Novelle (Bandello)/Quarta parte/Il Bandello a li candidi lettori salute

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Quarta parte
Il Bandello a li candidi lettori salute

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Quarta parte
Il Bandello a li candidi lettori salute
Quarta parte - Novella I

Quando io diedi le tre parti de le mie novelle a la stampa, l’animo mio era riposarmi qualche tempo, non cessando però tuttavia, se qualche novella degna di essere letta mi capitava a le mani, di scriverla. Ma veggendo che a Lucca, ove esse novelle si stampavano, quella di Simone Turchi cittadino lucchese fu pretermessa di stamparsi a instanza de li parenti di esso Simone, mi deliberai tutte quelle che io appo me avea, che da varii luochi mi erano giá state mandate, dare fuora, e porvi per la prima quella de l’enormissima crudeltá di Simone Turchi perpetrata in Anversa, veggendo che il dottissimo Cardano ne li suoi mirabili commentari De subtilitate rerum di tale enormissimo caso ne fa menzione. Sí che, umanissimi lettori miei, pigliate anco questa quarta parte e leggetela come le altre tre fatto avete, ché, oltra il diletto di vedere nuovi e varii accidenti, non potrá questa lezione esservi senza alcun profitto. Vivete lieti.


Il Bandello al magnifico e leale mercatante
messer Carlo Cornaro Genovese salute


Andai non è molto a far riverenza agli illustrissimi eroi signori miei, il signor Federico Gonzaga di Bozolo e il signor Pirro Gonzaga di Gazuolo suo fratello, che tornavano tutti dui a la corte in Francia, e alloggiati erano in casa del molto illustre signor Alfonso Vesconte, lo cavaliere, loro cognato. Erano allora detti signori in camera de li signori figliuoli del signor cavaliere e de la signora Antonia Gonzaga, e stavano ad udire il dotto e gentile messer Alfonso Toscano, precettore di essi fanciulli, che loro leggeva in Valerio Massimo quella parte ove tratta de la somiglianza degli aspetti di alcuni uomini, che tra loro sono cosí simili che con difficultá si riconosce l’uno da l’altro. Io intrai in camera, e salutati quelli miei signori, dopo le gratissime accoglienze da loro a me fatte, il signore Pirro mi disse: – Bandello mio, il precettore di questi nostri nipoti ha letto che in Roma furono dui di aspetto cosí a Pompeio Magno simili, che a tutti rappresentavano esso Pompeio; cosa che mi pare meravigliosa. – Non è gran meraviglia questa, signor mio, – risposi io, – perché degli altri assai ce ne sono; e non è molto che qui in Milano erano dui fratelli, mercatanti genovesi, Gasparro e Melchio Bracelli, che tanto si rassembravano, che non io molte fiate non li sapeva descernere l’uno da l’altro, ma quelli di casa loro assai spesso vi restavano ingannati. Egli è ben vero che Melchio, essendo giovanetto e volendo imparare schermire, fu alquanto graffiato nel naso su la narice, che li fece restare uno segnaluzzo, picciolo come mezzo cece, il quale, a chi ci metteva mente, lo faceva riconoscere per Melchio; ma pochi ci avevano avertito. Voglio, signor mio, che veggiate se eglino erano di sembianza grandissima. Si trovarono questi fratelli a Vinegia a fare li traffichi loro de la mercanzia. Melchio si fece fare uno giubbone di raso cremisino veneziano da uno sartore, e gli ordinò che la dominica mattina glielo portasse, ché in letto lo attenderebbe. Quella mattina Gasparro levò forte a buona ora e si mise a passeggiare per la sala. Arrivò in quella il sarto e, come lo vide, lo prese per Melchio e disse: – Magnifico, perdonatemi se sono stato tanto tardi a recarvi il giubbone, perché io mi credeva che voi non levassi cosí a buona ora, massimamente il giorno de la festa. – Gasparro, o si accorgesse che il sartore l’avesse preso in fallo, o fosse che sapesse alcuna cosa del giubbone, senza cangiarsi in viso li rispose: – Questo è stato poco fallo. Aiutamelo pure a vestire. – E dispogliatosi, si vestí il nuovo giubbone, perché non solamente essi dui fratelli erano simili di volto, ma pareano fatti in una medesima forma di grandezza e grossezza di persona. Vestitosi Gasparro il giubbone, pagò al maestro la manifattura, e se ne andò a messa e per la cittá diportandosi sino a l’ora del disinare. Melchio, poi che vide il maestro col giubbone sí tardi ancora non comparire, rincrescendogli stare tanto in letto, si vestí. E andato a messa, poco dopoi rincontrò il sarto e li disse: – Maestro, voi non sète venuto a vestirmi il giubbone. Che vuole dire cotesto? – Come magnifico! – rispose il sarto. – Voi mi date la baia. Che dite voi? Io non sono trasognato né tanto fore di memoria, che non mi ricordi come stamane, in la vostra sala dove presi la mesura di quello, ve lo vestii. Eccovi per segno li marchetti che mi desti per la manifattura. – S’avvisò subito Melchio devere essere stato suo fratello che per burla si avesse fatto vestire il giubbone, e disse al sartore che andasse. Si partí il sartore, e non era ito cento passi che si ricontrò in Gasparro, che avea il giubbone indosso. E come li fu appresso, si fece il segno de la croce. Gasparro, che lo conobbe, il dimandò se avea veduto il diavolo con le corna, a farsi tanti segni di croce, e che cosa avea. – Io non so, per san Marco di oro, ove mi sia, se forse non patisco l’infermitá de le traveggole. Or ora, non longe di qui uno tratto di mano, vi ho incontrato, e non avevate giá questo giubbone che stamane vi vestii, e mi sgridaste che non ve l’avea recato, e ora qui ve lo veggio indosso. Che cosa è questa? Aiutimi Iddio! Io non so se dormo o che cosa mi faccia. – Gasparro allora li disse: – Maestro, fatemi questo piacere: venite stamane a disinar meco, e vi chiarirete che voi punto non vi sognate. – Promise il sarto, di estremo stupore pieno, andarvi. Gasparro allora, presa una gondola a uno di que’ tragitti, si fece subito condurre a casa, e subito si spogliò il giubbone se ne vestí uno altro nero. Né guari stette che venne Melchio e li dimandò se dal sarto avea avuto il giubbone. Cui Gasparro disse di sí, e come avea invitato il sarto a disinare. – Sia con Dio, – rispose Melchio; – ridiamo pure per uno pezzo. – In quella montò le scale il sarto, e come vide li dui fratelli, restò quasi fora di sé, non sapendo discernere l’uno da l’altro. Li dimandarono i dui fratelli a quale di loro aveva la mattina vestito il giubbone. Egli come smemorato guardava e riguardava, e come mutolo se restava. A la fine, avendoli data la baia, li dissero che infiniti come egli si erano ingannati, per essere essi dui fratelli tanto simili, quanto dire si possa. – Mentre che io questo narrava, voi sovraveniste per vostri affari che avevate col signore Federico e faceste testimonio verace a quanto io narrato aveva, come colui che lungamente con li Bracelli trafficato avevate. Onde il signore Federico allora disse una istoria che in Fiandra avenne, per uno che si faceva signore del paese, per essere molto simile al signore che di molti anni innanzi era morto. Essa istoria fu da me scritta e al nome vostro intitolata, acciò che al mondo faccia fede de l’amicizia nostra, da chi infiniti piaceri tutto il dí ricevo. State sano.