del populo e comun di Firenze e mandoronle a Pisa per onorare il corpo e iscrissono a’ Consoli che adoperassino con ogni loro isforzo di farli uno ossequio bellissimo, per quanto si poteva fare in quello luogo, sanza alcuno rispiarmo di danari e così fu fatto per li detti Consuli in modo che saria istato bastante a uno imperadore. Avevano fatto fare li detti Consuli la cera a uno Francesco di Manetto da Firenze, il quale era antico ispeziale e riputato molto uomo da bene. Per invidia fue fatto avvedere e intendere a’ Consoli come lui aveva falsificata quella cera, con dire quando ella ardeva in chiesa iscoppiava forte in modo pareva una vergogna. Inteso questo caso i Consuli mandorono per Francesco di Manetto ispeziale e con villanie e con minacci gli dissono tutto il caso. Benché Francesco difendesse la causa sua il più che potesse, niente di meno poco giovava perché poteva più la invidia de li uomini maligni, i quali accusavano, molestavano, infestavano Francesco, che la sua innocenzia nonché li buoni uomini i quali intercedevono, pregavono per lui. Era istata la contesa lunghi giorni, di modo pareva essere istati accertati e informati li Consuli che al tutto deliberorono di condannare Francesco in ducati dugento d’oro e nella valuta della cera che era istata a .1800. libre. Non giovava la innocenzia, nè alcuno amico, in modo Francesco era al tutto disperato; e non avendo rimedio, più non sapeva che farsi. A’ Consoli non pareva fare ingiustizia a Francesco, iustificandosi loro per tanti testimonii, i quali mostravano e accertavano quella cera esser falsa. Non erravano e’ Consoli perché di quella materia non si intendevano e bisognava ne stessono al giudicio d’altri. Istando le cose in questi termini, viene appunto la mattina il Piovano Arlotto da Firenze, che ’l giorno poi s’aveva a dare la sentenzia, e salutato che ebbe Francesco, disse: – Andiamo a bere alla malvagìa perché io sono ancora digiuno. Stando Francesco di malavoglia, né aveva quasi risposto al Piovano, il quale forte si maravigliava del non li avere fatte le usitate carezze con quella piacevolezza soleva ed eziam del non volere andare a fare carità insieme con lui. Di tutti quei gesti e modi insoliti di Francesco era forte ammirato il Piovano, il quale ancora una altra volta lo invitava; e non volendo accettare e vedendolo così istare attonito, disse il Piovano: – Io delibro di volere sapere quello che questa mattina tu hai. Al quale Francesco disse tutto il caso, del quale il Piovano fece una poca istima e disse: – Ècci egli altra cagione per la quale tu istai sì attonito? Rispose Francesco: – Piovano, non vedete voi s’io ho da stare di malavoglia? Or porrè’ io avere più tristo e doloroso caso alle mane? Non vedete voi che in uno tratto i’ mi veggo perdere ciò ch’io ho acquistato in cinquanta anni io sono istato in questa terra e sopra ogni altra cosa l’onore, il quale mai più non posso racquistare? Rispose il Piovano: – Dimmi il vero, ha’ tu errato? Disse Francesco: – Certamente non ho errato, nè mai pensai d’ingannare persona, né fare alcuna falsità. Chi mi conosce meglio di voi? Ridendo il Piovano prese Francesco sotto il braccio e disse: – Andiamo a bere: io mi credevo che tu avessi qualche dolorosa nuova. E andati alla malvagìa e fatta carità insieme disse il Piovano: – Vattene a bottega e io voglio andare a spacciare mie faccende; e aspettami a desinare. E andati ciascuno a suo cammino, vassene il Piovano allo Ufizio de’ Consoli ed dice allo loro famiglio che e’ gli dica che il Piovano vorrebbe loro parlare. Entrò dentro il famiglio e fece la imbasciata e non ebbe altra risposta; e istato ad aspettare più che mezza ora, disse il Piovano al famiglio: – Facesti tu la mia ambasciata? Rispose: – Sì. Disse il Piovano: – Come dicesti tu? Rispose il famiglio: – Io dissi: «E’ gli è qui uno prete che vorrebbe parlare allo Ufizio», e non mi risposono alcuna cosa. Disse il Piovano: – Fammi il servigio una altra volta e di’: «Gli è qui il Piovano Arlotto, il quale vorrebbe parlare allo Ufizio». E così fatto il famiglio, di subito e’ Consoli feciono aprire tutta la porta ed entrare dentro il Piovano; e vollono sedessi al lato loro e con lui presono iscusa dello avere fattolo troppo aspettare e come era istato colpa del famiglio per non avere nominato la qualità della persona; e dissono: – Che domandate voi al nostro Ufizio? Siamo disposti a farvi a piacere. Rispose il Piovano: – Se io non fussi istato certo di cotesto, non ci arrivavo. Sono volentieri venuto a voi questa mattina perché io so vengo innanzi a uomini giusti e buoni e per cagione giusta, lecita e onesta; e, in quanto troviate sia così, vi priego vi sia in piacimento volermi servire E disse: – Signori Consuli, io sono oramai vecchio come vedete, e ho veduto a’ miei giorni di grandi e infiniti errori, tra’ quali questi dua vi narrerò mi paiono i maggiori. Non è molto tempo che a Firenze fu incolpato uno povero uomo pizzicagnolo o treccone, o come lo vogliate chiamare, che faceva le salsicce e tra buona carne mescolava carne d’asino e di cavallo, e quelle vendeva per buone. Ebbe tortura e martorio: fue condannato in buona somma di danari, fu immiterato, iscopato e incarcerato per certo tempo nelle Istinche. Dico che gli fu fatto uno grande torto; e in quello tempo non ero in Firenze, ché se io vi fussi istato, certamente io l’arei difeso innanzi a ogni magistrato, perché io voglio sostenere contro a ogni collegio di dottori che costui non aveva errato. La difesa è chiara e manifesta: io domando ogni intelligente, se costui toglieva le budella piene di fastidio, e quelle votava, lavava e nettava ed empieva di carne di porco, e con quella mescolava carne d’asino o di cavallo, e perché paressono migliori vi metteva pepe e altre ispezierie, che falsità era adunque questa, a votare le budelle di quel fastidio e riempierle di migliore cose assai che e’ non ne cavava? Certamente non sarà uomo sì intelligente, né alcuno altro pieno di ignoranzia, che giudichi mai questa essere istata falsità. Ma se quello vi metteva fussi istato più tristo che ciò che ne cavava saria istata malignità e inganno assai grave. L’altro sicondo grave errore ch’io ho veduto ai miei dì dipende dinanzi a questo vostro magistrato. Io intendo le vostre Signorie vogliono aspramente condannare Francesco di Manetto, vostro cittadino e artefice, per cagione, dite, ha falsificato tutta la cera fece per vostra commessione e comandamento per la onoranza dello ossequio fatto per messer Bernardo Villamarina. Signori, e’ non sarà mai uomo intelligente che abbi cognosciuto Francesco, come ho io e infiniti uomini dabbene, che in alcuno modo si persuadino che Francesco in sua vecchiezza abbi commessa questa falsità. Lui è istato circa d’anni cinquanta o più in questa città, nella quale venne ad abitare ne’ teneri anni, né mai da puerizia ne da gioventù né da vecchiezza che possi dire con verità che Francesco in alcuno modo commettessi mai alcuna malignità né falsità; né mai, né da ciancie né da dovero, fu constretto, né mai fu richiesto ad alcuno magistrato e ha sempre ministrata ed essercitata l’arte sua con fede e sanza alcuna macula. E di questo ne può esser testimonio tutta Pisa ed eziam grande parte di Fiorentini. Quale sarà quello ignorante o insensato che mai si creda che ora in sua vecchiezza avesse falsificata quella cera? Certamente non veruno. Se voi essaminate bene questo, voi troverrete Francesco essere uno buono uomo e dabbene, né in lui regnò ma, alcuna avarizia e sempre è istato liberale e uno ricettaculo di tutti gli uomini dabbene che vengono in questa terra, e massime de’ Fiorentini. Sono certissimo che in questo andrete adagio, perché siete uomini giusti e buoni e non presterrete orecchi alli invidiosi e maligni uomini i quali hanno inniquamente incolpato ed accusato Francesco. Bisogna voi vi istiate alla fede de’ testimonii, perché di questo mestiere della cera non ne siete intelligenti, né potete darne iudicio se none per bocca d’altri; voglio sostenere, contro a quelli che vi hanno accusato Francesco, che è istato per una di dua cagioni: o per loro malignità e invidia hanno contro a Francesco, o vero per non si intendere delle cose. Se è per invidia e loro malignità so già che le vostre prudenzie l’hanno cognosciuta; se è per ignoranzia, ch’essi credino la cera esser falsata per iscoppiare e fare rimore in chiesa quando ardea, dico che questi tali accusatori non hanno retto giudicio, né sanno quale sia istata la vera cagione romoreggiare a cera quando ardeva, né ancora voi vedete né sapete la vera cagione, la quale è questa: in Italia e qui si sa molto bene chi è istato messer Bernardo Villamarina, e le vostre Signorie sanno che vita ha menato; insino a questa sua morte è istato il più eccellente capitano marittimo che a’ suoi tempi si sia trovato e il più valente corsale e il maggiore si sia trovato in acqua salsa a questa nostra età. È piaciuto a Dio di chiamarlo a sé ed è morto in questa città, dove non ci ha aùto ne parente né amico che non gli abbia desiderato la morte. Uno suo nipote desiderava la morte sua per insignorirsi di quella armata; gli ufiziali e i compagnoni desideravano la morte sua per mutare e per avere nuovi patti e migliore condizione col nuovo capitano; le ciurme e i marinai per esser liberi ed uscire di tanta servitù in quanta sono istati lunghissimi tempi. Non è istato persona l’abbi pianto, perché qui non aveva altri parenti né amici i quali si sieno curati di sua morte; e forse se e’ fussi morto in Catalogna sarebbe doluto a qualche uno o a qualche suo parente, o almanco qualche donna a lui appartenente l’averebbe pianto e gittato almanco qualche lacrima. Mossa adunque da compassione quella cera accesa, e veduto tanta crudelità e durezza ne’ cuori delle genti che in chiesa si trovavano e, quantunque quella fussi piena d’assai popolo, non v’era nessuno che si lamentasse né gittassi una lacrima; cominciò forte quella cera a lacrimare e a gridare, a stridire e condolersi della morte di quello corsale ed egregio marittimo capitano, e non fu la malignità di Francesco; e con vero non si troverrà mai abbi fatto alcuna falsità in detta cera, e se con diligenzia ricercherete il vero, questa fue proprio la cagione di fare istridire la cera ardente in quella mattina, e non altra, e troverrete Francesco sempre essere istato buono e dabbene, e coloro che lo hanno accusato troverrete essere istati il contradio. Ma, invidiosi e maligni, o veramente non hanno inteso il fondamento di questo caso, o per l’una o per l’altra cagione si vede vostre Signorie hanno aùto da loro mala informazione –. Finito che ebbe il Piovano il suo sermone, il quale piacque a dua de’ Consoli assai, l’altro che era alquanto dispettoso rispose al Piovano che voleva che Francesco fussi gastigato; gli altri due ringraziorono il Piovano e dissono: – Che domandate voi a questo Ufizio? A’ quali rispose il Piovano: – Ragione e giustizia e ispaccio, e priegovi vi sia racomandato Francesco in modo paia la mia venuta nelle cose iuste gli sia giovata. Di quivi a due dì mandarono per Francesco e pagaronlo di tutta la cera che aveva data loro per detto ossequio; e quello liberorono per rispetto al nostro Piovano, il quale mostrò la iustizia richiedea Francesco fussi liberato e assoluto.

30 Facezia XXX fatta sopra alla morte di Lionardo Aretino. Passa il Piovano Arlotto dallo Uccellatoio e parla con Agnolo oste di sue facende; e poi iscende da cavallo e va nella istalla e giugne uno tutto affannato e pieno d’ansietà e saluta il Piovano e dice: – Per lo amore di Dio, pagatemi una mezzetta ché io ispasimo di sete. Maravigliossi forte il Piovano e disse: – Non siete voi messer Lionardo d’Arezzo? Rispose: – Sì, sono. Risponde il Piovano: – Che fate voi qui sì a buona ora e che vòle dire voi siate così solo e con tanto affanno? Risponde: – Non vedi tu ch’i’ sono morto, cammino via e non posso istare con voi; e sono in tanta calamità che io ispasimo di sete e non ho di che pagare uno poco di vino? Sicché, soccorretemi. Dice il Piovano: – Può egli esser questo, che in questa morte voi abbiate lasciato, secondo che è oppinione di molti, tante possessioni e case che ascendono alla somma di ducati ventimila e tra libri, masserizie e gioie e veste di valimento di più che .XXV. mila e di ducati contanti più che .XXX. mila? Dove è la sapienzia, la scienzia, la dottrina, le eloquenzia delle lettere greche e latine? Dove è il modo del dir ciceroniano il quale illustrava tutto il mondo? Può egli essere che la Fama e queste tante Muse vi abbandonino, le quali tutte vi obbedivano, e che voi ve ne andiate ora in tanta calamità? Risponde l’anima di messer Lionardo: – Piovano mio, i’ ho lasciato molto più roba ancora e più tesoro che voi non dite, e promettovi in tutto che da ognuno in tutto sono abbandonato e di là non posso portare tanto di valore che vaglia uno solo picciolo; e lascio il corpo e ogni mio avere. Sì che voi che rimanete, vi conforto che voi attendiate a istare bene con Dio e a darvi piacere e buon tempo in mentre che vivete in cotesto mondo. perché alla vostra morte voi non ne potrete portare cosa alcuna. Vedete come è avenuto a me. Oh me misero! Pensate come io istò. Io me ne vo, e non so dove io mi abbia ancora a essere giudicato, perché io non sono ancora ito dinanzi al giudice. Triemo, aghiaccio, ardo, né so ancora chi è che mi abbi a giudicare: forte dubito del fatto mio, perché io so che vita io ho tenuto, e massime del peccato della avarizia, ché per acumulare roba e danari ho fatto ogni tristo contratto, ho durato assai fatica e mai non mi trassi una voglia e lascio ricchi i figliuoli miei e sa Iddio quanto la terranno. Fatevi con Dio, Piovano mio, rimanete in pace, godete, datevi buon tempo e non fate come ho fatto io –; e partissi. Rimase il Piovano tutto spaventato e istette tutto attonito per ispazio d’uno quarto d’ora, e ritornato in sé montò a cavallo e venne a Firenze e giunto in casa si rivestì prestamente e andò a trovare ser Domenico da Figghine e il Luta, che sono dua buoni compagnoni, e narrò tutto il caso, sempre piangendo e dolendosi in che modo era incontrato a messer Lionardo; e disse: – Pigliamo essemplo alle ispese altrui, attendiamo a godere e fare e presseverare in bene. Vedete che poi alla morte in quello altro paese non ne possiamo portare cosa alcuna; io per me voglio osservare quello detto di quello santo uomo, frate Giacopone da Todi, il quale in una sua lauda, la quale è piena di sentenzie e di moralità, che dice in questo modo: Tanto è mio Quanto io godo e do per Dio E feciono carità insieme alla malvagìa e con proposito in quel punto d’adoperare bene e sempre di godere.

31 Facezia XXXI fatta in galea dal Piovano Arlotto in difensione d’uno dappoco. Come io t’ho detto nel proemio della vita sua, qualche volta il Piovano in sua gioventù diceva qualche cosa lasciva, come sarà questa. Un dì in galea sendo a mangiare a una tavola con certi compagnoni, i quali l’avevano messo in mezzo, e passati i colpi mortali e avendo quasi disinato, cominciano a parlare dua insieme. L’uno soprafaceva l’altro di parole ingiuriose e villane: non si sapeva difendere. Cominciò il Piovano a pigliare a difenderlo e rispondere per lui contro a quello superbo e villano; e seguitando le villane parole, disse: – Tu se’ uno tristo. Rispose il Piovano per quello dappoco: – Egli non è tristo, ma conoscegli. Ancora seguendo, quello maligno gli dice: – Ti doverresti ben vergognare: tu sai ch’io so che tu atterri il porco. Risponde il Piovano per quello medesimo e dice: – E’ non lo atterra, ma egli gli gratta il corpo tanto che cade. Una altra volta gli dice, non si crucciando: – Dimmi il vero, cadestù mai in quello errore? Non sappiendo egli rispondere, dice il Piovano: – E’ non vi cadde mai, ma qualche volta e’ vi s’è posto su pian piano. Per queste facezie da ridere non era però il Piovano vicioso di peccato orribile di soddomia; ma perché era universale in ogni cosa, pareva alla gente fusse conseguente all’opera come in le parole.

32 Facezia XXXII disse il Piovano nella novella de’ tordi. Uno prete amicissimo al Piovano Arlotto lo infesta di volere andare in galea con lui; dice il Piovano: – I’ te ne isconforto assai –; assegnandoli infinite ragioni per le quali non vi dovessi andare. E doppo uno lungo sermone li narrò tutta la novella de’ tordi, come a grande moltitudine di tordi venne voglia di cercare loro ventura e al tempo dell’uve e de’ fichi si missono in cammino e la prima posata feciono in suso l’Alpi; e, vedendo questo grande nugolo d’uccelli, li paesani feciono certe rete e lacciuoli in modo ne presono qualcuno. Di poi iscesono e vennono in Mugello, dove trovorono assai migliore pastura e d’uve e di fichi, e poi passorono giù nel piano di Firenze e nell’uno e nell’altro luogo trovaron sempre miglior pastura, e con assai artiglieria ne furo gran moltitudine presi da quelli del paese. Di poi passorono in Val di Pesa e in Val d’Elsa, e in quelli luoghi trovarono numero infinito di fichi e d’altri frutti e tutti quelli paesi ripieni di boschi di ulivi e di molti altri beni per loro, in modo che quella parve loro una vantaggiata istanza e conchiusono e giudicorono essere il migliore paese e in quello avere trovato il migliore pasco che in altro luogo; dove con lacci e con panie, frugnoli, ragne, ragnotti e molti altri arteficii e varii istrumenti ne furono presi grandissima moltitudine in uno numero sanza fine, in modo piccolo numero restorono e tornoronse a casa loro donde s’erano partiti. E salutati quelli altri pochi erano restati, e’ quali dissono con una certa invidia: – Voi siete tornati grassi e con molti novi visi, buon pro vi faccia. Noi meschini, che rimanemmo qui a stentare a ghiande e con poca pasciona, siamo deboli e con tristi visi e quasi morti di fame A’ quali rispuosono: – Isciocchi e insensati, non vedete voi lume? Dovete pure avere qualche intelletto. Non ponete cura al piccolo numero siamo tornati a casa? Non vedete voi che di noi sono istati presi e morti tanto infinito numero che di noi non è ritornato a casa uno per migliaio? E noi meschini che siamo tornati, se voi vedessi o intendessi le pene e li affanni, e’ pericoli, le corse, sassate, mazzate abiamo aùto, le paure grande, ve ne verrebbe una compassione! Non vi venga voluntà d’andare fuori come noi, ché so ve ne pentirete; non sappiamo se voi iscampate e credo farete proposito di fare come noi che non vi vogliamo ma’ più ritornare – Così dico a te, del venire meco in galea, che tue sia savio e che tu non venga per mio consiglio, perché pochi ne fanno bene e se tu volessi dire: «O voi che v’andate ogni dì, se non facessi bene non vi andresti», i’ ti rispondo che de’ mille non ne troverrai uno di mia qualità, e ancora non sai i guai che io ho patiti e i pericoli che io ho passati e a che modo io ho fatti i guadagni. Se sapessi la metà, te ne verrebbe compassione, né mai ragioneresti di tal cosa e in tutto per sempre te ne fuggirebbe la voglia.

33 Facezia XXXIII: fatta una natta al Piovano di Cercina. Viene una mattina il Piovano Arlotto a desinare con messere Antonio Piovano di Cercina alla sua pieve di Cercina e dice, desinato che ebbono: – Andiamoci a stare questa sera alla mia pieve di Maciuoli; il mio santo Cresci benedetto so che ci farà grazia che noi in questa sera goderemo qualcosa di buono. Messere Antonio mai non restava d’imbolare mai qualcosa al Piovano Arlotto, di farli qualche natta, in modo che il Piovano quasi non se ne poteva né sapeva difendere; e trovandosi a Cercina, dove messer Antonio aveva molti maestri di legname e di murare e molti ferramenti, e come hanno desinato, si mettono in ordine per volere andare alla pieve di Maciuoli. Mettesi il Piovano Arlotto uno suo mantellone lungo e segretamente va in una camera dove erano d’assai ragioni di ferri; e alla cintola intorno, sotto il mantello, si cinse forse .XL. libre di più ragioni di ferri, come sono campanelle da usci, chiavistelli, arpioni, toppe e chiavi, e di molti altri ferri; di poi si partirono da Cercina e vanno a Maciuoli pieve del Piovano Arlotto; e quando sono presso, dice egli a messer Antonio: – E’ mi parrebbe che oramai noi ci dovessimo emendare di qualche nostro errore. Noi siamo pure tutti a dua vecchi e sapete come noi istiamo insieme: voi mi avete fatto qualche natta e io a voi, ed abbiamoci tolto di molta roba l’uno all’altro, quando per motteggi e quando per tristizia, e abbiamo fatto di grandi danni l’uno all’altro. Benché voi ne avete fatti più assai a me che io a voi, non di meno vorrei che ci assolvessimo l’uno l’altro e che chi ha tenga, e chi ha aùto il piggiore, suo danno. Messer Antonio subito rispose essere contento, perché e’ sapeva che il Piovano Arlotto aveva riceùto più danno di lui venti volte, e così rimasono in conclusione di fare. E come furono scavalcati ed entrati in chiesa el Piovano Arlotto con le debite cerimonie e messer Antonio si assolverono l’uno l’altro insino a quel punto d’ogni e qualunque offesa fatta e roba che si avessino tolta l’uno a l’altro; e che chi più avessi perduto, suo danno, e così chi avessi tenessi con buona coscienzia. E baciatisi in bocca e uscitisi di chiesa, di subito il Piovano si cavò il mantello e mostrò a messer Antonio i ferramenti toltigli a Cercina e disse: – Messere Antonio mio, e’ s’intende ancora l’assoluzione per questi i quali io vi ho tolti questa mattina a Cercina; vadia l’uno per l’altro.

34 Facezia XXXIIII detta in casa Francesco Dini sopra alla malvagia per parabola. Vanno il Piovano Arlotto e Bartolomeo Sassetti a desinare con quello uomo dabbene di Francesco Dini; e postisi a mensa disse Francesco: – Piovano, io ho della malvagìa; voletela voi innanzi desinare o poi? Non rispose se non per parabola e disse: – La beata Vergine Maria fu vergine innanzi al parto, nel parto e doppo il parto. [Intese Francesco e] come uomo intelligente e magnifico non volle a tavola fusse altro che malvagìa.

35 Facezia XXXV fatta al ponte a Sieve dal Piovano faccendogli freddo. Tornando il Piovano Arlotto di Casentino una domenica sera alloggiò a una osteria al Ponte a Sieve, tutto molle, istracco e pieno di freddo e di fango perché tutto quello giorno non finì di piovere e così tutta la notte seguente. Smontato da cavallo vassene a uno grande fuoco gli aveva fatto l’oste, dove erano forse trenta contadini, perché invero oltre al piovere era freddo; e sempre il dì e la sera delle feste è loro usanza di fare ridotto all’osteria a bere, a giucare, e dire di quelle loro novellacce e bugie. Stavano quella sera fitti a quel fuoco intorno e quasi al Piovano a dosso, in modo che il povero uomo non si poteva né rasciugare né riscaldare né ancora a mala pena rivolgersi; né giovava il dire dell’oste né il suo, ché quelli contadini non si volevano partire. Indegnato il Piovano immaginò in che modo potesse levare quelli villani da quello fuoco. Cominciò a stare maninconoso e afflitto; non si rallegrava, non parlava, non motteggiava. Di questo forte maravigliandosi l’oste, che cognosceva che ’l Piovano sempre soleva istare lieto e giocondo, e che quella sera appena non parlava, disse: – Piovano, che avete voi questa sera che voi istate così in èstesi? che mi pare impossibile e contro a vostro costume e natura, ché sempre solete istare lieto e iocondo. Se voi vi sentite male o briga alcuna, ditelo, che non è cosa che io e tutti i mia parenti non adoperassino per voi –, istimando l’oste che non avessi riceùto qualche villania da qualcuno in Casentino, perché quelli contadini sono mali uomini. Rispuose il Piovano: – E’ m’è avvenuto uno tristo caso che m’è cascato di questo carnaiuolo circa a quattordici lire di moneta e dicianove fiorini larghi, ma io ho isperanza di ritrovarne qualcuno, perché io so non gli ho perduti se none da cinque miglia in qua; nel tal luogo io bevvi, e nel montare a cavallo da lì a mezzo miglio che io ero isceso per spandere acqua, il carnaiolo si stracciò a una bulletta dello arcione, e quelli danari mi sono cascati a poco a poco di quello luogo dove è rotto il camaiuolo, e so che per il tempo niuno è venuto drieto a me. Voglio uno servigio da te che domattina a buona ora, se non piove, che tu venga meco, o mandi ch’io so, a ritrovarne qualcuno. Non più chete queste parole, si viddono partire quelli contadini piano piano, a dua, a quattro, a sei, e non ve ne restò veruno, e tra loro feciono uno certo pissi pissi ed insieme consigliorono che in quel punto si dovessi andare a cercare di quelli danari per rubarli al Piovano. E di subito con fiaccole e lanterne e con capperoni, non curando il mal tempo, ché forte pioveva, andorono a cercare di questi danari – e tra loro fu uno figliuolo dell’oste e dua suoi nipoti –; i quali ebbono la mala e pessima notte, e più di tre n’amalò di pessime febre, e il nostro Piovano istette al fuoco largo e triunfò, e quelli contadini trovorono i danari in sogno. L’oste la mattina gli volle donare lo scotto e voleva andare adiutarlo a cercare, e non sapeva che quelli villani vi fussino iti la notte.

36 Facezia XXXVI fatta dal Piovano in una risposta a Bartolomeo Sassetti. Bartolomeo Sassetti, nostro cittadino da bene e grande e leale mercatante, amicissimo al nostro Piovano Arlotto, un dì gli dice di questo andare alla taverna come lui sia grande incarico e che egli se ne voglia astenere. Disse il Piovano: – Io accetto cotesto ricordo come da caro amico, come io so che sempre mi se’ istato, e veggo che fai l’uficio dello amico. Altra volta io fui a queste dispute per questo caso con quella felice memoria di quello ispecchio di santimonia e vaso di somma dottrina di frate Antonino arcivescovo di Firenze, dal quale io ero cordialemente amato, col quale avevo familiarità grande; e uno giorno mi dice di questo caso della taverna e riprendemene proprio per carità, come fai al presente tu: quello rispuosi a lui, in quello medesimo tenore dico a te, Bartolomeo mio. Io ho una casa, come tu sai, e già l’ho tenuta aperta; per due volte io vengo la settimana qui in Firenze, logoravo l’anno più che staia cinquanta di grano e barili di vino più che sessanta, sanza olio, sale, legne, carne, cacio e altro, e feci conto io consumavo l’anno più che cinquanta fiorini, e dodici larghi ne traggo della casa mia ogni anno di pigione, che fa la somma di fiorini settantadua, i quali venivano in danno della piove. Tu sai io sono compagnone e per questa cagione quanti compagnoni erano in Firenze mi correvano drieto a cena e a desinare; e ora è il contradio, ch’io vo a casa loro. E tutti i contadini de’ nostri paesi e loro famiglia, tutti ricorrevono a casa mia: le quali mai non arei cacciate ed ora vanno a casa altri o all’osteria. Mai non mi potevo riposare, né dire uficio, né avere veruna mia consolazione. Ora vengo più di rado in Firenze, vo a casa una mia parente, albergo, desino con questo, ora con quello, vengono mia amici e compagni marinai; né loro ne io abbiamo casa né tetto: menanmi alla taverna per amicizia ed io vi vo per carità ed il più delle volte loro pagono per me; e alcuni uomini da bene e artefici, i quali s’io non fussi prete mi merrebbono a casa loro, e nondimeno vogliono s’usi l’atto della carità, menonmi alla taverna; mangiamo e beiamo onestamente e non più che il bisogno, e pagano per me. Non vivo per golosità, non per malignità, ma solo per carità e per contento delli amici; e che male è, che peccato, che vergogna adunque è questa? Trovato l’arcivescovo Antonino io ebbi detto il vero, rimase paziente; quando non conseguisse altro che, di .72. fiorini io ispendevo a tener casa, io non ispendo l’anno cinque, adunque, oltre agli altri beni, ne conseguisce che la chiesa n’è di meglio più che .5o. fiorini l’anno. Così voglio rimanghi paziente ancora tu, ma io ti voglio accertare che tutti li uomini lieti, tutti quelli che giurono al corpo di Dio, tutti quelli che vanno alla taverna, tutti quelli che non graffiano i santi e che non si picchiano il petto, tutti quelli che ridano e che non pigolano, tutti quelli che non torcono i loro colli torti, sono uomini regali, giusti e buoni. Ma, Bartolommeo mio, guardati da chi ode dua messe per mattina, da chi giura «per la coscienza mia»; da quelli che nello annoverare dicono «ventinove e trenta, lodato sia Iddio», sta con lo occhio aperto che non dicono poi «quarantuno e quarantadua »; e ancora da quelli che ghignano e non ridono, da quelli che torcono il collo e tengono gli occhi bassi alla terra; tutte queste gente, cioè poveri uomini, che vanno alla taverna, sono ottime persone, sì che non me ne riprendere più. Non credo che sieno ancora tre mesi interi che, per lo andare io alla taverna, feci dua pace, una di morte di uomini e l’altra di feriti –.

37 Facezia XXXVII fatta dal Piovano Arlotto allo Uccellatoio sopra alli iscotti segnati nel muro. Quello nobile uomo di messere Falcone da Roma, venendo d’oltre a’ monti, credo di Francia, giunge alla Iscarperia di Mugello e manda uno a Santo Cresci a Maciuoli a dire al Piovano che di subito lasci istare ogni sua faccenda e venga alla osteria dello Uccellatoio e in quello luogo l’aspetti. Rispose il Piovano: – Dì a messere, benché io non sia uno uccello peregrino, che io volerò quanto lui. Andossene, fatto collezione, alla volta di Firenze; e fermatosi allo Uccellatoio, disinato messere Falcone e alquanto posatosi e rimontato a cavallo, venne a detto luogo; e salutatosi, disse messere Falcone: – Su, cavalchiamo verso Firenze. Rispose il Piovano: – Iddio mi fece venire in questo mondo per essere Piovano di Santo Cresci a Maciuoli e non per essere corriere; non so di voi. Vedete che arde il mondo di caldo e avete cavalcato miglia dieci, e volete andare via sanza fermarvi; questo oste ha il migliore vino d’uomo di questi paesi. E rinfrescatisi alquanto e fatto collezione, al partire, lo spenditore di messere Falcone vòle pagare; non volle il Piovano né all’oste dette danari: ma vede che il Piovano s’acosta con uno carbone e fa dua segni nel muro, così sopra all’uscio di fuori e vede che di quelli freghi ve ne sono assai e dice all’oste: – Io ho segnato dua boccali. Rimontati tutti a cavallo se ne vanno. Veduto ebbe messere Falcone tutti gli atti fece il Piovano, si maravigliò, né poteva pensare per qual cagione quelli segni fussino fatti nel muro, né a che fine; disse: – Ditemi, Piovano, io mi credevo che questa mattina, per non essere passato io dalla vostra pieve, almeno voi m’avessi pagato quello vino per farmi più onore; io veggo che fu l’oste. Disse il Piovano: – Noi siamo d’acordo; abbiamo certi nostri altri conti i quali noi riveggiamo ogni anno insieme e facciamoci il dovere l’uno con l’altro, e, per grazia di Dio, di forse .XL. anni abbiamo aùto a fare faccende insieme di dare e d’avere, né mai avemmo uno minimo errore. Disse messere Falcone: – Io ho visto che noi abbiamo beùto il suo vino e non è istato pagato e avete fatto non so che segni nel muro. Rispuose il Piovano: – Quanto vino egli mi dà e quanti iscotti fo l’anno con lui, e io segno in quel muro; poi, alla ricolta, noi facciamo conto insieme e pagolo ogni anno o di fieno o di biade e cancelliamo insieme ogni nostra ragione; e sapete che io vi mangio e beo ispesso, perché costui mi fa vezzi, dammi buono vino, buone cose: meglio mi governa che quelli miei chericacci da casa; e perché io son vecchio ho bisogno di governo. Disse messere Falcone: – A me pare facciate errore: non potrebbe quello oste crescervene più la metà? Rispose: – Sì, ma io potrei levarne e’ tre quarti; il bene e il male istà per dare e per avere. Disse messere Falcone: – Per quale cagione gli segnate voi nel muro? Rispose il Piovano: – Fa di bisogno che io vi dica una piacevole novella. Una mattina con parecchi compagni andammo a desinare insieme con uno Bernardo Rinieri e con un mercatante da bene, chiamato Filippo Inghirlani, il quale a certo proposito ci disse questa novelletta: Uno veronese poco pratico venne per una sua faccenda a Lucca, dove istette circa di tre mesi e alloggiò con uno oste a tanto per pasto e tanto per lo letto. L’oste segnava nell’uscio con uno coltello i pasti e il dormire, in disparte il dormire e’ pasti l’uno dall’altro. Dice il veronese in capo di tre mesi: «Facciamo conto che io mi voglio partire». Ebbono differenzia insieme delli iscotti e in effetto fu rimessa la causa dinanzi al podestà: negava, né voleva acconsentire di avere aùti tanti iscotti di quanti l’oste diceva averlo per debitore. Domanda il podestà l’oste e dice: «Dimmi, oste, che pruove mi dai tu di quello che costui niega, che dice avere mangiato in qua e in là assai volte ed eziam dice avere mangiato fuori di casa, e ancora ha digiunato qualche volta». Dice l’oste: «Io non ho altre pruove se non ch’io n’ho fatto uno poco di ricordo a punto del vero». Dice il podestà: «Dove lo hai?». Risponde: «A casa». Commetteli il potestà che subito vadia per esso, e ito a casa torna e addosso ne reca uno uscio grande d’una camera, il quale appena poteva sostenere, e mostra i segni delli iscotti fatti con uno coltello. Guardò il Podestà e considerò in costui essere una grande semplicità e bonità, e parvegli l’oste dicesse il vero e dette la sentenzia contro al veronese; e innanzi si partisse di quello luogo fece il dovere al povero uomo. E per questa cagione e rispetto io ho diliberato, se pure avessi avere quistione con questo oste, so che non potrà portare in iudicio quello muro come portò colui quello uscio

38 Facezia XXXVIII fatta dal Piovano sopra i più puliti artigiani che sieno. Ragionandosi una sera a una cena di varie cose uno dice e propone a tutti che ognuno dica il suo parere in giudicare quali sieno i più puliti artigiani che si truovino. Fu tra loro molte e varie oppinioni: chi lodava uno e chi uno altro. Dice il Piovano: – Io, sendo di contraria oppinione di tutti voi, e’ dico che li fornaciai sono i più puliti artigiani che sieno. Tutti cominciorono a ridere l’uno con lo altro dello isciocco e insensato giudicio pareva loro che il Piovano avessi dato. Disse il Piovano: – So vi ridete di me, né per questo non mi voglio mutare d’animo, e affermo che li fornaciai che sempre istanno tra la terra, mattoni e calcina, sono i più puliti artigiani che sieno, perché mai non vanno a cacare che non si lavino prima le mani. Tutti si ridissono e confessorono che il Piovano aveva più rettamente giudicato di veruno.

39 Facezia XXXVIIII: diceva ancora il Piovano della sapienzia de’ Frati. I più savii uomini che sieno al mondo sono i frati, perché e’ s’adoperano le donne nostre e noi diamo loro le spese e a’ figliuoli. Quando eglino vanno a cacare sempre si nettano il culo con l’erba e noi siamo matti che ce la mangiamo.

40 Facezia XI, fatta dal Piovano alla pieve sopra il Chirieleison. Quanto più il Piovano Arlotto insegnava e adottrinava uno suo cherico, il quale era grossolano e d’ingegno tardo, tanto più dimenticava e ogni dì faceva nuove pazzie e nulla giovava. Una domenica mattina alla messa viene al Kyrieleison Christeleison, dove si dice nove volte: il valente cherico lo fece dire più di dodici; in quello il Piovano si risentì alquanto e disse: – Kyrie e e e e e le e e e yson, i’ so pure ch’io ho a essere il sezzo. E disse tanto forte che da tutti fu udito per tutta la chiesa in modo che fe’ ridere quanta gente vi era la mattina.

41 Facezia XLI: diceva il Piovano uno suo motto. Amore di puttane, carezze di cane, amicizia di preti, inviti di osti, non puo’ far che non ti costi.

42 Facezia XLII fatta in Siena dinanzi al podestà e a infiniti dottori, dove gli fe’ rimanere goffi. Venendo da Roma il Piovano Arlotto per sue faccende, uno giorno viene per alloggiare a Siena; fu veduto dallo arciprete della chiesa cattedrale, il quale era suo amicissimo, [e doppo le accoglienze invitò el Piovano]; e accettato e fattosi buona cera l’uno con l’altro, disse: – E’ m’è grato né potrei avere il maggiore contento che d’essere voi qui questa sera, e voglio che onnino voi vi istiate qui meco duoi giorni. Domani, che è il santo dì della domenica, so che voi non cavalcheresti, e io vi farò godere, perché doman da sera mena la donna uno mio nipote ed èmmi troppo a caro voi veggiate delle nostre nozze e feste sanese. E, venuta la domenica sera, andorono a cena a quelle nozze e, quasi alla fine, cominciorono a ragionare di qualche bella piacevolezza. L’arciprete e il Piovano erano istati messi nel più degno luogo della mensa, dove erano cavalieri e dottori, e ’l simile altri gentili uomini da bene. Domandò l’arciprete uno di quelli dottori: – Come passerà il caso di mio nipote? Che fine credete che abbia? Rispose: – Io credo la cosa andrà male per lui, ché presto arà la terza sentenzia, dove che avendola non sarà poi alcuno rimedio. E di questo caso ragionarono assai. Stando a udire il Piovano, benché non avendo troppo fondamento della cosa, cominciò alquanto a sorridere: fu domandato di quello che ridea; disse: – Benché io abbi inteso male questo caso che costoro hanno qui innarrato di questo vostro nipote, niente di meno mi pare che di presso quasi io abbi udito lo origgine, e parmi molto facile a fare che lui ne abbi la vittoria. Vorrei, non vi essendo grave, intenderlo più appunto. Chiamò l’arciprete quello suo nipote e disse: – Narra qui al Piovano tutto questo letigio e l’origine di questo piato. Ed alla presenza di coloro innarrò a tavola e disse: – Poco tempo fa arrivorono qui tre compagnoni di nave, i quali avevano tolto al loro padrone una nave carica di certa mercatantia, la quale venderono con la roba circa di novemila ducati. Essaminorono in che luogo si dovessino fermare: Milano e Napoli non parve loro il bisogno, perché in ciascuno è la voluntà e l’autorità di uno proprio; in Roma si conoscono tutti i delitti; Vinegia, vi capita di molte vane genti; a Firenze si pagano quelle gravezze; e in efetto, doppo uno lungo discorso, conclusono di venire ad abitare in questa nostra città e quella elessono per loro patria. Vennono tutti a tre al banco e dettonmi in serbanza otto mila dugento ducati con questi patti e condizioni, che io non dovessi darne loro alcuno merito e che io no’ gli dovessi rendere loro sanza il consenso e parola di tutti a tre insieme presenti e accettanti, e così acconciai la iscrittura, e quando venivano per alcuna cosa o quantità di danari, sempre gli pagavo a tutti a tre d’acordo e uno di loro gli pigliava. Come ispesse volte aviene, uno di quelli tre diterminò di ingannare gli altri dua e una sera in casa a tavola dice alli dua suoi compagni: «Noi viviamo alla bestiale e consumianci ogni dì a poco a poco; noi abbiamo di già consumati di questi danari circa di ducati cinquecento in sette mesi noi siamo istati qui. Se facciamo a questo modo in pochissimo tempo aremo ispacciato il fatto nostro, ne troverremo poi chi ci guardi in viso. Parmi che noi dobbiamo comperare uno palazzo di fuori con dieci o dodici possessioni che ci dieno pane, vino, carne, biada, frutte e legne per nostro logorare e per venderne». Rispuosono li compagni: «Questo è buono pensiero: poi che Iddio t’ha inspirato siamo contenti e diamoti commessione che tue la comperi e che in quel caso faccia quanto a te pare o piace ». Di poi venne a me e narrommi tutto il fatto e pratica avevano ragionato insieme e a questa opera io lo confortai con li compagni; e dissonmi: «E’ bisognerebbe che voi mettessi a ordine il danaio». Risposili: «A vostra posta saranno sempre li vostri danari: per grazia di Dio il banco io lo fo col mio e poco ho aùto adoperare i vostri danari. Ditemelo quattro giorni innanzi e basta». Stettesi circa a uno mese e poi, venendo il tempo dello uccellare, li dua suoi compagni furono invitati qui da certi gentili uomini giovani se volevano andare a starsi per uno mese con loro di fuori, a loro possessioni, a darsi buon tempo con loro a cacciare e a uccellare; accettorono, e quando questo loro compagno intese come costoro avevano ad andare fuori per uno mese, di nuovo cominciò a fabricare lo inganno avìa pensato bene uno mese innanzi, e viene a me e dice: «Io credo avere trovato da comperare uno bello palazzotto con certe possessioni e istimo presto farne il mercato; dicotelo innanzi qualche giorno acciò che prepari il danaio». Risposili che: «Infra tre giorni il danaio, se lo vorrete tutto, sarà a vostro beneplacito». E tornato a casa disse alli suoi dua compagni come presto troverebbe il bisogno. E lì a quattro giorni venne il tempo li dua doveano andare a uccellare; dice una sera a quelli dua il maligno: «Voi dovete andare via domattina a uccellare e forse istarete uno mese; bisogna voi andiate al banco e che noi andiamo per ducati sessanta o ottanta perché s’ha a pagare il fitto della casa, hassi a fare la provisione nuova per questo tempo avvenire di strame, biada, pane e vino ». Né più lo ricordò loro in quello giorno, ma ritornò al banchiere e disse: «Forse domani o l’altro verrò per li danari». Ed ecco l’altra mattina a buona ora parte di quelli giovini gentili uomini vengono a casa costoro e chiamano quelli dua compagni s’ispaccino, e con cani, uccelli e istrepito di cavalli e di loro medesimi facevano furia a costoro dua che si mettessino in ordine, tanto che montorono a cavallo. Quando quello maligno gli vidde in andata, si fece loro innanzi e disse: «Andasti voi al banco a dire me dessi quelli danari?» Risposono: «Non ce ne siamo ricordati, ma così a cavallo verremo a dare la licenzia». E andorono tutti a tre a trovare il banchiere; e intendendo li dua che il loro compagno dicesse di quelli sessanta o ottanta ducati, come la sera avanti aveva detto loro, per pagare il fitto, trovorono tutti a tre il banchiere, e dicono quelli dua, perché avevano fantasia allo andare via, prestamente e con poche parole; dissono: «Darai qui a questo nostro compagno ciò che e’ vuole e quello che ti chiede», intendendo loro medesimi, che andavano sanza malizia, de’ .60. o vero .80. ducati e non più. Rispose il banchiere: «Farò quanto dite». Lui che era stato informato da quello maligno intese di quella maggiore somma, come esso gli aveva più volte detto e sollecitato; né altre parole vi furono fra loro. Partitisi li due e iti a piacere, l’altro dì quello maligno andò per ducati .7000. e andossi con Dio e partissi e non si sa dove si sia arrivato per ispazio d’uno mese. Tornarono li dua altri e non trovarono il loro terzo compagno in casa; vanno al banco e domandano e io narro tutto il fatto e come io estimavo fussi alla possessione, la quale lui mi disse aveva comperata; tanto è che noi cominciammo a contendere e a piatire i dua terzi toccavano a loro, di che io ho di già aùto dua sentenzie contro e sono istato richiesto per lunedì e aspetto la terza e ho ispeso più di .200. ducati in piatire –. Disse il Piovano: – Io mi maraviglio assai di tanti singulari ed egregi dottori i quali hanno aùto questo caso in mano e lascianti così tristamente perire. E ridendo disse: – Io te ne voglio cavare per uno paio di capponi. E presto tutti quelli dottori si maravigliorono e riputorono che il nostro Piovano fussi uno matto e partironsi ognuno; di poi, venuto il lunedì, disse l’arciprete: – Piovano, andiamo insino a vedere i guai nostri, cioè a vedere dare la sentenzia contro a mio nipote. Rideva il Piovano e di poi disse al garzone: – Togli il libro tuo e vieni con noi. Comparirono al podestà le parti e loro procuratori e avvocati e vennevi assai altri dottori e notai e iscolari e molti cittadini a vedere disputare di simile arduo caso; e ciascuno si faceva maraviglia come il Piovano avessi aùto tanto ardire che l’animo gli bastassi di difendere una tal causa. Venuto il podestà al banco, e le parte e i dottori disputando di questo caso, appunto in quello che il podestà vuole dare la sentenzia contro al detto banchiere, il Piovano fa riverenzia e dice: – Magnifico messer lo podestà, se v’è in piacimento, bench’io sia uno povero prete di contado, vorrei che voi fussi contento in questo caso io dicessi parecchie parole. Rispose il podestà: – Messere, dite ciò che voi volete. Cominciò il Piovano e disse: – Io ho molto bene inteso il tenore di questa quistione. Io so siate pieno di somma iustizia; e in questo caso, per questo banchiere, non domando altro: vorrei, se v’è in piacere, voi medesimo leggessi questa partita, e troverete dove e come questi tre compagni sono debitori e creditori. Aperto il libro, la partita dice: «Tale e tale e tale deono avere ducati d’oro in oro larghi ottomila dugento, i quali ci danno in guardia e in serbanza con patto io non abbi a dare alcuno merito né discrezione, e con patto io non possa né debba pagare né grande né piccola somma se non è con la voluntà e propria parola di tutti a tre, i quali danari debbo dare e pagare a ogni loro posta e volontà». Letta la partita domandò il podestà la parte avversa del banchiere, cioè li dua compagni, e disse: – Parv’egli che questa partita istia bene, a giudicio vostro e d’ogni buono uomo? Risposono che sì, e poi disse loro il Piovano: – Domandate voi o volete altro dal podestà se none ch’e’ vi faccia osservare al banchiere quanto in detta partita si dice? Risposono che non volevano altro. Disse allora il Piovano: – Voi intendete ciò che costoro dicono: da ora questo banchiere non vòle più piatire, o ragione o torto lui abbi, ma vòle bene che la partita si osservi; e per non contendere dice che vòle gittare via altrettanti danari e pagarveli una altra volta, ma che faccino d’essere tutti a tre insieme e tirino a loro secondo che dice la partita, ché altrimenti no’ li vòle pagare. Parve al podestà una maraviglia che ’l Piovano vedessi questo punto così sottile che mai non era istato veduto più da persona; e in quel modo sentenziò il podestà e più, ché comandò al banchiere che li settecento ducati v’era rimasto di loro non ne pagassi uno picciolo, se non ne venivano tutti a tre a dare la parola. Istette ammirativo ognuno del Piovano, il quale di poi se ne venne a Firenze; e il detto banchiere si guadagnò quelli .700. ducati e quelli dua compagni si perderono ogni cosa, come roba male guadagnata, e andorono a stare assai poveramente fuori di Siena.

