Novelle (Bandello)/Quarta parte/Novella I

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Quarta parte
Novella I

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Quarta parte - Il Bandello a li candidi lettori salute Quarta parte - Novella II

Uno si finge essere Baldoino conte di Fiandra e imperadore di Constantinopoli,


che diciotto anni innanzi in Oriente era morto.


Suscitò questo falso Baldoino gran romoriin Annonia,


provincia che fu del vero Baldoino.


Ma a la fine per uno truffatore fu da la contessa del paese


fatto publicamente impiccare.


Teneva lo scettro del reame de la Francia Lodovico, re di questo nome ottavo, che fu padre di Lodovico nono, il quale, per la santitá de la vita essendo in Africa a la ossidione di Tunesi per esaltazione de la fede e religione cristiana, rese l’anima al suo Creatore e fu poi per santo da la Chiesa canonizzato. Al tempo adunque di Lodovico ottavo si trovò uno di tanta audacia e temeritá che, governando Gioanna quelli paesi di Fiandra e Annonia che erano stati di suo padre, – che sopra quelli, fu anco imperadore di Constantinopoli, – ebbe ardire di presentarsi in Annonia, terreno nativo di Baldoino, e affermare sé essere il vero Baldoino, che di molti anni avanti in Oriente era giá morto. Eragli altre volte stato persuaso che egli grandemente a Baldoino era simile. E ancora che persona non ci fosse tra tutti gli annòni che lo conoscesse, nondimeno appo quei popoli, cui il governo di madama Gioanna non piaceva, ritrovò alcuni che per lo vero Baldoino il raccolsero, e lo seguivano come loro vero nativo e proprio signore. Veggendosi questo falso Baldoino essere agli annòni accetto e il simile sperando li devesse avenire in Fiandra, da alcuni accompagnato intrò, monstrando ne le azioni sue una gran gravitá e parlando con tanta maiestá quanta a uno imperadore di Constantinopoli pareva che si convenisse. Come la contessa Gioanna intese questo, non volendo che egli piú innanzi passasse, per non mettere mutinazione ne la provincia, mandò ad incontrarlo a le confini il presidente del suo segreto consiglio con alcuni consiglieri seco. Esso presidente, come fu arrivato ove il falso Baldoino era, a questo modo cominciò a interrogarlo a la presenza di quanti ci erano. Disse adunque: – Se tu sei il vero imperadore di Constantinopoli e padre di madama Gioanna, nostra contessa e signora, con quale ragione mosso ti sei a lasciare la cura di quello glorioso e dignissimo imperio, che a la tua fede, tra tanti eccellentissimi eroi che colá erano, ti fu commesso? Ora che del tuo consiglio, de la tua prudenza e del tuo valore esso imperio ha piú che mai bisogno, come ti ha dato il core, come hai potuto sofferire che quelli baroni, li quali te fra tanti altri grandi signori elessero e collocarono tanto amorevole e onoratamente ne lo seggio imperiale, senza te siano restati in bocca di barbari cosí contrari e fieri nemici al nome di Francia? Io veramente porto ferma opinione che quando tu fussi il vero Baldoino, poi che tanto tempo nascosto a tutti stato sei e nulla cura hai preso di quello imperio orientale, che meglio assai fatto averessi a non ti volere con queste tue mal composte fizzioni fare Baldoino, essendo a l’uno e a l’altro imperio chiaro e manifestissimo che sono circa venti anni che egli morio e tutti noi per morto pianto l’abbiamo. Vorrei anco da te sapere per quale cagione, avendo tu il carico tutto de le cose orientali, e cosí mal governate che per tuo pessimo governo sono tombate in roina, hai finto di essere morto? Che premio, che lode aspettavi tu di questa sciocca simulazione? E se hai voluto che ciascuno, cosí greco come latino e di ogni altra nazione, credano la tua morte, con quale colore di ragione vuoi tu che noi ora crediamo che tu sia vivo, essendo stato fora de la cognizione di tutto il mondo circa venti anni? Con quale velo di tenebre hai tenuto tanto tempo ascosa la maiestá del tuo volto, a tutti cosí nota? con ciò sia cosa che per ispacio di quattro lustri nessuno ti abbia veduto e tu non sia stato in veruno luoco che si sappia. Che vuole dire che, vivendo il re Filippo Augusto e molti de li suoi baroni e signori fiandresi, che ti potevano convincere per bugiardo, non sei a casa ritornato e non sei risorto fora de la sepoltura? che nuova forma hai tu assunta, ingannando con mentite larve tante persone? Dimmi: essendo giá cosí lungo tempo trascorso che il vero Baldoino per morto abbiamo amaramente pianto, ti pare egli conveniente che cosí di liggiero madama la contessa, figliuola sua legittima e erede degli ampli suoi dominii, e tutti noi ti debbiamo credere che tu sia il vero Baldoino? Non si sa egli altre volte essere stati uomini ignobilissimi che hanno avuto ardire di fingere essere di reale sangue nati? Di cotesti inganni, di queste simulate fizzioni assai se ne sono viste, e dentro li buoni autori de l’una e l’altra lingua tutto il dí molti se ne leggono. Il perché non bisogna essere troppo credulo, fin che a qualche chiara certezza non si pervenga. Tu deveresti ben sapere che dapoi che il vero Baldoino partí di queste contrade e navigò in Levante, li danni, le desolazioni e li dirubamenti e le roine di varii luoghi, che l’Annonia e la Fiandra in tante crudeli e sanguinose guerre hanno sofferto. Ma tu, in tante nostre afflizioni e travagli, in tanti gravissimi disturbi, che alleggiamento, che