43 Facezia XLIII, novella di Quazzoldi beccaio. Uno sabato mi truova il Piovano Arlotto e dice: – Io non posso essere domattina alla pieve e bisognami istare qui in Firenze, e domane vorrei che tu desinassi meco, e peggio è che io volevo andare a comperare la carne e non ho uno danaio. Risposi: – Io ve ne presterrò, ma non [a non rendere] a modo dei preti, ché io gli rivoglio. Risposemi: – Quando tu me gli prestassi, io te gli renderei; non li voglio perché non intendo fare debito, ma io ho pensato come io farò: vienne meco. Andammo a uno beccaio il quale aveva nome Quazzoldi; e salutatolo, dice il Piovano: – Tu sai che gli è uno tempo che noi ci cognoscemo; io voglio farti uno grande bene e utile, e farotti guadagnare il dì dieci soldi che mai ti mancheranno, o più, se più ne vorrai, ma io voglio ti costi qualcosa. Rispose Quazzoldi: – Io sono parato a darvi quello che voi volete. Disse il Piovano: – Io non voglio una gran cosa a quello meriterei; tu mi darai ora quattro libre di vitella e poi te la insegnerò. Allora gli dette una pezza di vitella di libre cinque e once otto; e mandatala il Piovano a casa, disse: – Tu se’ chiamato Quazzoldi, fatti chiamare Quattordici- soldi e da ora io voglio essere il primo; e non rispondere per altro nome. Parve a Quazzoldi di essere istato giuntato dal Piovano ed ebbe pazienzia. El Piovano e io ci godemmo quella vitella; e, come io t’ho detto, il Piovano era pieno di carità e buono: perché Quazzoldi era povero, quando venne il tempo della ri- colta gli mandò il Piovano a casa per lo amore di Dio sei istaia di farina, e così pagò la vitella.

44 Facezia XLIIII, quando il Piovano perdé il mantello. Io non voglio preterisca io non faccia menzione in questo libro d’una piacevole isciagurataggine che accadde al Piovano Arlotto nostro, e parve uno miracolo incredibile per divozione. Il Piovano Arlotto andò insieme con cinque preti a Santa Maria del Sasso di Casentino, e perché era vecchio lui andò a cavallo e gli altri a piede, e tutti dettono i mantelli a portare al Piovano perché era a cavallo; e quando ritornorono indrieto si fermano a desinare a casa messere Giovanni Boscoli e ismontato da cavallo rende i cinque mantelli a quelli suoi compagni e perde il suo il quale aveva indosso. Riceve volentieri messere Giovanni il Piovano con quelli compagni e fece loro onore. Disse il Piovano: – Io vi voglio narrare uno miracolo il quale m’è incontrato questa mattina. Quando noi ci partimmo io mi missi indosso uno mio catelano a buche, e perché costoro potessino meglio camminare sendo appiè, mosso io da compassione ho portato i loro mantelli e ora io mi accorgo che io ho perduto il mio e non ardisco a dirlo per vergogna, e de’ miracoli ho veduto in questo mondo questo mi pare il maggiore: sia in ora spagnuola.

45 Motto o vero facezia XLV disse una sera a messere Falcone in casa messere Carlo de’ Medici quando tornò di Francia. Andando io cercando del Piovano che era ito per cenare con messere Falcone e con messere Carlo de’ Medici, era del mese di novembre, ed alquanto freddo; vo e sì domando di lui per certe faccende avamo insieme: truovolo che è al fuoco con quelli nobili uomini, fra’ quali v’era il Magnifico Lorenzo de’ Medici e Giuliano suo fratello. Fo chiamare il Piovano, viene a me e ragionammo de’ fatti nostri: era circa a ore dua di notte. Disse messere Falcone: – Piovano, è egli ancora ora di cena? Rispose: – Il maggiore disagio che si dia a’ barbereschi è a tenegli in sulle mosse.

46 Facezia XLVI, alla medesima cena. Quella sera era a quella cena il migliore vino che avessi Firenze, perché in vero messere Carlo in tutti i suoi processi fu uno uomo da bene e molto magnifico; e cordialemente amava messere Falcone d’una certa benivolenzia e vera amicizia avevano insieme lungo tempo fa. Per la nobiltà ed eccellenzia del vino, e perché aveva sete, e ancora perché la vecchiaia concede più di bere che di mangiare, il nostro Piovano fischiava bene e sanza zufolo, e ispesseggiava, i’ dico col bicchiere. Cognobbe bene in sé il Piovano che e’ beeva troppo e anche s’accorse che messere Falcone e messere Carlo e chi era a tavola se n’era avveduto; disse: – Voi guardate, ché ’l mio bere vi pare troppo, e non pensate alla sete che io ho. Non ve ne fate maraviglia: io venni questa notte da Pisa in su ’n una iscafa su per Arno, che portava sale, e dormì’ in su uno di quelli sacchi di sale che m’ha tanto risecco dentro che io non mi caverò la sete di questi otto dì, e per ventura tocca a messere Carlo questa prima sera.

47 Facezia XLVII: motto della santa elemosina. Per una certa sua faccenda una mattina il Piovano Arlotto andò a vicitare quella clarissima donna mona Lucrezia madre del Magnifico Lorenzo de’ Medici, e quasi finito il ragionamento viene uno suo ragioniere di casa, uomo dabbene, chiamato Agostino Cegia, e dice: – Egli è venuto qui quello povero uomo di quello calzolaio per quelle .16. lire. Dogliele io? Disse mona Lucrezia: – Dagliele –, e poi si voltò al Piovano e disse: – Questa è un’elemosina io fo per amore di Dio, per una fanciulla la quale s’ha a maritare; e dolle lire .16. di contanti e una vesta e una gammurra di lire .24. per amore di Dio, ed altrettanta elemossina le fo dare da dua altre buone persone e dabbene. E disse: – Piovano, io non so la migliore elimossina che maritare fanciulle e iscarcerare gli incarcerati, e massime quelli poveri uomini vi sono per debiti. Disse il Piovano: – Io confesso che coteste sono sante e buone elemossine e intendo ne fate assai, ma io ne so una che è migliore di coteste. Cominciò mona Lucrezia a ridere e disse: – Quale è quella migliore? Disse il Piovano: – Io ho voglia di non ve la dire perché io veggo che voi ve ne ridete. Se e’ fussi uno di questi frati gonfiati e pomposi che avessino detto in pergamo queste parole ch’io ho dette io a voi, poi si fermasse e fussi istato alquanto attonito e sopra a sé, tutti gli audienti e voi saresti istati a bocca aperta a udire e a pensare, istimando assai quella pomposità, e di udire qualche cosa nuova; e perché e’ ve l’ha detto il Piovano Arlotto, e voi ve ne ridete. Sommi mutato e vovvela pur dire: sapete voi, mona Lucrezia mia, qual è la migliore limòssina che sia, e più accetta a Dio? Rispose: – Non so quale si possa essere migliore che questa. Rispose il Piovano: – Io ve ne dirò una che è assai migliore, la quale è questa: non tòrre la roba d’altri, né la fatica, né il sudore di persona, massime de’ poveri uomini.

48 Facezia XLVIII, o vero paura che ’l Piovano ebbe in santo romolo in Firenze. In Firenze è una chiesa in sulla piazza de’ Signori e dinanzi e di drieto v’è una gran copia di botteghe dove istanno artefici di varii mestieri; e per essere in quello luogo, poca gente vi va a udire la messa, perché le donne non vanno volentieri in simili luoghi; se non che quelli artefici vi corrono tutti appunto quando si leva il corpo di Cristo. Andò una mattina di lavorare il Piovano Arlotto a dirvi una messa e non sapeva quella usanza di quelli artefici. Paratosi e detta già mezza la messa, suona la campana a levare i Sacramenti; e come il Piovano comincia le parole secrete, corrono al modo usato tutti quelli artigiani; e per fretta v’era alcuno sartore ch’aveva in mano le ce- soie, e de’ calzolai il coltello da tagliare, e così delli altri artefici con loro isturmenti ancora. Vi corsono molti isbirri e fanti, soldati e fanti di piazza con ispade e coltelle allato, in modo che nel venire presto e nel correre, per l’una e per la altra generazione, facevano uno grande istrepito, del quale forte si maravigliò il Piovano e prese assai sospetto, perché aveva ancora debito della imposta e decima de’ preti. E voltossi alquanto fingendo di isputare: vedendo quelli isbirri e soldati, dubitò non volessino pigliare lui come si levasse dallo altare detta la messa. Poi si confidava per la veduta di quelli artigiani e istimava fussino corsi drieto a quelli isbirri per difenderlo e non lo lasciare ire preso, perché assai era amato da loro e da tutta la terra; e immaginò che per quella cagione dovessi nascere uno iscandolo e generare qualche grande male: onde determinava di istarsi con quella ostia sacrata in mano. E veduta la gente il Piovano istarsi così in estasi, forte ne pigliavano ammirazione; e levatisi dua cittadini in piede andarono a intendere dal Piovano quello significassi lo stare tanto fermo, e non levare i Sacramenti. Narrò loro tutto il fatto; allora gli dissono come quella era una antica consuetudine e che non dubitassi di cosa nessuna. In effetto non si fidando, disse: – Se io dovessi istare qui infino a domattina, i’ non lascerò questo Cristo tengo in mano. Bisognò in effetto che gli fussi dato una buona sicurtà e poi finì la messa.

49 Facezia XLVIIII fatta a cercina: istrignendo una gamba a uno pollo ebbe una sentenzia in favore. Messere Antonio da Cercina aveva uno compromesso nelle mani d’una diferenzia tra il Piovano Arlotto e certi contadini ricchi; e uno dì essendo a Cercina il Piovano Arlotto e parlando con messere Antonio del caso suo, viene una donna e presenta uno paio di pollastre al detto messere Antonio; e, detto che ella ebbe il bisogno suo, si partì. Disse il Piovano Arlotto: – Voi non fate se non rubare. Disse messere Antonio: – Vòi tu comperarle dame? E’ farottene buono mercato. Comperolle il Piovano da lui; dice poi messere Antonio: – Ognuno non fa come ingrato, come tu. Quella donna ch’ha riceùto uno piccolo servigio da me e hammi donato uno paio di pollastre; e tu sai quanta briga io ho aùto di questa tua diferenzia e mai non me ne ringraziasti una volta. Ché diavolo non mi dai tu almeno codesti polli che tu hai comperati da me? Dice il Piovano: – Io non viddi mai il maggiore ladro di voi: pure se queste pollastre m’hanno a dare la vittoria, toglietele in ora ispagnuola. E dettegliele per paura. Ed ecco appunto gli avversarii suoi: dice messere Antonio: – Fuggiti e nasconditi che non ti vegghino. Nascosesi il Piovano con quelli polli, i quali ancora aveva in mano, drieto a uno assito, in modo che egli intendeva ciò che messere Antonio e quegli suoi avversarii dicevano; i quali gli presentorono dua paia di grossi capponi e certe istarne. – Ohimé, – dice il Piovano in sé medesimo – le cose andranno male per me. Messere Antonio, ragionando con quelli contadini della causa loro e del Piovano, qualche volta pendeva da il lato loro; e quando il Piovano intendeva la parola con- tro a di sé, istringiva la coscia a uno di quelli polli e forte lo faceva istridire, in modo che quasi messere Antonio lo aveva per male e parevali essere impacciato; e come rappiccava le parole con li contadini in disfavore del Piovano, e lui faceva gridare i polli, in modo che messere Antonio dette loro licenzia. Poi disse al Piovano: – Che diavolo facevi tu a quelli polli? Disse il Piovano: – Voi sapete che io vi conosco e aviddimi di quello volavate fare. Io non viddi mai uno simile: più valeva la forza di quelli capponi e istarne di quelli villani che non valeva il vinculo della amicizia io ho aùto con voi cinquanta anni passati e li piaceri io v’ho fatto; e le pollastre mi facesti comperare da voi, le quale, avendole in mano, vi ricordavano il fatto mio come discrete; e se non mi date la sentenzia in favore non farò più con gridare i polli, ma griderrò in modo con li amici e con li parenti e con li istrani, io, che forse vi farò danno e vergogna, perché io mi cognosco avere ragione. Tanto che ’l Piovano ebbe la sentenzia contro a quelli villani.

50 Facezia L fatta per la via di Santa Maria del Loreto. Tornando il Piovano da Fabriano, dove aveva aùto faccenda per rispetto della Corte, perché quello anno v’era fuggito la peste papa Nicola, eravi quattro fiorentini, i quali col Piovano insieme diliberorono d’andare a Santa Maria dello Loreto, e andarsene in Ancona poi, inverso Firenze. Alloggiano una sera a Macerata: tra questi cinque fiorentini era uno, il più antico eccetto che il Piovano Arlotto; era ambizioso e fastidioso e non aveva riguardo a persona, che gli pareva essere il dappiù, e sempre voleva essere il dicitore, voleva essere il più onorato ed era poi in ogni suo processo uno uomo sanza intelletto. Era venuto in fastidio a tutti i suoi compagni e massime al Piovano Arlotto, il quale diterminò levarselo dinanzi. E quella sera, andato che se ne furono a letto e ispento il lume, il Piovano fece i suoi bisogni negli suoi istivali. Aveva costui per usanza ogni mattina, per il freddo de’ piedi, di mettere nelli istivali uno poco di crusca calda; e così fatto, la mattina con la crusca si misse li istivali, sanza accorgersi che drento vi fussi pan patito. Poi disse il Piovano: – Io voglio cavalcare innanzi a Santa Maria dello Loreto, a ordinare da desinare, acciò non abbiamo a badare per potere andare questa sera in Ancona. E giunto a Santa Maria benedetta, ismontato da cavallo, chiama l’oste e dice: – Io ho quattro compagni i quali vengono a desinare qui. Fa da godere se tu hai nulla di buono; ma io t’ho a dire uno caso che è occorso per il cammino, e vorrei uno servigio da te. E’ s’è accompagnato con esso noi uno giudeo per il cammino da tre dì in qua, impronto, ed è una cicala e usò con esso noi una certa improntitudine. Vòle mangiare e bere con esso noi: e piue che non si vergogna di volere sempre il più onorevole luogo della mensa. Se tu vedi in qualche buono modo di fare che lui non mangi con esso noi, sanza nostro incarico, che paia venghi da te, io te ne priego. Acciò che tu lo cognosca: egli ha uno cavallo baietto, balzano da’ dua piè di drieto; e lui ha indosso uno capperone pagonazzo, una cioppa nera, uno berrettino di rosato; hanne uno poco tristo isguardo a modo di giudeo; e se te gli accosti vedrai che pute di lezzo come uno carnaio Rispuose l’oste, che era marchigiano: – Messore, non dicere chiù, che se ’nce vene te lo accuncio in muodo ca n’a ti né ’altri no’ dà chiù impaccio di quissi uotto iorni. Andato a Santa Maria il Piovano a udire messa, ecco i compagni; ismontati, andorono anche loro a quella messa, e, uditala e fatta loro divozione, tornorono all’osteria; e preparato il desinare, e in quello l’oste vòle dare l’acqua alle mani, ed il nostro Tedice vuole essere il primo. Non si li poteva accostare, ché putiva di lezzo per rispetto di quello pan patito: l’oste si gli acosta e ricognoscelo per li segni dati, ed eziam per lo lezzo e puzzo di che sapeva; dice a Tedice: – Cuompagno, non mettere di ca le tie mano, ché non buoglio mangi con quessi uomini da bene. In effetto cominciorono avere quistione insieme e l’oste cominciò a volergli dare, e dire: – Ebreo Samalech riballo. Rispose Tedice: – Io sono migliore cristiano di te. Allora infuriato l’oste lo prese per uno braccio e disse: – Anna ca, Samalieche traditore; dici ca non siei ebreo e spuzzi de lezzo pruoprio come li cani. Vollesi partire Tedici, e l’oste disse. – Anna con lo diabolo in ora ispagnuola; ma prima mi paga. Prese per partito Tedice di non contendere e andò a mangiare a una tavolina da fanciugli e quivi istette come poté, e pagò più che gli altri uno bolognino; e toccò dall’oste parecchi bastonate e pugna. E per isdegno de’ compagni forte si crucciò contro a di loro; e andossene innanzi Tedice alla volta d’Ancona senza parlare a’ compagni, e arecossi che fussino istati d’acordo col Piovano Arlotto a farli quella ingiuria; e in Ancona alloggiò in casa Giovanni degli Agli: il Piovano con li altri compagni andorono all’osteria. La sera, quando il famiglio di Giovanni lo vòle iscalzare, che gli ha tirato lo istivale, quella crusca incorporata con quello pane patito gittò uno sì grande fetore e puzzo che quel povero famiglio cascò indrieto quasi tramortito. Seppe poi Tedice come il Piovano gli aveva fatta quella natta: né mai poi fu suo amico né di quelli altri tre.

51 Facezia LI, fatta a Fiesole, cioè in vescovado, per il Piovano Arlotto che messe in prigione il vicario e il messo. Come ciascuno sa, Fiesole fu delle antiche città del mondo, ed oggi è desolata in tutto, ecetto che v’è rimasto d’antichità la chiesa catedrale e il vescovado, il quale è di piccolo valore e tutto intignato per la vetustà, come la città, e per avere il vescovo pochissima entrata vi tiene deboli uficiali e ministri; e alle volte, al tempo di quello vescovo, era in quello luogo per vicario uno uomo caritativo, el quale aveva per carità lasciato tutte le legge e’ capitoli che aveva imparato a Bologna, e per avere usato quella piatà di non volere torre la fama a quella città madre delli istudii, non si ricordava, perché tutte le aveva lasciate in Bologna, epperò di veruna. Non poteva avere troppo naturale né sapienzia, perché il padre, come inavvertente, al suo nascimento lo fece battezzare nel santo dì della domenica: che appunto in quello giorno era mancato il sale al prete e da comperarne non si trovò, perché era serrato la canova per lo dì santo della domenica ed eziam i luoghi dove si vende. Il Piovano, il quale era iscorto, di fatto cognobbe la filosomia e la dottrina sua, e, perché pure era suo superiore, gli portava reverenzia. E uno dì, esaminandosi una causa alla corte contro al Piovano, d’una donna la quale lo aveva acusato che uno suo figliuolo era istato tre anni con lui per cherico e non che altro non gli aveva insegnato l’uficio della Donna, e il Piovano pruova avergli insegnato quello della donna e quello del signore: della donna, aparecchiare e isparec- chiare, cuocere, lavare le scodelle ed ispazzare e rifare le letta e cucinare; e quello del signore, tagliare a tavola, comperare la carne e altro, istregliare e governare e travagliare uno cavallo. Parve a quello vicario che ’l Piovano lo ingiuriasse; e con lui crucciandosi, da lì a uno pezzo a tradimento il buon vicario e il messo lo vollono imprigionare. Accortosene il Piovano, con ingegno e forza, perché allora era giovine, ve li misse drento tutti a dua e quelli vi serrò a chiave e portossenele seco; e andò con esse a trovare il vescovo infino a Prato, il quale era ito a piacere, e narrolli tutto il fatto e dettegli le chiavi. Della quale opera il vescovo ebbe piacere assai e feceveli istare circa a otto dì e commendò il Piovano dell’opera fatta. Poi, fattolo aprire, lo mandò via in ora ispagnuola.

52 Facezia LII, fatta dal Piovano Arlotto a ser Ventura. Va il Piovano Arlotto a vicitare ser Ventura e truova che forte è amalato di febre e con freddo. Dice: – Piovano mio, voi siate il benvenuto; i’ ho uno grande male. Io mi vi raccomando: costoro mi straziano; vedete che mi muoio di freddo; per Dio fatemi porre qualche panno addosso. Veduto il Piovano che lui aveva addosso quanti panni erano in casa, e che pure gridava, andò giù in uno suo orticello e con parecchi contadini recò su uno grande lastrone, dove si mangiava alle volte la istate: era di peso di più che cinquecento fibre, che a fatica sei di quelli contadini l’avevano potuto recare. E postoglielo addosso, disse il Piovano: – Istate voi bene coperto? Avete voi tanti panni addosso. Rispose: – Io sì, vi ringrazio; venitemi alle volte a vicitare. E fattegli l’oferte e di sé e della roba, prese licenzia e disse: – Ser Ventura addio. Odi tu? Confortati che a questo modo non puoi istare: o tu guarirai o tu morrai. Partitosi il Piovano, la febre fredda lo lasciò e sopravenne la calda; e volendosi levare ser Ventura i panni da dosso, cominciò a gridare che la casa gli era caduta addosso e in sul letto, quando trovò il lastrone.

53 Facezia LIII: motto de’ tristi suoni. Quando la botte suona, è segno d’essere vuota; quando il batisteo suona è tristo segno, che non è in suo sentimento.

54 Facezia LIIII, fatta dal Piovano andandolo a visitare dua suoi amici. Pensammo ser Giovanni Buonacorsi e io andare a visitare il nostro Piovano Arlotto, perché lui era istato forse quindici dì non lo avamo veduto in Firenze. Una domenica mattina lo trovammo che lui aveva aúto male e in tutto era libero e gagliardo. Fececi onore, dicemmo di molte piacevolezze; la sera, quando ci andammo a letto, ci pone uno boccale in sulla cassa e dice: – Voi sapete dove è l’agiamento; se istanotte vi venissi voglia d’orinare e v’increscesse il levarvi, pisciate nel boccale; e se vi paresse fatica, per il freddo o per altro, di stendere il braccio per torre il boccale, cavate delle vostre borse quattro quattrini e pagategli in sulla lettiera e poi cacate e pisciate nel letto. Non accadde il bisogno, ché noi lo aremmo fatto.

55 Facezia LV, d’uno che gli pareva essere savio. Di molte maraviglie si faceva uno che gli pareva essere savio. Risponde il Piovano: – Ancora io mi maraviglio più di te, e massimo di quattro cose io vorrei mi cavassi di dubbio; e’ sono queste: Come in mare piove sendovi sempre tanta acqua e come non cresce e come l’acqua del mare ci pute sendo ella insalata; e come i topi dei pagliai non si cavano gli occhi; e come i poveri non saccheggiano i ricchi, sendo maggior numero; e come alle donne non cade le budella loro quando salgano le scale e aprono le gambe.

56 Facezia LVI: motto del Piovano. Diceva il Piovano: – Guarda di no’ avere familiarità con persona che abbi cattiva lingua, ché al mondo non è la più pestifera bestia né più velenoso morbo che una pessima lingua e uno familiare nimico.

57 Facezia LVII, fatta in Pisa contro a maestro mariano dell’utriaca, che non potette spacciare i suoi bossoletti. Venuto che furono le galeazze di Fiandra e ismontati, dice uno di in Pisa il Piovano Arlotto a Monciatto, che era istato aguzzino di galea, e avevano fatto una compagnia insieme di certe mercatantie: – Tu sai le faccende abbiamo fatto insieme; fermiamoci qui perché tu sai non abbiamo iscritto, ma io mi ricordo appunto d’ogni cosa. E ragionando e faccendo questi loro conti, dalla loggia de Catelani quivi presso a loro era messere Mariano da Siena che racontava una novella, come è usanza de’ lor pari ciurmatori, innanzi che vendino li loro bossoletti d’utriaca, per allettare più gente, prima dire qualche piacevolezza. Lo strepito del Piovano e del Monciatto, che gli erono presso così drieto a lui, gli davano impaccio e toglievangli la parola di bocca per parlare alquanto forte, in modo che messere Mariano isdegnò e disse alli audienti: – E’ mi bisogna mozzare o lasciare adrieto un poco questa piacevolezza e dirne una altra e poi finirò questa. Disse ch’egli erano, tra gli altri infiniti animali d’acqua e di terra, tre che vivevano in questo modo: uno il quale mangia e non bee, questo è il tarlo che istà nel legname; l’altro bee e non mangia, e questo è il moscione, cioè quello farfallino piccino, che istà sempre intorno alle botte ed alle tina di vino; l’altro è la cicala che non mangia e non bee e vive di cantare e di cicalare. – E se voi non mi credete, vedete là: quelli dua che sono lì sono di quelle, non mangiano ora né beono, ma cicalano in modo non posso finire la vostra novella per lo impaccio che di già m’hanno dato; e di già m’hanno tolto la testa. Non si avvedendo né credendo il Piovano di darli impaccio – né mai s’accorsono di cosa avesse detto –, fatto il saldo e conto insieme, se n’andorono a loro faccende. Predicato che ebbe messere Mariano e venduto i bossoletti, la gente si partì. Alcuni di quelli compagnoni che erano istati a udire maestro Mariano, trovarono, andando a bere, il Piovano e il Monciatto; e incominciorono a ridere e dissono quello aveva detto messere Mariano. Al Piovano pareva essere istato dileggiato da lui e disse a coloro: – Io ne farò vendetta, ché per mia fé né ’l Monciatto né io non ci accorgemmo mai di darli impaccio, partimmoci né pensammo mai al fatto suo.

58 Facezia LVIII: vendetta del Piovano. L’altra domenica seguente messere Mariano da Siena cominciò a ciurmare appiè del ponte Vecchio di Pisa, verso Santo Michele; come il Piovano lo vidde, di subito andò a Santo Michele e chiamò uno monichetto e disse: – Io voglio da te uno servigio. E donogli uno grosso e disse: – Quando io ti farò uno certo cenno voglio che tu suoni forte a fuoco, e non restare infino a tanto non te lo dico. Il cherico malizioso così impromisse. E fornito che ebbe messere Mariano la novella, piglia i bossoli della utriaca e vòle cominciare a venderla. Eravi quello di uno populo infinito, che almanco istimava pigliare dua ducati; veduto il Piovano i bossoli in mano a messere Mariano, fece il cenno al cherico, il quale di subito cominciò forte a sonare a fuoco. Udendo la gente cominciò tutta a correre, chi qua e chi là, cercando dove ardesse, e per quella cagione messere Mariano si rimase solo e non vendé punto d’utriaca a persona. E intese messere Mariano tutto il fatto come era passato, come il Piovano e il Monciatto non si erano mai accorti di darli impaccio; e dolsesi della novella de’ tre animali, e fece la pace col Piovano, e rendelli il grosso perché ebbe paura che il Piovano non facessi maggiore vendetta, e sempre furono poi grandi amici.

59 Facezia LVIIII: natta fece a uno prete a Bruggia. Uno prete giovane amico del Piovano, il quale aveva avanzato in forse quindici anni forse quaranta fiorini, i quali ogni dì vagheggiava, e come desideroso di guadagnare, dice uno dì al Piovano che vorrebbe andare in galea con lui; di che il Piovano lo sconfortò assai, né giovò il dirgli la novella de’ tordi né cosa alcuna, ché al tutto diterminò venire. Acconciollo il Piovano per cappellano d’una delle nostre galeazze, e feciono, prima venissino a Bruggia, qualche iscala altrove; e in ogni luogo costui era addosso al Piovano per volere fare mercatantie, come se si avessi trovato in contanti le migliaia di fiorini; e non prima arrivati in Fiandra, doppo al porto delle Ischiuse e venuti a Bruggia, che il prete cominciò a ragionare di questa sua mercatantia in modo che il Piovano se lo aveva cominciato a recare in odio e in fastidio. E pure molestando, uno dì il Piovano terminò di contentarlo in ogni modo. È un costume, o vero per istatuto in quelli paesi, che, quando uno va alla giustizia a morire, porta indosso una vesta lunga di finissimo panno, e di verno foderata di pelle e di state di drappo, in modo è di valore di forse sedici ducati, e credo detta veste sia di colore giallo o verde. E poi, quando colui è giustiziato e morto, quella vesta è donata al manigoldo per parte di suo salario: guadagna assai perché e’ va per tutto il terreno del duca di Borgogna, vende detta veste a’ rigattieri el manigoldo, e bisogna ne faccino buono mercato perché non è chi le comperasse se none per disfare o per rivendere. Sapeva il Piovano tutta questa usanza e ancora sapeva parlare un poco in fiammingo. Era ancora una usanza che se per disgrazia i fanciulli si accorgessino uno avessi poi detta vesta per la terra in- dosso, lo ammazzerebbono con li sassi insino a tanto non se la cavassi. Vanno insieme per la terra; dice il Piovano al prete: – In questo paese sono i migliori panni e migliore mercato che in tutto il mondo. Vò’ tu comperare qualche vesta? Dice il prete che sì. Vanno in una bottega d’uno rigattiere; il Piovano gli dice in fiammingo s’egli ha una vesta da manigoldo, e fattala trovare dice il Piovano al prete: – Questa è il bisogno tuo, e se questo colore non ti piace farà’la ritignere a Firenze. Fecionne il mercato quattro iscudi d’oro: valeva più di dieci, era còsta più di sedici. Il prete se la vòle cavare di dosso; disse il Piovano: – Qui non se’ tu conosciuto e stai bene con essa; io la porterei. Pagato il maestro, se ne venne fuori; non dilungato molto dalla bottega, vede il Piovano che li fanciulli s’acorgono di questo fatto: dilungossi dal prete al quale corsono li fanciulli con melacce, sassi e altri fastidii, a dare a questo prete; poi li corsono addosso e cavaronli la vesta e tutta la stracciorono, e se non fusse istato l’aiuto grande ebbe da parecchie persone dabbene, era morto. Vennono in odio le mercatantie al prete, che mai più ne fece, né mai più non ne parlò al Piovano.

60 Facezia LX, di dubbi domanda il Piovano a uno che gli pareva essere savio. Ragionando uno dì el Piovano Arlotto con certe persone, tra le quali era uno che gli pareva essere savio, el quale cominciò a dimandare di cose sanza sustanzia e sanza ragione, e dire: – Per quale cagione non ha fatto Iddio così? E’ doveva fare in tal modo. E perché non fece che noi fussimo tutti cristiani? E perché ha fatto giudei e mori? Quando assai ebbe ciarlato, dice ’l Piovano: – Io non voglio dimandarti né di casi né di punti teologici, ma io vorrei sapere da te di cose infime e basse. Per qual cagione al granello dell’uva è dato tanta poca difesa che ogni piccola rugiada lo offende e guastala, e è tanto nobile frutto che vedi nobile licore ch’ ella produce, e di quanto valore e di quanto nutrimento dà; e il pinocchio, che non è di tanta nobilità, vedi quanti armamenti ha per sua difesa e quante corazze ha sopra di sé e non è di tanto valore né sì nobile? Ancora ti domando: per quale cagione la polpa della gamba non è dinanzi per difesa del fusolo che tante volte a ogni ora è percosso e non ha alcuna difesa, e la polpa mai patisce lesione alcuna? E vorrei ancora sapere da te per quale cagione lo sterco del bue non è di quella dolcezza e nobilità che quello della pecchia; certo a mio parere, doveva essere al contradio, e parmi che in molte cose, e massime in queste tre, la natura abbi mancato di vista. Vorrei me le dichiarassi. Non sappiendolo, disse il Piovano: – A questo puoi cognoscere che se’ uomo sanza intelletto a volere disputare e sostenere le quistioni di teologia e non sai dichiarare questi piccoli dubbii.

61 Facezia LXI, fatta allo arcivescovo per lo zugo. Ebbe uno dì parole uno cittadino col Piovano, in modo che andò a farne querela allo arcivescovo; e mandato per il Piovano, difese la sua causa in modo tutti a dua furono licenziati. La cagione e origgine della quistione fu perché il Pio- vano aveva uno suo cane, el quale si chiamava Moccicone; e uno dì, passando costui da casa, il Piovano chiamonne in quello il cane: – Moccicone! Istimò colui il Piovano lo dileggiassi: bisognò che menassi il cane allo arcivescovo e chiarissilo del nome. Licenziati furono dallo arcivescovo, iscendendo insieme le scale dicendosi ingiuria, il Piovano, che mai s’adirava, gli disse: – Io t’ho pure oggi chiarito che tu se’ uno nuovo zugo! Per la quale parola ebbe tanto a sdegno ritornò su e di nuovo fece querela allo arcivescovo e disse quello gli aveva detto. Andò su il Piovano ancora; e difendendosi, disse l’arcivescovo: – È egli il vero che tu l’abbi chiamato per quello disonesto nome? Rispose il Piovano e disse: – Monsignore, costui è matto, credete voi io li avessi detto tal cosa? E’ m’incresce ch’e’ vi stimi tanto poco che m’abbi fatto venir qui per Moccicone una volta e ora una altra per il zugo in uno medesimo dì.

62 Facezia LXII: quando il Piovano fu fatto andare allo arcivescovo per i coglioni. Il capitano de’ fanti de’ Signori di Firenze mandò a casa uno Piovano che si tornava da Santo Bernaba, presso alla casa del Piovano Arlotto, uno piattello pieno d’animelle e di coglioni. Quello portava il piattello iscambiò l’uscio e portollo al Piovano Arlotto, al quale fece la imbasciata e disse: – Il capitano de’ fanti di palagio vi manda questo piattello e dice gli facciate acconciare bene queste animelle e coglioni, ché verrà a desinare con voi con uno compagno. Accortosi il Piovano che costui aveva iscambiato l’uscio disse: – Dì al capitano che venga a sua posta. E sollecitò forte di cuocere quello presente ed ebbe certi compagnoni che vennono prima del capitano e goderonsi quella roba. Venne a ora di desinare il capitano con uno compagno a casa quello altro Piovano e disse: – Siamo noi venuti ad ora? Rispose: – A che fare? Disse: – Non vi mandà’ io questa mattina il piattello delle animelle e de’ coglioni, e dissevi che io venivo a desinare con voi? Rispuose il Piovano: – Qui non è venuto cosa alcuna; io ho desinato una ora fa un poco di castrone. Crucciandosi andò e ritrovò il caso a punto, ed ebbe quistione col Piovano Arlotto; e andò a dolersi allo arcivescovo il quale mandò per il Piovano Arlotto e ripreselo forte. Disse il Piovano: – Io sono quello che m’ho a dolere: questo uomo da bene mi mandò istamattina a casa a buon’ora uno piattello d’animelle e di coglioni e disse veniva a desinare meco. Rispuosi al messo che vi venissi a sua posta con quella compagnia voleva, e per farli onore providdi a uno cappone e vitella e feci altre ispese ed hammi fatto aspettare infino a nona. Ebbi poi andare cercando di quattro mi aiutassino mangiare quella robba per non la avere a gittare via. Dette monsignore il torto al capitano e licenziogli. Disse il Piovano: – Monsignore, io ci venni a questi dì per il zugo in uno medesimo dì dua volte e ora ci sono venuto per li coglioni: per che ci ho io ora a venire? Rispuose l’arcivescovo: – Non ci venire più per cosa nessuna, s’io mandassi ben mille volte per te, più che tu ti vogli tu medesimo.

63 Facezia LXIII: una donna amica del Piovano Arlotto quando era giovane. Una donna fu infestata uno dì dal Piovano e richiesta di giostra al modo d’asini; costei non voleva acconsentire e, non si potendo da lui più difendere, disse: – Oimmé, Piovano, io ho il mio tempo. Rispose il Piovano: – Non te ne curare, ché se tu hai il tempo, io ho il senno.

64 Facezia LXIIII, fatta dal Piovano a uno, d’avere venduto vino sanza saperlo. Passando il Piovano per una via vidde dua facchini con una istangata di fiaschi di vino. Dice il Piovano: – Che vino è cotesto? Rispondono i facchini: – È vino brusco, il migliore che sia in Firenze, il quale ha venduto Giovanni Benci alla Signoria uno grosso il fiasco. Chiama il Piovano dua suoi compagnoni e dice: – Venite meco. Vanno a casa detto Giovanni, battono la porta, Giovanni apre e fa una gran festa al Piovano e dice: – Che andate voi cercando? Questa mi pare una maraviglia! Disse il Piovano: – Vengo a casa tua per osservare quello detto del Vangelo che dice in ore duorum vel trium omne verbum. Così ho fatto io, che non ho voluto menare con meco più che dua testimoni, perché intendino la riprensione io ti ho a dare. Non sai tu la consuetudine de’ compagnoni uomini da bene? E’ mi accadde dirti uno caso avvenne non è grande tempo: Fu uno prete di Romagna il quale venne a Firenze per sue faccende e appunto entrò nella terra in sull’ora del disinare, e passando per una contrada sente che in una casa, dove era uno bello ulivo alle finestre, si suona e festeggiasi. Domanda: «Che si fa qui?». Ègli risposto: «In questa casa è uno paio di nozze, non vedete voi l’ulivo? ». Sale su la scala e fermasi in sala e a punto lo scalco pone a mensa gli invitati; e il prete si pone ancora lui a sedere a tavola. Dice lo scalco: «Messere non sedete perché voi non siate delli invitati». Al quale rispose: «Non ci sarei venuto, se io non fussi istato invitato». Guarda lo scalco, e dice: «Levatevi, ché voi non siate messo in sulla iscritta». Risponde il prete: «E però hai tu errato: se io non vi sono, mettivimi, ché io vi ho a essere onnino. Io fo l’usanza da casa mia, che quando uno fa nozze publiche chiunche passa per la via s’intende, sanza dire altro, essere istato invitato, e può andare in quella casa a mangiare e a bere tanto quanto quelle nozze durano. E intendo venirci a cena questa sera». Così voglio dire a te, Giovanni mio: tu hai errato a manomettere una botte di vino e venderla sanza dire nulla a persona o invitare ignuno tuo amico per carità. E per ricomperare il tuo onore noi siamo venuti qui, Antonio dal Ponte e questo altro compagno e io a bere teco, e vogliamo assaggiare quello vino tu hai venduto alla Signoria –. Con uno lieto e giocondo viso gli ricevé volentieri e dette loro da bere di quello vino; e pregolli, in mentre la botte durasse, venissino ogni dì a bere con lui e disse al Piovano: – Perdonatemi dello avere io errato a non vi invitare; rimarrò a ristorarvi tanto il debito si cancelli.

65 Facezia LXV: il Piovano Arlotto insegna incantare la nebbia a ser nastagio Vespucci e al Zuta Sarto. Ser Nastagio Vespucci e ’l Zuta sarto si scontrarono una mattina di buona ora insieme. Dice ser Nastagio: – Io mi sento questa mattina non buono istomaco e se io bevessi uno gotto di buona malvagìa io sarè’ guarito. Dice il Zuta: – Io ho ancora gran sete e vorrei bere e non vorrei ispendere danaio; se voi volete e’ mi dà l’animo di fare pagare uno boccale di malvagìa al Piovano Arlotto che debbe venir qui fra una mezza ora a provarsi uno mantello gli fo. Disse ser Nastagio: – E’ non ti riuscirà perché il Piovano è fante isturato. Appunto in questi ragionamenti viene lì il Piovano Arlotto e dice: – Iddio vi dia il buon dì. Disse il Zuta: – Piovano mio, voi siate il benvenuto; a me pareva mille anni voi arrivassi qui, per rivelarvi un grande secreto d’una visione m’è venuta questa notte in sull’ora del mattutino. Apparvemi vostro padre e salutommi e disse: «Io sono Matteo Mainardi, padre del tuo Piovano Arlotto; vorrei che domattina tue lo trovassi, e digli come io sono in purgatorio e che continue ardo e se egli dà per Dio per l’anima mia soldi. 12. di piccioli io esco di purgatorio e di queste pene del fuoco. Io mi ti raccomando ». Io non dormì’ poi, Piovano mio, e istamane a buona ora mi levai e andai alla Nunziata udirvi una messa, la quale io feci dire per la anima sua e ispesi soldi dua. Piovano, io vi conforto facciate questo bene e presto, avvisandovi che voi no’ gli potresti ispendere meglio che in pagarci una metadella di malvagìa a ser Nastagio e a me. Disse il Piovano: – Come io venni qui, m’accorsi che tu mi volevi lavorare; non conosco io ser Nastagio e te? Vedi se tue farnetichi: cognoscesti tu mio padre? Disse il Zuta: – Io lo cognobbi e fu uno uomo dabbene e uno reale mercatante. Rispose il Piovano: – Tu non lo conoscesti, né mai lo vedesti. Mio padre fu uno ribaldo e morì nelle Istinche e se viveva più otto dì gli era impiccato; io non ispenderei per lui uno picciolo, ma se voi dua mi volete pagare uno boccale di malvagìa per noi tre io vi voglio insegnare uno incanto alla nebbia, cioè contro a essa della mattina, che mai non vi offenderà. Andò il fatto per il contradio e non tenne la pania, ché ser Nastagio e ’l Zuta la pagorono a lui, ed il Piovano insegnò loro lo incanto contro alla nebbia in questo modo, dicendo: – Togliete una tazza grande piena di malvagìa e dite dua volte: Nebbia nebbia mattutina che vien sempre la mattina, una tazza di malvagìa contro a te è vera medicina. E poi tira giù tutta quella tazza e mai non ti nocerà.

66 Facezia LXVI, della predica di Don Lupo. Portorono una volta le galeazze nostre certi gentili uomini catelani da Napoli in Catalogna, tra li quali amalò uno di loro, il quale si domandava don Lupo, e in fra pochi dì si morì. Accostoronsi a una terra, e secondo il luogo gli feciono onore e volle il capitano che ’l Piovano predicasse al corpo morto, come s’usa fare a Firenze. Montò in pergamo il Piovano e disse queste parole: – Indegnamente io sono istato assunto qui a predicare: e per comandamento del nostro capitano e contento di quest’altri nobili uomini, io dirò alquante parole. Temete Iddio e osservate i suoi comandamenti. E’ si suole dire qualche cosa in loda del morto, quando ha lasciato qualche buona fama di sé nel mondo. E’ sono, tra gli altri animali, quattro che hanno questa virtù e proprietà: uno è buono vivo e non morto, e questo è l’asino; l’altro è buono morto e non vivo, e questo è il porco; l’altro è buono vivo e morto, e questo è il bue; l’altro, che è il quarto, non è buono né vivo né morto, e questo è il lupo. Questo corpo ebbe nome Lupo e fu catelano; non so che bene io me ne possa dire e però mi tacerò, e farò fine alla mia predicazione. Pax et benedictio, amen –.

67 Facezia LXVII, d’uno sarto e del Piovano; e il quale aveva male e ’l Piovano lo confessa. Era uno sartore, amico al Piovano Arlotto, istato lungo tempo suo vicino in Firenze; aveva nome di essere buono maestro della sua arte, ma fama trista d’essere ladro e cattivo. Qualche volta il Piovano l’aveva ripreso, benché poco giovasse. Avvenne che uno giorno si ammalò d’una pericolosa e continua febre, la quale fu lunga che durò circa a tre mesi. Ed alla fine sempre peggiorando, né si voleva confessare, né prendere comunione, di che il Piovano molte volte lo riprese. E istando in quest’ostinazione, una notte sognò che gli pare vedere uno uomo con una bandiera in mano e invitavalo ad andare con esso lui: la bandiera pareva dipinta di molte ragioni di colori, quasi di tutti quelli varii si potevono trovare. La mattina destatosi tutto ispaventato mandò per il Piovano Arlotto e narrògli tutto il fatto. Rispose il Piovano: – Tu se’ ostinato e ogni dì peggiori e non ti vuoi riconciliare con Domenedio; se tu ti vòi confessare io ti dirò che visione è quella. Tra per paura o prieghi o minacci, acconsentì di confessarsi e nella confessione il Piovano gli disse che colui gli apparve era il diavolo, e quelli colori erano di tutte le ragioni panni aveva rubati nel tagliare; e confessogli che presso a cinquanta anni lui aveva fatto l’arte del rubare. Disse il Piovano: – E’ ti bisogna ristituire questa roba. Rispose il sarto: – Questo non è possibile, io non potrei ristituire [la valuta] d’uno danaio, e ciò che io ho rubato da cinquanta anni in qua no’ lo ristituirebbe tutto il mio vicinato, però che io vi prometto che mai tagliai cosa, o alcuno panno, quantunque piccola, che almeno io non abbi rubato uno palmo per uno paio di manichetti, e se io avessi il modo ristituirei volentieri. Disse il Piovano: – Fa almeno questo, che tu non rubi più. Rispuose: – Né cotesto potrei fare, perché io sono tanto avvezzo a torre qualche poco di panno, che nel tagliare mai l’arei a memoria, e pure quando me ne ricordassi non torrei alcuna cosa. Disse il Piovano: – Io ti darò il modo che sempre te ne ricorderai: so certo che tu hai fatta la confessione vera come fedele cristiano, e poi che tu se’ tanto trascorso nel male e nel rubare e di’ che nel tagliare mai ti ricorderesti se non di tòr qualcosa, fa che quando tagli tu abbi sempre uno fattore teco; e voglio che sanza iscoprirgli altro, per tuo onore, che tu lo ammunisca, come tu poni le cesoie in sul palmo, egli ti dica: «Maestro, quella bandiera»; e allora so che ti ricorderai di fare il dovere e non peccherai. Disse il sarto: – Cotesto è buono ricordo: ringraziovi e promettovi di osservarlo. E doppo non molto tempo il sartore guarì, e, in tutto dalla infermità libero, cominciò ad andare a bottega, e quando tagliava sempre aveva seco quando uno fattorino e quando uno garzone, il quale sempre, come il sartore poneva le cesoie in sul palmo, e lui diceva: – Maestro, quella bandiera. E allora che ’l sarto aveva allargato la mano per tagliare più panno no’ gli bisognava, come e’ sentiva che il fattore o il garzone gli ricordava la bandiera, tornava al vero segno e faceva il dovere. E così durò non molto tempo che a Firenze venne uno signore forestiero e comperò molti drappi e uno taglio di broccato d’oro molto ricco e d’assai valore. Non so in che modo il Piovano Arlotto aveva preso amicizia, con questo signore, il quale mostrava grande familiarità col Piovano; il quale adoperò in modo che il sartore suo amico, per farli quello bene, venne a tagliare una vesta di questo broccato a questo signore, e come ebbe poste le cesoie in sul broccato, vede il sartore che quello è una ricca cosa; allarga la mano quanto può e di subito il garzone dice forte: – Maestro, quella bandiera. E ’l maestro presto rispose: – Di questo color non v’era. Non giovò il ricordo del garzone né quello del Piovano, ché il maligno sartore ne rubò circa a uno braccio.

68 Facezia LXVIII, fatta dal Piovano Arlotto in chianti col Piovano di Cercina. Messere Antonio, Piovano di Cercina, sendo vicario del vescovo di Fiesole, dice a messere Girolamo Giugni: – Io voglio andare a vicitare nel vescovado certi paesi e chiese; volete voi venire? So che noi abbiamo ad avere buon tempo. Accettò e confortò che si facessi a sapere al Piovano Arlotto; e tutti a tre con certi altri compagni si missono in cammino e infra dua giorni arrivorono in Chianti e andorono a Brolio e a Cacchiano, castelli e possessioni di quelli nobili gentili uomini da Ricasoli, e con loro dimorarono alquanti giorni: dove da loro ricevettono uno grande onore in modo saria istato bastante sendo istati a una grossa città. E partitosi di quelli dua castelli andorono alla pieve di Santo Fedele e trovorono messere Giovanni Ispinellini, arcidiacono di Firenze, e ismontati da cavallo quasi in sull’ora di vespro o incirca, benché fussino iscalmanati dal caldo e che avessino grandissima sete, mai non furono invitati a bere: e in iscambio di fare colezione e rinfrescarsi el nostro messere Giovanni gli menò a vedere uno grande muramento della chiesa e casa aveva fatto in quello luogo, e mostrò loro certe vigne e molte belle terre, le quali aveva fatte cultivare e in quelle aveva fatto piantare molti belli frutti e grande numero. Né giovò la improntitudine del Piovano né sue piacevolezze, ché mai non poterono far colezione infino all’ora di cena. In ogni suo processo questo messere Giovanni era uno uomo molto avaro e misero e per sé e per la sua famiglia, ecetto che ogni sua isperanza e sollecitudine era in murare e acconciare quella pieve e accrescere le rendite sue. Postisi a tavola fu dato loro uno vino non molto egregio ed ebbono una insalata di borrana e cicerbita, la quale in modo pugneva le mani a chi la lavò, che quasi non si poteva toccare; pensa chi l’aveva in bocca come faceva! Vennevi ancora in tavola, doppo questa insalata, certe frittate o vero pesciduovi grossi, fatti con poche uova e con manco cacio, in modo che ’l Piovano non si poté contenere che non dicessi a messere Giovanni: – Voi avete questa sera iscambiate le vivande; per certo non posso credere questa sia quella avete ordinato per noi: dovevano essere queste di questi vostri operai e muratori. E doppo queste ebbono baccelli e cacio sappiente. Cenato che ebbono se ne andorono a letto. Dice il Piovano: – Noi cavalcheremo domattina per lo fresco. Dice messere Girolamo: – Voi vi levate sempre tardi e non vi risentirete. Dice il Piovano: – Questo nostro messere Giovanni ci ha trattato in modo che so questa notte non dormiremo. E la mattina di buona ora si furono levati e presono comiato e cavalcorono; voltatosi, messere Antonio vede che ’l Piovano Arlotto cavalcava cogli occhi serrati; dice: – Messere Girolamo, credete voi che ’l nostro Piovano mettesse bene iarsera a cinghia di bere? Vedete come e’ dorme. Rispose il Piovano: – Non dormo, no, ché le vivande furono buone iarsera e il vino vantaggiato. E cavalcando camminò ancora tenendo gli occhi serrati il Piovano. Dice messere Girolamo: – Ancora dormite, Piovano? Risponde: – Non dormo. E cavalcato ebbono circa a miglia otto e sempre tenendo gli occhi serrati il Piovano, dice messere Girolamo: – Voi dite che non dormite e sempre chiudete gli occhi e così avete fatto tutta mattina. Risponde il Piovano: – Nel nome di Dio, io non dormo e mai non ho dormito. Dice messere Girolamo: – Per qual cagione tenete voi gli occhi chiusi e così avete fatto tutta mattina? Risponde il Piovano: – Io non ho mai dormito istanotte né ora in tutta mattina, e ho tenuto gli occhi serrati infino a questo punto per non vedere la via e per non la imparare, per non avere cagione di mai piú tornare in questo paese, per non imparare la pieve né la casa di questo gaglioffo di messere Giovanni Ispinellini, il quale ci trattò in modo, iarsera, proprio come se fussimo istati parecchi facchini; e se il diavolo vòle io lo vegga in Firenze, sono diliberato farli uno buon cappello con quello onore meritavano le vivande e l’accoglienzia ci fece iersera.

69 Facezia LXVIIII, del Piovano Arlotto e dello imbasciadore di Ferrara. Parlando uno dì con certi preti e cittadini da casa lo ’mbasciatore del duca di Ferrara e standosi dirimpetto all’uscio suo a ragionare di varie cose, viene di fuori ed entra in casa il detto ambasciadore uno pulito ragazzo. Dice uno: – Che ne credi tu? Estimi tu che lo ambasciadore lo adoperi a ogni suo contento e piacere e che faccia buono tempo con lui? Dice il Piovano: – E’ gli è male a giudicare, ma se noi istiamo qui uno poco io ve ne farò chiari. E istati loro alquanto a ragionare insieme, viene lo imbasciadore in su l’uscio e vede che tra costoro è il Piovano Arlotto il quale salutò con lieta faccia; e parlando con loro insieme dice il Piovano: – Magnifico ambasciadore, io ho inteso che siate uno uomo da bene e clarissimo in molte virtù, e non di meno v’è dato uno grande incarico, e questo e ch’e’ si dice che in voi non regna quella carità io arei istimato, e s’e’ fussi vero n’aresti grande biasimo. Per tutto Firenze si dice publicamente quello ragazzo che voi avete in casa – mi pare, e a molti, figliuolo d’uno uomo da bene – e dicesi che voi lo tenete a dormire alla istalla tra’ cavalli la notte: se e’ fussi vero, sarebbe una grande crudeltà. Rispose, alquanto irato, presto lo imbasciatore dicendo: – Chi ’l dise se smente falsamente per la gola, ch’ello istà in camera in el mio letto, e ogni notte lo tiegno a dormire miego in queste brazze. Volsesi il Piovano ai compagni e disse: – Quanti sono quelli che muoiono l’anno a torto! Vedete carico che ha questo gentile uomo, e a torto, e però è male il giudicare quello lo uomo non sa né intende: è gran male a infamarlo in questo modo, benché io vi dissi non lo credevo.

70 Facezia LXX, d’uno prete che fa incetta di palle usate e il Piovano gli dice la novella de’ Topi. Uno prete alquanto parente al Piovano Arlotto gli dice uno dì che vorrebbe venire in galea insieme con lui. Isconfortalo il Piovano e con molte ragioni gli assegna non debba venire, e che non fa per lui; e non giovando, deliberò al tutto venire e disse che aveva parecchi suoi danari i quali terminava travagliargli e vedere di guadagnare qualche cosa. In effetto venne con uno padrone d’una di quelle galee, la quale era in conserva con la galea capitana dove era il Piovano Arlotto; e giunti in Fiandra istettono alquanti mesi in Bruggia i mercatanti. E il detto prete era a ogni ora addosso al Piovano. A Bruggia, e così in tutta quella Fiandra, vi si giuoca alla palla piccola assai, perché ve n’è grande dovizia. V’è chi fa arte di prestarle e, come una palla ha fatto uno giuoco, se ne muta una altra e così ad ogni fallo si getta e mutasi una nuova. Quelli che giuocano pagano le nuove a quello maestro ritiene il giuoco, e sono sue ancora tutte quelle palle gittate che i giucatori lasciano e non è veruno di quelli che ritenghino quelli giuochi che non ne abbi sempre parecchi some da venderne. Per la lunga istanza feciono quelli delle galee in Bruggia, quello prete intese tutto quello ordine della palla e parvegli dovere fare uno grande guadagno, vedendo che quelle palle si venderebbono in Firenze almeno tre quattrini l’una, e in quello luogo se ne dava cinque per tre quattrini. Inconsideratamente, e sanza il parere del Piovano o consiglio d’altri, comperò quello prete cinque grandi botte piene di quelle palle dove ispese quanti danari aveva, che non li rimase uno solo picciolo. Venne al Piovano il prete e tutto lieto gli narrò il mercato fatto delle palle; il Piovano, come savio, non li volle biasimare l’opera fatta, ma dissegli quando fussino ritornati a Firenze gli ricordassi lui gli dicessi la novella del genovese mercatante e delle gatte. Tornate le galeazze in Porto pisano, e ritornati tutti li Fiorentini a Firenze, il prete cominciò a vendere le palle e con meno che mezza botte riempié tutte le botteghe de’ merciai per parecchi anni; il resto gli rimase addosso e non credo che a gittarle via che le finisse tutte per ispazio di venticinque anni e ancora ne abbia. Veduto il prete la bestialità sua e conosciuto avere errato, andò a trovare il Piovano Arlotto; assai si doleva del non avere fatto a suo modo. Allora disse il Piovano: – Io ti voglio dire ora la novella del genovese mercatante e delle gatte: Fu uno genovese avventurato mercatante; il quale, navicando, per gran fortuna fue trasportato da’ venti in lunghissimi paiesi e non cognosciuti, dove mai alcuno cristiano era istato veduto, e fece iscala a uno porto d’una ricchissima insula, della quale era signore uno ricco e potente re, il quale, inteso che ebbe come questa nave era di nuovo venuta e in che modo, assai si maravigliò e doppo molte offerte invocò una mattina a desinare quello padrone, e venuto e data l’acqua alle mani, a tutti fu messa una bacchetta in mano, ed al re ed alla reina. Maravigliossi assai quello padrone; e postosi a mensa con quelle bacchette e cominciato a mettere il pane e l’altre vivande, di subito con uno grande istrepito, furia e tempesta corsono forse mille topi per volere torre le vivande di mano loro: e girando quelle mazze, e senza discrezione, sì difendevono le vivande in modo non erano tocche. Stando istupefatto il genovese padrone disse al re quello che significava quelle bacchette, e donde veniva quella tanta moltitudine di topi. Disse il re: «Se non fussi questa tempesta di topi, e per certo questo reame potremmo chiamare i più filici uomini si trovassino, perché qui nasce di tutte le preziose cose del mondo, cioè oro, ariento, ogni metallo. biade, grano, e vino, e frutte d’ogni ragione, cera e seta e ogni bene che produce la terra. Questi maladetti animali ci tolgono ogni bene; vedete che il pane e i panni e veste bisogna tegnamo appiccate a quelli ferri alti delle volte delle case ». Disse quello padrone: «Questa mattina vostra Maiestà m’ha dato desinare e domattina voglio io pigliare sicurtà e invitarmi me medesimo, e venire da me a desinare con voi». E partitosi e ritornato a nave, e venuta la mattina, ritorna a desinare e toglie una gatta di nave, e mettesela nella manica della vesta. E giunto al re, si missono a desinare e al medesimo modo gli fu dato la bacchetta in mano; e postosi a mensa e cominciato a venire il pane e le vivande, vengono uno numero infinito di topi. E allora il padrone della nave apre quella manica; e uscito fuori quella gatta, incomincia a combattere con questi topi e in uno mumento n’uccise più che cento e gli altri tutti ispaventorono e fuggironsi. Parve al re e a tutta quella gente una cosa innaudita, e che non dovesse essere possibile a vedere tanta fierezza e tanta destrezza a uno sì piccolo animale: e con molta diligenzia volle intendere dove nascevano e dove si nutrivono o di che vivevano. Disseli tutto e poi disse: «Bel sire, io vi voglio donare ancora ventidua paia di queste gatte; le quali se con diligenzia le farete governare, in pochi anni arete ripieno tutto questo reame». Parve al re costui gli avesse fatto uno dono troppo grande e tanto bello e tanto buono, che no’ gli pareva mai in etterno poterlo ristorare. Fece il re consultare per li suoi savii che guidardone costui potessi avere e dovessi avere: attento che era la salute di tutto quello regno, terminò e donògli tra oro e ariento, e di gioie, che era il valimento di più che dugentomilia ducati; e preso buona licenzia, il padrone se ne ritornò a Genova con le sue navi. Fra pochi giorni volò la fama della immensa ricchezza che lui aveva fatta, e in che modo la fortuna l’aveva prosperato di tanta gran ventura aveva aùta a fare tanto innumerabile tesoro. Ogni persona ne stava ammirativo e istupefatto e molti fabricorono nella loro mente di andarvi e di portarvi simili animali e in copia, ancora che il viaggio fosse lunghissimo e inusitato e pericoloso. E in tra gli altri fu uno di maggiore animo, ma non savio; e non considerò la pazzia fece [più] che veruno altro; e isconsigliato da quel primo diliberò fare a suo modo e al tutto terminò farvi uno viaggio e portarvi altro che gatte per avere maggiore tesoro: e portò a donare al detto re vestiti di dosso di broccato d’oro e d’argento, fornimenti da letto, da cavalli, da cani e da uccelli, molte varie confezioni ed altri ricchi vestimenti di valimento di più che ducati tredicimila. E doppo uno lunghissimo tempo, con grandissimi pericoli si condusse con una sua nave a salvamento alla detta insula, e fatto quello ricco presente al re, il quale accettò volentieri e con conviti e altro gli fe’ molte carezze, e preso licenzia detto padrone, pensò lo re con li suoi savii quello fussi da donare a costui: chi diceva dugentomila ducati, e chi diceva gioie, e chi una cosa e chi una altra. E infine, ogni cosa si istimò ed essaminò el re che fussi poco: e terminò, come liberalissimo e magnanimo re, di donare a costui una parte delle più ricche e care cose e tesori avessi, e di quelle che sopra a ogni cosa istimava più, e donògli dua di quelle gatte; e il buono e poco avventurato mercatante se ne tornò a Genova tutto isconsolato. Così voglio io dire a te: per non fare a mio modo e per la sete del guadagno e per la invidia, inconsideratamente volesti comperare e fare mercatantia di quello non ti intendevi. Volesti andare e vedi quello che t’è avvenuto, che mai più ritorni in sulla metà del danaio. Se il secondo mercatante avessi considerato che quello primo non vi andò volontario, e fu per ria fortuna e tanto pericolo di morte, e poi ebbe tanta grande ventura, ché in quello paese non vi erano gatte, averebbe preso il consiglio del primo e non vi sarebbe ito –.

71 Motto LXXI del Piovano, [di chi fusse men buono o più retto maestro]. A certi ragionamenti e proposizioni, parlando il Piovano Arlotto con alcuni, furono varie oppinioni di chi fusse buono e men buono e de’ più tristi maestri che si trovassino. Chi diceva d’uno e chi d’uno altro. Disse il Piovano: – Voi non ve ne intendete; i più cattivi maestri che sieno sono i bottai e’ cerchiai, perché d’uno diritto fanno torto.

72 Facezia LXXII: uno prete domanda il Piovano che vita fe’ santo cresci e che mestiere feci. Come io v’ho detto, el titolo della chiesa e pieve del Piovano Arlotto è Santo Cresci a Maciuoli. E celebran- do uno giorno la festa sua con grande solennità, alla quale erano circa a venti preti, come era suo costume fare così ciascuno anno, la mattina innanzi alla messa dice uno prete al Piovano: – Questi mia padri e venerandi sacerdoti mi hanno commesso che questa mattina io debba predicare e dire qualche parola, e perché egli è oggi la festa del vostro santo Cresci fa di bisogno dire qualche cosa; e i’ non lessi mai la sua leggenda, né so che vita fece, né dove nacque né dove morì. Vorrei che voi mi dicessi che mestiere fece al mondo. Rispose il Piovano: – Io non ve lo so dire, ma io credo certamente che fussi corriere. Disse il prete: – Come, corriere? Non fe’ egli altro essercizio? Rispose il Piovano: – Non mi pare. Disse il prete: – Per che cagione? Rispose: – Perché mi pare che venghi due volte l’anno e non mi pare che sia ancora sei mesi che io feci un’altra volta la festa sua.

73 Motto LXXIII, risponde il Piovano Arlotto a una donna più ardita che savia. Uno giorno ero col Piovano Arlotto e con certi altri suoi amici a sedere in su una panca dirimpetto a quel celeberrimo tempio di Santo Giovanni Batista. Passa una giovine ardita più che savia e in compagnia era una matrona da bene e una fantesca. Voltossi inverso quelle donne e disse a noi: – Ponete mente bella giovine che è quella. La donna udì e istimò il Piovano la dileggiasse; e rispuose forte al Piovano: – Così non posso io dire di voi. Disse il Piovano: – Sì potresti bene, se voi dicessi le bugie come ho detto io.

74 Motto LXXIIII, dice a certe donne le quali mormoravono d’uno suo parente, passando per la via. È antica consuetudine in Firenze che le nostre donne fiorentine l’anno di state si stanno per rispetto del caldo, il giorno doppo desinare, in certe loro corte e terreni, il più delle volte a fare loro essercizii, come di filare o di cucire, e quasi insino all’ora della cena. In sull’ora di vespro passa uno dì il Piovano Arlotto per borgo Santo Appostolo, e truova in su uno uscio alquante donne che cucivano. Dice una: – Piovano, buon pro vi faccia: Currado vostro ha aùto uno bello figliuolo maschio ed è istato da piú che gli altri, ché in settanta anni ha saputo fare quello non sa fare uno giovine in venticinque; ma gran mercé alla bella sua moglie. Intese dua cose il Piovano: l’una, che dileggiavano lui, e la seconda che facevano il parente suo becco e la moglie puttana, la quale era buona e onesta giovine di nobile sangue e molto bella. Di subito rispose alle parole loro, e sanza pensare e’ disse: – Credete che non ci sia delle altre puttane come voi? Ammutolorono, ne mai più né prima né poi gli detto- no impaccio ne dissono più male del parente né della parente suoi.

75 Facezia LXXV, del Piovano e d’una monaca. Nel tempo che ’l Piovano era giovine e non era ancora prete ed era uno bello garzonotto da fatica, tentato da diabolica instigazione, andò a una monaca suora, la quale era forte innamorata di lui; e quando furono a congiungersi insieme, tanta era la isfrenata voglia della libidine che era in lei, che ella quasi non sentiva niente; e come quella che forte appitiva la carnalità e toccando il Piovano come donna d’assai voleva rassettare le masserizie, e toccando truova i testicoli e dice al Piovano: – Che sono questi e come si chiamano? Alla quale e’ rispose: – E’ si chiamano i trastullini. Rispose la buona suora: – Cacciatemegli qua drento, ché noi suore non abbiamo bisogno di tante borie di fuori.

76 Facezia LXXVI: l’arciprete di graticciuolo confessa uno contadino. Io ti ho detto una novella innanzi in questo libro come quello magnifico cavaliere e nobile gentile uomo, messer Nicolò de’ Vitelli da Città di Castello, istette più volte in Firenze quando era fuori uscito della terra sua: col quale il nostro Piovano Arlotto ebbe lunga famigliarità, e una sera a tavola e poi a veglia si disse molte piacevolezze; e tiratomi da parte uno ser Tommaso Brozzi, pure da Città di Castello, e cancelliere di detto messer Niccolò, mi dice: – Io ho inteso che qualche volta il Piovano fa questo, che, quando uno dice una novella e vogliane una altra a quello proposito, la dice; per certo mi par grande maraviglia e non lo credo. Io lo voglio provare al presente. Risposili che invero io non lo sapevo e che quasi ancora io non lo credevo, ma: – Provate! Voltossi ser Tommaso al Piovano e disse: – Io vi voglio dire una piacevolezza, in questa sera, la quale mi incontrò a Urbino poco tempo fa, che ero andato a quello illustrissimo duca per faccende di messer Nicolò qui, dove io istetti parecchi mesi. Una mattina andando a vigitare madonna Battista Isforza, donna di detto duca, e in mentre parlavo con lei viene uno certo prete il quale si domandava lo arciprete di Graticciuolo; e doppo le salute fatte, domandò quella magnifica madonna certa grazia; al quale ella rispuose ridendo e disse: «Io voglio prima mi diciate come passò quella novella di quello contadino vi doveva dare quella soma di vino per quella assoluzione facesti in questa settimana santa passata, e quale fu la cagione non avesti il vino». Sinistrò lo arciprete alquanto e disse: «Madonna, io non la direi mai, perché, quantunque novella la fusse, ella è tanto disonesta che forte io mi vergogno a ricitarla; niente di meno, sendo io isforzato da voi, è el mio debito ad ubbidire: Mercoledì santo passato viene a me uno contadino mio popolano a confessarsi e intra molti peccati confessò come qualche volta alla donna sua [avea usato] il matrimonio al contradio. Parendomi peccato brutto, isceleste e nefando, biasimà’lo e detestà’lo assai, e riprendendolo gli dissi come non ne poteva essere assoluto se non dal Papa o da me. Domandommi che ispesa fussi lo andare lui a Roma: dissigli ispenderebbe circa a ducati quattro d’oro, cioè dua per sua ispese d’andare e tornare e dua costerebbe la assoluzione. E poi mi ridomandò: – E voi per quanto mi volete assolvere? Cademmo in patti e rimanemmo in concordia che lui mi donassi dua some di vino, che sapete che è di valore in quello paese la soma di dieci bolognini. Per farli bene e iscemarli ispesa e tòrli fatica, non ebbi il vino, ha infamato me a torto e vituperato se medesimo e la moglie, che in vero mai per tutto lo oro del mondo non rivelerei uno minimo atto di confessione perché, magnifica madonna, voi sapete peccato grave è a’ nostri pari rivelare tal cosa; e se loro sono istati matti a rivelare tal cosa e vituperare loro medesimi, io non posso altro. Tanto [è] che confessato io l’ebbi gli feci la assoluzione, e lui mi disse andassi per il vino il die doppo Pasqua, drieto a desinare. Tornossi a casa male contento, credo per quel vino che mi aveva promesso; veddelo la moglie così rimesso – promettovi, madonna, ch’ell’è la più maligna e pessima femmina sia in tutto quello paese –, cominciò a riprenderlo e con lui a gridare e disse: – Tu fai il contradio degli altri che si vanno a confessare e tutti addolorati de’ peccati hanno commessi, e quando sono confessati ed assoluti, tornono iscaricati e lieti perché pare loro essere riconciliati con Dio; e tu fai proprio l’opposito e pare che, nonché tu venghi dalla chiesa e dalla confessione, ma proprio che tu venga da vedere qualche morto a ghiado. Che diavolo hai tu? Voglio che tu me lo dica. Rispose il contadino suo marito: – Lasciami vivere; le nostre pazzie ci noceranno e costerannoci, che siamo disfatti questo anno. Qualche volta, come tu ti sai, ci siamo dato diletto per tuo conto e mio in avere usato il matrimonio al contradio; lo arciprete non mi ha voluto assolvere. E narrolle tutto il processo della confessione e del vino promessoli: – E tu sai che non ne abbiamo più che cinque some e volevone serbare una parte per la mietitura e battitura. Se noi gliele diamo non ci rimane il bisogno e aremolo poi a comperare. Disse la moglie: – Ècci altro? Rispose il marito: – Troppo mi pare questo. Disse ella: – Quando ha egli a venire per esso? Rispose il marito: – Il dì doppo Pasqua drieto a desinare. Disse la moglie: – Orsù, non te ne dare briga, io lo contenterò bene io. Venuto il dì doppo la Pasqua, la mattina la moglie dette al marito uno paniere d’uova e cacio che lo portassi a vendere in mercato a Urbino; e come pessima femmina li commisse che non tornasse a casa se non a sera e tutto fece perché io non lo trovassi acciò non me lo dessi, ché, se io ve lo trovavo, sono certo me lo dava sanza dubbio, perché di ragione io lo avevo avere e arebbemi fatto torto. Non sappiendo io quasta contenzione e pazzia e ingratitudine loro, accattai dua bestie a vettura e insieme col cherico andammo per questo vino; batto l’uscio ed ella mi risponde: – Non ci è il mio marito che è andato a Urbino a faccenda, e non ci sarà per di qui a sera. Volete covelle? Ditelo a me. E poi volle facessimo colezione giue nella cella; e quando trasse il vino dalla botte non adoperò boccale, con dare iscusa era rotto: trasse il vino con uno grande bicchiere, con uno ispillo dal lato dinanzi della botte alla quale eravamo presso. Beùto avemmo uno tratto per uno, andòe di drieto a quella medesima botte e trasse ancora con una ispina di quello medesimo vino e ribeemmo una altra volta per uno. Maraviglià’mi forte, né potevo indovinare a che fine avessi fatto. Dissemi la donna: – Ditemi, messere l’arciprete, quale vi pare migliore di questi due vini? Risposile: – A me pare una medesima cosa e medesimo sapore di vino perché è tratto d’una medesima botte. Volsesi verso di me con uno grande empito e disse: – Sia col malanno e pessima Pasqua che Dio vi dia: se questo vino di questa botte è medesima cosa, che vi avete voi a dare impaccio se io fo col mio marito quello fatto dinanzi o di drieto? Sappiendoci buono, contentandoci noi, faccendo d’accordo e faccendo col nostro, adunque che male o che peccato è questo? Voi vi doverresti vergognare: andatevi con Dio. In iscambio del vino ebbi quella villania e tornà’mene a casa ben volentieri». Finita che ebbe ser Tommaso questa novella, disse al Piovano: – Se voi non mi rendete il cambio voi mi sarete debitore. Rispose il Piovano: – Io non voglio me ne facciate debitore, perché vi voglio pagare ora. E disse una novella che seguita ora drieto a questa, e bella comparazione:

77 Facezia LXXVII: novella del Cucina da Sesto che è comparazione a quella di sopra. Vicino a Firenze a miglia quattro è una villa abitata da molti contadini e cittadini dove hanno di molti bellissimi palazzi. Tra questi contadini era un povero uomo, il quale si chiamava il Cucina da Sesto, el quale fu richiesto dal vicario della Iscarperia che era pretore in quello paese: non parendo al Cucina avere errato in alcuna cosa, non di meno pigliava ammirazione, né poteva in veruno modo [indovinare] per che cagione fussi mandato per lui. Comparì innanzi a detto vicario, il quale trovò a sedere che faceva giustizia, e udiva le cause e ministrava ragione; e perché il Cucina era male vestito, povero e abbietto, ispacciò prima il vicario ogni gente, poi si volse al Cucina e disse: – E tu, povero uomo, che vai cercando? Rispose il Cucina: – Io vengo a ubidire –, e con poca riverenzia di berretta, disse: – Voi avete mandato per me, né so quello vi vogliate. Disse il vicario: – Donde se’ tu, e come ti chiami? Che mestiere è il tuo? Rispose: – Io sono tale di tale, che mi chiamo per sopra a nome il Cucina da Sesto; son povero uomo, vivo di braccia e vo lavorando. Disse il vicario: – Tu se’ quello buono garzone che mi se’ istato inquisito per altro che per frasche. E levatosi da sedere e’ menollo su in sala; e volendogli dare della corda, disse il Cucina: – Messere lo vicario, io vi priego per Dio che non vogliate correre a furia: domandatemi di quello volete e troverrete vi dirò il vero; s’io vi ubbidisco, perché mi volete guastare della persona? Io sono povero uomo, vivo di braccia, duro fatica volentieri, son cognosciuto per tutto il paese di Sesto e per tutti quelli piani. So che voi siate prudente e da bene e che voi non mi farete torto alcuno: arei potuto fare di non venire qui, se io volevo, ma perché io sapevo chi voi eravate, non ho voluto sinistrare, ma sono comparito volentieri, e racomandomi a vostra Signoria. Temperossi alquanto il vicario che di già l’aveva fatto ispogliare per darli della corda; domandollo se aveva mogliera e quanto l’aveva tenuta. Rispuose: – Io ho tenuta la donna circa d’anni .25.; vivo di sudore. Disse il vicario: – Non ti vergogni tu che da uomini degni di fede sono istato acertato che quando tu usi con lei non lo fai a buon modo e fa’lo come le bestie? È egli vero? Se tu me lo di’, io lo so; se tu non me lo di’, ancora lo so. Rispose il Cucina: – Messere lo vicario, io sono nimico delle bugie e non ne dissi mai troppe a’ miei dì. Tutta la settimana io vo a opere perché vivo di quello e la sera quando io ho cenato me ne vo a letto: sono istracco e dormo di subito. E qualche volta la moglie mia viene a uomo e acostamisi: io gliele pongo in mano e dicole: «Dove tu hai la pena quivi lo metti». Dove ella lo mette, e io pingo: dove si vada io non lo so; se ci è errore [è] in lei e none in me, e se pure non mi credete mandate per lei ed essaminatela e vedrete che io vi ho appunto detto il vero –. Cominciò a ridere il vicario e mutossi di proposito per la semplice e piacevole risposta gli disse il Cucina; fecelo rivestire e detteli disinare, e poi lo licenziò e disse: – Guarda molto bene, se io mandassi per te cento volte, tu non ci venga. E iscusossi del disagio che gli aveva dato, e che lo ristorerebbe.

78 Facezia LXXVIII: domandato da uno il Piovano come ha fatto in galea. Domandato il Piovano Arlotto come ha fatto in galea, risponde: – Io ho fatto bene della mercatantia io vi portai, per la grazia di Dio, e forse meglio che uomo sia istato in su quella galea. Io vi portai uno pieno bossolo d’olio santo e per la grazia di Dio io l’ho tutto ispacciato, e sono tornato vivo e sano. Disse il vero, perché in su quella galea vi amalò chiunche v’era, da lui in fuora, e morivvi il terzo delli uomini.

79 Facezia LXXVIIII, della natta del cacio grattugiato, il quale il Piovano bevve con uno fiasco. In uno viaggio di Fiandra el Piovano Arlotto andò in su una galea, della quale era capitano uno uomo costumato e dabbene, ma alquanto tenace della roba sua. Alla partita di Firenze fece molte buone provisioni da mangiare, tra le quali portò di quelli nostri marzolini ed assai li racomandò allo iscalco di galea; e quando erano a mangiare a poppa, drieto alla carne, come è nostra consuetudine, faceva venire, di questo marzolino, tanto che appena bastava per la persona sua. Veduto questo, il Piovano diliberò d’avere di questo cacio: e una notte, faccendosi lume con le mani e cercando del luogo dove era il cacio, s’acostò a una cassa dove, in sulla quale, era per il caldo a dormire detto iscalco nudo e rovescio, e appunto gli puose la mano in sul batisteo, il quale bene era a ordine; e così fra ’l sonno disse: – Chi è là? Rispose il Piovano: – Perdonami, ché io credetti toccare il mio. Radormentatosi lo scalco non cognobbe persona né sentì altro; e cercando pure il Piovano, trovò i detti marzolini e tolsene dua, e quella notte li grattugiò, o vero tritò con uno coltello, e quelli misse in uno fiascone grande aveva. E qualche volta faceva il di colezione e ’n ogni boccone poneva bocca a quello fiasco e mangiavalo e quelli che lo vedevano qualche volta gli dicevano: – Piovano, e’ ci pare che voi abbiate in corpo una ispugna tanto beete. E istati così circa di tre dì, lo scalco s’acorge che gli è istato tolto dua marzolini. Dicelo al capitano il quale di subito fece la cerca per tutte le casse de’ compagnoni e per tutta la galea e mandò bandi per galea sotto gravissima pena per ritrovarlo; in effetto se ne tolse già ed ebbe pazienzia: e il Piovano alle volte, quando scadeva, faceva l’opera sua con quello cacio del fiasco. E una mattina sendo a tavola a poppa dice il Piovano: – Capitano, io vorrei mi dessi uno salvocondotto su questa galea per ogni e qualunque sospetto. Ridendo el capitano disse: – Io sono contento. Dato il salvocondotto il Piovano lo fece baciare quello fiasco e trovò in qual paese era andato il suo cacio; cominciò a ridere e alquanto si vergognò e maravigliossi della piacevolezza e invenzione, e poi poneva tanto marzolino in tavola, mattina e sera, che ciascuno n’aveva assai.

80 Facezia LXXX: fa iscoreggiare il Piovano uno buffone del re Alfonso. Sendo una volta alloggiato il Piovano Arlotto in casa d’uno suo amico prete in Siena, una sera mena il prete il Piovano a cena e a veglia, a casa un gentile uomo suo amico fuori della terra circa a miglia quattro, dove furono molti nobili uomini e, intra gli altri, dua ambasciadori di quello invittissimo re Alfonso, e’ quale avevano con loro uno buffone, io non dico da scoreggiate, ma da bastonate: era isciocco, porco e dappoco e disonesto e anche cattivo. E la sera, la maggiore e più onesta piacevolezza facesse, si pose a pisciare nel mezzo della sala e addosso al Piovano e ad altri uomini da bene, e fece vergognare quante donne e fanciulle v’erano, in modo non sapevano più dove nascondere o tenere il viso, come persone costumate e dabbene. Il Piovano puose uno grande odio incontro a questa bestia; e tuttavia macchinava in che modo potersi vendicare. Sendo ancora imbriaco, e doppo cena fu menato a letto e non più che postosi giù si fu adormentato; e andatogli drieto il Piovano gli entrò a lato e fece i suoi bisogni di pisciare e d’altro. Il Piovano in quello tempo era uno giovanotto di circa d’anni trenta e balioso e gagliardo, e, fatto che ebbe i fatti suoi nel letto, in uno tratto prese il lenzuolo e rinvolsevi drento così nudo quello buffone in modo non si poté punto aiutare, e recollo in sul mezzo della sala, dove ancora era tutta la brigata di uomini e di donne e lasciollo. Erano in fra gli altri a quella cena parecchi giovani i quali facevano a uno bello giuoco che si chiama iscangé, che si fa con corregge a darsi l’uno all’altro, e lasciatolo il Piovano in terra disse queste parole: – Guardate bello bambino che ha cacato e pisciato nel letto. Ed uscito dal lenzuolo così tutto imbrattato parve una cosa molto ischifa a tutti e massime a quelle donne. Vistolo quelli giovani dello iscangé gli corsono drieto con quelle coregge e tante gliene dettono quante ne poté portare, e peggio che vi fu dove non ebbe da rifuggire perché il Piovano aveva già riserrata la camera e non la volle aprire, e il gaglioffo buffone si istette quella notte il meglio che poté in quello lenzuolo infino alla mattina con quelle iscoreggiate.

81 Facezia LXXXI: risposta che fece il Piovano Arlotto a messer Federigo illustrissimo e invittissimo duca d’Urbino. Nel tempo che la Signoria di Vinegia infestava e faceva guerra a Ercules duca di Ferrara, e il duca di Milano e la illustrissima Signoria di Firenze con lo illustrissimo re Ferdinando erano insieme collegati, deliberorono con tutte le loro forze di aiutare il detto duca Ercole, non tanto per lui proprio, ma solo per salvare la città di Ferrara, la quale se avesse presa li Veneziani era la ruina di tutta l’Italia; prevedute queste cose la Lega condusse a loro soldo per uno de’ più eccellenti capitani si trovassi in tutta Italia, quello gloriosissimo principe e extrenuo capitano e signore, messer Federigo da Montefeltro illustrissimo duca di Urbino, il quale di subito venne con gran copie a piè e a cavallo e passò per Firenze. E quando arrivò allo Uccellatoio per andare a detta espedizione di Ferrara, ismontato alla osteria dello Uccellatoio detto e andatone alla istalla – e forse per qualche suo agio –, a punto riscontrò il Piovano in lui, né si cognoscevano l’uno l’altro, e disse: – Siate voi il Piovano Arlotto? Rispose il Piovano: – Sono. Rispose il duca: – Adunque io vi voglio toccare la mano. Disse il Piovano: – Se non vi basta la mano toccatemi il capo e’ piedi. Disse il duca: – Io non sono Cristo. Rispose il Piovano: – Ed io non sono Sampiero. Alcuni ripresono il Piovano, quando fu domandato dal duca: – Siete voi il Piovano? –, il Piovano rispose: – Sono. Né non disse signore, né illustrissimo; solo fece quella risposta perché in prima non lo cognobbe e non volle fare come santo Paulo che rispose a Cristo: – Adsum domine.

82 Facezia LXXXII: per una delle più belle cose del mondo uno cieco disidera vedere uno asino. Andò a Roma per sue faccende il Piovano Arlotto e a quello tempo papa Nicola lo volle vedere. La prima volta gli fece molte carezze e offerte il papa e disse lo amava per le sue bonità e virtù, e perché da molti gli era istato lodato e comendato. Allora rispose il Piovano: – Padre santo, guardate che non intervenga a voi come avvenne a uno cieco da natività, il quale, trovandosi a uno cerchio di certe persone da bene, vi capitò uno con uno popone; e lodandolo coloro, il cieco lo volle toccare e fiutare e disse: «Questo debbe essere uno degno popone». Risposono era il vero. Disse uno altro al cieco: «Dimmi, se fusse possibile che tu avessi a vedere una cosa sola al mondo a tua elezione e la piue maravigliosa, invero quale disidereresti tu?». Rispuose: «Io vorrei vedere uno asino». Fue ripreso del suo poco giudicio e vile animo, pareva a coloro avesse, istimando dovesse avere uno animo pellegrino di volere vedere qualche maravigliosa cosa al mondo; lui istando fermo nel suo proposito, e disse: «Io ho pensato e ripensato e vorrei vedere uno asino, né credo che sia la più miranda cosa né il più terribile animale al mondo: io non sento altro, quando vo per la via, che dire: – Cieco guarda l’asino, istà discosto all’asino Ma lasciamo istare di me: ma io intendo e odo tutto il giorno dire agli alluminati tra loro questo medesimo. Per questa cagione io credo che questa bestia sia la più maravigliosa del mondo e la piú terribile e quella che è di maggiore terrore e ispavento alle genti che veruna altra ». Da tutti coloro fu chiarito non aveva immaginato la piú vile né la più infima, e quello che quasi meno era istimato al mondo, e che in questo non aveva fatto buona elezione; ne mai volle dire altro il cieco istando sempre fermo nel proposito suo primo. Così voglio io dire a voi, Padre santo, forse che io vi riuscirò quello asino Parve al papa ch’e’ fussi uno uomo da bene e buono e feceli offerte, né altro domandò il Piovano se none una confermazione della sua pieve, la quale gli contendeva uno potente cittadino; ed ebbe una bolla plenissima quanto si potessi dire di confermazione gratis in ogni loco, che non volle il papa ispendessi niente. Era in modo carezzato che beato chi lo poteva avere in casa; e se non fussi istato il papa, arìa aùto a piatire grande tempo, e alla fine perdeva la pieve. Venne a Roma in su uno ronzino a vettura e con sei ducati addosso e con la pieve in compromesso: ebbe tanti doni a Roma che se ne portò a Firenze le bolle e uno degno mantello e cappuccio, una buona vesta, uno cavallo, e con circa a ducati .XXXVII.

83 Facezia LXXXIII, de’ venti batistei il Piovano Arlotto portò in Fiandra. Come io ti ho più volte detto, il Piovano Arlotto fece parecchi viaggi in Fiandra; e quando li padroni e ciurme delle galee venivano a Bruggia, sempre il Piovano alloggiava in casa di quelli mercatanti fiorentini e il più delle volte in casa quello nobile mercatante di Tommaso Portinari, il quale faceva compagnia con li Medici. E una mattina, alla partita per ritorno di Firenze, dicono quelli giovani: – Piovano, aveteci voi più a ritornare con le galee? Rispose che sì. Dissono: – Noi vorremmo che voi ci facessi uno grande servizio, che quando voi tornerete qui ci portiate da Firenze qualche cosa bella. Disse il Piovano: – Ve lo farò volentieri: che volete voi io vi porti? Risposono: – Qualche cosa istrana che non sia istata vista più in questi paesi e che facci ridere e dia diletto a questi fiamminghi che sono molte buone genti e sollazzevoli. Disse il Piovano: – Io lo farò a mio ritorno. E partitosi il Piovano ritornò con le galee a Livorno, e isceso in terra se ne ritornò a Firenze. Infra pochi mesi tre galeazze di nuovo si bandiscono per il viaggio di Fiandra; intesolo il Piovano, di subito s’acconciò con uno capitano, e ricordossi della promes- sa fatta a’ giovani del panco della ragione de’ Medici di Bruggia, e immaginato che potessi portare, andò alla fornace de’ bicchieri e fece fare venti battistei belli e naturali e onorevoli di piena mano, e poi li fece empiere tutti d’uno finissimo ispezie e istivarli in una cassetta. E infra poco tempo le galee ritornorono in Fiandra; e non sì presto giunse la ciurma a Bruggia, che il Piovano fue preso da quelli giovani e menato a casa e’ Medici, e fattogli molte carezze e feste grande, e’ dissono: – Aveteci voi attenuta la impromessa? Rispose: – Sì, e credo vi arò contenti; a ora di desinare vi porterà il presente vi ho recato da Firenze. Quella mattina faceva Tommaso Portinari uno bello desinare a certi baroni e cavalieri del duca di Borgogna, il quale era appunto nella terra; e venuta l’ora del desinare, e data l’acqua alle mani, e messisi a tavola, il Piovano si cava d’una manica quattro di quelli batistei e per ordine, in scambio di bossoli di spezie, li puose in sulla tavola e disse a quelli giovani: – Questo è il presente della promissione fattavi: siete voi contenti? Cancellatemi voi del debito. Rispuosono che sì. Quelli nobili uomini erano a tavola cominciorono a ridere e vollono intendere tutto il fatto; e come ebbono disinato, presono li quattro batistei e andorono a corte e dissono tutta quella piacevolezza al duca, il quale di subito mandò per il Piovano Arlotto; e inteso da lui tutto il fatto e molte altre piacevolezze, e’ domandollo: – Avetene voi più? Rispose: – Io n’ho ancora sedici. E mandato per essi, tutti li donò al duca e a quelli signori suoi cortigiani. Ancora domandò il duca: – Ditemi, in Firenze ve ne sono più? Rispose il Piovano: – Sire, ancora ve ne sono rimasti tanti che certamente se ne caricherebbono dua galee. Pel piacere prese il duca del Piovano, doppo molte proferte, gli fece uno dono, tra finissimo panno e danari di valore di più che cento iscudi d’oro, e tornatosene a casa di Tommaso fu domandato il Piovano da quelli mercatanti come avesse fatto della sua mercatantia col duca. Rispose: – Così avessi voi fatto invio contento delle vostre. E mostrò il dono aveva riceùto da quello illustrissimo e liberalissimo duca.

84 Facezia LXXXIIII: fece il Piovano una natta a messer Rosello d’Arezzo canonico fiorentino, collettore del Papa in Francia. Tornando messer Rosello delle parti di Francia, per rispetto della peste si fermò molto poco in Firenze e l’altra mattina diliberò d’andare ’Arezzo, e dubitando che per il cammino non doveva esser netto di sanità, fece pensiero d’andare la sera a starsi con uno suo amico prete il quale abitava poco di sopra al ponte a Levane, dove aveva una chiesuola di poco valore che aveva forse di rendita l’anno circa ducati venti. E cavalcando messer Rosello in sul mercato di Figghine, comperò dua paia di capponi e sette istarne; e la sera, in sulle ore ventidue, giunti a Levane con forse sedici persone e dodici cavalli e otto cani e dua uccelli, smontati da cavallo battono la porta. Risponde il Piovano Arlotto a messer Rosello e, doppo le salute fattesi, dice messer Rosello: – Dove è il prete e che fate voi qui? Rispose il Piovano: – Il prete è ito in Casentino a fare una pace di morte di uomini: andò istamani e istarà dua giorni e io sono qui per rispetto della peste che è a Firenze e ne’ paesi nostri, come avete inteso, e ora sono guardia della casa. Disse messer Rosello: – Io ho così caro voi come lui. Veduto il Piovano i polli e le starne, di subito cavate le briglie e messi i cavalli alle istalle, fece pelare quelli capponi e istarne e porre in una gran pentola al fuoco: felli fare lessi perché non fussino così comodi a portarli via, come sarebbono istati arrosto, e indegnato in se medesimo il Piovano disse: – Guarda che discrezione di uomo da bene che è questa, a venire a casa uno poverello prete che appena ha di entrata cento lire l’anno, e mena con seco, tra cavalli e loro persone, forse trenta. E di subito nella mente sua fabricò quello avesse a fare. E chiamato uno cherico malizioso, e commisseli, quando fussi domandato, quello avessi a dire, e quando facesse uno certo cenno tre volte sonasse a morto forte. E poi prese sotto il braccio messer Rosello e menollo a sollazzo per la possessione; mostrato gli ebbe la chiesa acconcia e murata e ricoperta, e in mentre erano già per la vigna e guardavano i posticci e li ulivi posti, che il Piovano comendava assai il prete e diceva a messer Rosello: – Costui fa miracoli, maravigliomi molto che di sì piccola entrata abbia fatto tante cose –, in quello ragionamento suona a morto il cherico forte. Dice messer Rosello: – O Piovano, che è quello? Risponde: – Non è altro. Nondimeno il Piovano tien forte sotto il braccio messer Rosello; e seguitando i ragionamenti, suona uno altro doppio. Viene tutto impalidito messer Rosello e dice al Piovano una altra volta: – Che vole dire quello ispesseggiare di campane? Dice il Piovano: – Non è cosa che importi troppo: egli è morto uno fanciulletto che aveva circa sette anni, e lodato Iddio la cosa è migliorata in modo da l’altra settimana ce ne morì nove, di questa, ringraziato Iddio, non ce ne sono se non tre. Messer Rosello, che era a braccio col Piovano, diventò di colore morto e fuggì sanza più dimandare, e presto chiamato li suoi e fatto mettere briglie e selle, di subito sanza dire altro andonne a Quarata presso a Arezzo a miglia tre, e giunto all’oste batté la porta. Levatosi, forte si maravigliò, e disse: – Che vòle dire questo, che voi siate venuti così tardi? Sono quasi cinque ore di notte: èvv’egli accaduto sinistro veruno per la via? Apena che messer Rosello poté rispondere, tra la paura e l’affanno del cavalcare la notte e la fame e il sonno era quasi tutto venutosi meno: pure narrò tutto il fatto all’oste; il quale rispose e disse: – Certamente, messer Rosello, questa è istata natta, ché io v’imprometto che dalla Ancisa in qui non ci è uno duolo di testa in su questa istrada per insino a Roma. Disse messer Rosello: – Questa è delle opere del Piovano Arlotto, ma peggio mi sa che noi vi abbiamo lasciato dua paia di capponi e sette istarne. Disse allora uno famiglio: – E noi vi abbiamo lasciato tra la paura e la fretta ci facesti, dua cavezze, una ferriera e uno cappello. Disse messer Rosello: – Ancora è peggiore novella che mai se ne riarà cosa nessuna, perché ciò che si lascia in casa di preti e più perduto che se fussi cascato in mezzo del mare. Non si poté però contenere il Piovano che non riprendesse messer Rosello, per una lettera li iscrisse a Arezzo, della sua poca discrezione aveva aùta a venire per alloggiare a casa uno povero prete con sì grande istuolo. E a onore suo si goderono insieme col prete, torno di Casentino, le starne e quelle dua paia di capponi.

85 Facezia LXXXV: per quale cagione il Piovano dà per incenso zolfo a parecchi villani. Tornando da Bologna el Piovano Arlotto per sue faccende, fece la via per valle di Setta, e venne a starsi con uno suo amico prete in la villa di Creda, contado di Bologna, e nella montagna, dove istette alquanti giorni; e più volte si maravigliò il Piovano de’ tristi quattrini quello prete pigliava dell’offerte e delle candele: quelli dell’offerta meglio poteva sopportare, non costando, che quegli delle candele, che si avevano a sborsare di borsa. Disse al prete: – Non ti accorgi tu che munete tu pigli? Rispose il prete: – Che volete voi io ne faccia? Più e più volte l’ho detto loro amichevolmente a uno a uno; non giovando, l’ho detto loro in chiesa, e in ogni modo io perdo il fiato ed il tempo: bisognami avere pazienzia e fare con loro il meglio posso. Disse il Piovano: – Vo’ tu ch’io vi rimedi? E’ mi basta l’animo che non ci andrà molti giorni che io terrò modo verrà loro voglia di darti buoni quattrini. Rispose il prete: – Io ve ne priego e quanto piú presto si può e sanza iscandolo. Fece il Piovano comperare uno bolognino di zolfo pesto; la domenica mattina ammunì il cherico quanto avesse a fare: era malizioso e intese a punto quanto gli aveva detto il Piovano. Cantorono una messa ed eravi gran popolo quella mattina, e quando furono a dare lo incenso, nel dire del santo Evangelio allo altare, fu fatto buono incenso con quelle debite cirimonie e riverenzie e divozioni, come susa per la santa Madre Ecclesia; e poi, quando il cherico ritornò allo altare, el Piovano, il quale cantava la messa quella mattina, riprese il cucchiaio e messelo pieno tre volte di zolfo in sul terribile, e il detto cherico lo andò a dare al popolo al modo usato. E sentito dalla brigata il gran fetore e puzzo orribile gittava, quale si turava la bocca e il naso, ma la maggiore parte s’uscirono fuori di chiesa, che in veruno modo vi potevano istare e bisognò istessino tanto a uscire di chiesa che il fummo di quello fetore fussi passato; e tutti dolendosi dal prete e’ feciono pensiero di farli dispiacere e tra loro era grande mormorio, in modo che il prete cominciò forte a temere e accostatosi allo altare al Piovano disse: – Voi avete fatto troppo, non cognoscete gli uomini di questa montagna: sono male persone e maneschi e dubito del fatto mio perché ve n’é più d’uno che mi minaccia già di farmi dispiacere. Rispose il Piovano: – Non dubitare che, come aremo fornito la messa, io rimedierò in modo che tu sarai contento. E quasi non fornita ancora la messa, quelli contadini si fanno innanzi a quello prete con minacci, iscrollando il capo, e con molte parole ingiuriose si dolevano della villania del zolfo la quale era istata loro fatta. Levatosi dall’altare ed isparatosi, il Piovano venne a quello romore, fingendo di non sapere cosa nessuna, e comincia a dire male a quelli contadini; e loro si dolgono del prete, e lui risponde non ne sapere cosa alcuna. Chiama il Piovano il cherico e domandalo che vòle dire questo zolfo. Risponde: – Piovano, costoro si dolgono e non hanno ragione né cagione: né voi, ne il prete, né io abbiamo colpa di questo fatto, ma loro medesimi. Ieri andai allo ispeziale per comperare dello incenso. Dolli i danari e sono tristi: dissemi donde gli avevo aùti. Rispuosili: «Sono i danari delle candele i quali abbiamo da’ popolani ». E allora con ira mi dette poco incenso che appena è bastato allo altare, e poi mi dette quello zolfo e disse: «Dà questo al popolo, ché non si dà per danari tristi se none di questo zolfo». Tornà’mene a casa e ho fatto quanto lui mi impose –. Volsesi il Piovano verso li contadini e disse: – Il prete ha ragione, e voi il torto: non vi vergognate voi a dileggiare Iddio a questo modo? Vedete quello dice il cherico e come v’ha trattato lo speziale, che vi ha fatto il dovere. Vergognoronsi tutti quelli villani crudeli e promissono dare per lo avvenire al prete, all’offerta e per le candele, buona moneta: e così osservorono.

86 Facezia LXXXVI: per quale cagione il Piovano fa, in iscambio di sonare a messa, sonare a martello. Uno lunedì mattina vede il Piovano Arlotto che il prete suona a messa; e né per tempestar la campana, né per altra cagione, né per dire loro il vero giova che veruno di loro ne’ dì feriali viene mai alla chiesa, se none, qualche volta, dua o tre donnicciule. Dice il prete: – Egli è loro usanza di fare così sempre: il più delle volte io ho a dire la messa al cherico e non a altri. Dice il Piovano: – Io me ne maraviglio: costoro non sono bisognosi, ch’e’ sono tutti ricchi; nel popolo mio, che sono poverissimi, non è mai che ne’ dì feriali, per pochi sieno, vi venga meno di .XXX. o di quaranta persone. Per certo domattina, che è martedì, io voglio vedere che gente ci viene: una medicina farò. E la mattina seguente il Piovano medesimo, in iscambio di sonare a messa al cherico, volle egli medesimo sonare e sonò più d’una ora a martello. Di subito, sentendo sonare a martello, corse alla chiesa tutto il popolo, piccoli e grandi, e delle ville d’attorno, e tutti con lance e balestre e armati; e domandavano el Piovano per quale cagione sonasse. Rispose: – Per lo male anno e per la mala pasqua che Iddio vi dia! E con villania forte dicìa: – Villani ribaldi che voi siete! Vedi, al bene niuno si muove, e al male ciascuno corre. Questo vostro prete tempesta tutta mattina questa campana e nessuno di voi ci arriva; e non vi vergognate voi? Di poi frequentorono più la chiesa.

87 Facezia LXXXVII: per che cagione fa una mattina le minestre con uno teschio di morto. Aveva una domenica mattina el Piovano Arlotto invitato tre suoi amici a’ quali dava desinare; perché erano amici non aveva parato troppo grande convito, ma solo il bisogno. Detta la messa, in quello si vogliono porre a tavola, vengono forse dodici cittadini uccellatori e chiamano il Piovano, e dicono vengono a desinare con esso lui. Risponde: – Voi siate e’ benvenuti. E in mentre legano i cavalli, il Piovano va per uno teschio di morto tutto carnaccioso ancora perché era fresco; nasconde la carne fresca cotta e il romaiuolo e poi toglie uno pignatto dove era carne insalata cotta e con brodo. Dice alli uccellatori: – Voi siate i benvenuti, lavatevi le mani. E poi toglie quello teschio e tuffalo nel brodo, e comincia a fare le minestre. Veduto questo gli uccellatori, venne loro tanto in fastidio quello atto che si partirono di subito. Disse il Piovano: – Abbiate pazienzia, che io non le fo con altro romaiuolo; di quello mangio per me, bene potete avere pazienzia voi. E così il Piovano con li amici rimasono soli.

88 Facezia LXXXVIII: quando il Piovano fu invitato da uno potente cittadino a desinare e molestato rinunciasse la pieve. Andato a desinare el Piovano Arlotto con uno potente cittadino, il quale gli fece onore assai, da uno altro che vi era con molti prieghi e molte umili parole fu persuaso rinunziasse la pieve, e fece uno lungo sermone, dicendo: – Piovano, oramai voi vedete siete antico; io ho immaginato farvi uno gran bene: voglio rinunziate la pieve a uno giovane buono, da bene, costumato, litterato e savio, e non la potresti allogare meglio. Saravvi figliuolo e onoreravvi come padre, lasceravvi ministrare l’entrate e godere tutto il tempo della vita vostra. Potrestimi dire, non vi volete fidare: rispondovi che si esamini l’entrata appunto, anno per anno, e ancora qualcosa più e pon- ghinsi in su che banco di Firenze volete e sienvi pagati i danari della entrata, tutti anno per anno: e di questo vi daremo che sicurtà di banco voi vorrete a vostra elezione. Quando il Piovano ebbe inteso ciò che aveva detto, tutte le parole replicò, e a parte a parte rispose e assegnò molte efficace ragioni per le quali né poteva, né doveva, né voleva fare tale pazzia, dicendo: – Io v’avevo da ringraziare della umanità mi avete usato questa mattina in darmi disinare: non lo farò perché veggo non è istato per carità, ma solo per venire a uno vostro contento e fine. Dite che io sono vecchio: egli è il vero; se io rinunziassi la pieve diventerè’ io giovane? Avete immaginato farmi uno gran bene; rispondovi che io istò e vivo contento e se io cercassi il meglio perderei il bene, e non troverrei il meglio. Confortatemi vi rinunzii la pieve a uno giovine dabbene, etc.: credo che sia da bene, ma io farei mancamento a rinunziare a uno migliore, ché non è possibile io lo possi credere che sia migliore di me e più dabbene. Dite, è più savio e più litterato; rispondovi che io ho veduto parecchi a’ miei dì, per volere essere più savii delli altri e più litterati, diventare più matti, e mai non tornare in loro essere. Questo potrebbe pure essere: s’e’ fusse, come fare’io? Non sarebb’egli gran pazzia a persuadersi e a giudicare uno essere più savio e più costumato di me? Certamente, per questo capo, mai non lo farei; e so, sicondo mio giudicio, io non la potrei allogare meglio che a me medesimo. Sarammi figliuolo e arammi in luogo di padre: stonne in dubbio e conosco saria errore a lasciare le cose certe per le dubbie, perché voi e io abbiamo veduto a’ nostri dì e veggiamo a ogni ora il figliuolo adirarsi col padre, trattarlo male e poi batterlo, e in questo mondo non ne troverrei sicurtà che quando volesse non lo facesse; e sarebbe poca prudenzia la mia a fare ed entrare in questi pericoli e tentare questi dubbii: non è possibile che due persone entrino né possino istare ’n una camicia. Domando voi quale è meglio, o che una pieve abbi dua piovani o che uno Piovano abbi dua pieve? Certamente la sentenzia è data. Offeretemi ancora che lui me la lascerà godere in vita mia: non è egli più prudenzia a stare come io mi sto e godermela sanza alcuno obrigo, che rinunziarla e avere a essere ubbligato a altri? Dite ancora mi sicurerà per qualunche banco io vorrò, che mi lascerà l’entrate in vita mia: e di questo non è possibile a trovare sicurtà che mi satisfaccia. Voi e io cognoscemmo quello nobile cavaliere di messer Palla delli Istrozzi essere il maggiore ricco di Firenze ed essere il maggiore e il più riputato cittadino, e quello avere più credito che uomo di Italia; e vedemmo questo una sera andarsene a letto con tutte queste glorie e la mattina a ora di terza essere confinato e cacciato della patria sua, e in uno punto diventare povero e il più cattivo credito di Firenze e in uno tratto perdere ogni cosa. Di chi volete voi adunque che io mi fidi? Certo non di persona se non di me medesimo. Per niente non lo voglio fare e non voglio in tanti modi offendere Iddio e dare tanti dispiacimenti a me medesimo, né in mia vecchiezza farmi tenere più matto io mi sia –.

89 Facezia LXXXVIIII: risposta fece al magnifico e potente cittadino Lorenzo de’ Medici. Quando il riverendissimo mons. lo cardinale di San Piero in Vincola tornò legato di Francia e passò per Firenze, el nostro Piovano Arlotto andò una mattina a desinare con lui; dal quale ricevé onore e offerte assai, in modo il Piovano si maravigliò forte tanta umanità quanta era verso di lui. Quando furono levati da tavola, venne a vicitare il Magnifico Lorenzo il cardinale, e, salutatolo, si volse al Piovano e disse: – Come istate voi, Piovano? Al quale rispose: – Io sono condotto al verde. E poi disse: – Che andate voi cercando? Rispose: – Io vo cercando il contradio degli altri: quanti preti vengono a vigitare monsignore vengono per benifici e io sono venuto a monsignore perché il mio non mi sia tolto. Né il cardinale né altri che fussi in quello luogo intese le due risposte che ’l Piovano fece al Magnifico, se non Lorenzo medesimo. Aveva indosso il Piovano uno mantello di panno verde bruno e però disse: – Io sono condotto al verde. E tutti gli altri interpetrorono volessi dire altro. La seconda risposta ancora non fu intesa se non per Lorenzo: di giorni innanzi fu detto al Magnifico Lorenzo come uno prete parlando col Piovano doppo molte parole gli disse: – Piovano, io arò la pieve vostra in vostro dispetto. Rispose il Piovano ridendo: – Voi farete ciò che voi potrete per averla e io adoperrò ciò che io potrò perché voi non la abbiate, e so che riuscirà più a me che a voi il pensiero. E perciò disse a Lorenzo: – Io vengo qui a fare il contradio degli altri. Parve il Piovano al cardinale fussi uno òmo buono e da bene e faceto e maravigliossi non lo aveva richiesto di cosa alcuna. Tra le altre piacevole novelle disse al cardinale fu questa.

90 Facezia XC: comparazione disse a uno romito che s’era lasciato rubare una notte in una osteria da uno ribaldo. Dice il Piovano: – Monsignore, io ho aùto in questa mia vecchiaia [tante battaglie] di questa mia pieve che io non so che modo io mi abbi a tenere a volere vivere in pace, e tutto il giorno io sono molestato; e se fusse uno vivere santo, come già fu per il passato, io sarei ito a Roma e messomi a’ piè di nostro Signore e detto: «Padre Santo, io ebbi la mia pieve da papa Martino vostro antecessore e così come io l’ebbi da questa Sedia io la rendo a lei e rinunziola nelle mani della vostra Beatitudine; fatene quello vi pare e datela a qualche uomo da bene e me provedete della vita: io mi rimetto nelle vostre braccia». E però che non è più quello buono tempo, né quelli uomini santi, non lo voglio fare: arei fatto per levarmi da briga e per salute della anima mia, e come fece una fiata uno santo romito, il quale andava in pelligrinaggio e uno giorno s’acompagnò con uno ribaldo per la via. Come accade di fermarsi a bere, el romito paga il vino di certi soldi gli erano istati dati per Dio; vede il compagno che li trasse d’una certa pezza o fazzuolo istracciato, e immaginossi ch’el romito abbia danari assai e fa concetto in se medesimo di rubarlo. Beúto che ebbono, camminorono insino alla sera ed alloggiorono a uno ispedale; e andato a dormire, furono messi in dua letti; e la notte, in sul primo sonno, quello ribaldo istimò il romito dormisse; levatosi andò piano piano per rubare. Il romito, sentendosi ispogliare, ché era desto, si spurgò forte; colui si fermò e istette circa a una ora, e tentò una altra volta per rubarlo. Ancora una altra volta il romito, che stava in quello pensiero, ancora una altra volta tossì forte e colui si fermò ancora uno pezzo; e così la terza volta. Veduto il romito non poteva dormire, in se medesimo disse: «Se istò a questo modo non posso fare non pecchi, danno l’anima mia e nuoco al corpo ché non posso dormire»; levossi su e tolse quelli istracci con quelli pochi soldi e fenne uno fardello, poselo in terra in mezzo dello ispedale, e ritornossi a letto a dormire e dormì riposatamente insino alla mattina. Destatosi, il romito ringraziò Iddio, e trovò il tristo aveva portato via il fardello. Così mi bisognerebbe fare a me a volermi levare da queste tempeste mi sono tutto dì date per la renunzia di questa pieve: ma quello romito trovò poi chi gli dette limosine e danari, e a me non interverrebbe così, ché io non troverrei poi quella carità, e perderei la pieve –.

91 Facezia XCI: [antonio dal ponte intende per Firenze che ’l Piovano è morto; vanne tutto ansio alla pieve per intendere se è vero: trovò el Piovano e contali la cosa]. Viene una novella come il Piovano Arlotto è morto alla pieve sua; e dicendosi a Firenze, Antonio dal Ponte di subito, non lo credendo, ma per accertarsi del vero, va a trovarlo alla pieve. Vede il Piovano che lui è tutto affannato; dice: – Che ci è? Che vòle dire questo? Risponde Antonio: – A Firenze s’è detto come voi eravate morto: sapevamene male. Non lo credendo volli venirvi a vicitarvi e intendere se era vero. Dice il Piovano: – Io credo che più presto tu eri venuto per imbolare qualcosa che per carità di vedermi. Part’elli tempo da morire in sulla ricolta? Male mi saprà di morire e lascia- re l’uovo nato e fresco, ma peggio mi saprebbe lasciarlo mondo, e morrei disperato. Antonio mio, non credere che io voglia morire, né che io n’abbia di bisogno; e così di’ a ogni uomo che ti dimanda de’ casi mia.

92 Facezia XCII: per quale cagione disse il Piovano Arlotto: «vada il mondo come vòle e istia il tagliere come si suole». Nel tempo che il nostro Magnifico Lorenzo de’ Medici era a Napoli per trattare insieme con li altri ambasciadori della pace di Italia, si dicevano varie cose, come Lorenzo aveva errato a mettersi nelle mani della fortuna, perché l’oppenione di molti era che quello serenissimo re li facessi dispiacere. Viddesi poi manifestamente che quello andare con tanta liberalità al re fu cagione della salute d’Italia e viddesi quanto onore fece a Lorenzo, e con quanta liberalità lo vidde volentieri e come sapientissimo e gloriosissimo principe. Istando le cose in questi termini io domandai uno dì il Piovano Arlotto: – Credete voi che il nostro Magnifico Lorenzo torni salvo da Napoli? Risposemi che sì e sanza dubbio, e disse: – Interverrà di questo caso come avvenne a dua ghiotti i quali mangiavano insieme a uno tagliere d’uno grasso cappone: quello che tagliava poneva innanzi a sé tutti i migliori bocconi; quello altro compagno, cognoscendo questo fatto, non gliene sapeva molto bene perché ne arebbe voluto la parte sua, e passare il fiume e andare dal lato suo non li pareva onesto e a quel modo non voleva istare paziente. Cominciò a dire al suo compagno, pieno che fu il tagliere: «Questo mondo è una vanità, ne ci è da porre alcuna isperanza: ogni cosa è transitoria»; e prese lo tagliere in mano e disse: «Così girano le cose del mondo come fa questo tagliere», e posollo, e quello lato de’ buoni bocconi si misse innanzi e cominciò a mangiare. Allora accortosi il compagno che aveva tagliato disse in se medesimo: «Tu arai male pensato», riprese il tagliere e posollo e rimisse quello lato de’ buoni bocconi innanzi a sé ridendo e disse queste parole: «Sai tu compagno mio? Vadia il mondo come vòle e istia il tagliere come si suole», e posollo giù –.

93 Facezia XCIII: della pace del monaco e per quale cagione si dice. In questo medesimo tempo che il nostro Magnifico Lorenzo era a Napoli, come accade ragionare alli uomini popolari, i quali non possono sapere le cose segrete che si trattano per le republiche e per li grandi principi e niente di meno sono desiderosi di intendere, parlano qualche volta delle nuove si dicono publiche, e qualche volta aggiungano, tal volta ispargano a dire il vero: come fece allora il nostro Piovano Arlotto, il quale fu domandato della pace si tratta a Napoli per li ambasciadori delle potenzie: – Che ne credete voi? Rispose: – Sarà presto pace, ma sarà la pace del monaco. Fu domandato: – Quale è la pace del monaco? Rispose il Piovano: – Pace e mala volontà. E disse a questo proposito una piacevolezza o vòi novella in questo modo: – Fu in questa nostra città di Firenze una badia di monaci osservanti, la quale badia era edificata allo antico mo- do, cioè che nel mezzo della chiesa era uno muro o vero uno legno attraverso, in sul quale era uno antico e grande crocifisso legato al muro con una catena o vero corda. E come voi sapete si fa ne’ luoghi d’osservanza, li monici sempre dicono le sette ore canoniche e quelle cantano in coro, e li loro laici conversi dicono a ogni ora canonica, in iscambio del divino uficio, certi paternostri e avemarie, in quello modo come da’ loro maggiori è ordinato. In questa badia era uno laico converso il quale era molto devoto e a tutte l’ore diceva divotamente li suoi paternostri e avemarie, sempre ginocchione, che mai non mancava innanzi a questo crocifisso; e, come piacque a Dio, uno giorno quando quello converso diceva le sue divozioni a ora di vespro, ginocchioni innanzi al crocifisso, ruppesi quella corda o vero catena, in modo che il crocifisso gli cascò addosso e ruppeli la testa, le reni e uno braccio. Corsono li monaci, portorolo a letto, e venuto il medico e vistolo, disse i colpi erono gravi e che egli istava molto male. E ordinato si confessasse, venne uno monaco e confessandolo lo trovò una semplice e buona persona, ma trovollo in una semplicità dannosa alla anima sua, ché si aveva cacciato in fantasia che quello crocifisso lo avessi ingiuriato, e non poté fare che mai volesse perdonare. Veduto il monaco questa ostinazione di pazzia, disse allo abate tutto il fatto, il quale venne a vicitare lo infermo; e domandòllo lo abate: «Come stai tu?» Risponde: «Molto male». Disse lo abate: «Io non me ne maraviglio: e’ mi dice il tuo confessore che tu porti odio a quel crocifisso; è egli vero?». Risponde il converso: «Padre sì: non volete voi ch’io gli porti odio che, circa a .XV. anni o più sono, io ho continuato dire innanzi a lui tutte le mie ore e mai non mancai solo uno paternostro, né mai lo richiesi d’alcuno servigio? E che egli ora mi abbi trattato in questo modo, per niente io non posso né voglio perdonalli». Rispose l’abate: «Io delibero facci questa pace». Disse il converso: «Per niente non la voglio fare». Veduta l’abate questa ostinazione perversa con tanta semplicità, disse in sé medesimo: «Chi semplicemente pecca, semplicemente va allo inferno ». E fece venire quello crocifisso e disse al converso: «Dimmi, tu sai e’ sono circa a sedici anni io ti vestì’ cotesti panni e feciti converso; quando ti missi l’abito, che mi giurasti tu in queste mani?». Rispose il converso: «Io giurai povertà, castità e ubidienzia». Disse lo abate: «Tu di’ vero: io ti comando per santa obbidienzia che tu abbracci e baci questo crocifisso e che liberamente gli perdoni e che a ogni modo facciate la pace insieme». E così fece per comandamento di santa ubbidienzia e disse: «Padre, poi che entrai in questa santa religione, sempre vi ho obbedito e obbedirò». E abbracciò il crocifisso e baciollo e perdonolli e fece la pace. Rimandato il crocifisso al luogo suo e partitosi lo abate dal detto converso, non discostandosi molto, alzò il capo e disse: «Messer lo abate, ritornate uno poco indrieto». E ritornato lo abate, disse il converso: «Padre, io v’ho obbedito e ho fatto la pace e quello che voi mi avete comandato, ma una cosa sola vi voglio dire: sempre mai tra me e lui sarà odio e mala volontà».

94 Facezia XCIIII: dieci valenti e savii astronomi diventano matti. Certi cittadini litterati e dabbene, andandosi a spasso fuori di Firenze circa a miglia dua, in su uno certo prato drieto a una casa trovano parecchi compagnoni tra li quali era il Piovano Arlotto, e giostravano con canne l’uno contro a l’altro a cavallo. Vergognossi alquanto il Piovano d’essere istato veduto da quelli uomini da bene, i quali lo salutorono e dissono: – Che fate voi costì con cotesta canna in mano? Rispose: – Noi abbiamo desinato in cotesta casa e forse abbiamo troppo carica la borina, e per aventura siamo tutti cotti o buona parte; e interviene a me come intervenne a dieci buoni astronomi, i quali viddono per iscienzia e per punto di astrologia come nella terra loro doveva piovere uno dì determinato una acqua di tale natura, che bagnerebbe la terra in modo ch’ella gitterebbe uno puzzo che tutti quelli che lo sentissino, uomini e donne, grandi e piccoli, diventerebbono matti, e questo per la siccità e aridità della terra, ché era istato uno gran tempo che non vi era pioùto. Confortaronsi quelli astronomi e dissono: «Come questo popolo diventa matto, noi, che non sentiremo il puzzo, non ci nocerà e diventeremo signori di questa terra». Viene il dì che debbe piovere questa acqua: quelli astronomi, sanza dire nulla al popolo, sì serrono tutti gli usci e finestre, in modo che quando piovve non sentirono il puzzo, ma il popolo per quello gran fetore tutto di- ventò matto e non finavano di ridere e ballare, come istavano ritti. Quando fue cessata l’acqua e il puzzo, gli astronomi uscirono fuori: e come il popolo gli vidde, di subito corsono in verso loro; e fu di nicistà, se vi vollero istare sempre, facessino tutte le pazzie del popolo, altrimenti li arebbono cacciati via o morti. Così bisogna fare ora a me tra costoro, sì che per Dio abbiatemi per iscusato se io iscioccheggiassi –.

95 Facezia XCV: fa porre il Piovano Arlotto in capo a uno riscotitore la testa di santo miniato per ispiritato. Fu a Firenze uno povero gentile uomo, buono, litterato, savio e dabbene, ma povero; ed era amicissimo al Piovano Arlotto, e buono; e di molte volte lo aveva sovvenuto di buona somma di farina, di danari e di molta altra roba e commodità, ché altrimenti, sanza le limosine e aiuto del Piovano Arlotto, non arebbe potuto nutricare quella sua famigliuola, che aveva .13. figliuoli tra maschi e femmine. Costretto da necissità, uno dì questo gentile uomo comperò a credenza da uno fondachiere dua panni, uno per rivestirne la sua famigliuola e l’altro per farne danari; e fatto il mercato, solo ci restava il dare una sicurtà al fondachiere, né sapeva il gentile uomo chi richiedersi. Ricorse al suo Piovano Arlotto e narrogli tutto il bisogno: andorno insieme al fondachiere, al quale il Piovano sì si ubbligò, che in caso non sodisfacessi al tempo de’ mesi diciotto, di pagare di suo proprio. Ma cognobbe il Piovano che il fondachiere aveva sopramesso al povero gentile uomo quelli dua panni presso alla metà più che non valevano, e così fu manifesto a molti. Nondimeno la nicistà lo fe’ istare paziente a tutto il contratto e obbligo fatto. Istando le cose in questi termini, il gentile uomo morì e passò di questa misera vita: fu al Piovano in dispiacere assai per la perdita dello amico, ed eziam per rispetto di quelli orfanelli che erano rimasti sanza padre e poveri. In questo, doppo non molti mesi, viene il tempo de’ danari; e il secondo dì del termine viene il fondachiere e dice al Piovano dell’obligo fatto, e come il tempo è venuto, e che, intesa la povertà di quella sua famigliuola, non domanderebbe mai loro uno fiorino e che gli vòle da lui. Disse il Piovano: – Io sono contento. E in effetto in pochi giorni pagò il Piovano quasi i dua terzi della vera somma, cioè quelli che credeva fussino la vera somma del danaio, e dieci fiorini più per rispetto del tempo, e con intenzione di non li dare più uno bolognino. Istette a questo modo circa di dua mesi, poi cominciò a ridomandare il resto al Piovano, il quale rispondeva: – Io non gli ho. Una altra volta diceva: – Io te li darò di qui a quindici dì. E quando dava una iscusa e quando una altra, in modo che e’ misse una dilazione di più che quattro mesi. In questo tempo il fondachiere tolse uno giovane d’assai e sollecito e pronto: ed era di età d’anni diciotto incirca e di buona presenzia; levato tutti i debitori, truova il Piovano Arlotto debitore di circa di fiorini venti otto e soldi e danari a oro. Chiedegli al Piovano e una e due e cento volte in pochi dì; di poi cominciò con più sollecitudine a infestare il Piovano: chiedevagliele in mercato, in piazza, per la via, a casa e in chiesa, sanza alcuno riguardo in presenzia d’ogni persona, e questo faceva ogni dì in modo il Piovano concepé uno odio mortale in verso del giovane ri- scotitore e nella mente sua fabricò più volte in che modo si potesse levare da dosso costui. E uno giorno che andò alla badia di Santo Miniato a Monte, vicino e fuori della terra circa a dua tirate d’arco, e fatto chiamare l’abate, disse il Piovano: – Padre reverendo, io vengo alla paternità vostra per uno caso molto doloroso m’è nuovamente occorso: egli è venuto una fantasia a uno mio nipote, che certo io istimo sia indemoniato, o qualche maligno ispirito gli è entrato a dosso, ed è poco che cominciò a fare pazzie, ma per ancora non le fa se non meco, ed ènne uno grande danno perch’egli è giovanetto e d’assai, ma per ancora non dice altro se non meco: «Quando ci darete voi quelli danari? Datecelli; e’ sono fiorini ventotto e soldi e danari a oro». E dove egli mi vede non ha altro in capo che dire questa favola e queste pazzie, in modo io ne ho grande dolore e passione. So che quella degna reliquia della testa di santo Miniato glorioso è tanta graziosa che, avendola una volta in capo, credo certo Iddio gli farae grazia che pe’ meriti di quello benedetto santo certamente lui guarirà. Vorrei, se è possibile, in quanto vi sia di piacere, che voi gliele facessi porre in capo uno giorno di questa settimana –. Rispose lo abate: – Menatelo qui quando volete a vostro piacere. Ringraziollo il Piovano e disse: – Io lo menerò qui sabato, ma bisognerà, come io ce l’arò condotto, che voi facciate istare a queste porte sei o otto giovani alla guardia che non possa fuggire, volendo; perché voi sapete che, quando questi ispiritati o indemoniati sentono dire orazioni e veggono reliquie, quante pazzie sogliono fare e massime costui che è giovine e gagliardo; e bisognando darli qualche pugno o calcio, fatelo sanza riguardo alcuno, ché a me non potrebbe essere fatto maggiore piacere che gli fusse in qualche modo cavato quella pazzia di capo. Disse lo abate: – Menatelo qui e noi aremo proveduto a tutto. Partissi il Piovano e tornossene a Firenze; e disse in se medesimo: – Io ti gastigherò in modo che tue non mi darai briga. E il venardì sera andò al fondachiere e disse: – Io vengo qui a voi per uscire da tanta contumacia e servitù in quanta voi mi tenete, ché sapete ingiustamente domandate quello resto, perché fu manifesto a ciascheduno che il panno che voi desti a quello povero uomo da bene li fu sopramesso più che la metà; e so, se io volessi contendere con voi, non gli aresti mai, ed eziam se voi avessi molestato i poveri popilli, io la pigliavo per loro; e ho terminato non volere contendere con voi, e darvi questo resto, ma e’ bisogna togliate di quello pagamento potete avere con qualche abilità. Io ho venduto a’ frati di Santo Miniato a Monte quaranta cataste di legne, le quale ho fatte ne’ miei boschi, e holle a dare loro per tempo di venti mesi e ho avere il pagamento in dua anni. Se voi volete pigliare questa detta, io ve li farò promettere allo abate: sarete pagato in dua anni, se voi lo volete fare in buona ora; se no io non ho altro modo, al presente. Parve mille anni al fondachiere di accettare quella impromessa per uscire delle mani del Piovano Arlotto, e ordinò il riscotitore l’andassi a trovare la mattina a buona ora. Venuto il sabato mattina, il riscotitore venne a trovare il Piovano che ancora non era levato; e vestitosi, andorono a Santo Miniato e trovorono che i monaci cantavano ancora la messa grande e quasi in principio; e parlato il Piovano ebbe allo abate, il quale di subito mandò otto giovanotti di quegli giovanetti monachi, e il riscotitore in se medesimo si scandalizzava parendogli troppo aspettare perché era sabato; e quello aveva caro il Piovano. Finita la messa il Piovano e il garzone riscotitore si fanno innanzi allo abate, il quale piglia per mano il giovine e comincia a dirli certi buoni essempli, e dicegli: – Figliuolo mio, abbi fidanza in Dio e in santo Miniato benedetto che ti cavi cotesta fantasia di capo –, e molte altre parole. El giovane forte si cominciò a maravigliare e a dire: – Messer lo abate, egli è oggi sabato, e non è tempo a predicare: io sono venuto qui a sapere se voi mi volete fare una impromessa qui per il Piovano di ventotto fiorini e soldi e danari a oro. Voletela voi fare? Allora istimò bene lo abate che costui girassi affatto, sentendo dire promesse e fiorini, e ricominciò amunirlo di nuovo. Allora il garzone cominciò a dire villania allo abate e dire li pareva impazzato, e vollesi partire: e in quello lo abate lo volle tenere, e per forza volle fuggirli delle mani e istracciogli la cappa e menogli uno pugno. In quello vi corse al rimore e per difendere lo abate alcuni di quelli frati giovanotti, e comincioronti a sonare costui di pugna e di calci alla mescolata, e per forza lo menorono in sagrestia, e missogli quella testa in capo con di molti orazioni sempre dicendo: concioronlo in modo domandò perdonanza allo abate, né più ricordò né danari né promesse; e poi se ne andò. Di già il Piovano se n’era venuto innanzi e fermosi drieto a uno tabernacolo che era a mezzo la costa, e intese che quello garzone si lamentava, rasciugavasi il viso e bestemmiava il maestro suo, i frati e il Piovano; il quale allora ridendo disse: – Tu hai veduto come io t’ho fatto conciare; di’ al maestro tuo, se non mi lascia vivere, che io farò quello e peggio a lui. Tornato il garzone in Firenze narrò tutto il fatto al fondachiere e disse come il Piovano l’aveva minacciato di fare a lui molto peggio. Tutti impaurirono e per temenza diliberorono, ve- dendo avevano il torto, di lasciarlo istare, né mai più dimandarli danari, e così feciono. Isparsa la piacevolezza per Firenze vi fu che ridere per parecchi dì, ma non per quello giovane, il riscotitore.

96 Facezia XCVI: d’uno grande consiglio che feciono i topi con le gatte. Trovandosi uno giorno il Piovano Arlotto a ragionare in Mercato vecchio con certi suoi amici, iscadde che vi fu uno che disse: – Il tale signore si potrebbe ammazzare. Disse uno altro: – Sarebbe facile cosa. Disse il Piovano: – Sì, se si trovasse chi appiccasse il sonaglio. E a questo proposito disse una novella in questo modo: – E’ topi terminarono di fare uno concilio a Roma e mandorono per tutti i principali topi del mondo. Vennevi di Arabia e insino di India: e il duca loro disse: «Noi abbiamo mandato per voi per intendere i pareri di più come noi ci abbiamo a governare e a guardarci delle gatte, che non faccino tanto istrazio di noi». Fuvvi molti pareri e in fine disse uno: «E’ mi pare che si debbia appiccare uno sonaglio alla gatta; e appiccato sarà, non si può sì poco muovere che non sentiamo al sonaglio». Tutti affermorono questo detto, che era istato il migliore parere e che così si dovessi fare. Il duca loro rispose e disse che egli aveva detto e consigliato benissimo, ma che si aveva ora a trovare chi appiccassi il sonaglio alla gatta. Né si trovò uno topo tanto ardito che volesse essere il primo –.

97 Motto XCVII, risponde in lode de’ Viniziani. Qualche volta avviene, immo ispesso e a ogni ora accade, che tra i popoli si truovono certi uomini bestiali i quali vivono a caso e sanza alcuna ragione, come era uno ciarlatore, il quale [si trovò] a uno ragionamento dove erano certe persone da bene e intelligente e il Piovano Arlotto; e ragionando delle potenzie d’Italia, chi diceva una cosa e chi una altra: quella presuntuosa cicala s’alienò dai sermoni delli altri e cominciò a ragionare certe cose bestiali e discordante da tutti e’ compagni, e dire male delli Viniziani, che erano questo e quello. Fu ripreso da tutti; e non giovando, disse il Piovano: – Io non ti so dire tante cose e non voglio contastare più teco, ché se’ uomo sanza alcuna ragione. Solo una cosa ti voglio dire: a Milano si sanno fare molte mercerie e armadure, e a Firenze buoni drappi, a Bologna i salsicciotti, a Siena i marzapani e i berricuocoli, e così ogni paese ha qualche dota; e li Viniziani si sanno fare signori di Lombardia, e parmi la monarchia d’Italia.

98 Facezia XCVIII, d’uno giovane contadino il quale aveva una moglie traversa. Viene uno giovane contadino al Piovano tutto affannato e dice: – Io non so come io mi abbia a fare né che modo io mi abbia a tenere col diavolo della donna mia, la quale è messa al punto dalla madre: io vivo in fuoco ed in battaglia. Disse il Piovano: – Questo è uno caso che io non ti so consigliare, perché io non ho donna come hanno gli altri preti; ma per carità verrò domane a casa tua e con le parole adopererò quello che io potrò del buono. Non ti so dare altro consiglio, se none che tu adoperi la pazienzia come prudente che io credo tu sia. L’altro giorno andò il Piovano a casa di costui; e trovato quelle donne, disse loro il modo con tutti quelli ammonimenti si poteva, e poi disse: – Guarda non avvenga a te qualche tristo caso come avvenne a una giovine, mal consigliata dalla madre che none ubbedisse il marito, il quale uno giorno comperò uova contro alla voglia di lei; ed accortosi lui essa l’aveva aùte in dispiacere, per vincerla di provania, istette circa a otto dì che in molti vari modi non si mangiò mai se non uova, e per provania credendo vincere il marito, pe’ conforti e consigli della madre mai non ne volse mangiare. E dolendosi pure con la madre, la consigliò s’infingesse essere malata, e che se ne andasse a letto e desse la cagione a queste tante uova. El marito, fingendo non intendere, vi fece venire il medico, el quale ammunì che dicesse, se ella voleva guarire, mangiasse uova e non altro; e nulla giovò il dire del medico né d’altro, ché, vinta da pazzia e da pruovania, né per prieghi né per minacci mai non ne volle mangiare e finse peggiorare dalla infermità, tanto che finse essere morta. E il marito fece il semplice e finse crederselo e fece venire cera e parenti e preti, e portarla alla fossa: e qualche volta si chinava alla bara che persona non se ne acorgeva, e dicevi: «Magna l’uovo, se non che te ne pentirai». E nulla giovando e posata alla fossa e ancora non credendo, istava nella sua provania; e quando quasi ognuno si fu partito, e che la vidde che fu presa da questi becchini che la avevano a sotterrare, e questa maladetta e pessima femmina parlò e disse: «Io mangerò l’uovo, non mi mettete giù». Spaventato colui che la aveva in braccio la gittò nel sipolcro presto e con paura grande, e disse: «Me non mangerai tu». E gittatola, col sasso richiuse il sipolcro. Quando la madre vidde che s’era fatto daddovero, volle rimediare e cavarla del sipolcro; ed ella era già, tra per la percossa e per altro, morta, e in quello modo colei capitò male. Così dico a te che tu guardi per queste tue pazzie non arrivi peggio –

99 Motto XCVIIII, d’una opera di pietà usò il Piovano Arlotto l’anno giubileo del .1450. In quello anno uno giorno tornando il Piovano dalla Iscarperia trovò a una osteria, molto forte malato, uno gentile uomo inghilese, e con seco aveva uno giovane suo figliuolo e quattro cavagli e dua famigli. Cognobbe il Piovano che era uno uomo da bene, ricco e nobile cittadino di Londra, e vidde che se in quello fastidio d’osteria istava più, vi si moriva; e mosso da compassione, levò lui, la famiglia sua, i cavalli, e tutti li condusse a casa sua, e lo ’nfermo fece curare con medici e con medicine in modo che in tre settimane fu in tutto libero. E ogni cosa fece a sua ispese e non volle che lo inghilese ispendesse uno solo picciolo. E alla sua partita volle donare al Piovano dua di quelli cavalli e danari; e non volle accittare cosa alcuna e disse: – A laude di Dio io ho usato questa carità verso di voi, perché ne’ paesi vostri e nella terra di Londra io ho riceùto molte cortesie, in modo sono ubrigato a maggiore opera verso Iddio.

100 Motto C, d’una altra opera di pietà del Piovano. Una mattina a grande ora io lo trovo in Firenze; salutatolo, dico: – Onde ne venite voi questa mattina così a buona ora? Rispondemi: – Io vengo dalla pieve e non mi sono istato e ho già francato il desinare, ché ho guadagnato istaia sei di grano. Innanzi dì forse una ora, vennono dua poveri uomini miei popolani, buone persone, e hanno famiglie grandi di figliuoli assai; diconmi: «Piovano, noi vorremmo a ogni modo voi ci soccorressi di quattro istaia di grano per uno per insino alla ricolta, e promettiamovelo sanza manco niuno di rendervelo per tutto agosto che viene; e statevene alla fede nostra, che non uscirà il mese d’agosto che noi ve lo aremo renduto e riportato a casa. Se non ci servite, noi ci morremo di fame, ché per ora non abbiamo modo niuno a superire». Risposi loro: «Io vi voglio fare meglio, ché io ve ne voglio dare per lo amore di Dio dua istaia per uno». E così feci. Parve loro migliore fatto che averne istaia otto in prestanza; sì che io ho guadagnato in prima per la anima avere fatto quella carità, e cognosco io l’ho ispesa bene; poi ho guadagnato istaia quattro di grano, ché a dirti il vero, se io ne prestavo loro otto, mai non ne riavevo granello, perché io so sono poverissimi –.

101 Motto CI, di pietà. Ed una altra opera di carità usò verso uno giovane prete; il quale viene a lui e duolsi di certi suoi affanni, e che, in tra gli altri inconvenienti: – È circa a dieci mesi che mai non dissi l’uficio, se none quello della Donna: voi sapete che mi fu rubato il breviario mio. Di subito andò in camera il Piovano e tolse il suo breviario con lo quale diceva l’uficio, e dettelo per l’amore di Dio a quello giovine, il quale disse l’uficio in mentre che visse, che mai non lo mancò.

102 Motto CII, di pietà. So ancora che per una carestia mantenne uno padre di famiglia da bene circa a uno anno; e se non faceva quella santa opera di carità, tre sue figliuole grande capitavano male; le quali, per mezzo dello aiuto del Piovano e con aiuto di cittadini da bene, l’altro anno tutte a tre si maritorono e condussonsi a onore.

103 Motto CIII, d’uno cerretano. Viene uno gaglioffo cerretano e dice: – Fatemi bene per Dio, datemi qualche limosina. Dice il Piovano: – Non vedi tu che io sono prete e fo questa arte io e fòlla meglio di te? Chiedi la limosina a uno che non sia della arte come sono io.

104 Motto CIIII: [risposta del Piovano Arlotto ad uno gaglioffo che li chiede una limosina]. Uno altro simile gaglioffo ancora gli domanda la limosina e dice: – Datemi una limosina, e io pregherrò Iddio per voi. Dice il Piovano: – Piglia questo quattrino e priega Iddio per te, ché n’hai maggiore bisogno di me: non voglio prestare a usura per non peccare, e non mi bisogna.

105 Motto CV: d’uno galeotto a Roma. Al tempo di papa Calisto era il Piovano Arlotto a Roma per certi suoi bisogni e faccende aveva in Corte. Viene uno galeotto e dice: – Messere, datemi qualche limosina per amore di Dio e della Vergine Maria, ché io sono uscito di mani di Catelani. Rispose il Piovano: – Io vorrei che la dessi a me che [vi sono] drento.

106 Motto CVI: [risposta sua ad una donna che volle riprendere el Piovano d’una sentenzia data da lui fra dua amici]. Una donna vòle riprendere il Piovano Arlotto d’uno certo lodo e sentenzia d’uno accordo aveva fatto tra dua amici. Risposele il Piovano: – Taci, ché non si trovò mai che veruna donna fussi dottorata, né giudice, né podestà, e però ha’ tu male da riprendermi di cosa che tue e’ non intendi, né ne puoi dare giudicio.

107 Motto CVII: [parole piacevole del Piovano ad uno che li dette desinare ed una minestra trista]. Una mattina è a desinare con uno suo amico il quale gli fece porre una minestra dinanzi, la quale non li piaceva, né li andava a gusto; e costui voleva pure la mangiassi, e diceva: – A ogni modo ve l’avete a cacciare in corpo. Rispose il Piovano: – Portami una calza: poi che tu non ti curi per che via ella vadia, mettamela io in corpo.

108 Motto CVIII: [detto piacevole del Piovano Arlotto ad uno suo amico molto avaro a tavola]. Uno certo suo amico, ma non di quelli del sacco, misero, invita una mattina il Piovano a desinare al tempo della quaresima. Accettato il Piovano e venuto a casa e messosi a tavola, vengono certe minestre di ceci in tavola in grande iscodelle con assai brodo, poco olio e manco granella di ceci, in modo che ’l Piovano, né con la forchetta, né con la punta del coltello, né con mano, né in altro modo, non ne potea giugnere uno granello. Cominciasi a scignere e a sfibbiarsi e a mandarsi sue le maniche. Dice uno di quelli erano a tavola: – Piovano, che diavolo volete voi fare? Risponde: – Non lo vedi tu, bue? Vogliomi ispogliare e notare in questa iscodella, poi che in altro modo non posso giugnere questi ceci, e pure ne vorrei mangiare qualcuno questa mattina.

109 Facezia CVIIII: [motto piacevole del Piovano Arlotto a tavola ad uno compagno al tagliere]. A una festa di preti fu portato dinanzi al Piovano uno pollo a tavola tra lui e uno compagno. Attese il Piovano a dire una piacevolezza, come era sua usanza ispesse volte; e, finita la novella, vòle mangiare del pollo, e il compagno se lo aveva pettinato in modo che non v’era rimasto se none il torso con assai ossa e poca carne. Disse il Piovano: – Tu saresti buono disciplinatore: hai concio in modo costui che se ci venissi il padre e la madre che lo acquistorono, non lo riconoscerebbono.

110 Motto CX: [risposta fatta dal Piovano ad uno prete, perché li preti son rubati alla morte]. Dice il Piovano a uno prete: – Tu mi domandi quale è la cagione per la quale tutti i preti sono rubati alla morte. Rispondoti: perché loro non vivono oggi se non di ruberie, perché le chiese non si dotano se none di roba male guadagnata e i preti l’hanno di male acquisto e in malora se ne va alla loro morte.

111 Facezia CXI: novella del cardinale di Pavia disse il Piovano Arlotto in presenzia di quello nobile ed egregio uomo messer Falcone, nobile cittadino romano. L’anno del giubbileo .1475. il nostro Piovano Arlotto, per rimedio della anima sua, andò a Roma; ed alloggiato che e’fu alla osteria insieme con messer Paulo Ischiattesi, venne agl’ orecchi di quello nobile uomo di messer Falcone Sinibaldi la sua venuta, el quale andò per lui e menollo alloggiare a casa sua, e molto lo riprese di non essere venuto a fare la prima iscala a casa sua, nella quale poteva dire avere tanta autorità, quanta nella pieve sua propria. Per la affezione singulare li portava e per la sua umanità e manificenzia, messer Falcone gli faceva tanto di onore quanto si potesse pensare, in modo che ’l Piovano medesimo se ne vergognava e maravigliava della grande liberalità e magnificenzia dello uomo; e assegnolli una camera assai ornata. Istando in questo modo alcuni giorni, una sera, sendo a tavola a cena, viene uno iscudiere del cardinale di Pavia e parla a messer Falcone e dice: – [Dice] monsignore che domattina voi venghiate a desinare con lui. Rispose messer Falcone: – Dì a monsignore che io ringrazio la sua Signoria, e che io non posso venire per cagione ho forestieri e non lo voglio lasciare solo. Tornò lo scudiere al cardinale e disse come non poteva venire e la cagione; commisseli vi ritornassi una altra volta ed imposeli quello avessi a dire. Ritornò lo scudiere e disse: – Messere, dice monsignore che onnino venghiate domattina e meniate il vostro compagno. Disse messer Falcone: – E’ non è in mia podestà; egli e costì, domandalo tu medesimo se vòle venire. Voltossi lo scudiere e disse: – Volete voi venire a fare compagnia con messere a casa monsignore lo cardinale domattina? E se v’è in piacere, vorrei sapere il nome vostro per poterlo dire a monsignore. Rispose il Piovano: – Io non so chi si sia monsignore da Pavia, se non per fama. Sono alloggiato benissimo qui dove tu mi vedi, e quando mi menò a casa sua ebbi per espresso comandamento che io non alloggiassi altrove, e domattina, fatte le mia divozioni, mi ritornerò qui. Se messer Falcone mi menerà in veruno luogo, vi verrò volentieri: il mio nome è Arlotto da Firenze, Piovano di Santo Cresci a Maciuoli nella diocesi fesulana. Ritornò lo scudiere; e riferito al cardinale quanto avevano detto messer Falcone e il Piovano, lo rimandò ancora una altra volta e trovolli a tavola e disse: – Messere, dice monsignore che, rimossa ogni cagione, onnino venghiate domattina e che meniate con voi il Piovano Arlotto perché tutti a dua vi aspetta. Venuta la mattina il Piovano andò alle sue usitate devozione e messer Falcone andò a Palazzo a sue faccende, e quando tornò fece compagnia al cardinale da Palazzo in fino a casa sua, e ismontato messer Falcone disse a uno iscudiere: – Va insino a casa mia e domanda del Piovano Arlotto e digli per mia parte che vegna qui e menalo teco. E così fece; e venuto il Piovano in casa, e toccata la mano al cardinale, el quale lo domandò e disse: – Piovano, conoscetemi voi? avetemi voi veduto in altro luogo che qui? – rispose il Piovano: – Io non vi viddi mai più, né mai vi conobbi se non per fama; eccetto che al presente. Fatto dare l’acqua alle mani, si missono a tavola tutti a tre; disse il cardinale: – Questa mattina io vi voglio fare onore d’uno presente m’ha fatto il papa di dua fiaschi d’uno solenne vino. E fattone venire uno, lo fece dare in mano a uno iscudiere, il quale lo mesceva nelle tazze, non a modo del Piovano; domandollo il Cardinale e disse: – Che vino vi pare questo, Piovano? Rispose: – E’ mi pare acqua di fabri. Intese il Cardinale e disse allo iscudiere gli ponesse il fiasco allato. Disse il Piovano: – Ancora ho più caro d’avere allato costui che uno uomo in corazza; io medesimo mi servirò meglio: sono avvezzo in contado dove i preti tengono il boccale allato e mescionsi il vino loro medesimi. Disse messer Falcone: – Piovano, avete il fiasco allato: guardate pure..., eccetera. Rispose il Piovano: – Chi ha capo di vetro non vadia a battaglia di sassi. Cognobbe il Piovano che quello iscudiere gli dette il fiasco allato era quello che la sera era ito tante volte qua e là a fare le imbasciate; e la mattina ancora non restò mai il cardinale di tormentarlo in mandarlo in qua e in là, in modo in se medesimo gliene increbbe e disse: – Quando io ero uno chericone di contado ebbi migliore tempo di te, da questa boria e pompa in fuori del dire: «Io istò con uno cardinale». E quando furono passati i colpi mortali cominciorono a ragionare di molte varie cose; in tanto iscadde che vennono a questi ragionamenti che ’l Piovano disse: – Monsignore, io sono più felice e più contento di voi; del libro de’ contentamenti voi non siete alla lettera del C e io sono alla lettera del R; avete molte dignità e ora siate a quella del cardinalato, né ancora vi contentate, ché vorresti ascendere a quella del papato; e cognosco questo, che se Iddio avessi lasciato maggior degnità, ancora la vorresti. E poi ch’io fui prete non ebbi mai altro benifizio che la pieve mia la quale ho tenuta piue che cinquanta anni passati: non disiderai, non volli mai cercare d’altro benifizio né altra degnità. Sono contento a questo ch’io ho; e non troverrete uno di mia età, prete, che in tanto tempo non abbia aùto più d’uno benificio o che non abbia cresciuto o diminuito entrata o dignità o fatto parecchi permute, eccetto il Piovano Arlotto. Non piatisco, non sono piatito, non contendo e non sono conteso; e promettovi, monsignore, che io sono il più contento uomo di questo mondo e possomi chiamare il più filice prete della terra mia, perché io mi sto contento al dovere. Nessuno di questi contenti sono in vostra Signoria, perché avete l’animo a gran cose. Quando il cardinale ebbe udito alquanto il Piovano, disse: – Voi non sapete perché avete detto tante cose sono in voi. E voltossi verso il Piovano, con la mano accennò verso il suo mantello e disse: – Perché voi avete recato le ragioni dal canto vostro. Di subito intese il Piovano per che cagione il cardinale aveva detto quello, ed alteratosi in se medesimo, disse: – Monsignore, io iscoppierei se io a questo proposito non vi dicessi una novella udí’ e viddi in Fiandra, dove io sono istato circa a sette o otto volte con le nostre galeazze, e posso dire in tante volte esservi istato per ispazio di dua anni, e so molti loro costumi ed usanze e modi, e hovvi veduto di molte belle feste; e in tra l’altre usanze hanno è questa, che, quando i giovani vanno a uno paio di nozze, tra loro hanno questa consuetudine, che quelli sono invitati per danzare vanno vestiti tutti a una livrea e con uno paio di stivaletti o vero calze di cuoio di colore incarnato, che pare non abbino panni in gamba. Al tempo ch’io v’era, il duca era una volta in Bruggia e uno gentile uomo fece uno paio di nozze fuori della terra circa a miglia tre dove egli fu invitato. Lo sposo, avendovi andare il duca, ordinò una ricca e magna festa, e fece una grande invitata e fra gli altri v’invitò cinquanta giovani gentili uomini danzatori, tra’ quali era uno figliuolo d’uno ricco calzolaio, al quale il padre era morto e lui attendeva a spendere e a vivere da gentile uomo e così sempre conversava con loro: tra questi cinquanta fu invitato ancora costui. La mattina che costoro hanno andare alle nozze e cavalcare, e’ calzolai andorono a casa loro a calzare i detti istivaletti, o vero calze incarnate di cuoio; tra’ quali vi fu uno calzolaio che tirando forte nella gamba d’uno di quelli giovani lo stivaletto, si istracciò uno poco da lato drento presso al suolo: invero non è maraviglia, ché tutti furono calzati con gran fatica per forza di stecche, in modo che paiono murati in gamba e non è maraviglia che ispesso se ne rompa nel calzare. Veduto il giovane lo stivaletto istracciato si turbò e cominciò a gridare e dire villania al calzolaio, il quale di subito disse: «Non gridare, io raconcerò in modo non se ne accorgerà persona». E mandò per refe e ago, o vero lesina, e così in piede lo ricucì. Pareva al giovine ancora lo istracciato si vedessi e none istesse bene, e tuttavia gridando col maestro, el quale gli disse: «Messere, oramai tacete e non gridate più, ché lo istivale è racconcio in modo che non è uomo che se ne possa avvedere, se none uno calzolaio come son io». Veduto il giovane che non vi era altro rimedio, ebbe pazienzia il meglio che poté, e cavalcò via insieme cogli altri fuori della terra a casa lo sposo. E iscavalcati, fue dato loro una istanza dove e’ s’ispogliassino e iscalzassino: avevano tutti uno paio di calze sopra quelli istivaletti o vero istivali, portorono perché il fango o il cavalcare non gli guastassi. E postisi a sedere, tutti avevano uno famiglio per ciascuno; e appunto quello che aveva quello istivale rotto si pose a sedere presso in su quella medesima panca dove era quello figliuolo di quello calzolaio; e iscalzandogli gli loro famigli, appunto quello del calzolaio vidde lo stivaletto ricucito in gamba a colui e cominciò a dileggiarlo e disse: «E, vilen, ne ty vergogne tu pas a venir danzier a noz, a tus le husió tacconé?». Le parole vogliono significare queste in taliano: «Ah, villano, non ti vergogni tu a venire a danzare qui alle nozze con gli istivali rattacconati?» Rispose con impeto grande e tutto pieno d’ira e di rabbia quello gentile giovane, avendo a sdegno che quello figliuolo del calzolaio se n’era accorto, e disse: «Suet con lo mal an e la mala Paca che Dieu te done. I’ me lo di bien lo metro che me le cialsé, che, se se ne euet un ciabatter come tu es, i’ ne se ne verà pas; pour l’amour Dieu, se vus ne vus levé devam moi, gie vus rompré le musió». Vogliono dire questo parole in taliano: «Sia col mal anno e mala Pasqua che Dio ti dia. E’ me lo disse bene il maestro che me li calzò, che, se non era uno ciabattiere come tu, che non se ne poteva avvedere; per lo amore di Dio, se voi non vi levate dinanzi a me, io vi romperò il mostaccio». Quello figliuolo dello calzolaro s’acorse come quello gentile uomo era molto forte crucciato per lo dileggiare aveva fatto, e per le parole dette se gli levò dinanzi –. Intese a punto la novella il cardinale: molto bene la considerò che la aveva detta per lui e la cagione per la quale il Piovano s’era mosso a dirla, e vergognatosi delle parole dispettose entrò in altri ragionamenti. Non fu persona che intendessi a che fine il Piovano l’aveva detta, né eziam messer Falcone; e finiti i ragionamenti e levatosi da tavola presono licenzia dal cardinale e andoronsene per la via. Disse messer Falcone: – Piovano, io pagherei bene assai voi non fussi venuto a desinare istamani a casa il cardinale meco: voi mi avete questa mattina iscaciato, ché avete detto una vostra novellaccia di vostri Fiaminghi e stivali, che non ha aùto né capo né modo, e non ne vidi mai la più insensata né isciocca novella a’ miei dì. Rispose il Piovano: – Messer Falcone mio dabbene, come voi apristi ora la bocca io m’acorsi di quello voi mi volavate ora dire. La novella ch’io dissi pare ed è novellaccia, come voi avete ditto, e massime nel cospetto di coloro che non la intesono come monsignore lo cardinale, il quale è tutto dabbene ed è uomo singulare e degno; secondo mi pare, debbe essere savio e dotto, ma parmi avere cognosciuto in lui uno difetto che non è piccolo e questo è che troppo presto iscuopre le macchie, né sanza alcuno riguardo; né viene da molta integrità né magnanimità d’animo. Quando io giunsi su, che noi avemmo l’acqua alle mani, il Cardinale mi domandò se io lo conoscevo. Risposi presto che non lo cognoscevo se non per fama e dissi le bugie per discrezione e per suo onore: sono più che anni trentasei io lo cognobbi e aré’gli saputo dire e dove e come io l’avevo cognosciuto, ma non potevo, ché mi bisognava ricordarli le sua calamità, nelle quali lui già fu, e come io lo avevo veduto poverissimo andare in zoccoli di maggio per lo asciutto e co’ panni rattoppati indosso e rivolti sotto sopra e ritto rovescio; e per non avere a dire tante cose, non volli mai iscoprire e dire d’averlo cognosciuto, se non per fama, eccetto che al presente. Lui fece il contradio inverso di me e dettemi una ba- stonata a traverso al viso, quando noi avemmo aùto quello discorso di tante parole che io dissi, insomma che io mi chiamavo contento al mondo. Come uomo dispettoso fisò verso di me l’occhio e posemi mente il mio mantello che io ho indosso e rimproverommi che io l’avevo rivolto ritto rovescio – e diceva il vero perché n’era intendente – e con dirmi: «Voi non sapete perché in voi sono tante cose solo perché vi avete recate le ragioni dal canto vostro», cioè il mantello rivolto ritto rovescio. Allora io mi li rivolsi, ché lo intesi di fatto e dissili quella novella delli istivali, che non se ne poteva avvedere se non chi era dell’arte. Voi siete nobile uomo e siete nato e allevato e nutrito ricco, in modo non potete essere intelligente della arte, né accorgervi del mio mantello, che è rivolto proprio come lui dice: e giudicò bene, come quello che ne aveva veduti e portati più d’uno rivolto a’ suoi dì. Messer Falcone mio da bene, voi vi fate uno mantello e portatelo uno anno o diciotto mesi, e poi lo vendete o voi lo donate e rifatevene uno nuovo, né però non vi potete avvedere né essere della arte, a intendervi dei panni rivolti come quello figliuolo di quello calzolaio, che vidde quello istivaletto ricucito a quello gentile uomo; se non fusse istato dell’arte non se ne poteva accorgere perché a quelle nozze erano più che dumila persone, e non vi fu uomo che se ne avvedesse se non lui –. Rimase messer Falcone allora paziente; e cognobbe essere nel Piovano grande ingegno, e in mentre istette a Roma in casa sua gli fe’ grande onore. Come io dissi adrieto in una novella, il Piovano era amico a quello glorioso e magnifico cavaliere di messer Niccolò Vitelli da Città di Castello; e da lui volle intendere questa novella dua volte: parvelli una finzione e uno vedere tanto grande essere nel Piovano Arlotto che se ne meravigliava, e giudicollo essere uno uomo di grande ingegno e disse non credeva che, se alla presen- zia del cardinale fussino istati mille òmini savi e di grande prudenzia, che mai avessino indovinato la intenzione per la quale il cardinale lo disse e a che fine, come fece il Piovano Arlotto e con tanta destrezza.

112 Motto CXII, d’una opera di carità usò il Piovano per una carestia. Molti piglieranno ammirazione d’alquante opere di carità io ho fatto e farò memoria innanzi e indrieto in questo libro, perché non pare conveniente sieno mescolate insieme con queste favole, facezie o motti: parrebbe che a me fusse mancato materia di trovarne più, e io ho detto nel proemio che se ne empierebbe ogni gran vilume di carte, se io le avessi a notizia tutte, il che è impossibile. Solo mi ha incitato a fare memoria d’alcune cose di questa carità, perché mi parrebbe impossibile, ché sarebbe istato alle volte abastanza a uno vescovo o a uno grande prelato solo parte di quelle gli viddi usare e fare io; dell’altre ch’io ho udito da molte persone me le tacerò e ancora di quelle io non ho udite, ché so l’une e [l’] altre sono state infinite. Benché il Piovano da giovane peccasse in qualche lascività, e molto in questa senettù fusse istrazievole, sempre usò questa santa opera: io non so, nelle altre carestie sono istate in Firenze ai suoi tempi, parlare quello facesse se none per udita, ma l’anno .1475. e l’anno .1476., che furono dua anni di carestia, ti so accertare di veduta che lui dette per lo ordinario in quelli dua anni ogni settimana publicamente a casa sua, alla pieve, istaia dodici di pancotto per lo amore di Dio, che mai mancò; che ogni anno erano moggia dodici ai suoi popolani ed a chi vi andava per esso, sanza quello dette di extraordinario. Quello anno ricolse alla sua pieve moggia ventuno di grano e per suo uso ne consumò circa a moggia quattro: tutto il resto ebbono i poveri di Dio. Non li bastò quelli dua anni tutte le sue entrate, ché fece debito circa a ducati trentacinque, e oltre a tutta la entrata di quello terzo anno. El popolo suo e tutto quello paese mi sta testimonio, e quante grande somme finì, e di quante fanciulle fu cagione di condurle a onore, le quali col suo proprio l’aiutò maritare: a quale dava per Dio dieci lire, a quale venti e quaranta. Quanti poveri uomini contadini del paese, e ancora discosto, iscarcerò! E li debiti sodisfaceva col suo proprio. Quante persone malate e poveri romei e pellegrini sarebbono morti per le istrade vicine a lui, se non fussi istata la carità sua, che così infermi se li conduceva a casa e quelli con ogni suo ispendio curava, in modo la sanità ritornava ne’ loro corpi! A quanti poveretti dette aviamento, che con la roba e danari suoi gli condusse alla degnità del sacerdozio! Quanti poveri artigiani sovvenne con la roba e adiutorio suo! Quali adiutava con grano, quali con vino, quali con legne, quali con danari. Di tutto mi può essere vero testimonio il popolo di Firenze, dove col suo proprio maritò ancora delle fanciulle assai. Come vedeva uno povero, gli dava limosina; e quando non aveva danari pareva che tutto si venissi meno vedendo non poterlo sovvenire. Per non ti tenere a tedio, al presente non dirò più.

113 Motto CXIII: consiglio dà il Piovano Arlotto al priore di Santo Sano. Messere Pagolo Baldovinetti, fratello di messer Niccolò Baldovinetti, priore di Santo Sano di Mugello, tor- na da Roma ed è tutto affannato e pieno di pensieri. Va a vicitare il Piovano Arlotto: – Io vengo da Roma dove io sono istato a piatire quella pieve che teneva messer Niccolò mio fratello. Ho perduto il tempo, non ho fatto cosa alcuna e ho ispeso più che ducati cento. Rispose il Piovano e dice: – Voi avete da ringraziare Iddio assai di avere perduto il piato, perché, avendo ottenuto, voi entravate in uno grande farnetico. Avete più che ducati .70. della prioria d’entrata l’anno: ché volete più briga all’anima e al corpo? Non vi basta egli a vivere come uno onorato prete? Sono in Firenze grande numero di uomini dabbene i quali non ascendano alla somma di tanta entrata l’anno, e nondimeno vivono civilemente con la donna e tre e quattro figliuoli. Credete a me, credete a me, che si vòle procurare di avere di rendita insino in fiorini cinquanta, o al più insino in cento; come voi passate il segno de’ cento voi avete a tenere maggiore istato, il disidèro cresce e l’ambizione. Avete a stare sottoposto a maggiore numero di gente, bisogna tenere servi ed avete a stare sottoposto a tedeschi e a franciosi, i quali consumano più del padrone e sanza pensieri. Attenetevi al mio consiglio; avete bel tempo e non lo conoscete: uno prete, come e’ cerca d’avere più che fiorini cento d’entrata, cerca di tribulare né mai avere una ora di bene. E chi ha da cento in qua salva l’anima e in questo mondo trionfa il corpo –.

114 Motto CXIIII: iudicio del Piovano Arlotto [de’ fatti di Bologna]. Disputano overo ragionano insieme dua amici de’ fatti di Bologna. Diceva uno che la casa de’ Bentivogli era molto filice, non tanto la detta casa ma chiunche s’era impacciato con ella; e che chiunche aveva fatto faccende loro era forte arricchito e che per certo era una grandissima grazia e gloria loro, perché poche famiglie e case in Italia si potevano gloriare di simili laude e grazie. Il Piovano, che istava a udire questi ragionamenti, disse: – Io sono di contraria oppinione non siate voi, e dico che non è per grazia divina, perché loro isforzano ogni persona e le persone non possono isforzare loro; e per questa cagione, loro, e chi s’impaccia con loro, cioè loro ministri, diventano tutti ricchi. Se gli altri potessino isforzare loro, come loro isforzano gli altri, la cosa andrebbe di pari e non vedresti tanta filicità, e anderebbe per lo ordine suo e ogni uomo farebbe suo debito –.

115 Motto CXV del Piovano Arlotto, [della usura]. Monsignore Guglielmo Becchi, vescovo di Fiesole, disputando uno giorno col Piovano Arlotto del maligno peccato era l’usura ed allegando molte autorità, le quali il Piovano tutte confutava e diceva di volere sostenere, contro a ogni collegio di dottori, come il prestare a usura non era peccato, ancora che fussi a cinquanta per cento, ma che il peccato grave era il rivolere il capitale e lo interesso.

116 Motto CXVI: sta a udire il Piovano una predica al Carmino. Era una mattina il Piovano nella chiesa del Carmino e udiva la predica da uno frate che era giovane e più arioso che dotto. E predicando sopra una materia dove assai s’era avviluppato, sopra a quello passo, quando quelli ambasciadori de’ Giudei domandavano santo Giovanni Batista, e voltosi il frate verso il Piovano diceva le parole: – Chi se’ tu? Se’ tu Elia? Se’ tu Ieremia? – ecc. E riplicato il frate infinite volte le dette parole, venne in fastidio al Piovano, il quale non posseva contenere le risa. Rispose forte al frate: – Io non sono Elia, né Ieremia, ma sono il Piovano Arlotto; può essere che tue non mi riconosca. Per la quale risposta fece ridere tutti quegli audienti erano a udire quella predica.

117 Motto CXVII: [risposta del Piovano a Bartolomeo Sassetti assai piacevole]. Bartolomeo Sassetti domanda el Piovano Arlotto: – Perché non fate voi conficcare quello palco del verone? Il quale era istato isconfitto forse anni venticinque. – Perch’io voglio che giovedì e venerdì santo i fanciulli possino fare le tenebre e non mi dieno impaccio in chiesa.

118 Motto CXVIII, [del Piovano a Francesco di Nerone]. Dice Francesco di Nerone uno giorno alla pieve del Piovano Arlotto: – Piovano, voi vedete lo spendio che io fo in murare in questa vostra chiesa; e perché io non ci posso istare, vorrei voi ci istiessi più fermo non fate e che voi attendessi a sollecitare questi maestri e e’ manovali. Risponde il Piovano: – Io non posso fare per veruno modo io non vada la settimana tre volte a Firenze. Risponde Francesco: – Io non so che faccende voi vi abbiate in Firenze; e nondimeno, se voi le aveste, istate qui e io le farò per voi con quella diligenzia adoperrei per me. – Disse il Piovano: – Io so che voi [non] le faresti, perché io [non] posso fare io non vi vadia al candiotto tre o quattro volte la settimana, e io sono certo che per cosa alcuna voi non vi andresti: perché non siete uso andare a taverna.

119 Motto CXVIIII: [risposta del Piovano Arlotto ad una donna mentre che lui passa per via]. Passa il Piovano Arlotto per la via. Dice una donna: – Piovano, voi pendete dal lato ritto. Risponde il Piovano: – Al tornare, perché non v’ho inteso.

120 Motto CXX: [risposta del Piovano Arlotto ad uno contadino che s’adira con lui]. Invita el Piovano Arlotto uno contadino che ha nome Nicola di Bardoccio che gli venga aiutare lavorare l’orto l’altro giorno, la mattina seguente, ma venga a buona ora al lavorio. E riplicatogli bene tre volte: – Vieni domattina a buona ora –, rispose Nicolò: – Piovano, non me lo ricordate più; sanza manco io verrò a tale ora, ch’io sarò nella vostra opera il primo, se io non muoio. E se io non vengo istimate che io sia morto. E venuto la mattina seguente, di forse dua ore erano istati gli altri operai nello orto ed era già passato terzia e Nicolò non viene. Va il Piovano e suona a morto uno doppio; alcuni vengono alla chiesa e dicono al Piovano: – Chi è morto? Risponde il Piovano: – Egli è morto Nicolò di Bardoccio. E tutti maravigliatisi, chi diceva: – Io lo viddi iarsera a notte ed era sano e gagliardo. E in mentre si ragionava di questo, viene il detto Niccolò con la vanga tutto irato e dice al Piovano: – Che diavolo avete voi fatto? Tutti i miei parenti mi sono corsi a casa a volermi piangere per morto. Rispose il Piovano: – Non mi dicestù, «Se io non vengo a buona ora, stimate io sia morto»? Io mi credevo che tu lo sapessi e che tu fossi indovino, e che certamente tu fussi morto; e però sonai: istimai farti piacere e onore.

121 Motto CXXI, [della zucca secca]. Diliberò il Piovano Arlotto di vedere quanti buoni giorni era in uno anno. Tolse una zucca secca e in essa fece una buca; e quando uno gli dava desinare o cena che godesse, e egli lo metteva per uno buono dì e metteva in detta zucca una fava. Uno altro [dì] guadagna soldi venti o dieci, ed egli lo metteva per uno altro buono dì e mette nella zucca una altra fava. Uno altro dì gli cascò una borsa nella quale erano soldi venti; va il Piovano e truova la zucca e cava una fava. E così fece in tutto quello anno, e nella fine dell’anno guardò quante fave erano nella zucca: e tanti buoni giorni gli erano restati d’avanzo.

122 Motto CXXII, [del fattore lombardo]. Aveva il Piovano uno certo suo fattoraccio lombardo, il quale era dappoco e mai non faceva altro che cicalare, in modo che era venuto al Piovano in fastidio e aveva terminato di darli licenzia. Il suo nome era Girolamo, e per vezzi si faceva chiamare Giomino. Dice il Piovano: – Facciamo conto insieme e pagati e va cercati d’uno altro padrone. Risponde Giomino: – Per qual cagione mi date voi licenzia? Io sono leale, servovi bene e volentieri istò con voi. Ditemi per quale cagione mi cacciate. Risponde il Piovano: – Tu cicali tanto che tu mi se’ venuto a noia, e mai mi tocca in tutto il dì a parlare né a dire cosa alcuna. Rispose Giomino: – Se non ci è altra cagione, per questo non mi voglio partire; e facciamo uno patto voi e io, quanto volete ci tocchi a parlare per ciascuno il dì. Io non uscirò dello ordine. Piacque al Piovano e rimasono in quella composizione e raffermò Giomino per parecchi anni.

123 Motto CXXIII: [uno contadino ruba al Piovano Arlotto certi agnelli]. Fa conto uno giorno el Piovano Arlotto con uno contadino suo lavoratore. E quando vengono a’ fatti del bestiame, dice il Piovano: – Tu avevi sedici agnegli, che sai che di ragione io n’ho avere otto, e tu me ne dai sei. Risponde il contadino: – In quattro volte il lupo me n’ha uccisi quattro. Non lo credendo il Piovano, giurò il contadino essere così. Rimase il Piovano paziente e istimò fussi vero. Viene la settimana santa e dice il contadino: – Io vi tolsi della vostra parte dua agnelli. Rispose il Piovano: – Tu se’ dua volte caduto in peccato mortale: l’una d’avermi rubato gli agnelli, che mi sa peggio; l’altra dello avere giurato il falso. Risponde il contadino: – Gli agnelli vi voglio ristituire; del giuramento non ho io peccato, perché io ho posto nome al mio coltello «Lupo». Sappiate che io giurai che Lupo gli aveva tolti e uccisi. Disse il Piovano: – Di questo hai tu ragione: rendimi i miei agnelli. Comperonne dua altri il contadino e fu assoluto.

124 Motto CXXIV, di carità. Io ti ho detto nel proemio come il Piovano Arlotto fue pieno di carità e come quasi ogni sua opera non era altro atto se non di somma piatà. Per certa faccenda arrivo il dì di santo Giovanni Bati- sta alla pieve sua la mattina a buona ora. E salutatolo e ragionando del fatto nostro e d’altro, dice il Piovano: – Io ti darò a desinare questa mattina d’uno cappone mezzo gallo, il quale farò porre al fuogo ora. Io comperai a Santo Piero a Sieve uno paio di gallioni a buono mercato, in modo io ispesi meno che se io avessi comperato vitella o castrone. E a dirti il vero io feci questa mala ispesa per rispetto se mi capitava a casa persona: quello che io dovevo mangiare ieri l’altro, cioè il giorno di Pasqua, detti io a una povera donna di parto, la quale si moriva di fame; e questo m’è rimaso per farti uno poco d’onore. E incominciamo a parlare de’ fatti nostri. E istando in questi parlamenti, viene la madre di quella giovine che era in parto e dice: – Piovano, io mi vergogno a darvi tanta briga; vorrei mi dessi uno poco di lardo o carne insalata grassa, perché da sei dì in qua non ho dato se none uno poco di pane bollito con uno poco di sale sanza altro alla Giovanna, ed ella non lo può mandare giù. Dice il Piovano: – Che facesti voi di quello cappone io vi detti? Ben che fusse gallione, non avendo altro, egli era pure buono –. Disse la donna: – Egli è vero, ed era vantaggiato, ma e’ m’entrò in casa il cane di Domenico vostro lavoratore e portossenelo; e se non mi credete domandatene Lorenzo suo fratello che gliele volle cavare di bocca e non poté. Per piatà cominciò il Piovano a lacrimare e disse: – Aspettatevi qui nella corte. E lucciolando cogli occhi, ché le lagrime ne venivano giù, viene su in sala a me e dice: – Quanto tempo è che tu non facesti una limosina? Risposi: – È più d’uno mese; per che cagione? Disse: – Io voglio che tu sia contento questa mattina a farne una per l’amore di Dio in questa santa Pasqua, e non voglio ti costi danaio, se none uno poco disagio di gola. Risposi: – Io sono contento a fare ciò che voi volete, e massime non costando. E narratomi tutto il caso della povera donna, poi disse: – Io voglio che tu sia contento questa mattina facciamo penitenzia e mangiamo della carne secca e diamo a quella poveretta quello pollo, ché ti imprometto è una compassione vedere la calamità in che ella si truova, la povera donna, e sanza alcuno bene. E credo quella famigliuola dorma tutta in sulla paglia e che abbi carestia del pane, e che più d’una volta la settimana se ne vadino a letto sanza cena. Oimmè miseri! Ah noi, quanto abbiamo da ringraziare Iddio! E piangendo prese il pollo e parecchi pani e uno fiasco di vino, e portoglielo e ofersele e sé e sua roba. A me è paruto di notare questo modo pio e pieno di tanta carità, la quale non credo in questo atto potessi essere maggiore.

125 Motto CXXV, [del cavallo di talduccio da Pisa]. Venendo il Piovano Arlotto da Pisa a Firenze in su uno cavallo che faceva diguazzare le budella in corpo al Piovano, tanto forte e isconciamente trottava, e per una sella trista lui l’aveva, guastolli tutto il sedere, in modo bisognò si medicassi il culo quando giunse in Firenze. E ancora, il medico dubitò forte che non fusse istato altro che la sella. Guarito che fu, il Piovano andò a fare una grande querela dinanzi a uno magistrato che si chiama gli Ufiziali di notte, e disse: – Signori Ofiziali, io vengo a querelarmi dinanzi da voi d’uno Talduccio da Pisa che mi ha fatto una grande ingiuria, la quale dico mal volentieri e di mia vergogna, sì per la villania ed eziam per la età senile, che in mia vecchiezza io abbi aùto a venire per questo caso, per essere io istato guasto dalle parte di drieto. Risono li Uficiali e maravigliatosi assai, di subito mandorono per Talduccio a Pisa; e venuto e comparito dinanzi a’ detti Uficiali, e venuto il Piovano Arlotto e narrato il caso del cavallo, domandò a Talduccio danni e interessi della medicatura del culo e tempo perduto e d’esserli ristituito la vettura indrieto e molte altre cose, e disse: – Voi avete fatte asprissime condannagioni per minore male che questo che costui ha fatto a me, che mi ha vituperato, perché io sono sacerdote. Non volgio lo danniate né in fuoco, né in altra pena pecuniaria, ma fatemi rifare di mia danni. E così fu fatto e ’l pisano s’ebbe il danno.

126 Motto o vero facezia CXXVI: [come il vento portò via li ricordi delle commissioni date al Piovano Arlotto]. Per ciascuno è già manifesto [ch’el Piovano Arlotto] è acconcio in sulla galea capitana per andare al viaggio di Fiandra; da molti suoi amici è richiesto d’alcuni servigi. E d’alcuni gli è dati ricordi che comperi dua arazzi; e dannoli dodici o quindici ducati e dicono: – Se voi ispenderete più, vi soddisfaremo, e ancora della vostra fatica e del resto del costo, e vi resteremo obbligati. E alcuni ingratoni gli danno ricordi e dicono: – Comperateci cento libre di stagno o ottone. E non danno danari e dicono: – A vostro ritorno vi pagheremo. Fatto vela le galee, quando sono apresso al porto a mezza giornata, dice il Piovano: – Io voglio rassettare le mie bisacce. E truova i ricordi e pongli tutti in sulla banda della galea, e tutti li danari pone in sulli ricordi di quelli gliele avevano dati: in quello che il Piovano aveva isciorinate tutte le sue mercatanzie, trasse uno poco di vento e tutti i ricordi leggeri, dove non vi era su danari, cascorono in mare; gli altri che erano gravati da quelli danari istettono fermi. Ripose ogni cosa il Piovano e poi ismontati e iti in porto e poi a Bruggia fece il bisogno. E ritornati a Firenze vengono li amici e dicono: – Comperastici voi gli arazzi? – Si, dice il Piovano, e ho ispeso circa a .15. ducati e destimene .12. Dannogli ogni suo resto e ringrazionlo. Vengano alcuni altri e dicono: – Piovano, comperastici voi quelli ottoni e quelli istagni? Dice il Piovano: – E’ mi avvenne una isciagura, che io isciorinai certe mie zacchere in sulla banda della galea, dove erano i vostri ricordi: perché quelle cartucce eran leggeri, [i] vostri ricordi cascorono in mare; e poi non me ne ricordai perché non so indovinare. Rispuosono: – Che vòle dire che voi arrecasti quelli arazzi a coloro? Disse il Piovano: – Vòl dire che in su quelli erano i danari, e quelle carte di quelli ricordi vostri erano leggeri per non vi essere su cosa niuna [e furono] sospinti dal vento.

127 Motto CXXVII: [diceva alcuno ragionando col Piovano: che gli è così gran peccato a baciare una donna e specialmente baciandola uno prete?]. Dice il Piovano Arlotto: – E’ ci è molti che dicono ch’egli è così grave peccato che uno prete baci una donna; e io dico il contradio. Quando bacia la pace e tanti sacramenti egli è pure segno di bene, e quando e’ bacia una donna egli è segno di meglio.

128 Motto CXXVIII, di santo sano. Quando el Piovano Arlotto ebbe murata la chiesa, la vòle fare imbiancare; e innanzi bisognò, per farla tutta bianca, che iscalcinasse tutte le dipinture brutte che vi erano, e alcune ne lasciava. E andando a essaminare quelle figure erano da lasciare e quale erano da guastare, e insieme col maestro le poneva cura. Trovò uno santo Antonio e disse: – Salva questa. Trovò una figura di santo Sano e disse: – Questa voglio io guastare, ché poi ch’io fui qui Piovano mai viddi ci fussi acceso una candela, né mai mi dessi utile alcuno; e però, maestro, guastala. In quello ch’el maestro vòle cominciare a darvi del martello batte la porta una buona donna e dice: – Piovano, ho a osservare uno voto per una bellissima grazia ricevetti al tempo della peste da uno santo Sano voi avete qui in chiesa, e portovi soldi .4o., perché mi diciate trenta messe a sua riverenzia, e una falcola la quale accendiate alle messe, e ancora vi porto uno isciugatoio che gli pognate sopra al capo. Disse il Piovano: – Donna, quanto bene per lui ha’ tu fatto a venire in questo punto; ché t’imprometto certamente che se non venivi al presente tu non ve lo trovavi più. – Oimmè, disse la donna, non lo guastate per niente, ché in fra pochi dì lo voglio fare racconciare, e ho ordinato sempre tenervi una bella lampana accesa a mie spese, e voglio lasciare uno pezzo di mia terra che renda ciascuno anno la valuta di barile uno d’olio e darlo alla pieve che attenda e procuri vi stia tutto l’anno accesa. Quando si fu partita, disse quello muratore che ismurava: – Vedete voi che gli è pure buono adirarsi? Disse il Piovano: – Se io non mostravo il viso a questo santo Sano, non mi intendeva.

129 Motto CXXVIIII: [amaestramento del Piovano Arlotto alle sue popolane nell’atto del matrimonio]. Trovò il Piovano uno anno nelle confessione di mali bigatti e di triste cucine nell’atto del matrimonio; e per alcuni i quali l’usavano al contrario, riprendeva e li uomini e le donne, e in pergamo ricordava loro il santo matrimonio, e che al tutto si volessino ridurre al fare bene e che si volessino fare il lume dinanzi e non di drieto. E alle donne diceva: – Quando siete nello letto, vi vòle mostrare dipinture di cani e d’uccelli? Per niente non vi voltate a vedelli.

130 Motto CXXX: [compromesso fatto nel Piovano Arlotto da uno dipintore e da uno goro infangati]. Fu rimessa una causa nel Piovano Arlotto d’una diferenzia era tra uno dipintore e uno Goro Infangati. Il dipintore era maestro alla antica e aveva dipinta una camera a pappagalli e una figura di santo Giuliano, del quale era divoto detto Goro. Intese il Piovano la quistione grande e dette il torto al dipintore, per cagione aveva forte errato: prima, doveva dipignere la camera piena di golpe le quali avessino in bocca uno gallo per ciascuna, ché così voleva la ragione della forza del vocabolo e così era la intenzione di Goro, e non doveva dipignere i proprii uccelli, cioè i pappagalli; l’altro errore era che aveva dipinto santo Giuliano con la ispada nuda in mano e sanza guaina allato, e secondo il giudicio del Piovano Arlotto istava male, perché, essendo con la ispada nuda, pareva, poi ebbe morto suo padre e sua madre, che ancora fussi infuriato e non pentuto del fallo primo e che volesse ancora fare più sangue: e se così lo dipigneva, lo doveva dipignere sanza diadema, perché ancora non saria istato santo, ed era errore grande, a cagione, come ebbe commesso il patricidio e matricidio, in quello istante forte si pentì, e pentuto, Iddio gli ebbe perdonato e di subito fu santo; e per questa cagione il dipintore lo doveva dipignere sanza ispada o vero con la ispada nella guaina legata alla cintura. Benché la quistione fusse grande, nondimeno il Piovano Arlotto gli misse d’accordo.

131 Motto CXXXI: [fa mangiare el Piovano Arlotto a piero puro sensale sempre pastinache]. Alla fine del mese di febraio il Piovano Arlotto e uno sensale chiamato Piero Puro diliberorono d’andare per loro divozione al perdono in Casentino, e istare all’Ermo a quelle divozioni tutta la settimana santa. E la prima sera andorono alloggiare alle Falle con uno nobile e gentile uomo chiamato messer Giovanni Boscoli, il quale li vidde volentieri per cagione era amicissimo al Piovano Arlotto. Per cagione che la sera dinanzi il Piovano aveva dato cena al sensale delle pastinache in Firenze, le quali gli erano venute a noia e quasi aveva fatto proposito più non ne mangiare in quello anno, disse el Piovano a messer Giovanni che per Dio che per quella sera, se era possibile, facesse cuocerne non altra cosa. Venuta l’ora della cena e postisi a tavola, dice messer Giovanni: – Piovano, voi sapete che questa sera è digiuno e però farete penitenzia: voi non arete altro che pastinache. E fattene venire in più modi, ne dette loro in abondanzia e disse loro: – Voi sapete che a Firenze è carestia di pesce; voi non troverrete per questa istrada altro che pastinache. Partitisi, andorono la mattina a desinare a Borsegli e giunti all’oste il Piovano ordinò che quivi non fussi altro che pastinache. La sera istettono ’ albergo a Stia ed ebbono simile vivanda; andorono allo Ermo e per ordine del Piovano non ebbono altro che pastinache; e di poi andorono alla Avernia a starsi una sera con quelli frati di osservanza i quali la sera a cena arecorono simile vivanda. Irato tutto, il sensale cominciò a gridare accorr’uomo e rizzossi tutto infuriato e pieno di rabbia; e alla presenzia di quelli poveri frati si cavò le brache dicendo queste parole: – Non vi voglio più pastinache, per Dio! Cacciatemele in culo ché altrimenti non mi entrerranno in corpo! E’ frati che non sapevano la piacevolezza istimorono detto sensale fusse impazzato; ma, detta loro dal Piovano, èbbonne piacere assai.

132 Motto CXXXII: [come el Piovano Arlotto fa benedire uno olivo a ser ventura prete]. Uno sabato dello ulivo, sendo il Piovano Arlotto in Firenze e ser Ventura, rettore d’una chiesa di Santo Lorenzo vicina alla pieve del Piovano a miglia tre, sendo già ore ventiquattro e serrata la porta, dice ser Ventura al Piovano: – Oimmè, che mi avete voi fatto! Io non posso uscire di Firenze; domattina si dice il Passio e dassi l’ulivo e io l’ho ancora a còrre. Meschino a me, come ho io a fare? Disse il Piovano: – Farai tu come farò io, che sono in quella medesima contumacia che tu. Domattina levati a buona ora e vattene a casa e dì l’ofizio; e poi, quando il popolo è tutto in chiesa, esci fuori con esso, e va al primo bello ulivo tu hai presso a casa e quello benedisci, e dì a ciascuno che se ne vadia a cogliere quello vòle per sé e per tutta la sua famiglia: tanto valerà come se proprio l’avessi benedetto in chiesa. E così appunto fece ser Ventura, di che si rise uno pezzo per tutto il paese dove fu tenuto uno grande pazzo; e il Piovano dal vescovo fu ripreso assai, e fu al tempo di sua giovinezza.

133 Motto CXXXIII: [di una mula morta di più .xv. dì, la quale amazzò uno con uno calcio]. Viene uno dì ser Ventura al Piovano Arlotto e dice: – Io sono istato ingannato da uno mio parente, il quale m’ha venduto una mula maladetta quarantuna lira e quindici soldi, e non vale dodici lire. E ho fatto pruova di venderla a credenza e promettovi non ne troverrei a malapena sedici. Non soe come mi fare; non le posso mettere la sella sanza dua compagni e non vi posso montare su sanza due altri: trae e morde. Per altro ella è vantaggiata. Disse il Piovano: – Io v’ho detto cento volte che voi non facciate cosa alcuna sanza me, ché per la vostra semplicità ognuno vi inganna da io infuori; e non saprei che consiglio vi dare, se non che voi ve la leviate da dosso il più presto potete, perch’ella v’amazzerà: rincrescerammene e poi non ne potrò fare altro né aiutarvene. Datela via per quello potete; e quanto più presto, meglio, avisandovi che poi che voi l’arete tenuta dieci anni e crederrete averla dimesticata, e alla fine ve la appiccherà. E acciò che voi veggiate che io vi dico il vero, fu uno ser Meo Civichi da Volterra, il quale s’alevò una bella mula da piccola e sempre si guardò da lei. Morigli in casa e fecela iscorticare, e poi fece apiccare la pelle. Quando fu uno poco passa, [la fece mettere] in su una istanga, dove istette circa di .15. giorni e quello maestro che la iscorticò lasciò appiccato alla pelle quelli unghioni e fittoni con tutti a quattro li ferri. Passa uno giorno uno che va ferravecchiando e dice: «Chi ha cenci e penne, iscarpettacce o pelle a vendere? » Ser Meo Civichi vede che la pelle comincia a putire, e dice a quello cenciavecchio: «Vo’ tu comperare una pellaccia d’una mula che io ho qua?». Dice il cenciavecchio: «Sì, bene». Va ser Meo e dice: «Io mi ti levai pure dinanzi con iscorticarti, ora mi voglio cavare la pelle di casa». Tirala giù e una di quelle zampe col ferro gli dette in sulla testa e ferillo amaramente, in modo che in fra poco tempo se ne morì. E prima fece testamento, con uno ca- pitolo che i figliuoli non potessino tenere in casa mai mule né muli, né vive né morte, né in niuno altro modo, se fussino bene in iscarpe. E come si potesse trovare contrafacessono a quello capitolo del tenere pure del cuoio in casa, di fatto s’intendessino diredati e privati di tutte le sue sustanzie, e fusse erede lo ispedale di Santa Maria Nuova di Firenze. Sì che vedete, ser Ventura mio, che cosa sono le bestie muline –. Entrò tanta paura a dosso a ser Ventura che donò la mula al Piovano e disse: – Se la ricusate v’imprometto io l’ucciderò. In modo che il Piovano guadagnò la mula.

134 Facezia CXXXIIII: [confonde el Piovano uno filosofo che diceva, e volevalo sostenere, che el naturale può meno che lo accidentale nelli uomini]. Sendo in su una galea insieme co’ uno maestro in teologia e gran filosofo, e disputando, voleva con sua filosofia sostenere che lo accidentale poteva più negli uomini e più adoperava che ’l naturale, e disse: – Piovano io ve lo proverrò, nonché per li uomini, ma per li animali bruti, e farrovelo vedere per esperienzia delle gatte, perché in questa galea non sono altri animali al presente. Indovinò appunto il Piovano quello voleva fare; e in conclusione missono uno pegno insieme di ducati sei d’oro larghi e rimasono di fare la sperienzia indi a dua giorni. E istando in questo tempo, il Piovano, che aveva a punto indovinato, tenne modo con dua trappole che pigliò quattro topolini piccoli e fece sì segreto che veruno mai se ne accorse. Era in su quella galea uno marinaio il quale aveva dua gatte, le quali aveva in modo adomesticate che le faceva istare ritte con una candela accesa tra le zampe tre o quattro ore, che mai si movevano insino quando faceva loro uno certo cenno. Venuto il sicondo giorno diputato, fece il capitano una bella cena dove vennono molti uficiali e il Piovano e il maestro in teologia e quasi tutta la ciurma, per vedere questa esperienzia. Il maestro fece venire quello galeotto e misse una gatta da capo e una da pié co’ lumi; e il Piovano, veduto questo, si levò da tavola e disse volere portare una iscatola di confezioni che erano così vantaggiate, per fare onore a quella brigata, ché non voleva parere uno gaglioffo né uno ingrato; e tolse li quattro topi che aveva preso il dì dinanzi e con molti ingegni acconciò la detta iscatola e drento ve li legò nel fondo; e poi di sopra gli coperse con una carta ed empié poi di sopra la scatola di nobili confezioni. E cenato che ebbono la carne e l’altre nobili vivande, le gatte istavano al modo usato co’ lumi, né mai si mossono. Posta nel mezzo della tavola quella iscatola dove erano i topi con dua altre iscatole da lato, di subito, come le gatte viddono la detta iscatola, che alquanto si moveva la carta, feciono certi atti di volersi muovere, e quasi i lumi non cascorno. Quello galeotto garrì loro; disse quello filosofo: – Piovano, voi avete perduto: vedete e potete essere chiaro per la continenzia e per la isperienzia di queste gatte come l’accidentale può più che il naturale. Disse il Piovano: – Se averete vinto, tirerete a voi; ancora non siamo levati da mensa. Né appena finite le parole che le gatte non poterono più istare e in uno tratto gittorono quelli candellieri per terra e scagliorono a quella iscatola e presono quelli topi e missono sottosopra ciò che era in tavola e versorono quanti boccali e guastade e bicchieri di vino e di acqua v’erano suso: con furore se ne portorono sotto quelle balle quella iscatola alla quale erano legati li topi. Chiamossi vinto il filosofo dal Piovano e pagò quella cena e li sei ducati al Piovano Arlotto.

135 Facezia CXXXV: [di alcuni cacciatori che lasciorono li loro cani in guardia al Piovano Arlotto]. Quattro uccellatori, con otto compagni, con quattro cavalli, quattro isparvieri e sedici cani, vengono a uccellare e istettonsi col Piovano Arlotto cinque dì. Vannosi a Firenze e lasciano quelli cani in guardia al Piovano e dicono: – Noi vi racomandiamo questi cani quanto la persona nostra; noi ci staremo in Firenze dua giorni e poi ritorneremo a starci con voi ancora quattro dì. Disse il Piovano: – Lasciategli, ché io gli governerò quanto fossino mie’ proprii. E poi considerò in se medesimo e disse: – Quanta ingratitudine mi usano costoro! Sono circa a trentasei bocche, le quali mi sono istate addosso cinque giorni; hannosi dato piacere, vannose a Firenze, lascianmi qui sedici cani e dicono ancora volere tornare per qualche giorno, e di forse quaranta istarne hanno prese non si sono degnati di lasciarmene uno solo paio. Partitisi gli uccellatori, andava il Piovano Arlotto ogni dì dua o tre volte a mostrare il pane a’ cani in questo modo: portava uno bastone in mano e tre o quattro pani, andava nella istanza dove erano i cani e nel mezzo gittava quello pane; e come li cani volevano torre il pane, e il Piovano dava loro delle bastonate, e così faceva dua o tre volte il dì. In capo di tre dì gli uccellatori ritornorono e vanno dov’erano i cani e dicono al Piovano: – Che vòle dire che questi cani sono sì secchi? Dice il Piovano: – I’ non so quello si voglia dire; e’ non vogliono il pane, e fòmmene grande maraviglia. Venne il Piovano insieme con loro con parecchi pani; getta loro il pane. Come quelli cani viddono o udirono il Piovano Arlotto, di subito si fuggirono e rimbucoronsi in qualche luogo per paura. E come quelli cani viddono l’uscio aperto, di subito tutti si fuggirono e fu mestiero, poi ch’e’ cani se n’erano fuggiti, che li uccellatori se ne andassino sanza ritornare.

136 Motto CXXXVI: [documento del Piovano Arlotto ad uno suo popolano a gastigare la donna strana]. Era nel popolo del Piovano Arlotto uno uomo che aveva una sua donna la quale tormentava, nonché il marito, ma tutto il vicinato, ed era bestiale, iscandolosa e provana, e faceva sempre tutto il contradio di ciò che l’era imposto, in modo che il marito non sapea più che si fare. E qualche volta di questa sua avversità s’era condoluto col Piovano, al quale forte ne doleva; e disse: – Io ti voglio innarrare una novella la quale avvenne a uno mio caro amico e povero calzolaio, il quale aveva una sua donna ritrosa come la tua, o più. Istando in questa ansietà andò a confessarsi: al confessoro increbbe di tanti tormenti quanti aveva costui da questa sua donna e dissegli: «Se tue potessi camminare, io ti darei uno modo da gastigare costei», e in effetto che, se egli andassi infino in Puglia al monte a Santo Agnolo e al monte Gargano, troverrebbe uno santo romito, col quale dovesse conferire ogni cosa e con lui facesse una generale confessione, perché lo cognosceva che era amico di Dio per le sue infinite e buone opere e santimonie: certamente, confessato si fusse, da lui arebbe qualche buono rimedio a questo caso della malignità perversa di questa sua donna. E partitosi dal confessoro gli piacque tutto il consiglio datogli dal detto frate. Per cagione il calzolaio era poverissimo, andò a uno suo amico ricchissimo e con lui conferì tutto il fatto, e come a ogni modo aveva terminato andare a trovare questo santo romito, e che per Dio gli si raccomandava che gli dessi aiuto di qualche danaio perché era in grande calamità, acciò che potesse andare a trovare questo santo romito. Graziosamente sovenne il signore il calzolaio di parecchi ducati e disse: «Tu sai sono circa anni sei che morì mio padre; lasciommi ricchissimo e sanza alcun incarico; parmi ogni anno diminuire e non accrescere la roba, né posso indovinare donde si venga la cagione. Non giuoco, non gola, non murare, non piatire, né nessuno altro vizio regna in me, per lo quale io abbi a fare alcuna ispesa. E nondimeno tutta via io do indrieto. Quando tu sarai a’ piedi di quello santo romito, e detto gli arai il fatto tuo, ti priego gli dica il mio e se mi sapessi dare alcuno rimedio». E promessoli il calzolaio così fare, partitosi e venuto a casa sua, volle toccare la mano alla moglie e da lei pigliare licenzia per andare al perdono. Sempre gli rispose al contradio dicendogli: «Vae, che non ci possa mai tornare», e molte altre parole dispettose e villane. Partitosi, e’ andò a suo cammino e giunto al monte a Santo Agnolo e a monte Gargano e confessatosi dal santo romito, e narratoli i dua casi per li quali era venuto, con brievi parole gli rispose: «Dirai a quello tuo caro amico ricco che adoperi con ogni sollecitudine di fare che ogni mattina sia il primo si lievi in casa sua e la sera sia l’ultimo a andarsi a letto, e in villa e in Firenze, e così continui sempre sanza alcuna intermissione di tempo. Del fatto della donna tua, quando te ne andrai passerai da Manfredonia e innanzi giunga alla terra troverrai uno ponte di legname in su uno padule, il quale si chiama il Ponte all’oca, dove fa d’esservi giovedì mattina e istavvi infino al mezzodì e poi va a tuo cammino. Parve al calzolaio fussino i remedii molto deboli i quali gli aveva dati il romito santo. Presa licenzia da lui se ne andò; e giunto la mattina al Ponte all’oca, si fermò a una osteria vicina al detto ponte. In sulla ora della terza vengano parecchi branchi di vacche cogli figliuoli drieto che sì s’avevano ammazzare il venerdì per vendersi poi a Manfredonia. Sempre quando dette vacche venivano, era grande fatica a fare passare loro detto ponte. Avevano quelli vergai certi pungetti aùzzi confitti in su certe aste lunghe dua e tre canne; cominciano quelle vacche a non volersi accostare al ponte: quelli vergai tra nelle cosce e nel corpo tanto le forano, che tutte filano sangue, e in modo le conciarono che per brutta forza le fanno passare. E ogni giovedì fanno questi simili atti. Veduto il calzolaio queste provanie di queste vacche e che per forza di pungetti li vergai le fanno passare, veduta questa festa, disse: «Certamente questo santo romito mi ha consigliato bene; se questi vergai cavano questa provania a queste bestie, tanto maggiormente doverrei io cavarla alla donna mia». Ed innanzi si partissi di lì, comperò da uno fabro cinque di quelli pugnetti; e venutosene a Firenze vanne a casa e crede che per la lunga istanza ha fatto la moglie gli faccia carezze, ed ella lo guarda in traverso e con molte parole villane gli rispose. Dipoi andò a trovare quello suo amico ricco e narratogli a lungo tutta la sua peregrinazione e i consigli datili dal santo romito: «E del fatto tuo mi disse che io ti dicessi che la mattina tu fussi il primo a levarti, e la sera l’ultimo a irti a letto ». Né seppono indovinare quello significassi. La sera, ritornato il calzolaio a casa dimandò la donna: «Hai tu cotta quella carne io ti portai?». Rispose rimbrottando: «Non io!». Ebbe pazienzia e cenò il meglio poté; poi acconciò uno pugnetto in su dua braccia d’aste, e dice alla donna: «Vanne a letto». Rispose: «Non ho sonno e non voglio ancora andare a dormire ». Sanza piue parole gli dette parecchi pugnettate tra le cosce e tutta filava sangue e gridando n’andò a letto. La mattina costui dice: «Lieva su». Costei dice: «Tu mi hai morta; e’ non mi posso levare». Come ella vidde che il marito tolse il pugnetto, di subito si levò e fue poi tanta piacevole che non bisognava adoperare pugnetto. Così voglio dire a te, impara da quello calzolaio e gastigala col bastone o con uno di quelli pugnetti dal Ponte all’oca. Quello giovine veglia la sera e vede che la fante toglie uno istaio di farina e il famiglio quattro marzolini e uno fiasco d’olio e dua di vino, e nascondono. La mattina si lieva il garzone a grande ora e vede che la fante e il famiglio portano via quella roba rubata della sera, e di valore di più d’uno ducato. Considerò e disse: «Questo romito [è] santo e hammi mandato a consigliare del vero». Fu poi sollecito e fece una grande ricchezza; e prima mutò tutti li servi

137 Motto CXXXVII: [di uno che si godeva una sua matrigna nella vicinanza del Piovano Arlotto]. Nel vicinato del Piovano Arlotto fu uno padre che aveva uno unico figliuolo, il quale già era d’età d’anni [.XX.] incirca, formoso assai e robusto di corpo, al quale di pochi anni era morta la madre, e il padre aveva ripreso moglie un’altra donna bella e giovane. Come ispesso avviene, – pare che sempre li figliastri sieno in odio alle matrigne – non pareva che costui, poi che aveva menata questa siconda donna, si curasse del figliuolo, il quale mandava male in ordine e co’ peggiori vestimenti. Sendo uno giorno quello giovine con uno suo compagno, il quale gli disse: – Egli è una vergogna a te e a tuo padre a mandarti così male guernito, e sono chiaro che tuo padre è ricco e istassi bene, e potrebbeti mandare vestito sanza suo isconcio in altro modo –, rispose il garzone: – Io non credo che sia difetto di mio padre, ma hanne colpa quella cagna della mia matrigna. Disse il compagno: – Ché non la abracci tu? E vedrai che tuo padre e lei ti faranno più vezzi e vestirannoti; pruova e guarda se ti riesce. Assai gli piacque quello consiglio, e per cagione il giovine era assai amicissimo al Piovano Arlotto, con lui conferì tutto il fatto e i ragionamenti aùti con quello suo compagno, e disse: – Piovano, se io non foe questo, sempre istarò come una bestia: che consiglio mi date voi? In questo tempo il Piovano era giovine e non gli volle dire si attenessi al consiglio del compagno, ma biasimollo assai; e [pure] disse: – Tu se’ savio. Inteso il garzone torna a casa; e istando in questo, il padre va l’altra sera ad albergo in villa. Andata fue la donna a dormire, il giovine entra in camera e va a letto. Questa sua matrigna vòle fare romore: in effetto furono in concordia insieme e quella notte e molte altre notte, e di dì e di notte si dettono buono tempo insieme. Infra pochi giorni una mattina dice la donna al marito: – Per quale cagione non fai tu uno mantello a questo garzone e degli altri panni, acciò vadi come persona? Come avviene a tutte l’altre matrigne, così incontra a me: la gente ha oppinione io sia cagione tue lo tratti così male. Iddio mi sia testimone e tu che sai il vero, come io ne sono male contenta; e cordialemente ti priego lo tratti come figliuolo, il quale merita ogni bene perché è d’assai e buono, e non lo richieggo mai di servigio alcuno ch’e’ non sia mosso. Tanti furono li prieghi della donna che lo garzone per lo avvenire fue vestito e trattato benissimo; non fue ingrato il giovane alla donna, ché molto bene e ispesso la ristorava. Truovalo quello suo compagno e dice: – Tu ti se’ attenuto al mio consiglio. Buon pro ti faccia dello essere tu bene a ordine. Come permisse il peccato, il padre giunse uno dì il figliuolo addosso alla donna; il rumore fu grande e durò parecchi dì, e sentivasi per tutto il vicinato; né si sapeva però di quello si contendevano e gridavano ogni dì. E gridando uno dì tanto forte che di nuovo vi corsono di molti vicini e il Piovano Arlotto, quelli vicini dissono: – Piovano, costoro non sono se none tre e ogni dì romoreggiano insieme. Batte il Piovano la porta; viene giú il padre e il figliuolo, e borbottando in modo che ciascuno pareva avere ragione, disse il Piovano: – Che avete voi? Ogni dì non fate se none gridare da uno tempo in qua. Risponde il padre: – Piovano mio, se voi lo sapessi diresti io avessi ragione. E stando in questa contesa, il padre del garzone disse: – Piovano, io non ve lo posso dire. Rispose il garzone: – Piovano, vogliovelo dire io: mio padre abracciò forse mille volte mia madre quando era viva, e ora che io ho abracciato questa mia matrigna qualche volta, e questo mio padre mette a romore ogni dì questo vicinato. Disse il Piovano: – Non fate più romore. Lo abracciarsi l’uno con l’altro non viene se non da carità: ognuno di voi pigli il contento suo e d’accordo non fate più contesa, acciò veruno non abbi a intendere i fatti vostri, e per lo avvenire vogliate essere savi –.

138 Motto CXXXVIII: [quello che disse el Piovano ad uno che lo passò a dosso detto ebbe messa]. Quando alle Schiuse, porto di Bruggia, [città] opulentissima, ricca e mercantile, vengano i navigli, né con nave, né con ischifi si può iscendere in terra: per la bassezza della acqua fa di bisogno che vi istieno infiniti bastagi per portare gli uomini e robe in terra, e sempre vi se ne truova infinita moltitudine e con certi istivaloni in piede. Essendo portato il Piovano Arlotto da uno di quelli da terra al navilio, disse: – Tu mi doveresti avere portato in dono, perché santo Cristofano benedetto portava le genti e passavale i fiumi per lo amore di Iesu Cristo e non voleva né danari, né altro da persona, ed ebbe tanta grazia che egli passò Lui e fugli tanto accetto che egli guadagnò il reame del cielo. Or pensa che guadagno tu hai fatto in questo dì, ché ora hai passato Iddio e me che l’ho addosso, perché egli è poco ch’io mi comunicai alla messa.

139 Motto CXXXVIIII, [d’uno certo cittadino salvatico vicino alla pieve]. Era uno certo cittadino salvatico vicino del Piovano Arlotto e ogni dì e ogni ora non restava d’accattare da lui danari o roba, quando masserizie. Questo giuoco era di dì e di notte, che mai non aveva fine: conosceva essere il Piovano d’una somma bonità, ché mai non li contradiceva cosa nessuna o disdiceva. E pure uno giorno gli venne tanto in fastidio, ché mandò a lui per uno paio di brache; ed egli gliene negò e disse: – Io credo che oramai io gli arò a prestare il culo per cacare.

140 Motto CXL, di carità. Andando per li nostri paesi o contadi uno castratore, capitò nel popolo del Piovano Arlotto. Dice il Piovano a uno contadino suo lavoratore: – Martino, io intendo che quello medico fa di belle cure: ché non fa’ tu conciare il garzone tuo? Risponde Martino: – Per cagione io non ho il modo a tenere il maestro in casa né pagarlo; sapete io ho carestia del pane. Risponde il Piovano: – Il torto ho io; tu hai bisogno d’aiuto e io ti consiglio: mandamelo a casa. Venuto il garzone amalato, mandoe per quello medico; e fatto mettere il garzone nel letto del suo fattore, lo fece conciare e cavàgli uno testicolo e fecelo diligentemente curare, e dette le spese il Piovano al medico, al famiglio e allo infermo e alla cavalcatura: circa d’uno mese pagò il medico e le medicine di suo. Veduto il medico tanta grande carità nel Piovano, di quattro ducati doveva avere di patti fatti non ne volle se non dua dal Piovano e gli altri dua gli lasciò per Dio.

141 Motto CXLI, di pietà. Viene il Piovano Arlotto in Firenze e a caso ragiona di questo medico, come è così buono maestro, a bottega di Mariano maniscalco; il quale aveva uno povero giovane istava con lui e dice: – Piovano, io arei bisogno di lui, ché io sono guasto da uno lato, ma io non ho il modo: istò qui con Mariano a salario e ho lire sessanta l’anno da lui con le quali ho da vivere e a calzarmi e a vestirmi. Mosso il Piovano da pietà, si fece venire a casa il giovine e fecelo curare a tutte sue ispese, come quello di sopra.

142 Motto CXLII: [il nome del cane]. Truova uno contadino uno bello cane in Firenze e va a trovare il Piovano e dicegli il fatto, e poi dice: – Io vorrei me gli ponessi uno bello nome. Disse il Piovano: – Che nome vòi tu che io gli ponga? Quand’io battezzo, voi me gli insegnate a me che nome v’ho io a porre. E pure costui lo ’nfestava di questa imposizione, vennelli tanto in fastidio; e pure costui domandando, disse il Piovano: – Po’gli nome «il cacasangue che ti venga»: e’ non basta ch’io battezzo e pongo i nomi mi dite, che volete ancora io ponga ai vostri cani.

143 Motto CXLIII, [dello stare alla taverna). Il Piovano Arlotto era con dua suoi compagnoni di galea a fare carità alla taverna; uno era maestro Antonio calafato e l’altro Francesco di Manetto speziale. Arrivavi uno suo amico e dice: – O Piovano, che fate voi qui alla taverna? Risponde: – Io osservo il detto di Cristo che dice: In ore duorum vel trium stet omne verbum. Vedi che non sono più di dua, e io tre; ho a memoria quello che grida santo Paulo, per tutta la Scrittura santa non dice altro se non carità. Vedi che qui non ci abbiamo condotto la golosità, ma proprio la carità. Ubbidisco a’ comandamenti di mio padre. il quale mi comandò e dettemi molti precetti, tra’ quali mi ammunì che io vivessi con misura: questo boccale è misurato, e questo pane è appunto nove once. Non fo male alcuno –.

144 Motto CXLIIII: [risposta del Piovano Arlotto fatta ad uno cavaliere el dì inanzi morissi]. Inteso uno potente cavaliere d’età di più che d’anni .LXXV. come il Piovano s’era ammalato d’una repentina e subita malattia gli era sopravenuta, lo mandò a vicitare uno giorno avanti a sua morte; credo più tosto a qualche suo proposito che per zelo di carità fusse la vicitazione. Ancora che il Piovano istesse grave, cognobbe tutto e a che fine: e fatto il mandatario le debite salute ed esposto l’ambasciata, con la quale fece molte offerte, con poche parole, ché pure istava grave, il Piovano Arlotto gli rispose: – Ringrazierai il tuo magnifico messere da mia parte; al quale dirai io gli fo parole poche perché no’ gli fa mestiero: l’andata mi s’afretta, e lui fa le balle, le quali lui ha già quasi legate, e so che presto mi verrà a vedere. L’altra mattina il nostro Piovano Arlotto passò di questa misera vita e infra pochi mesi ’l cavaliere l’andò a ritrovare.

145 Motto CXLV: [della sepoltura del Piovano Arlotto e suo epitafio da lui fattosi]. Inanzi a sua morte il Piovano fece dua sipolcri, uno nella chiesa della sua pieve e uno nello Ispedale de’ preti di Firenze; e come uomo di somma carità, come era istato liberalissimo in vita di sua roba con ciascuna persona aveva aùta sua notizia, così volle essere alla sua morte. Lui medesimo fece lo epitaffio nella sipoltura della pieve: ne sono incerto perché da po’ che’ l’ebbe fatta mai io non vi fui. In nello sipolcro di Firenze fece queste sillabe in lingua vulgare: ††† QUESTA SIPOLTURA HA FATTO FARE EL PIOVANO ARLOTTO PER SÉ E PER TUTTE QUELLE PERSONE LE QUALI VI VOLESSINO DRENTO ENTRARE †††

146 Motto CXLVI: [astuzia del Piovano a salvare sue robe che erano in fondo in su la galeazza]. Sendo le galeazze fiorentine, dove era su il nostro Piovano Arlotto, alle Schiuse per fare ritorno a Firenze, come è sempre consueto, viene una guardia o vero oficiale del duca di Borgogna a fare la cerca in sulle galee se vi fusse mercatantia nessuna di frodo o contro a bando, di che non si fusse fatto il dovere alla dogana. Il Piovano intende come già viene detta cerca alla sua galea; perché aveva certi istagni e tele e pannilani suoi nello iscandolare, delle quali non aveva pagato la gabella alla dogana, di subito va giù da basso: con uno poco d’acqua inzafferanata si immollò tutto il volto, e messosi il suo gabbano indosso e in capo, si pose a diacere in sul detto iscandolare dove aveva detta roba. E incominciatosi a dolere forte, viene detta guardia e sentendo sì forte ramaricare dice: – Messere, che avete voi? Risponde il Piovano Arlotto tutto afflitto e dice: – Oimmè, io ho una gran febre e vorrei il barbiere o medico perché mi tagliasse uno enfiato ho tra la coscia e il corpo. Stimò quella guardia fusse amorbato e di subito si partì dalla galea, né lo iscandolare né altra cerca fece, ché li parve mille anni esserne fuori. E in quello modo salvò la roba sua e di molti altri della galea, della quale non si pagò la gabella.

147 Motto CXLVII: [l’arcivescovo antonino riprende ancora il Piovano dell’andare alla taverna]. Come in una novella a carte settanta dua e numero trentasei t’ho detto, dove il Piovano Arlotto è ripreso da Bartolomeo Sassetti, e quello ispirito angelico e ispecchio di santimonia, frate Antonino, degno arcivescovo di Firenze, altra volta lo riprese dell’andare alla taverna; ancora si dice in questa novella come uno giorno mandò per lui e cercandolo uno suo iscudieri o famiglio per tutto Firenze, e ritornato a monsignore l’arcivescovo, al quale disse come non lo trovava in luogo alcuno, udendo il cuoco suo domandare di detto Piovano, disse: – Monsignore, io lo lasciai con alcune persone da bene ora alla taverna. Di subito rimandato indrieto per lui e venuto, disse l’arcivescovo: – Forte mi maraviglio che tu non ti sia rimasto di questo tuo andare alla taverna. Rispose il Piovano: – Quando vostra Signoria si rimarrà o vero asterrà di non mangiare e bere, ed io mi asterrò di non andare alla taverna, perché altre volte vi ho detto ch’io non vi vo per golosità, ma per carità, e per fare bene alla mia chiesa, perché io vi vo ancora per fare masserizia. Al presente più non bisogna riplicare perché in altro luogo io ho provato per ragione come io non erro, e se pure voi non volete io non vi vada più, ordinate in casa vostra io sia riceùto con quella carità ch’io sono alla taverna e in quello modo e con quella sicurtà. Disse l’arcivescovo: – Io sono contento, ma con questi patti, che tu non vi vadia più. E fattogli la promissione il Piovano di non vi andare più, commisse l’arcivescovo tutto il bisogno al maestro di casa e al canovaio dello essere riceùto a ogni suo piacere. Sente sonare il Piovano la campana della pignatta, vae con quattro suoi compagni e pongonsi a sedere alla mensa della famiglia dello arcivescovo, e desinato si partono. Torna la sera a cena con suddetti, e cenato si partano. Vassene il Piovano alla pieve e istà quattro dì; per sua bisogni ritorna a Firenze e all’ora di desinare va il Piovano a casa l’arcivescovo con cinque contadini e pongonsi a tavola. Veduto questo il maestro di casa e la famiglia, forte si cominciorono a dolere di quello faceva il Piovano. L’altra mattina torna ivi a desinare al modo usato con otto compagnoni, e desinato, l’arcivescovo disse al Piovano non teneva osteria, e ch’e’ non faceva bene. Disse il Piovano: – Monsignore, voi fate qui parecchi errori insieme: fate danno a me che alle volte ho a aspettare questi vostri dua o tre ore, e così a cena, e perdo di molto tempo; fate danno a voi medesimo e dispiacere ai vostri, perché questi miei compagni, vengono qui meco a darvi ispesa, mi merrebbono alla taverna e pagherebbono per me sempre, ché così sono avezzo a vivere e so che io non offendo Iddio né alcuna altra persona. Disse l’arcivescovo: – Va alla taverna quanto ti pare come tu se’ usato e non venire più qui, e mai più te ne riprenderò.

148 Motto CXLVIII: [va el Piovano alli offiziali delle imposte come li altri preti]. Per bisogni ebbe il Comune di Firenze di danari si ispesono giustamente in una guerra per salute della republica e per salvare le possessione de’ preti e delli cittadini, acciò non fussino guasti dalli nimici e dalli amici soldati, fu nicistà facessino uno grande ispendio, e creorono, oltre alli ufiziali per fare pagare li cittadini, cinque uomini quali ponessino a’ preti somma di danari, e chiamoronsi gli Ufiziali dello accatto de’ preti; e’ quali di subito mandorono per tutti li religiosi che avevono immobile in varii giorni, i quali sinistravano quanto potevano per non pagare, e allegavano molte incomodità avevano aùte, di tempeste, d’arsioni, di fiumi, e da male ricolte. Andovvi ancora il nostro Piovano Arlotto; i quali gli feciono carezze e dimandoronlo: – Diteci, Piovano nostro buono e dabbene, come avete voi denari; vedete che ce ne bisogna e non pochi. Rispose loro: – E’ mi scade a questo proposito dirvi una novella. In quello celeberrimo e magno templo di Santa Maria del Fiore, passando, io viddi uno circulo di uomini virtuosi e dabbene. E quantunque io sia grossolano e di tardo ingegno, sempre ho amato li uomini virtuosi, e qualche volta ne hoe trovato alcuno in grandissima calamità, e holli sempre aiutati delle mie povere facultà. Appressatomi io a quello circulo, dove erano tre canonici e alquanti gentili òmini, tra’ quali era quello egregio e insigne iurisconsulto, dottore preclaro, messer Paulo dal Castro, in mentre istavo a udire quelli loro sermoni, viene una novella come gli è morto il Piovano di Santa Maria Impruneta e come ha lasciato ducati d’oro .7000. e una mina di grossi e altrettanti di quattrini vecchi pisani. Udita la nuova, messer Paulo detto biasimò forte il morto e disse: «Uno prete che lasci a sua morte somma di danari non può lasciare la più vituperosa e trista e isceleste e nefanda infamia di sé al mondo». E sopra a questo caso allegò molte ragioni e legge, e in più luoghi la santa Iscrittura. Notai benissimo tutte le parole e autorità dette da lui, e quelle ho sempre mandate a memoria, e per questa cagione non volli mai accumolare danari. Sono passati più che anni cinquanta che io ebbi la mia pieve e promettovi che mai non mi ho trovati di contanti in mia masserizia dieci ducati, e innanzi che il grano si mieta io l’ho venduto e finito. Nondimeno non guardate a questo, ché io sono venuto con proposito di ubbidirvi in ogni cosa e pagarvi ogni imposta mi imponete; e quando io non arò altro modo, venderò ogni mio mobile per aiutare la mia patria, sì che ponetemi quello pare a voi –. Veduto li detti ufiziali con quanta carità e piacevolezza avere parlato il Piovano e offertosi tanto liberalemente, gli dissono: – Noi vogliamo che voi vi pognate voi medesimo quella lieve soma, sanza vostro troppo incomodo, come pare a voi. Non volle il Piovano accettare e liberamente si rimisse in loro discrezione; i quali li posono ducati otto, con patto che, non essendo contento, che ne levassi della somma quello pareva a lui medesimo. A’ quali rispose: – Se io mi avessi aùto a caricare io medesimo, mi ponevo almeno venticinque ducati. E ringraziolli, si partì e di nuovo s’oferse, bisognando.

149 Motto CXLVIIII: [al tempo de una altra imposizione andò el Piovano Arlotto alli officiali a parlare]. Per estremi bisogni della comunità di Firenze fu di nicistà per una giusta cagione di aiutare la republica; e non possendo resistere i cittadini né sopportare tante gravezze, fue costretto al popolo di Firenze a porre uno altro accatto a’ preti; e creati li uficiali, andorono tutti li preti e’ religiosi e’ luoghi pii a raccomandarsi e ogni persona di loro dicevano e ricordavano impossibilità assai, chi per una cagione e chi per una altra. Andovvi il Piovano Arlotto al quale feciono onore e fattolo porre a sedere gli domandorono: – Piovano, che andate voi faccendo? Rispose: – Signori ufficiali, io vengo dinanzi a voi per dire tutto il contradio di tutti quelli preti e religiosi che vi sono venuti innanzi e che ci verranno. Tutti dicono e diranno non potere pagare perché per lo addrieto, già fa otto anni, pagorono troppo, e poi pagorono dua altre decime al papa; e alcuni e’ diranno avere aùte cattive ricolte, e ch’egli è rovinata la casa, la chiesa, [la] capanna, o guasto il mulino, e chi ha iscorticati i buoi. Io dico tutto il contradio, che la chiesa, la casa, [la] capanna istanno bene, né ho perduti né buoi né altro; ho aùto questo anno assai compitente ricolta, che ne ringrazio Iddio; e così ho ogni anno, in modo vivo con onore, e avanzami. Tengo uno cherico, cappellano e fattore, e avanzami; vo qualche volta al candiotto, e ancora mi avanza. Di che, ne fo carità a’ miei popolani, ché vi imprometto il contado di Firenze non ha il più mendico paese, né dove sieno più poveri, che nel mio popolo e in tutti quelli paesi circustanti. Pagherò tutta quella quantità volete; se mi porrete ragionevolemente, pagherò e soverrò anche li miei popo- lani al modo usato. Quando mi ponessi ancora grave somma e innonesta, ancora la pagherò e isforzerommi di ubidirvi, ma torrete il pane di bocca a quelli poveri uomini i quali non potrei sovenire. Rimettomi nella discrezione e iudicio e prudenzia vostra –. Udito ebbono le piacevolezze con la umilità del Piovano, e quanto era disforme alli altri religiosi vi venivano, li uficiali lo domandorono: – Quanti ducati avesti alli altri uficiali? Rispose il Piovano: – Ducati otto larghi. – Quanti ne volete pagare? Rispose: – Quanti me ne porrete. Dissono gli uficiali: – Se noi non facessimo al nostro Piovano qualche cosa di meglio che li altri, non gli aremo fatto piacere alcuno. E posongliene quattro e non più. Non è egli una cosa miranda che questo uomo, con la bonità sua, con le piacevolezze, rapiva gli uomini e facevaseli fratelli, padri e amici? Alli miei giorni, tra ’l papa e il comune di Firenze, hanno posti circa a dodici imposizioni, gravezze, accatti e decime, o come le vuoi chiamare, al clero fiorentino; e credo in tutte a dodici che il Piovano non agiunga tra tutta la somma, in tutte a dodici, avere pagati tra omnibus ducati settanta, non per corruzione di presenti, non per buffonerie, non per prieghi d’amici né per altra cagione: solo per la sua bonità, e per le oneste sue piacevolezze con le quali rapiva le genti. Già mi disse lui: – Io me ne vergogno io medesimo, ché io so che ho di rendita più che ducati centosessanta l’anno, e in dodici volte non ho pagato alla ventesima parte di quello che io medesimo isponte arei pagato: ringraziato Iddio di tanto beneficio. Era il Piovano cognoscitore del bene: come io t’ho detto, dava l’anno per Dio dua terzi delle entrate.

150 Motto CL: [per che cagione per tutto il reame di Napoli è tanta malignità nelli uomini]. Quando il Piovano andò a Napoli e ancora in altri luoghi, molte volte si trovò a ragionamenti del reame di Puglia e massime della città di Napoli, che a volerli dare il suo epiteto e vero nome si vorrebbe chiamarlo, il paradiso terresto, e per cagione produca tanta innumerabile copia e abondanza di tanti beni e di tante nobile maniere di frutti per il vitto e governo e sostenimento dell’uomo. Fu uno che disse fra loro: – Donde nasce e che vòl dire che Napoli e tutto quello reame produce al presente gente di poco ingegno, maligni e cattivi e pieni di tradimenti, che doverrebbe essere il contradio? Chi diceva una cosa e chi una altra e ciascuno allegava sue ragione. Dice il Piovano: – A mio giudicio voi non ve ne intendete. Iddio, ordinatore di tutto, ha dato questa dota a questo regno, di producere tanti beni, e ha ordinato allo elemento dell’aria che fallisca nelli uomini, perché, se quello regno avessi in perfezione li uomini di bonità e d’ingegno, non si doverrebbe chiamare paradiso terrestre, ma più presto cielo del Sole; e però quella aria produce gli uomini cattivi e pieni di tradimenti. E a questo proposito disse il Piovano una novella, come che al tempo che la casa d’Angiò regnava in quello reame, in tra gli altri vi fu uno re molto da bene, del quale non ho a memoria il nome al presente, e aveva uno suo fratello molto giovinetto in Francia, il quale mai non aveva veduto, perché era nato poi ch’egli era istato re di Puglia. Venne volontà a quello duca di volere vedere Italia, e Roma vicitare per rispetto di quelli santi perdoni, e ancora per vicitare lo re suo fratello. E invero questa era la cagione principale, perché ancora lui disiderava vederlo, e qualche volta gliene aveva iscritto in Francia. Mossesi il duca con molta pompa e venne in Italia e a Roma e poi a Napoli. Viddelo lo re volentieri e ricevé quello con quella pompa come se fussi istato uno imperadore, [dandoli] continovamente tutte quelle dilittazione si possono immaginare o fare in quello luogo. Non [è] passato otto giorni che quello duca, el quale era buono e lieto, come sempre di natura sono i franciosi, cominciò a contristarsi e istare maninconico e una mattina disse allo re: – Io ho terminato partirmi presto. Maravigliatosi disse: – O fratello mio, che vòle dire questo? Io t’ho fatto venire di Francia per vederti e per cagione ti stia almeno meco uno anno; io piglio grande ammirazione, né posso immaginare quale sia la cagione del volerti tu così repentinamente partire. Rispose con umanità, con dolore e lacrime assai: – Sagra Maiestà e glorioso mio fratello, io ho sognato già tre volte in tre notte che io ti ammazzo e tolgoti la signoria. Questo sogno mi affligge l’anima e tormentami il corpo in modo che io non mi posso rallegrare. Sorrise lo re; e come prudente, finse non se ne curare e disse: – Non ti fare maraviglia d’avere fatto tale sogno, perché so bene non è tua colpa, ma è di questa aria la quale genera uomini maligni e traditori; e non che altro, ella ha tanta potenzia ne’ corpi umani che, non che ancora a generalli, ma, se e’ ci venissino santi di cielo, bisogna ci diventino cattivi e maligni. Non di meno a tua posta sia l’andare; e quanto più presto, più grato mi sarà la tua partita, acciò non ti venissi voglia di mettere il sogno in asecuzione. E così si partì il detto duca e ritornossene in Francia con onore e con molti doni gli fece il suo fratello re.

151 Motto CLI: (risposta del Piovano Arlotto ad uno che domanda perché elli sbuffa lavandosi el viso]. Fu domandato il Piovano per quale cagione quando si lava il viso isbuffa con bocca, da uno che aveva poca faccenda. Rispose: – Perché tu non creda, quando io mi lavo il viso, che sia il culo, per cagione che a uno modo mi lavo l’uno e a uno altro modo l’altro. E chiarì colui come egli era una bestia.

152 Motto CLII: [riprende el Piovano ad uno desinare uno che diceva male di uno che era morto]. Sendo una mattina in uno collegio d’alquanti uomini da bene a desinare el nostro Piovano Arlotto, vi sopragiunse uno prete maligno d’ogni tristizia: in tra l’altre, aveva una cattiva e pessima lingua in dire male di ciascuno. Era tanto inclinato a dire che quando parlava e diceva male pareva ingrassasse; e ancora vive, non gli voglio dare nome per onestà. Sopravenuto lì, fu fatto sedere a tavola; e non prima posto a sedere cominciò a cantare come una calandra, i’ dico in male, d’uno uomo da bene, perché era morto di poco innanzi, e durò circa a mezza ora. Non potendo più sofferire il nostro Piovano la inniquità di questa pestifera bestia, ridendo cominciò a dire una novella, come e’ fu uno giovine figliuolo il quale trattava molto male la madre e tante istranezze e villanie a ogni ora le faceva, che era forte biasimato e ripreso da e’ parenti e da amici ed era noto a tutto il vicinato e per la terra sua. Diliberò costui di fingersi d’essere amalato e poi morto, per vedere, poiché si diceva tanto male di lui da vivo, quello si direbbe da morto. E finto essere amalato, in pochi dì morto, istimando la madre e i parenti essere così, lo feciono andare nella bara per mandarlo a sotterrare; e quando era portato, la gente domandava: – Chi è quello che è morto? Tutto il vicinato quando passava diceva: – Egli è quello tristo del tale, che trattava così male la madre. Ognuno diceva: – Non me ne incresce poiché era sì ribaldo; la morte ha fatto bene a levarlo di terra. Udiva il garzone quello si diceva di lui, e vedeva che peggio si diceva da morto che da vivo. E nel passare udì rinforzare a certe donne dire male di lui: rizzossi su a sedere nella bara, e cognoscendole di male colore, le quali sapeva a punto che erano tutte macchiate, disse a una: – Odi tu Caterina: ora che io sono morto tu ti fai gagliarda a dire male di me; se io fussi vivo io ti direi che tu ti tieni il tale frate; e tu, Giovanna, sai che ti hai tenuto prete tale circa a anni tre; e tu, Andrea, ti ruffiani la Maddalena tua figliuola. Sapete che quando io ero al mondo tutte vi cognoscevo. E così a tutte ricordò loro molte loro bontà in modo che amutolorono e tutte si istettono chete. E il Piovano fece fine alla novella, e il detto prete non parlò piú quella mattina, e vorrebbe non avere fatto quella pazzia del dire male.

153 Motto CLIII: [d’una gamba dirizzata ad una fanciulla da uno medico giovane]. Passa uno giorno dalla via de’ Martelli e truova una bottega nuova, dove istava uno catelano grande maestro di fare di più ragioni di sapone moscadato e profumi e acque lanfe e uselletti di Cipri, bongiuì e molte degne unzioni e altre gentilezze, le quali sapevano di mille buoni olori e moscadi. Nonché la bottega confortavano quelli odori, ma chiunche passava per la via. Fermasi una mattina il Piovano passando ed entra in bottega e dice volere comperare uno alberelletto di sapone moscadato: piglialo in mano e, odoratolo, lo domanda in compera. Dice il maestro: – Io ne voglio dua grossi. Risponde il Piovano: – Tu hai il torto, perché io so tu me lo puoi dare per uno, e massime attento la consolazione dello odore ti ha dato parecchi dì sono che tu lo facesti. Per certo tu doverresti avere qualche discrezione: considera che consolazione ha uno che concia pelle o uno calzolaio o uno beccaio e molti altri artigiani che hanno odori dispettosi in bottega, e nondimeno vendono la cosa quello vale appunto, e hanno tanto dispiacere dello istrano e tristo odore della loro mercatantia hanno in bottega, in modo che doverrebbono venderla la metà più, e [tu] venderla la metà meno per il contrario del gentile odore. Voglio che tu faccia come uno medico giovine, il quale dirizzò una gamba a una bellissima giovane e fanciulla e assai ricca, la quale nel cascare a terra d’una iscala si spezzò e torsesi una gamba. Medicatola il medico parecchi dì, in modo che in tutto la liberò e guarilla, volle dare al detto medico ducati dieci, i quali non volle pigliare. Disse la fanciulla: «Per quale cagione non volete voi li ducati dieci, ché mi avete guarita e diritta la mia gamba?». Rispose il medico: «Io sono molto bene sodisfatto da voi: s’io vi ho diritta la vostra gamba, voi n’avete più volte diritta una a me, sì che noi siamo pagati» Udito il catelano la facezia e piacevolezza del Piovano, gli donò il sapone e altre gentilezze e da lui non volle danaio.

154 Motto CLIIII: [uno suo compare contadino rubava l’uova al Piovano Arlotto]. Più e più volte si trovò il Piovano tolte e cavate l’uova delli nidii delle galline. Terminò di trovare il ladro; e fatto istare in agguato il suo fattore disse: – Il compare vostro è quello vi toglie l’uova e ora n’ha tolte da dodici e halle in seno. Come tu sai, i contadini vanno ispettorati dinanzi e afibbiati nel mezzo con una istringa o corda e la camicia gonfia: e lì metteva l’uova e questa festa faceva almeno dua volte la settimana. Giunto il contadino alla porta, che se ne voleva andare, truova il Piovano il quale lo ’nvita a fare colazione. Ricusa e dice: – Io voglio andare a casa e tornerò. Dice il Piovano: – Deh, compare mio, non mi lasciate qui solo. E fingendo di farli carezze, l’abraccia e istringelo forte, dicendo: – Compare mio, non voglio mi lasciate, andiamo a bere. E forte lo abracciava, in modo che tutte l’uova si rompevano e cominciorono a colargli giù per le gambe e per le cosce, in modo il compare rimase vituperato e in parte sodisfece il Piovano, e non ne tolse poi più.

155 Motto CLV: [disse el Piovano Arlotto a certo proposito male delli contadini in genere]. Ragionando certi cittadini sopra il fatto de’ contadini, disse: – Io mi ricordo che i nostri contadini solevano istare molto meglio per lo addrieto che ora, benché l’oppinione di molti cittadini sia per il contradio, e allegano questa ragione, come per il passato si solevano fare le preste loro di .50. e di .100. lire e molti altri vantaggi; e al presente pare che vadia per il contradio, che li contadini prestano alli cittadini e mettono i buoi di loro e in molti paesi i semi di grano e di biade. E dico e affermo che i contadini sono più poveri che fussino mai, e che, questi tanti vantaggi essi fanno a’ cittadini, è perché e’ sono tanti multiplicati che bisogna faccino così; ma come e’ sono multiplicati in numero grande, sono anche multiplicati in malignità e in tristizia, ché, ancora faccino questi vantaggi a’ padroni e alli osti, fanno in modo che in brieve tempo gli fanno pagare a’ cittadini. E se non ch’io sono cattolico e fidele cristiano, io sarei di quell’oppinione di Platone, che voleva una altra volta avessimo a ritornare al mondo, per cagione che qualche volta io veggio tanta malizia e inniquità maligna regnare in questi crudeli villani, che ispesso io dubito in me medesimo se sono istati al mondo una altra volta, e considero e dico: «Se costoro non ci fussino istati una altra volta, non è possibile fussino tanti tristi e maligni». –

156 Motto CLVI: [quello fece el Piovano Arlotto a certi preti che avevano bene da desinare e non lo vollono in compagnia]. Certi preti golosi pieni di invidia, una mattina, sendo in una casa d’un altro compagnone prete, avevano una pignatta di capponi e di vitella, con buoni maccheroni. Consultoronsi insieme di non volere altri a desinare con loro, e fussi bene chi volesse. In questo tempo viene il Piovano Arlotto e truova l’uscio aperto e giunto in sala comincia a parlare con uno di loro di sue faccende. Accertatosi il Piovano da uno cherichetto intese tutto il fatto, e dispiaciutoli l’atto della loro golosità pensò di guastare loro tutto il disegno fatto. Con destro modo se ne andò in una loro camera e da uno necessario tolse dua grande pezze line le quali erano piene di pane patito, perché in quello luogo non si adoprano ad altro esercizio; e presole in mano in modo che da alcuno non fu visto, e di subito le portò in cucina, e una ne misse nella pignatta de’ maccheroni e l’altra in quella de’ capponi; e rimestatele bene, in modo non se ne accorsono se none al trarre la roba fuori delle pignatte, e ritornatosene in casa, disse a quelli compagni preti: – E’ mi pare sentire uno buono odore; meglio è io desini con voi. Tutti, con mala faccia, turbati, gliele negorono. Rispose il Piovano: – Voi siate pieni di ingratitudine a licenziare uno vostro compagno e fratello. Sapete, ciascuno di voi, quante volte avete trionfato a casa mia; ma per cagione voi conosciate e consideriate molto bene chi è il Piovano Ar- lotto, io non venni qui né per mangiare né per bere, ma io vi dico bene che, se io volessi, e’ mi basterebbe l’animo d’adoperare in modo voi ne aresti poco godimento. Disse uno di loro: – Fate il peggio che voi potete, se fussi veleno, avisandovi che noi abbiamo cinque grassi capponi e nove libre di vitella con una pignatta di maccheroni, e siamo undici, come voi vedete. Rispose il Piovano e disse: – Io non voglio sapere vostri fatti né li voglio vedere; e se voi volete mettere una cena pagare a senno del vincente, io metterò che voi non mangerete di quella roba. Messo il pegno sicuro, preso licenzia, se ne andò il Piovano. Parte di loro postisi a tavola e parte di loro andati in cucina, dissono: – Alla barba del Piovano Arlotto che non mangerà di questa roba e pagherà una cena. Scoperte le due pignatte sentirono uno odore d’una cosa corrotta e marcia; maravigliandosi che cosa potessi essere, chiamorono i compagni, e in fine, tratto fuori la roba mezza e messa ne’ piattelli, trovorono le due pezze, le quali erano fondute quasi in quelle pignatte, e viddono quello che era. Gittorono via ogni cosa e mangiorono pane e cacio, né poterono pensare mai chi tale atto si avessi fatto, e istimorono non fussi per incanto del Piovano Arlotto, il quale fece loro pagare la cena e doppo detta cena narrò il Piovano tutta la faccenda loro.

157 Motto CLVII: [adduce el Piovano uno dubbio d’uno caso occorso nel suo vicinato, d’un che cascò d’un palco]. Alla loggia de’ Tornaquinci sendo in sull’ora del vespro ragunati al fresco alquanti cittadini nobili, ed era- vene ancora uno ignobile e matto, ma ricco, d’età d’anni vicino a sessanta, il quale aveva per donna una fanciulla d’età d’anni circa a .XVIIJ., della quale forte era geloso, ed eragli avvenuto uno caso come nella fine intenderete. Sendo questa congregazione di cittadini a ragionare di varie cose, quello geloso ignobile si contraponeva loro a ogni parola e usciva d’ogni proposito, ed a tutti voleva soprastare, e poneva certi dubbi che non avevano ne sentenzia né piacere. Passa il Piovano Arlotto ed è chiamato da loro; si ferma, e istato uno poco a udire le pazzie e bestialità di quella incantata bestia, si volge il Piovano e dice verso uno di loro: – E’ fu in questa nostra città di Firenze una bella fanciulla maritata, la quale si poneva a dosso uno bello giovine del quale quello suo marito era cominciato a insospettare; benché non credessi però che il caso fussi tanto oltre che il sospetto avessi adoperato il contento di lei, diliberò costui di chiarirsi del sospetto aveva di questa sua bella donna, la quale mostrava molto poco istimarlo, e quasi lei portava le brache. Come volle la disgrazia, avendosi tirato quella bella donna lo suo amante in casa, istimando che il marito fusse fuori, e lui s’era nascoso in una camera che era di sopra a quella dove erano lo amante e la donna, e per meglio chiarirsi voleva vedere per accertarsi del vero. E nel suo andare piano, si ruppe una tavola del solaro e rovinò giù con grande istrepito e romore, appunto in su quello letto dove loro erano, e tutti a tre portorono grandissimo pericolo di morte ed ebbono grandissima paura. Quello amante di subito si fuggì; rimase il marito e la donna, la quale seppe tanto ben dire che il marito la perdonò e solo la pregava che ella adoperasse che questa cosa non si avessi a sapere –. Né si poté tanto tenerlo secreto che non si sapessi per qualcuno e ancora per il Piovano Arlotto, il quale aveva a punto tutto a mente il caso, e trovandosi a colloquio con quelli cittadini e sentendo le pazzie di colui, disse il Piovano: – E’ fu uno geloso che si accorse che la sua donna era serrata in camera con uno suo amante; cascò appunto il marito in sul loro letto: tutti a tre ebbono grandissima paura. E voltossi appunto il Piovano verso quello becco, ancora disse: – Vorrei, perché m’hai messi tanti dubbi innanzi, che tu mi chiarissi quale di coloro tre avesse aùto maggiore paura e che portasse maggiore pericolo. Domandatolo il Piovano, in quello punto amutolò né seppe che si rispondere, e tutta quella sera non parlò mai. Se il Piovano non trovava quel dubbio credo che ancora parleria.

158 Motto CLVIII: [risposta del Piovano fatta ad una domanda, come li suoi terreni avevan fruttato in quello anno]. Fu grande abondanzia d’ogni bene per tutta Italia e per tutta Toscana e massimo per il contado e distretto di Firenze uno anno in tra gli altri, in modo che ogni persona diceva e lodavasi che in quello anno avevano così grande ricolta in sulli loro terreni. E uno giorno istando in questi ragionamenti il nostro Piovano Arlotto con alquanti cittadini, rispose e disse: – A me avviene tutto il contradio di quello dite: affermovi che il migliore pezzo di terra che io ho m’ha renduto peggio degli altri. Tutti li circustanti maravigliandosi domandorono il Piovano che vòle dire e che terreno è questo che ha fatto così male. Rispose: – È il mio cimiterio della chiesa, el quale mi suole rendere ogni anno circa di cinquanta o di sessanta lire, perché ogni anno vi soglio sotterrare sei o otto persone, e d’ogni corpo che me ne occupa l’anno braccia tre ne soglio avere lire dieci; e questo anno non mi ha fruttato cosa niuna perché ancora non vi è morto persona, di che mi duole e m’incresce assai.

159 Motto CLVIIII, [d’uno che tagliava legne e sempre, quando colpiva con la scura, ponzava]. Sendo uno giorno in fra gli altri andato il Piovano Arlotto a Cercina a istarsi con messer Antonio Piovano di detta pieve di Cercina, trovò che da tre maestri di legname faceva ricidere certi grossi legni, dove davano grandi colpi e ogni volta che colpivano facevano uno certo atto col petto e con lo organo della gola, con certo isforzamento, faccendo, ogni volta che movevano il colpo: – Hee –, come fanno a Vinegia quelli che pestano il pepe, che ogni volta che posano il pestatoio il quale hanno levato in alto fanno un certo atto con la gola: – Hao hao. Dette ad intendere il Piovano Arlotto al Piovano di Cercina che in fare quello atto coloro che tagliavano perdevano tempo assai. Disse il Cercina, dando fede allo Arlotto: – Or come s’ha egli a fare? Rispose lo Arlotto: – E’ bisognerebbe mettere una opera che facesse quello atto. Disse il Cercina che era avaro: – Io non voglio mettere oggi una altra opera. Rispose lo Arlotto: – Io v’ho inteso, voi volete i’ mi guadagni il desinare e la cena con voi; acciò che lavorino più presto, io medesimo lo farò. E disse a que’ tagliatori: – Io farò quello atto con la gola e voi tagliate, – e così facevano –, e quando io andassi a orinare, e voi vi riposate e non lavorate e aspettate tanto io torni. In quello, messer Antonio andò a certe faccende in modo non rividde li tagliatori insino a sera; e come il Cercina si fu partito, si partì ancora il Piovano Arlotto e di subito restorono di lavorare. Viene verso la sera il Cercina a vedere l’opera de’ maestri e truova che non hanno lavorato quasi poi si partì, e vidde ancora che si istavano oziosi e cominciò loro a dire male e a gridare perché non lavoravano. Dissono li maestri: – Voi avete il torto: dicestici che non fecessimo più quello atto e che il Piovano Arlotto farebbe: «Hee». Come voi fusti partito, egli se ne andò e disse che andava a orinare e tornerebbe. Di subito restammo e abbiamolo aspettato, sì che la colpa è vostra e sua; dal canto nostro noi abbiamo fatto il debito. Disse il Cercina: – Questo è de’ tratti suoi. Il Piovano Arlotto morrebbe quel dì che non ne facessi qualche una.

160 Motto CLX: [quello avvenne al Piovano Arlotto ad uno rinovale per fare el ringraziamento]. Va il Piovano Arlotto a uno rinovale, dove era istato invitato da certi contadini i quali ogni anno lo facevano per rimedio dell’anima di loro padre. E cantato che ebbe la messa e fatto l’uficio con dodici altri preti, andorono, come è usanza, a desinare con quelli contadini, i quali feciono loro onore assai; e alla fi- ne del desinare fue commesso al Piovano facessi uno sermone con alquante parole in ringraziare quelli contadini; e innanzi che il Piovano cominciassi a fare il sermone, come è usanza del paese, missono in ogni carta soldi sei e a ogni prete ne dettono una e innanzi a’ piovani e priori ne dettono una drentovi soldi dieci. E ancora ne fu data una al Piovano Arlotto di soldi dieci; e avendola in sulla tavola dinanzi a sé, cominciò il Piovano a fare l’orazione e disse parecchi parole molte buone, ornate e accomodate a quello atto di ringraziare quelli contadini del bene facevano per la anima di loro padre, e dello onore che a lui e alli altri preti avevano fatto. Mentre che ’l Piovano faceva le parole, uno di quelli preti gli levòe la carta dinanzi e cavonne i denari e messevi certi piombi e sassi. E detto che il Piovano ebbe le parole, piglia la sua carta e in iscambio di danari vi truova i piombi e sassi detti. Chiama quelli contadini e dice: – A me bisogna ricorreggere lo errore che io ho fatto, cioè che ho detto troppo bene di voi. Bisognami ridire tutto il contradio: non vi vergognate voi avermi dati questi sassi e piombi in iscambio di dieci soldi? Vergognatisi li contadini li dettono altri soldi dieci e dissono che gli era istato fatto natta. Rispose il Piovano: – La natta voglio sia istata fatta a voi, ché io non sono uomo da essermi fatte natte o beffe o come le vòi chiamare.

161 Motto CLXI: [escusazione del Piovano Arlotto incolpato]. Alla morte del Piovano di Cercina che si [fu] al Bagno si ritrovò il Piovano Arlotto e fu incaricato che ave- va tolto della iscarsella del Cercina centocinquanta ducati che aveva adosso. Iscusossi il Piovano e disse non era vero, ché appunto aveva trovato in detta iscarsella fiorini dua: – I quali ho qui in borsa con uno de’ miei. E per volere ristituire i detti dua dette il suo, ch’e’ ne dette tre. E poi accortosi il Piovano disse: – Alla morte de’ preti si suole rubare o guadagnare qualche cosa, e io ho fatto il contradio, ché non ho rubato e ho perduto di capitale. Il Cercina non fe’ mai se non rubare ad altri e a me in vita e ora m’ha rubato da morto.

162 Motto CLXII, [alla festa del Piovano di Cercina]. Ogni anno messer Antonio da Cercina faceva una bella festa el dì del santo del titulo della sua pieve di Cercina, dove venivano grande moltitudine di uomini da bene, e preti e secolari, da Firenze e da altri luoghi; e in quello dì aveva grande numero di presenti e doni gli erano fatti da molti e massime da’ contadini. Uno anno in tra gli altri fu a detta festa molti uomini da bene e religiosi, tra’ quali vi fu lo arcivescovo di Firenze, e il Piovano Arlotto era il tutto al provedere alla detta festa e’ conviti di desinare e cena. E dappò desinare, istandosi a parlare con l’arcivescovo, viene il cuoco e allo orecchio al Piovano dice: – Uno ci ha arrecato dua paia di capponi; come gli ho io a cuocere? Rispose il Piovano e disse: – Fagli arosto. Istae uno poco e ritorna e dice: – Uno ci ha arrecato forse venti libre di pesci. Risponde il Piovano: – Fagli fritti. E così in mentre parlava con detto arcivescovo, il cuoco venne parecchi volte; e disse all’ultimo: – E’ ci è istato arrecato due capretti; come gli ho io a fare? Volsesi il Piovano Arlotto con ira, perché ebbe a male che alla presenzia dello arcivescovo quella bestia di quello cuoco ritornasse tante volte a infastidirlo, e disse forte: – Vattene al nome del diavolo sanza venir più qua a dirmi altro. Se ti fusse arrecato Cristo, fallo arrosto.

163 Motto CLXIII [del Piovano, in risposta ad uno contadino che lo domanda se una festa si guarda]. Uno semplice povero uomo viene una mattina di santo Luca evangelista e dice, doppo le salute: – Piovano, guardasi oggi questa festa? Considerato il Piovano la semplicità e calamità di costui, lo domanda e dice: – Hai tu pane in casa? Risponde il povero uomo: – Messer no. Disse il Piovano: – Va lavora, ché per te non è comandato oggi.

164 Motto CLXIIII [del Piovano, quando uno tratto si stimò che lui confessassi dua per volta]. In uno viaggio fece in sulle galeazze fiorentine, delle quali era capitano uno nobile, costumato, d’assai e buo- no cittadino chiamato Ramondo Mannelli, confessando mercoledì santo il Piovano uno Albanese marinaio, il quale non sapeva parlare italiano né intendeva niuna parola, bisognava fusse uno interpitre, il quale esponesse il taliano all’Albanese, e al Piovano lo albanese, e così faccendo istavano ginocchioni tutti a dua innanzi al Piovano. Viene uno compagnone al capitano ridendo e dice: – Vedete il Piovano che confessa dua a uno tratto; questo modo di confessare non vedesti voi mai più. Il capitano, il quale voleva si vivesse costumatamente per ciascuno, fece chiamare il Piovano e doppo una grande villania gli disse: – Voi non fate diferenzia al mercoledì santo dal dì di carnovale; vedete che oggi è dì di passione e voi motteggiate nella confessione. Risponde il Piovano e dice: – Messere lo capitano, voi mi avete detto villania sanza alcuna cagione. In effetto che volete voi dire? Dice il capitano: – Dico che oggi non è dì da motteggiare; voi fate male a buffoneggiare e confessare dua a uno tratto. Rispose il Piovano: – Vedi che gli è tutto lo opposito: voi dite che io confesso dua, ed e’ sono dua che confessono uno.

165 Motto CLXV, [quando el Piovano andò ambasciatore al re Renato, mandato dal capitano]. Le galeazze fiorentine arrivorono vicino alla Provenza, dove si fermarono in non so che porto, vicino a dove era la maestà del re Renato a miglia circa a diciotto; dove trovorono certi Catelani con mercatantie, e’ quali avevano a fare passaggio in certo paese e non potevano passare per cagione che li Provenzali e il loro signore, cioè quello re, erano loro capitali inimici. Bartolomeo Martelli, capitano di quelle galee, uomo molto dabbene, dice al Piovano Arlotto che bisogna vadia insieme col cancelliere imbasciadore al re per avere uno salvocondotto per quelli Catelani, perché le galee guadagneranno con loro di noli più di ducati .8oo. Quello cancelliere era uomo tondo di pelo e aveva le tempie grasse; vanno allo iscrivano per danari, il quale era Carlo Guasconi, e domandato il Piovano danari per le ispese, Carlo gliele vòle contare. Dice il Piovano: – Guarda che uomo tu se’! Io sono imbasciadore a uno re, tu mi vòi contare i danari. Risponde Carlo, il quale era tutto piacevole e dabbene; dice: – Perdonatemi, voi avete ragione. E in uno sacchetto, sanza contare, gli diè più che il bisogno. E partitosi e discosto a miglia .X. si fermano e desinorono e cenorono, e istettono infino alla altra mattina, e dipoi andorono a quella terra dove era lo re. E iscavalcati, volle il Piovano udire messa e fare colezione: quello cancelliere si consumava, né averebbe voluto fare tante posate, e del troppo tardare riprendeva il Piovano, il quale risponde e dice: – Noi siamo ambasciadori; e voglio andare con gravità, andando noi ambasciadori a uno re. Andati a quello palagio dove lui abitava, il quale sarebbe istato a Firenze una casa da uno debile cittadino, e fatto sapere al re come dua ambasciadori delle galeazze fiorentine volevano parlare a sua maiestà, ben dua o tre volte fattogliele dire e istati lì ben circa a quattro ore, sempre era loro detto: – Aspettate, perché lui ha da fare. Entrati in una corte e alzato il capo in alto, vidde il Piovano il re che con una cerbottana da una finestra traeva pallottole a uno suo cuoco. Isdegnato il Piovano dice alquanto forte: – Io non mi maraviglio che a costui fusse tolto il reame e che non perdesse il paradiso, avendolo. Noi siamo istati qui quattro ore per parlargli e per una frasca da fanciulli fa istentare qui dua ambasciadori: e’ debbe essere uno uomo da poco. Udito, lo re si vergognò e feceli venire a sé e udigli volentieri e concedette loro uno salvocondotto molto pieno, di passaggio per qualunque persona che volesse passare il detto capitano con le galeazze, innanzi e indrieto per tutto il suo paese. E se non fusse istato le piacevolezze del Piovano, mai arebbono aùto tale salvocondotto, per cagione che coloro erano molto esosi ed erano sua nimici mortali.

166 Motto CLXVI, [quando el Piovano Arlotto fece diventare uno topo gatta che uccellava]. Tornato il Piovano Arlotto di galea e andatosene alla pieve, trovò, per la lunga dimora aveva fatto di circa mesi tredici non era istato in casa, ch’e’ topi gli avevano rosicate molte masserizie e guàstogli dua coltrice e panni lini e lani. Di che gli parve molto male; disse: – Io non mi terrò mai vendicato di questa ingiuria se uno di voi non diventa gatta e che al tutto io vi vegga distrutti e che non ci rimanga quasi nessuno. E con trappole e qualche altro ingegno quasi gli pigliò tutti vivi e rinchiuseli in una certa bottaccia grande che lui non adoperava più, dove gli lasciò istare per ispazio d’uno mese. E ispesso gli andava a vedere in quello mese, e trovava che l’uno per fame mangiava l’altro; e così feciono tanto che non ve ne rimase se non uno, al quale appiccò uno sonaglio al collo e lasciollo andare per casa così vivo, e disse: – Io voglio vedere quello tu sai fare. Quello topo sendo nutricato bene uno mese a topi, uccellava per casa come una gatta e quanti ne giugneva, tutti se gli mangiava; e così visse uno tempo, in modo che il Piovano istette circa a anni tre che in ca’ sua non si vidde mai altro topo che quello del sonaglio, per cagione dello ispavento del sonaglio. E ancora quanti topi poteva giugnere, tanti ne divorava; e così tenne netta la casa circa d’anni tre, di poi si morì e al Piovano Arlotto dolse assai di sua morte.

167 Motto CLXVII: opera pia. L’anno del giubileo malò in sulla istrada uno piemontese a una osteria, la quale aveva [uno oste], e per male governo di quello oste che era come uno cane. Vistolo il Piovano in se medesimo si condolse assai e per piatà se lo condusse a casa, dove istette circa di mesi dua e mezzo, in modo liberò. E tra medico e medicine, sanza le ispese da infermo, ispese circa di lire .12., e simile opera di pietà usò quello anno a molte persone, in modo ch’io credo che quello anno tutta la entrata sua istribuisse in simile opere pie.

168 Motto CLXVIII: [risposta del Piovano ad uno che li domanda che orazion de’ far la mattina levandosi]. Uno domanda il Piovano Arlotto: – Che orazione ho io a fare la mattina quando mi lievo, che sia buona? Risponde: – Quando tu ti rizzi su, segnati col segno della santa croce e divotamente di uno paternostro e una avemaria, e poi dì queste parole: «Signore mio Iesu Cristo, guardami da furia e mani di villani, coscienzia di preti, guazzabuglio di medici, cetere di notai, da chi ode dua messe per mattina e da chi giura: – Per la coscienzia mia!».

169 Motto CLXVIIII: [altra orazione del Piovano]. Signore mio che fusti e che se’, da a me ciò che mi bisogna in questo mondo e nell’altro: per al presente io non ti domando altro.

170 Motto CLXX: [faceto detto del Piovano Arlotto, sendo una sera a cena in villa]. Era una sera a cena a una villa dove erano alquanti uomini da bene; e incominciato alquanto a piovere, tutti si rallegrorono e davano molte lode a quella acqua, perché era istato lungo tempo non era piovuto. Dicevano: – Sarà buona a’ grani e alle biade, e ottima al vino. Vedendo il Piovano che a quella cena non era uomo che annacquasse gocciola di vino, disse: – Voi date tante lode all’acqua, e non ci è però niuno di voi che se ne metta una gocciola in corpo.

171 Motto CLXXI: [risposta del Piovano ad uno prete sciocco che gli pareva essere savio]. Era uno certo prete alquanto isciocco che faccendo con certi altri preti uno giuoco con una coreggia, in modo gli fue fatto rilevare la carne in molti luoghi, perché detto giuoco si faceva in camicia. E qualche volta pareva a questo prete d’esser savio; e trovandosi una volta a uno ragionamento di certi preti dove era il Piovano, e voltosi in verso di lui, disse: – Ditemi per quale cagione e che vòl dire che, cocendo fave nere, fa le minestre bianche. Rispose il Piovano: – Dando a uno in sulle carni nude con una coreggia bianca, per quale cagione fa i segnali neri? Accortosi del suo errore e ricordatosi di quelle iscoreggiate aveva aùte poco innanzi, tacette e in quella sera più non parlò.

172 Motto CLXXII: [riprensione del Piovano ad uno prete detto ser guanciale di una sua pazzia]. Sente il Piovano uno prete, chiamato ser Guanciale, che forte si condoleva con altri e dice: – Io ho detto due volte le messe di santo Gregorio con promessione mi dia uno ducato di buono oro in oro, e iersera mi portò uno ducato peggio soldi .4.. Non volsi accettarlo e rimandà’lo. Inteso il Piovano a questa pazzia e semplicità, risponde: – Se io ti avessi a confessare di questa isciocchezza, non ti darei altra penitenzia se non che io comanderei a colui che non ti dessi più uno picciolo, e ancora giudi- cherei che tu medesimo ti facessi dare uno cavallo di cinquanta isferzate dal tuo chierico. Avvegnì che colui non gli volle dare uno quattrino; e per cagione di non cadere più in simile incoveniente si fece dal detto cherico dare dette isferzate a cavallo, e mai più gli avvenne simile ventura.

173 Motto CLXXIII: [ammonizione del Piovano ad uno suo cherico pigro e da poco con uno essemplo]. Aveva il Piovano uno cherico pigro e dappoco; e amonendolo molte volte con essempli, uno dì gli disse: – Tu non saresti buono cane in Puglia. Usano li pastori di chiamare i cani col corno; e quando sono giovani di otto mesi o d’uno anno, quelli sono buoni tengono cari, li altri lasciano andare o eglino gli ammazzano faccendo la pruova in questo modo. Togliono uno calderone pieno di latte e portonlo a piè d’uno monte, menano quelli cani giovani a quello calderone e in mentre che e’ béono, uno uomo è in su quello monte e forte suona il corno. Quelli che riescano buoni lasciano istare il calderone del latte e corrono dove si suona, ché istimono si vegga il lupo o qualche fiera, per andarla a ritrovare. Quelli infingardi e tristi attendono a bere el latte e lasciano sonare. Viene il pastore e ammazzali e quelli che corsono tiene in grande pregio. Così voglio dire a te: sendo tu là, di botto saresti impiccato, sendo cane, perché tu saresti di quelli, che mai ti partiresti dal calderone –.

174 Motto CLXXIIII: [compromesso fatto nel Piovano da dua contadini e il giudicio del Piovano]. Vengono dua contadini al Piovano e dicono: – Noi savàno a zappare la vigna, uno cuculio canta presso alla vigna, ciascuno di noi dice: «E’ gli ha cantato per me!». Siamo in quistione grande; e abbiamo messo uno asino di valuta di lire venti uno di noi, e l’altro ha messo il danaio, e abbiamone fatto compromesso in voi, ché vogliàno d’accordo istare a vostro giudicato. Accettato il Piovano, si partono: e la sera viene secretamente uno di loro e porta al Piovano dua caciuoli per corrompere il Piovano, che lodi per lui; dàgli il Piovano buone parole. Non partitosi di molto colui, che viene lo altro e portagli venti uova, e priega e raccomandasi come lo altro. La mattina seguente viene quello del cacio e porta uno paio di pollastre e con le parole fa il simile. Partitosi, viene quello delle uova e con preghi li porta uno paio di capponi: e così feciono più volte e sempre migliorando co’ presenti. Doppo parecchi presenti il Piovano li fece venire a sé tutti a dua e disse all’uno: – Io ti voglio salvare lo asino e a te le venti lire, perché io giudico che il cuculio cantò per me e non cantò per nessuno di voi. E che voi conosciate se io ho giudicato rettamente, voi sapete che ciascuno di voi mi ha portato cinque o sei presenti. Isciocchi e matti che voi siete, io ve li tornerei indrieto, ma io considero, avendo voi fatto questo compromesso in altri, non li riaresti. Una altra volta siate savii; e in mentre durano i presenti venite a goderli meco –.

175 [Risposte e sentenze del Piovano]. Domandato il Piovano Arlotto che cosa è quella che è più difficile a cognoscere, rispose: – Se medesimo. – Che cosa è quella che è più difficile ad acquistare? Rispose: – Quello che l’uomo disidera. – In che modo s’ha a sostenere con pazienzia una avversità? – Quando tu vedi che il tuo nimico ha peggio di te. – Come si può giustamente vivere? – Fa quello che tu comandi ad altri. – Chi è quello che si può dire filice al mondo? – Colui che è sano di corpo, copioso dell’animo e che veramente ama Iddio. L’amicizia non si debbe pigliare presto e presola non la debbi subito lasciare. Per cagione di quattro cose vengono le diferenzie: sì e no, mio e tuo. Consiglia l’amico tuo di quello che gli è più utile e non di quello che gli è più dolce.

176 [Risposta, sull’essere cheto]. Fu detto una volta al Piovano: – Perché istate voi così cheto, siete voi pazzo? Rispose: – E’ pazzi non possono tacere; chi vòle governare altri fa di bisogno sappi prima governare sé. E questo proposito disse per li tanti sensali, li quali sono tutti gente che hanno fatto traffichi e botteghe e la più parte hanno guasto i fatti loro, o vero sono falliti.

177 [Risposta del Piovano ad una giovane che li domanda se mai vide più ornata di lei]. Una donna bella e molto ornata domanda il Piovano e dice: – Vedesti voi mai più maravigliosa cosa e con più ornamenti di me? Rispose: – Sì, il gallo, il fagiano e il pagone sono più maravigliosi, perché sono fatti dalla natura e l’ornamento è naturale ed è più maraviglioso e più bello che lo accidentale e artificiale.

178 [Risposta del Piovano Arlotto ad uno che si duole seco delle sue avversità]. Dolendosi uno amico col Piovano di molte avversità sue, rispose: – Se le vòi portare in pace, va in sulla cupola di Santa Maria del Fiore e guarda in giù e considera quanti pianti e angustie sono sotto a tanti tetti, maggiori delle tue, quanti ve ne sono stati e quanti ve ne saranno, e poi porterai in pace le tue. Se tutti gli uomini del mondo portassino in uno suo luogo tutte le avversità e poi pro rata par- te quelle avessino a dividere in tra di loro, nessuno ne potrebbe portare la sua parte a casa, tante ne toccherebbe per ciascuno.

179 [Ammonizioni, sentenze e risposte del Piovano]. Ammonendo uno, doppo molte parole e ammonimenti dice per ultima conclusione: – Ognuno mentre che vive al mondo può essere dotto, filice e buono. Domandato il Piovano che cosa è legge, rispose: – Come una tela di ragno. Domandato il Piovano che cosa è più acuta d’uno coltello o vero d’uno ago, rispose: – La lingua dello uomo. Non è maggiore liberalità che acquistare amici assai e non ha passione di nimici colui che dona volentieri. Non è maggiore vendetta che perdonare la ingiuria. Domandato il Piovano da uno [che] dice: – Che cosa fa Iddio? Rispose: – Umilia le cose alte e le umili essalta. – Che diferenzia è dagli uomini ammaestrati e dotti agli indotti? Rispose: – In buona isperanza. – Che cosa è difficile? Rispose: – [Tacere] quello che è da tacere e il tempo bene disporre e pazientemente sostenere le ingiurie. – Molti uomini hanno iscritto che cosa sia fortuna, e io dico che non è altro che uno medico ignorante, perché molti uomini cerca. L’uomo prudente sempre debbe signoreggiare la sua lingua e ispecialemente in uno convito e non si debbe dire male del prossimo. El minacciare è cosa vile e atto e opera femminile. Ammonendo uno diceva: – Va vicita più presto l’avversità che le prosperità delli amici e non ti apparentare con li grandi. Onora li vecchi e [non] dire male de’ morti, perché è grande viltà ed è come combattere con una maschera. Non dileggiare i poveri. Il signore debbe essere più onorato che temuto e però debbe essere mansueto. La lingua non debbe andare inanzi al pensiero. Non è maggiore pazzia che desiderare le cose impossibili. In cammino non andare troppo presto. Sia obbediente alle legge e ama la quiete. Quando tu parli non menare le mani. Spesso penserai quello che può essere detto di te: viverai con buoni costumi. Quelle vittorie sono più isplendide e più magnifiche le quali si recano sanza sangue. La fortuna non si debbe né vituperare né temere. Chi ha da fare non lo dica, acciò che non lo faccendo non sia beffato né dileggiato. Quanto è da laudare grandemente, quando uno è in signoria, che conosce se medesimo! – Quale è la maggiore cosa che sia al mondo? – Il fare bene al presente. – Quale è la più fidele cosa che sia? – È la terra. Quale è la più occulta che le altre? Rispose: – Quello che ha a venire. L’uficio delli uomini prudenti è a provedere alla avversità innanzi ch’ella venga e quando l’avversità è venuta è uficio di uomo forte a portarla con pazienzia. Non rimproverare a nessuno la sua infilicità e miseria. Non dire male dello amico, né eziam del nimico. Sia piatoso, sia liberale, ama la policizia e la vertù. Le figliuole che tu hai a maritare fa che per età sieno vergini e per prudenzia sieno donne. Più si debbe temere la invidia delli amici che delli nimici, perché la invidia degli amici è più celata e occulta, e quella delli nimici è più aperta e manifesta; e quanto l’uomo men te[me] tanto facilmente più s’inganna. Più studioso debbe essere l’uomo di udire che di parlare e sempre avere la lingua pronta più a laudare che a vituperare. Uficio proprio della virtù è d’essere alieno d’ogni vizio e fuggire la ingiustizia. Con violenzia non volere operare niente. Le nimicizie sempre levare via. Commetterai pochi errori se quando tu esci di casa pensi a quello che tu arài a fare; e quando tu torni pensa a quello che hai fatto. La vigna porta in uno granello d’uva tre granella: l’uno di giocondità, l’altro d’ebrità, l’altro di merore e d’ansietà. Meglio è avere uno amico egregio che uno gran tesoro.

180 [Riprensione del Piovano ad uno canonico gentil omo che aveva parole con uno prete contadino virtuoso e buono]. Era uno canonico gentile uomo, vizioso e sanza virtù, che aveva parole con uno prete contadino, virtuoso e buono, e riceveva molta ingiuria dal canonico, e in fra l’altre ingiurie li disse: – Villano gaglioffo. Udendo il Piovano, gli disse male, e ripreselo e soggiunse: – La patria e ignobilità fa vergogna a questo prete, ma voi, messere lo canonico, fate vergogna alla città e alla nobilità donde siate nato.

181 [Altre risposte e motti del Piovano]. Domandato che è quella cosa che li uomini portono addosso di buono e di cattivo, rispose: – La lingua. Ancora fu domandato che cosa è la corte dove si piatisce; rispose: – Uno luogo diterminato a ’ngannare il compagno. Sendo detto villania a uno giovinetto, lo confortò il Piovano e disse: – Se ora che tu se’ giovine non sopporti el vino, quando tu sarai vecchio ti converrà bere della acqua. A certo proposito uno dì a ragionamento disse il Piovano che le cose non si debbano [cercare] dalle parole, ma le parole dalle cose. L’uomo debbe isforzarsi di cacciare via queste cose, cioè infirmità del corpo, ignoranzia dell’anima, lussuria del ventre, romore di città, discordia di casa. L’uomo debbe avere cura de’ fatti suoi dua volte il dì, cioè la sera e la mattina: la mattina per quello che ha a fare e la sera per quello che ha fatto diligentemente essaminare. Niuna cosa debbe essere tanto riverita quanto la verità. Doppo il fine dell’ira debbe essere la penitenzia. Chi ha superbia non è libero uomo. Colui che è uomo perfetto il mostra. Chi non è buono a se medesimo non può essere buono ad altri. Chi non sa parlare non sa tacere. Dua ragioni di lacrime sono nelli occhi della femmina: una di dolore, l’altra d’inganni. Le ricchezze per la liberalità si perdono e per avarizia si marciscano.

182 [Riprende el Piovano uno vestito di bei panni e pomposi, argutissimamente]. Vedendo il Piovano uno bene vestito con panni molto pomposi, il quale diceva parole triste e disoneste, disse al giovine: – Odi tu: o tu di’ parole simile a’ panni, o tu porti i panni simile alle parole.

183 [Motto del Piovano che per uno luogo a caso passava, sentendo uno parlare]. Passando, il Piovano udì dire a uno: – Io vorrei più presto avere a fare con femmine o garzoni che con savii filosofi. Rispose il Piovano: – Ancora i porci istanno più volentieri nel fango, che nell’acqua chiara.

184 [Massime e risposte del Piovano]. Domandato che cosa è quella ch’è nuova in questo mondo, rispuose: – Nulla. Udiva una volta el Piovano uno molto forte ramaricarsi della morte del figliuolo; disse: – Hai il torto, perché sapevi che egli era mortale, a fare simile doglianza, perché la natura ha fatto il corso suo. Disse ancora che chi nasce in questo mondo è per contemplare Iddio. Domandato ancora a chi pare essere filice in questo mondo, rispose: – Niuno di certo di quelli che sono riputati felici, ma quelli che sono riputati miseri, perché la filicità non consiste nelle ricchezze né nelli onori, ma nello contento dello animo. La fame doma l’amore, e se none la fame, il tempo. Domandato in che modo si può fuggire l’odio dalli invidiosi, rispose: – Se non si fa cosa virtudiosa e magnifica. La filicità d’uno vecchio consiste in fare benifici assai. Più sicuramente si tace che non si parla: per tacere non fu mai ingannato, ma per parlare, sì. Spesse volte la fortuna abandona li uomini virtudiosi, mai la buona isperanza li abandona. Niuna pestilenzia è istata data allo uomo, più che la voluttà del corpo. Non solamente si debbono punire quelli che peccano, ma quelli che desiderano di peccare. Quello che è detto a te solo non riferire ad altri.

185 [Risposta del Piovano ad uno che li vuole revelare una cosa, ma vuol la tenga segreta]. Uno viene al Piovano e dice: – Io vi voglio narrare uno grande secreto, ma voglio mi promettiate non ne parlare con altri. Rispuose: – Non me lo dire. Come vòi tu ch’io mi astenga di non ne riferire con altri, quando tu non ti se’ potuto contenere di non dirlo a me?

186 [Consigli e giudizi del Piovano]. L’uomo cattivo che dolcemente favella sappi ch’egli è infermo d’animo: e però si vogliono fuggire cotali uomini, né avere lo commercio. Udendo parlare uno troppo, disse il Piovano: – Se tu parlassi con li orecchi, tu taceresti. Uno giovane grande passa per la via tutto gonfiato, parendoli essere savio per li ornamenti aveva addosso. Disse il Piovano: – Per essere tu grande non ti istimerò però essere savio e buono; ma se sarai buono ti istimerò savio e grande. Niuna cosa diceva il Piovano essere più grave all’uomo in ogni grado che la superbia, e massime ne’ giovani. Riprendendo il Piovano uno giovine del suo non ben vivere, e doppo molte difese e iscuse fa, disse: – Come volete voi, Piovano, io viva? Al quale rispuose: – Tu hai intelletto; dicoti, egli è cosa conveniente, e massime a’ giovani, usare forma onesta nello abito, nello andare e nel vestire. Parlando uno disoneste cose, disse el Piovano Arlotto: – Non ad altro fine la natura ci ha fatto dua orecchi e una bocca, se none perché udiamo assai e parliamo poco. Temi più presto il mal fare che il danno. El male uomo teme di male morire e il buono teme di male vivere. Quando fussi in pericolo di morte vogli più presto ben morire che ben vivere. Debbi disprezzare gli uomini solleciti in acquistare danari e ispecialemente se no’ gli sanno usare, e questi tali sono simili a quelli che hanno uno grande e buono cavallo, che non lo sanno poi cavalcare. Fuggi così colui che ti lusinga come colui che ti inganna. Non volere amicizia con alcuno se prima non sai come lui s’è portato con li suoi amici e stima che quello ch’egli ha fatto con quelli, così farà a te. Istà tanto a pigliare [amicizia] e poi quando l’hai presa istà più a lasciarla, o non mai. Tanto male è a non avere alcuno amico, quanto averne e lasciàgli. Fa che sempre dica bene delli amici. Come l’oro si pruova nel fuoco, così lo amico nelle avversità. Usa lo amico discretamente. Non aspettare d’essere pregato se, conoscendo il suo bisogno e volontà, lo puoi servire. Ricordati degli amici di lungi come delli prossimani. Come egli è male essere vinto dai nimici, così è male essere superchiato da’ beneficii delli amici. Chi fa bene ai buoni non si aspetta se non premio da loro; chi fa bene alli cattivi è come nutricare i cani altrui, i quali abbaiano così a colui che gli ha nutricati come a colui da chi non hanno aùto alcuno benificio. Così il cattivo uomo nuoce a chi gli fa bene, come a chi fa male. Diliberati tardi a fare uno tuo fatto; e come l’hai diliberato, presto lo metti a ’ssecuzione. Non domandare consiglio a chi non sa consigliare se medesimo. L’uomo savio non ha bisogno d’alcuna cosa e ancora molte gliene sono necessarie. El pazzo e tutto il contradio. Tutte quelle cose sono buone che sono oneste, e quelle sono perfette che sono sante. Niuna cosa manca all’uomo virtuoso. Alla virtù ogni cosa obbedisce. Colui è savio e ricco, che vive virtudiosamente. El benificio che fa l’uno all’altro s’asimiglia al giuoco della palla: quale è che se colui che la manda non la manda bene, el suo compagno non la pò ben còrre. E così casca il suo bene: se non è ben donato e riceùto tutto è perduto. Molti vivono per mangiare: vòlsi mangiare per vivere. Sono più le cose che non si sanno che quelle che si sanno, in uno uomo. Però usava il Piovano ispesso questo detto: – Io so ch’io non so.

187 [Conforta uno ex, Piovano ad avere pazienzia, che lo aveva battuto con uno calcio]. Come nella vita sua io t’ho detto, fu el Piovano Arlotto uomo paciente, e di tale opera sempre confortava altri. Vede uno che dà uno calcio a uno altro. Colui fa romore e dice fare vendetta e accusarlo al rettore. Confortollo tanto a pacienzia il Piovano, che quello che fue battuto gli perdonò. Ammonendolo con belli ammonimenti, e in fra gli altri disse: – Se uno asino o cavallo ti dessi uno calcio, andresti tu accusarlo? Rispose che no. – Quanto maggiormente debbi tu avere pacienzia se uno animale razionale ti batte.

188 [Come rispondere alle ingiurie]. Fugli ancora da uno detto molte ingiurie, di che fu ripreso; non si mutava e non rispondeva: Rispose allora il Piovano: – Perché vòi tu io ne facci caso? Non dice a me; so molto bene che quelle cose m’ha dette non sono in me. Usava ancora di dire che qualche volta è buono che a uno sia detto villania e male di sé, perché fa dua buoni effetti: uno, che dicendosi il vero lo uomo si induce a correggersi; l’altro è, se non dice il vero, si debbe guardare di non incorrere in tale errore che faccia veritiero colui che lo ingiuria. L’uomo ingiuriato di parole non si debbe mai adirare se non quando gli è detto il vero; e quando gli è detto la bugia non se ne debbe curare, e fare che colui che lo dice resti bugiardo.

189 [Di un catino d’acqua gittato sul Piovano e un suo amico]. Passa il Piovano con uno amico per una contrada. Sentono che in una casa gridano certe donne in fra loro, e alzando il capo verso la finestra fu loro gittato uno grande catino d’acqua a dosso e tutti a dua furono molli. Risesene il Piovano e il compagno forte si crucciò. Disse il Piovano: – Tu hai il torto perché al romore ti dovevi guardare: non sai tu che quando e’ tuona, e’ piove?

190 [Il mugnaio e la moglie del vicino). Uno mugnaio riprende uno suo vicino e dice: – Come hai tu pacienzia con questa tua donna che non fa se non gridare? Per li conforti di quello mugnaio quello marito voleva forte battere la moglie. Ripreseli il Piovano tutti a dua e voltosi al mugnaio disse: – Perché hai tu pacienzia con le ruote del tuo mulino e con le oche e’ polli tuoi che non fanno se non romore e non ti danno se none farina, e l’oche e’ polli ti danno uova, e la donna di costui gli fa belli figliuoli?

191 [Altre risposte, consigli e detti del Piovano]. Ancora rispose: – Io gastigherei questo mio cherico, se non ch’io sono adirato. Guardatevi ispesso, giovani, nello ispecchio, acciò che chi è bello di corpo si sforzi d’usare cose suavi, simili al suo corpo, e quelli che sono brutti si sforzino con belli costumi comperare la bellezza. Domandato ancora da uno povero quello avessi da fare non avendo nulla e avendo bisogno di molte cose, rispose: – Se le tue cose non bastano a te, [tu] basta a loro. Parlò uno e disse: – In che modo poss’io essere savio? – Parla poco e impara a parlare. Uno uomo sanza iscienzia è come una provincia sanza rettore. Beatitudine è donare alli uomini ed essere liberale. Domandato se si debbe torre moglie o no, rispose: – L’uno e l’altro te ne farà pentire. Se non la togli rimarrai sanza figliuoli, mancherà la linea tua e li beni tuoi rimarranno ad altri. Se la pigli viverai in sollecitudine, lamentazione, pensieri, mormorii, gelosie, rimproveramento di parentela da lei e dalla suocera, la quale ti tribolerà ogni dì. E vedrai la morte de’ tuoi figliuoli che ti sarà grande dolore. Se farai cose ottime e parlerai poco acquisterai fama. Se crederrai non sapere diventerai savio. Domandato il Piovano donde era, rispose: – Sono del mondo. Domandato da certi come abbiamo a fare a vivere bene, li menò in casa sua e tolse una paniera di mele e votolla e gittolle via e disse: – Se in casa vostra avete questa podestà, cioè di gittare via le cose triste, e li vizii da voi discacciare, e disporre bene la vita vostra, vivrete santamente. In sua vecchiezza, sendo uno dì a vedere fare certa opera virtudiosa, di che fu ripreso, in quella età, rispose: – Più vergogna è a essere ignorante che a imparare. Diceva che ogni cosa era nociva allo uomo, eccetto la virtù e la scienzia: – Se uno è virtudioso e ha iscienzia, ne porta grande dignità; se è vizioso e abbia virtù e iscienzia, la ricuopre con quella. Sono alcuni che a loro similitudine si fanno fare istatue e teste, di marmo e di finissime priete, e non si isforzano essere simili a quelle, duri e fermi e saldi, cioè nelle virtù. Quando il sole si lieva pensa a’ fatti tuoi e quando si ripone pensa al tuo mangiare; quando fai i fatti d’altri fa che i tuoi non ti iscordino. La prestezza e ira sono contradie al buono consiglio. El buono parlare è principio d’amicizia; el male parlare è principio d’inimicizia. Tardi s’acquista l’amico e presto si perde. Con li amici parla poco e l’amicizia abbi larga. Ciò che tu odi, in te sia secreto. Chi domanda lo impossibile, a se medesimo se lo niega. Rallegrati più de’ benifici dati che de’ riceùti. Il buono uomo sa patire la ingiuria, ma non la sa fare ad altri. Se istessi in dubbio di quello avessi a fare di male o di bene, lascialo istare e non lo fare. Chi vòle pace non ragioni di guerra. Meglio è guardare sé che avere paura. Brutta povertà è quella che procede da vizii. Chi vòle prestare a usura, sanza peccato facci masserizia, i’ non dico con miseria. Usa in modo il tuo che non abbi bisogno d’altri. Guardati che per appetire quello d’altri non perda il tuo. Meglio è a diventare rosso che avere paura. Chi veglia e fugge l’ozio cerca la virtude. Seguita l’arte onesta che hai imparata; più presto lo ’ncarico nelle cose tue che in quelle d’altri. Più grave è lo affanno dove non conseguita utilità. Abbi modo nel conservare danari e roba come nello acquistare. Correggi i tuoi figliuoli sanza ira. Lo umile e modesto figliuolo non ripúta grave il comandamento del padre. Brutta cosa è il peccatore, ma più brutta cosa è il presseverare nel peccato. Colui s’adira gravemente che il suo male attribuisce a Dio. L’uomo si può ingannare per fama, ma non per coscienzia. La felicità è sempre sottoposta alla avversità. Rare volte i danni vengono che non proceda da abondanzia o da superfluità. Essamina bene quello che hai a fare, pruova quello che tu sai e quello che credi. Non ti fidare, ma aiutati con difensione giusta e sempre vincerai. Non ti lasciare ingannare alla cupidità. Quello che tu prometti, attendilo. Colui di chi è detto bene è signore del popolo. Doppiamente pecca chi non si vergogna del peccato. Favella con li uomini tristi di quello che è loro grato, ma non fare però se non quello che si debba di bene. Onora l’amico in presenzia e lodalo in absenzia. Non vituperare mai né amico né nimico. Domandi invano aiuto da colui che meriti pena. Da altri aspetta quello che tu hai fatto ad altri. Piccola loda è avere vittoria sanza nimico. Pensa sempre gli orecchi del popolo e gli occhi essere cattivi.

192 [Domandato el Piovano a certo proposito in qual cittade fussi buono dimorare]. Diceva non si dovere abitare in quelle città o luoghi dove le spese avanzano i guadagni e dove li uomini possono più che le leggi.

193 [Astuzia naturale del Piovano verso uno contadino che lo richiedeva di grano]. Viene uno contadino e dice al Piovano: – Io vorrei mi prestassi uno sacco di grano. Rispose il Piovano: – Volentieri; piglia il sacco e va su in quello canto della sala donde lo levasti anno e to’telo. Va il contadino e dice: – Io ho cerco in ogni loco e dove anno, e non vi truovo né grano né biada. Rispose il Piovano: – Non vi è egli quello ti prestai anno? Disse il contadino: – Messer no. Dice il Piovano: – Dunque non me lo rendesti tu anno? Se me lo avessi renduto te lo potevo prestare. Vergognatosi il contadino e ricognosciuto la sua ingratitudine, se ne andò sanza grano; e a quella ricolta seguente gli rendé il grano dello anno passato.

194 [La pace fra il papa e i fiorentini]. Dice uno al Piovano Arlotto: – La pace è fatta tra il papa e noi. Risponde il Piovano e dice: – E’ non può essere. Scandolezzatosi quello amico, il quale pure affermava essere vero, disse: – Io vengo ora di mercato, e voglio ispendere soldi .10. di quattrini papali: sonmi ricusati. Risposi: «Come non ricognoscete voi lo errore vostro a rifiutare la moneta del Santo Padre?». Sì che per questa ragione io dico non essere vero; e non può essere, poiché la sua moneta non ci si ispende –.

195 [Vendetta piacevole fatta dal Piovano verso di certi che lo esclusono da uno desinare]. Alcuni cittadini, uomini dabbene, andorono a vedere il Piovano, e al suo modo usato fece loro onore. E in sul desinare il Piovano andò lì in vicinanza; e tardato alquanto, non ebboro pazienzia, e serrato il Piovano di fuori di casa, mangiorono la sua parte e la loro. E poi aperto l’uscio, e il Piovano si rise di tutto e desinò pane e cacio. E andato il Piovano in chiesa empié la pila d’acqua benedetta e d’olio; e venuti poi tutti in chiesa cantò uno salmo ringraziando Iddio, e dato a coloro della acqua santa acconciò loro i vestimenti come si voleva o doveva, loro ridendosi della natta avevano fatta al Piovano: né mai s’acorsono dell’olio avevano in sulli mantelli insino all’altro dì. E vedendosi poi i panni guasti, s’arrecorono a pazienzia e giudicorono loro medesimi era istato fatto loro il dovere, avendo fatto quella villania a lui di farlo digiunare fuori di casa sua.

196 [Astuzia del Piovano a fare restare la predica ad uno che non sapeva restare]. Uno arioso frate predicava uno giorno in una chiesetta d’uno prete suo amicissimo ed era entrato in uno farnetico di pazzie; e peggio era che non ne sapeva uscire e, fattoli molti cenni, non voleva iscendere di quello pergamo né per essere chiamato né per suono di campane. Disse il Piovano Arlotto: – Bene siete dappochi! E tolto uno bacino e sonato a rifettorio con uno romaiuolo in uno luogo, che ’l frate vedeva e sentiva, non più tosto che udito e veduto la prima volta iscese di pergamo con tanta prestezza che non si ricordò di dare la benedizione, perché ebbe paura di non perdere il disinare, e massime perché aveva veduto che v’era bene da godere.

197 [Motto del Piovano Arlotto in galea per una grandissima tempesta di mare]. Sendo il nostro Piovano Arlotto in galea, nel viaggio di Spagna uno giorno avvenne questo caso. Crucciatosi il mare fece una grande fortuna, per la quale la galea istava in grandissimo pericolo di perire. E sendo in questa ansietà e tutti tribolati li uomini della galea e affannati, avvenne questo altro pericoloso accidente, che per cagione del terribile vento el focone, che era da basso, forte lampeggiò con gran fiamma e il fummo surse su nella galea, in modo li uomini si istimorono fussi acceso fuoco per tutta la galea, e che dovessino tutti ardere. Vedendo il Piovano li dua grandissimi pericoli, ancora che si raccomandassi insieme con li altri a Dio con prieghi e orazioni, per fare istare lieti li uomini diceva ancora qualche piacevolezza. Tra le quali disse questa: – Frategli miei, voi vedete che questa nostra galea con tutti noi istiamo in pericolo d’acqua e di fuoco; nondimeno chi vòle essere lesso salti in mare e chi vòle essere arrosto non si parta.

198 [Riprensione del Piovano ad uno amico che non si curava di ammonizione]. Parlando uno giorno il Piovano nostro con uno arioso suo amico, il quale aveva forato li orecchi di sotto più che di sopra, e amonendolo di suoi vizii e mali costumi, e doppo uno lungo sermone, nel discorso del loro parlare colui dimostrò non avere inteso o vero dimenticato ogni buon precetto el Piovano gli avìa dato. Gli disse poi nell’ùtimo di loro sermone questa piacevolezza, come e’ fu uno villano il quale prese uno lusignuolo bello e buono, il quale si volse al villano con una voce umile e disse: – Se tu mi vòi liberare e lasciarmi andare, io ti imprometto di darti tre ammaestramenti, che se tu li userai e terrà’li a memoria, sarai filice in tempo di tua vita e in questo mondo ti potrai chiamare beato. Rispose il villano: – Certamente io ti prometto di lasciarti andare in tua libertà, se tu me li insegni. Allora lo lusignuolo cominciò a parlare e disse: – El primo ammaestramento è, quella cosa la quale è impossibile ad avere e a trovare, non la cercare né desiderare; il secondo è, quella cosa che tu hai di bisogno, sappila tenere; el terzo ammaestramento, quella cosa la quale non può essere, per niente non la debbi credere. Dati ebbe gli ammaestramenti, el villano lasciò andare lo lusignuolo, per cagione gli erano istati molto grati. E volato il lusignuolo in su uno albero molto alto e in luogo molto sicuro per lui, parlò al villano e disse: – In mala ora e pessima per te. M’hai lasciato andare: voglio che tu intenda come io ho nel mio gozzo una preziosissima prieta, alquanto più grossa che uno uovo di oca, la quale prieta è di valimento quanto una città. Inteso il villano il detto dello lusignuolo, con grande istanzia per molte selve e macchie cercò per volerlo ripigliare, e doppo uno lungo tempo il lusignuolo disse al villano: – O insensato, matto e di poco intelletto, part’egli avere così bene tenuto a mente li tre ammaestramenti li quali io t’ho dati? Tu mi hai aùto e non mi hai saputo tenere. Se’ tu sì matto a credere che io abbi in gozzo una prieta maggiore d’uno uovo d’oca? Non vedi tu che uno uovo d’oca è maggiore sei o otto volte più di me? Come vòi tu ch’ella mi stia in gozzo? Lo terzo ammaestramento, che tu non cerchi la cosa impossibile, avendomi tu preso una volta, e sendoti io uscito dalle mani, come credi tu io mi lasci più ripigliare? Tu perdi tempo, sì che istatti in ora ispagnuola! –.

199 [Provedimento del Piovano Arlotto fatto in vita sua a l’essemplo d’un altro]. Morì nella chiesa di Santo Lorenzo di Firenze uno prete canonico chiamato messer Domenico Maringhi, el quale era molto grasso. Sinestravano tutti quelli preti di non volere portarlo alla fossa, e tra loro fue grande contenzione e feciono gran dificultà e lunga dimora. Alla fine parecchi giovanotti con grande fatica lo portorono e tornorono a casa tutti istanchi e dogliosi. El nostro Piovano, veduto quelle contenzione, come prudente, ordinò grossoni .48. fussino dati alla morte sua a otto preti lo portassono alla fossa, con dire: – Sempre sono vissuto al mondo in pace e alla morte mia non voglio abbia a nascere veruno iscandalo per me. Fu sì buono provedimento che quando morì ciascuno di quelli preti voleva essere di quelli otto l’avevano a portare per guadagnare quelli sei grossoni.

200 [Motto del Piovano Arlotto sendo in una compagnia che orinavano]. Andando a solazzo con certi suoi amici el detto Piovano, tutti si fermorono a orinare e il Piovano con loro insieme; e agiunsevi che fe’ uno terribile peto, in modo che tutti si maravigliorono. Disse il Piovano: – Pigliate voi ammirazione sì grande d’uno peto abbi fatto: or non vi pare egli che uno trombone istà bene tra tanti pifferi?

201 [Motto del Piovano Arlotto in sua escusazione, sendo ripreso di tardità]. Faccendo murare, messere Iacopo de’ Pazzi abitava in una sala dove erano certi puntelli. Sendo quello nobile e degno prelato messere Falcone da Roma in casa detto messere Iacopo, mandano per il Piovano Arlotto; e venuto, messere Iacopo lo riprese del non essere venuto a vicitare uno tanto nobile uomo, essendo suo amico. Rispose il Piovano: – Messere Iacopo, di questo non piglio iscusa alcuna, perché mal volentieri vo in case puntellate e forte mi maraviglio di voi che ci istate. Ma più ammirazione mi fo come ci abbiate condotto el mio carissimo monsignore messere Falcone.

202 [Proverbi e motti del Piovano Arlotto]. Ciò che è male ad operare è male a dire. Fuggi il malguadagno come il danno. Debbesi perdonare al peccatore con isperanza si debbi correggere: ma a te medesimo mai sotto quella isperanza non debbi mai perdonare. Quello che lungo tempo tu hai desiderato, fallo presto; ma innanzi che tu lo facci non lo publicare. Non vive colui che non desidera altro che di vivere. Colui che non può alcuna cosa si può dire che sia morto vivendo. Grande pazzia è non avere alcuna cura né pensieri. Mangia e bei per ben vivere, ma non vivere per bene mangiare. L’uomo savio si guarda di non cadere in aversità, e quando v’è caduto le porta con pazienzia. Non può essere fortezza d’animo dove non è sapienzia. Colui è misero che non è invidiato, perché la felicità è sugghietta alla invidia. Usava dire ancora il nostro Piovano Arlotto: – Io vorrei che uno invidioso avessi tanti occhi o orecchi, che ne avessi per ogni città, acciò che la loro pena fussi quasi etternale, per la felicità vedrebbe in molti uomini; perché quante sono le dilettazioni delli uomini filici, tante sono le lamentazioni e’ pianti delli invidiosi. Niuna cosa è più benigna che la buona moglie; così niuna cosa è più maligna che la mala moglie. La buona e savia moglie s’ingegna conservare la vita del marito; la moglie [mala] tanto s’isforza di perderla. La moglie è dolcezza o tormento. Uno solo bene è rimasto all’uomo, cioè il sapere; e uno male, cioè la ignoranzia. Quale è la parola dello uomo, tale è lui. Il maggiore priego possi fare a Dio è domandare ti dia bene, perché lui sa di quello abbiamo di bisogno e di nicistà. Qualche volta noi domandiamo cose che molto meglio sarebbe non averle, come sono ricchezze; le quali sono qualche volta cagione della morte e di disonore. E però, lascia l’albitrio a Dio. Niuna cosa manda l’uomo a salvazione, se non tale quanto vorrebbe essere veduto o riputato da altri. Uno ricco e uno povero vengono al Piovano e dicono: – Giudicate chi di noi sia dappiù. Rispose: – Il più virtudioso. A certo proposito rispose a uno: – Io non posso giudicare se il tale è filice o no, se non li parlo, perché io non so come sia, dotto o ignorante, come sia, iusto o crudele, né in che modo consiste la sua filicità o infelicità.

203 [Astuzia del Piovano usata con sapienzia verso uno, lassandosi vincere]. Lasciossi vincere il Piovano Arlotto da uno potente cittadino a uno ragionamento d’una cosa non ragionevole; di che fu ripreso assai, di non avere voluto ottenere la vittoria contro al tale, potendo. Rispose: – Uno pescatore ha una mala giornata e tutto si immolla per pigliare uno piccolo pesce; ed io non mi sosterrò di non convincere el tale per pescar lui?

204 [Risposte a maldicenti]. Per una villania che è detta da uno al Piovano, si parte; e detto da colui al Piovano: – Perché vi partite voi? –, rispose: – Così come tu hai potestà di dire male, così ho io podestà di non udire. Disse il Piovano: – Così come tu hai dato opera al dir male, così io ho dato opera a disprezzare i mali detti. Sendo detto al Piovano: – Il tale dice male di voi –, rispose anche: – Dice a colui che cognosce essere tale come lui. Ancora una altra volta, sendo detto male di lui, rispose e disse: – Egli è usanza di valorosi uomini patire il male ed essergli fatto e detto; ma degli uomini da poco è usanza di fare male.

205 [Tre massime]. La ruina delle città el più delle volte viene da non fare diferenzia da’ buoni a’ tristi. Come la ruggine consuma il ferro così la invidia consuma gli invidiosi. Meglio è uno amico ghiusto e buono che uno parente: e più è da istimare.

206 [Risposta del Piovano a una donna bella]. Domanda il Piovano una donna bella: – Che mi costerà il contentarmi voi una volta? Risponde: – Dua ducati. Disse il Piovano: – Io non voglio comperare uno pentére dua ducati.

207 [La pace del pastore coi lupi]. Ragionandosi a certo proposito d’una certa condizione di pace, disse il Piovano: – Guardate pure che a voi non avvenga come avvenne a uno pastore che fece pace con i lupi con questo patto, che chiesono per sicurtà della pace tutti i cani, i quali erano cagione della discordia. La quale cosa sendoli concessa, i lupi, veduto che non gli era fatto resistenzia da’ cani, si mangiorono tutte le pecore. Così potrebbe intervenire a noi che, dando .XX. uomini della nostra terra per sicurtà della pace, non venisse poi ci capitano e rompessi la pace, il che facilmente porrìa fare, sendo privati noi delli .XX. uomini, i quali sono di più autorità che tutto il resto –.

208 [Massime, motti e risposte]. Domanda uno il Piovano e dice: – In che modo poss’io ben parlare? Rispose: – Fa che tu non dica quello che tu ben fai. Meglio è a essere povero e sicuro che ricco con paura. Se tu vòi essere libero non cercare quello che tu non puoi avere. Uno domanda al Piovano: – Che rimedio ho io a non adirarmi? Rispose: – Sempre non è conveniente tu sia servito, ma che tu serva altri. Disse il Piovano: – Io ti voglio insegnare essere paziente: va accatta dai poveri la limosina. Dice uno al Piovano: – Perché portate voi sì gran barba? Rispose: – Quando me la tocco mi ricordo essere uomo. Uno domanda il Piovano e dice: – Di che cosa mi ho io a guardare? Dice: – Della invidia dello amico. Dice uno: – Piovano, quando ho io a mangiare? Risponde: – Quando tu hai fame e non altrimenti.

209 [Due definizioni]. Domandato il Piovano che cosa è infermità, rispose: – Carcere del corpo. Domandato ancora che cosa è maninconia, rispose: – Carcere dell’anima.

210 [Proverbi e consigli morali]. Chi vòle fare adirare uno suo amico, adoperi d’essere molto buono. Cerca la medicina quando tu se’ sano, ché meglio è andare a vedere il medico che il medico venga a vedere te. Quando tu vedi venire a te uno cane per farti carezze, caccialo con li sassi, perché istando teco farà il medesimo a te, ch’e’ ti lascerà come il padrone. Domandato il Piovano come si cognoscono gli uomini se sono buoni o cattivi, rispose: – Al suono, come il bicchiere o altri vasi che al suono si cognoscono. Cioè che al parlare si cognoscono gli uomini. Tanto debbe essere ricco l’uomo quanto ragionevolemente ha di bisogno; e tanto abbi le cose necessarie che non abbi a andare alle mercé d’altri. Debole uomo è chi non sa celare uno secreto. Temperato uomo è colui che li basta quello che ha. Fortissimo uomo si de’ dire chi vince l’ira. È cosa manifesta che l’uomo può acquistare sapienzia, cioè in non aspettare né desiderare quello che non si può avere né ricordarsi del passato. L’uomo savio quando è vilipeso non si adira e quando è lodato non si lieva in superbia. Non si debbe abitare dove le spese avanzano il guadagno, né dove i buoni possono meno che i rei, né dove sono meno istimati, né dove non si teme Iddio, né dove gli uomini possono più che le legge. Se vòi domandare una grazia da uno signore, intendi di sua natura e costumi: se è pazzo segui la sua voluntà, se è savio segui di domandare cose ragionevoli. Beato al mondo quando è governato dalli uomini savii. Chi non sa governare l’anima né ’l corpo suo non saprà governare l’altrui. Chi vòle gustare il dolce ricòrdisi dello amaro. Spesso guardati nello ispecchio: se ti vedrai essere bello ti vergognerai di fare male; se ti vedrai essere brutto ti vergognerai di congiugnere male a male, cioè brutti costumi con brutto viso. La voluttà è esca delli uomini cattivi; perché li uomini maligni si pigliano alle voluttà come i pesci allo amo. Chi potessi vedere la forma della sapienzia, parrebbe sì bella cosa che ogni uomo si innamorrebbe di lei. Grande trionfo e loda è di colui che non pecca potendo peccare. Tutta la filosofia è fondata in sulla sapienzia. La maggiore vittoria che possa avere l’uomo si è vincere se stesso. Fa che di te non parli mai né bene né male nel cospetto d’altri, perché chi si loda è vano e chi si biasima è pazzo. Vinto il Piovano da una somma piatà ispesso si doleva con dire: – Oimè, ché io non posso sovvenire ai poveri bisognosi. Non dobbiamo mai essere tanto vergognosi e onesti se non quando trattiamo cose divine e sante; e massime al santo matrimonio e alle confessioni e comunione. Uno buono uomo non sa patire ingiuria né fame ad altri. La ingiuria ingiustamente fatta è infamia a colui che la fa. Egli è molto dificile a provare uno nelle prosperità: nelle avversità è vero giudicio a provare l’amico. L’amico è una anima in dua corpi. Quella diferenzia è tra li uomini che hanno iscienzia e quelli che non l’anno, come da uomini vivi e uomini morti. Quella cosa ha’ tu a offerire al tuo amico che tu volessi che fussi oferto a te. Che si può egli allegare meglio, che dica la verità? La ’sperienzia che è quello vero testimonio che non si può mentire. Niuna cosa è nimica di ben fare quanto fare presto, senza pensare. Niuna cosa è più accetto a Dio che l’uomo con buono animo, e [che] mettalo in asecuzione con le sante e giuste operazioni. Odi molto e parla poco, perché la natura t’ha fatto una bocca e dua orecchi.

211 [Risposta prudentissima del Piovano verso di uno li diceva villania]. Dicendo uno villania al Piovano, sanza rispondere diceva: – Come tu se’ padrone della tua bocca, così sono io padrone de’ mia orecchi. E domandato perché taceva, rispose: – Perché mai non mi pentì’ ai miei dì d’avere taciuto. Ma d’avere favellato s’era pentito infinite volte.

212 [La povertà, l’onestà e la natura]. Quando la povertà è lieta, è cosa onesta. Chi non si contenta di quello ch’egli ha, è misero. Se tu vòi vivere onestamente pensa in te stesso e abbi innanzi agli occhi tuoi sempre uno uomo di buona vita al quale tu porti riverenzia; e pensa di non potere fare cosa che lui non vegga. E in questo modo ti guarderai da molte triste cose e iscelleratezze. Se tu viverai secondo la natura, mai sarai povero; se viverai secondo la oppinione, mai sarai ricco: perché la natura di poco si contenta, ma la oppinione mai si sazia.

213 [Massime sull’amicizia]. L’uomo debbe provare l’amico; e provato, perpetualmente amarlo. L’uomo sanza amico è come anima sanza corpo. Con li amici il parlare debbe essere brieve, ma l’amicizia debbe essere lunga. L’amico debbe sempre temere di non diventare nimico dello amico. Al ricco amico va quando se’ chiamato; al povero, sanza essere chiamato. Guardati da amico che ti vadia [attorno] con belle parole e che dolcemente favella. El buono amico tardi s’adira. In alcuno modo si debbe offendere l’amico: al vero amico pensa a dire e fare quello ch’a te proprio. Meglio è a morire con li amici che vivere con li nimici.

214 [Sentenze e proverbi]. Colui che non sa fare la vendetta prima manifesta al nimico, l’ha perduta mezza. Niuna cosa è più difficile che a conservare l’amicizia insino alla morte. Niuna cosa è sì pestifera né sì cattiva tra li amici quanto è la cupidità della gloria, perché, se dua amici crescono di pari in gloria, diventono capitali nimici. Gli uomini superbi si debbono domare con la povertà, come i cavagli puledri si dòmono col freno. Ogni laude consiste prima nella virtù e poi nell’opra. Ogni cosa è creato per lo uomo è l’uomo e creato per servire l’uomo. Debbesi seguitare la natura, perché la utilità si debbe conferire comune. La guerra giustamente si può pigliare solo per mantenere pace senza ingiurie. Niuna cosa è tanta nimica della iustizia quanto far male e mostrare d’essere buono. Non è compagnia [sì dolce] quanto quella delli amici, quando s’adopera in opere virtudiose e laudabili. Opera degna è laudabile quando nell’uomo regna umanità, clemenzia e liberalità, cioè che quello che doni sia di tua roba lecita e ben guadagnata. Nel gastigare e punire si debbe rimuovere ogni ira e passione. Molto è in dispetto a Dio l’uomo lussurioso, el povero superbo, el ricco ingrato. La vera amicizia è non domandare cose innoneste: e così a chi le domanda non farle. Vituperio grande è quando nella amicizia è adulazione. Ogni mal fresco nel principio si rimuove, ma invecchiato sempre diventa maggiore. Umano è all’uomo errare, diabolico il presseverare, angelico l’emendare. La sapienza sanza eloquenzia è poco utile e l’eloquenzia sanza sapienza poco vale, ma fa danno. La republica non solamente diventa grande per arme, ma per consiglio e prudenzia. Usura non è altro che uccidere uomini. Molto meglio è avere uno vero nimico che uno ficto amico. Quattro cose sono necessarie a una cura di famiglia: ben fare, ben vivere, ben vestire e ben fare cultivare. Assai s’inganna se medesimo chi non crede essere meritato del bene che fa ad altri. Non pigliare amicizia né di pazzi né di tristi né d’ingrati. L’uomo è il più perverso e maligno animale che sia, imperò che chi gli è al pari di sé non lo può soferire, s’egli è minore e’ lo isprezza, se è maggiore e’ gli ha invidia, s’egli è eguale non si concorda seco. Molte volte volere sapere contro a molti è ignorare, ed è vero e comune proverbio che chi più sa men sa. El dono è grande secondo l’animo del donante. Niuno ripùti suo quello che è fuori di sé. El maggiore danno che sia è il tempo perduto. Più inconveniente è gittare parole vane che sassi. Parla in quel tempo che non è utile il tacere. Meglio è dicendo il vero essere vinto, che dire la bugia e vincere altri. Sarai savio allora quando tu non ti riputerai. Abbi più dolore della vita de’ cattivi figliuoli che della morte de’ buoni. Se vòi vivere lieto non ti mettere a fare troppe cose. Chi adempie i suoi desidèri, tanto più gli accende. L’uomo debbe essere savio per potere sostenere le pazzie de’ pazzi. Come volentieri disìderi e vorresti essere lodato, così con pazienza porta in pace quando se’ vituperato. Chi tu non lodi non vituperare. Chi fa bene per pompa ad altri, non lo fa a colui ma alla volontà. Perché il corpo è vestimento dell’anima, però si debbe tenere mondo. La morte non perde l’anima, ma la cattiva vita. Solo colui è buono se egli ama e teme Idio. La vendetta di Dio è lenta né mai vien presta. La dolcezza della vita ci fa patire cose assai. Non giova fuori di casa parere magnifico se in casa si vive male. Quella potenzia è sicura che mette modo alle sue forze. Non fa ricco l’uomo il molto possedere ma il poco desiderare. Tu non debbi attendere quanto uno ha istudiato, ma se ha bene istudiato. Mala natura è a volere più presto udire dire male d’altri che di se istesso. Non tentare quella cosa che per niente si può fare. Così manca all’avaro quello ch’egli ha come quello che non ha. Quando la fortuna è prospera ogni cosa pare lecita. L’animo che vòle bene istudiare debbe essere netto da ogni vizio. Quando le parole non si concordano con la mente, non si può bene parlare. Non solamente si debbe mancare del peccato, ma si debba l’uomo guardare da alcuna suspizione d’esso. Oltre a infinite parte, debbe avere chi regge e governa per principali queste quattro le quali sono notabili, cioè: reverenzia al sommo Idio, farsi da tutti onorare, gastigare gli oficiali delle cose male fatte e innoneste, amare e difendere i suoi sudditi. Non è povero chi sa signoreggiare il suo appetito. Chi tra’ savi è più umile, è più savio. Non consigliare sanza essere domandato. Non dire i tuoi secreti a chi non sa celare i suoi proprii. Chi non si corregge per altri, altri non si corregge per lui. Chi si fonda in sulla bugia, presto manca. Bene sono maligni gli invidiosi che di quello male d’altri si rallegrano. Chi della lieta fortuna non si essalta, della avversità non si turba. La scienzia nello insensato niente giova, né il senso giova a colui che non l’usa. Chi non conosce se medesimo non può correggere altri.

215 Domande erano fatte al Piovano. Qualche volta chi lo domandava per tentarlo, chi per sapere, e qualcuno altro per dileggiarlo: rispondeva a caso e non pensatamente. Ma se tu considererai bene le risposte lo giudicherai essere uno vero e naturale filosafo per li detti innanzi e per questi che seguiranno. Certamente è cosa ammirativa e quasi molti crederranno non sieno suoi. Rispondoti che questi sono piccolo numero, ché, se fussi possibile io gli ritrovassi tutti, come nel proemio ho detto, sarebbono uno numero infinito, in modo se ne farebbono parecchi grandi vilumi di fogli.

216 [Definizioni]. Fu domandato: Che cosa è il mondo. – È uno circuito che non viene mai meno. Che cosa è il mare. – È abracciamento del mondo, termine coronato, catena di tutta la natura, partimento de’ reami, casa e albergo di fiumi, fontana di tempeste. Che cosa è Iddio. – È mente immortale, altezza incontemplabile, forma di molte forme, inquisizione incogitabile, occhio che mai dorme, governatore del tutto, luce de’ buoni: ed è in efetto uno sommo e infinito bene. Che cosa è il cielo. – Uno circuito volubile, tetto sanza misura. Che cosa è il sole. – Occhio del giorno, concreazione della notte, bellezza del cielo e della natura, distributore dell’ore, grazia della natura. Che cosa è luna. – Porpora del cielo, innimica de’ malfattori, allegrezza de’ viandanti, dirizzamento de’ navicanti, ricirculatore de’ mesi, occhio della notte, divinatrice di tempesta e d’altri mali. Che cosa è uomo. – Mente incarnata, anima faticosa, abitacolo di poco tempo, recettacolo di spirito, speculatore della vita, abandonatore della luce, consumazione di vita, moto etterno, camminatore ischiavo della morte. Che cosa è la terra. – Fondamento del cielo, tuorlo del mondo, custodia d’ogni pianta, coperchio dello inferno, madre di quelli che nascono, nutrice di quelli che vivono, divoratrice di tutti, cellario della vita. Che cosa è il giorno. – Misura di affanno, ricorso de’ dodici segni, principio quotidiano. Che cosa è aria. – Mantenimento della vita. Che cosa è luce. – Faccia di tutte le cose. Che cosa è le stelle. – Guida de’ naviganti, pittura del cielo, ornamento della notte; sono ancora delli uomini e animali. Che cosa è la piova. – Concezione della terra, genitrice de’ frutti. Che cosa è nebbia. – Notte del giorno, affanno degli occhi. Che cosa è vento. – Turbazione d’aria, mobilità dell’acqua, siccità della terra. Che cosa è acqua. – Sussidio della vita, mondatrice di bruttura. Che cosa è i fiumi. – Corso che non viene mai meno, refezione del sole, rigatrici della terra. Che cosa è gelo. – Seccatore delle erbe, prigione della terra, ponte d’acqua. Che cosa è neve. – Acqua secca e rappresa. Che cosa è primavera. – Parturimento di terra. Che cosa è estate. – Bellezza e mutazione de’ frutti. Che cosa è femmina. – Confusione dell’uomo, bestia insaziabile, continova sollecitudine, guerra che mai non viene meno, danno quotidiano, casa dello uomo, impaccio dello istudio, pericolo dell’uomo, incontenente animale, pericolosa battaglia, vasello di adulterio, animale pessimo, pondo gravissimo, schiavo e signore dell’uomo. Che cosa è bellezza. – Naturale innamoramento, filicità di poco tempo, fiore che si marcisce, carnale beatitudine, umana concupiscenzia. Che cosa è isperanza. – Immagine dell’animo, refrigerio dello affanno. Che cosa è amicizia. – Equalità delli animi. Che cosa è amico. – Desiderabile nome, reparazione d’aversità, continuo riposo di misericordia. L’amico vero in bene operare è più che parente. Che cosa è fede. – È una certezza di quello che non si vede e che ci fa beati credendo bene. Che cosa è vita. – Letizia di beati, dolore di miseri. Che cosa è morte. – Etterno sonno, corruzione de’ corpi, timore de’ ricchi, desiderio de’ poveri, cosa che non si può fuggire, peregrinazione incerta, disoluzione di tutti i vivi. Che cosa è vecchiaia. – Male desiderato, morte de’ vivi. Che cosa è sonno. – Immagine di morte, riposo delli affanni, boto delli infermi, desiderio de’ miseri, esperimento de’ medici, solazzo dilicato, riposo dello ispirito. Che cosa è contadino. – Ministro di affanni, dirizzatore delle selve, operatore del mangiare, medico della terra, piantatore d’alberi, spianatore di monti. Che cosa è la nave. – Operazione marina, casa sanza fondamento, uccello di legno, salute incerta. Che cosa è marinaio. – Cavaliere di mare, albergatore del mondo, abandonatore della terra, tentatore di tempeste. Che cosa è ricchezze. – Carico di pensieri, dilettazione con paure, desiderio insaziabile. Che cosa è povertà. – Bene odiato, cosa sanza cura, via sanza sollecitudine, trovatrice di sapienzia, mercanzia sanza danno, possessione sanza calunnia, felicità sanza ansietà. Che cosa è parola. – Traditore dell’animo. Che è libertà. – Innocenza dell’uomo. Che cosa è corpo. – Casa dell’anima. Che cosa è la testa. – Colmo del corpo. Che è il cervello. – Guardia della memoria. Che sono i capelli. – Veste del capo. Che è la barba. – Conoscimento di femmine a maschi. Che è la fronte. – Immagine dell’animo. Gli occhi. – Guardia del corpo e giudici dello animo. Che è il naso. – Inquisitore d’odori. Che sono gli orecchi. – Giudici de’ suoni. Che è la bocca. – Nutrice del corpo. Che sono i denti. – Macine della bocca. Che è la lingua. – Freccia dell’aria. Che sono e’ labri. – Porta della bocca. Che sono le mani. – Cultori del corpo. Che è il cuore. – Ricettaculo della vita. Che è il polmone. – Servatore d’aria. Che è il fegato. – Guardia del cuore. Che è il fiele. – Svegliatore dell’ira. Che è la milza. – Casa di riso. Che è lo stomaco. – Cuoco del corpo. Che è il sangue. – Umore di vene. Che sono l’ossa. – Sostegno del corpo. Che sono i piedi. – Fondamento mobile. Che sono le cosce. – Colonne del corpo. Che sono le vene. – Fontane della carne. Che cosa è che fa l’amaro dolce. – La fame. Che cosa è che non lascia istraccare l’uomo nelle fatiche. – Il guadagno.

217 [Della precedenza del figliuolo o del padre]. Domandato il Piovano della precedenza del figliuolo o del padre non sendo in degnità, rispose: – Ne’ luoghi publichi il figliuolo debbe andare innanzi al padre se ha ufizio publico. Ma in casa e in luoghi privati debbe andare il padre innanzi al figliuolo quantunque il figliuolo abbi gran dignità.

218 [L’ultima opera di carità]. Sendo io alla pieve col nostro Piovano Arlotto viddi questa opera di carità. Viene una povera donna piangendo al Piovano e dice: – Padre mio, per amore di Dio io mi vi racomando. Per uno debito di lire .16. sono istati tolti dua asini a Bruogio mio marito: voi sapete che quelli asini davano le spese a sette figliuoli che io ho, e a noi. Non avendo altro modo, il Piovano si cavò, del mese di dicembre, uno cioppone foderato di golpe e disse: – Va a impégnalo e riscuoti l’asino.