soccorso, che refrigerio ne hai tu apportato? Tu vuoi adunque che questa terra, coteste contrade, questo paese di Annonia e Fiandra abbino da riconoscerti per loro cittadino, per loro conte e vero signore, non avendo tu ne li bisogni loro urgentissimi, ne le tribulazioni loro voluto mai in conto alcuno riconoscerli per patria, per vassalli, né per amici? Che rispondi a queste ragioni che dette ti sono? – Egli allora, punto non smosso né cangiato in viso, pieno di una audace costanza, non come reo dinanzi al giudice rispose, ma, come naturale e vero signore che riprendesse e accusasse li suoi sudditi, cosí audacemente li disse: – Cotesto mio infortunio è veramente, piú di quello che io mi persuadeva, grandissimo. E come può egli essere maggiore? O me sfortunato! o me tra tutti gli infelici infelicissimo! Io ne la casa mia propria, ne la patria mia nativa, ne l’avito e paterno mio dominio ritrovo ora li miei vassalli e sudditi vie piú crudeli che non ho fatto fore di qui li nemici. Quando si fece il fatto di arme lá ad Andrinopoli, io, valorosamente combattendo per l’onore de la patria mia e di quei cittadini che al presente mostrano non mi riconoscere e cosí contrari e ingrati contra me si discopreno, perché l’evento de la battaglia suole esser dubbio, avendo io fatto officio di provido capitano e non meno di prode soldato, cominciarono li miei commilitoni voltare vituperosamente le spalle e fuggire. Per questo io fui còlto nel mezzo de li nemici, e per essere da tutti li miei abbandonato, poi che vidi che indarno me affaticava o per restituire la battaglia o per levarmi vivo fora de le mani de’ li nemici, fui forzato, avendo giá alcune ferite ricevute, rendermi prigione. E in quella misera calamitá tanto di bene pure mi avenne, che la maiestá del mio volto e l’essere conte di Fiandra mi salvò, e di modo a quelli da li quali fui preso venerabile mi rese, che io da loro non ebbi né ingiuria né disonore alcuno, anzi per lo spazio di anni diciotto fui, de la libertá in fuori, assai ben trattato. Volsi piú e piú volte mettermi a pagare la taglia per liberarmi, ma non ne volsero parola ascoltare giá mai, e meno mi volsero dare commoditá che io potessi a nessuno de li miei scrivere. A lungo poi andare, veggendomi non essere piú con tanta solenne custodia tenuto come da principio solevano, mi deliberai fuggire. Indi, pigliata uno dí la occasione, lá, cerca mezza notte, che ogni cosa era quieta, me ne fuggii. Ma di novo fui da alcuni barbari, che non mi conoscevano, fatto prigionero. A me non parve di scoprirmi loro ciò che io mi fossi. Cosí eglino mi condussero in la Asia e mi vendettero per vile schiavo a certi soriani, con li quali per ispazio di dui anni dimorai, lavoratore di campi, lavorando e zappando la terra, tagliando legna, attignendo acqua, e altri servigi rusticani a la meglio che poteva facendo; di modo che con queste mani, con le quali tante fiate avea onoratamente combattuto e vinti gli avversari e con imperiale scettro tanti popoli governato, facea tutti gli esercizii de la villa. Finalmente, avendo nostro signore Iddio compassione a la mia lunga e faticosa servitú, passando per quei luoghi, ove io in un boschetto tagliava legna, alcuni mercanti tedeschi, perché era tregua tra latini e orientali, mi raccomandai loro; li quali, mossi del caso mio a compassione, non mi conoscendo per altro che per uno povero fiammengo, con picciolo prezzo mi riscattarono e mi donarono anco danari da poter piú commodamente ridurmi a casa. Ma, lasso me! quanto mi era meglio che io la mia vita avesse in quella cattivitá finita, che essere venuto in casa mia a udirmi dire da li miei soggetti su il viso che io sono uno truffatore e che non sono il vero Baldoino. Questo non aspettava io giá mai. E tuttavia sento qui dirmi vituperii e cose tanto ingiuriose, che mai non ebbero ardire dirmi in modo alcuno li greci, cui contra le vittoriose armi io piú volte mossi. Medesimamente li popoli de la feroce Tracia finitimi al mio imperio, né gli sciti fieri e crudelissimi che piú del ferino tengono che de l’umano, né i barbari de la Soria cui, venduto per ischiavo, sí lungo tempo ho servito, furono mai sí sfrenati di lingua contro me come io al presente provo li miei sudditi, li quali, quando altri mi ingiuriasse, se ragione, se umanitá, se riverenza e se punto di civilitá fosse in loro, deveriano in mio favore contro tutto il mondo prender l’arme per difendermi e mantenermi ne lo stato mio, ne la mia nativa patria. Ma spero in Dio che vi aprirá gli occhi. Io non vuo’ correre a furia in porre mano a l’arme. Ora ditemi: quando fu chi mai vedesse le cose de la Fiandra piú fiorire e appo tutti li finitimi e ogni altra nazione essere in maggiore stima, in piú riputazione e credito e in piú riverenza, di quello che erano quando io quella reggeva e governava? Mai piú non fu la gloria del nome fiammengo in tanta sublimitá né in tanta eccellenza in quanta si è veduta al tempo che io il tutto amministrava. Ahi patria veramente a me ingrata! ingrati e perfidi vassalli miei! Sono queste le grate accoglienze, l’onorato e caro ricevimento che al vostro prencipe fate? cosí mi ricevete? Adunque io ritorno con sí infausti auspicci, con cosí contraria fortuna che debbia, dopo tanti miei perigliosi viaggi, dopo tanti danni, tanti infortunii e travagli e dopo superate tante difficoltá, essere da li miei proprii sudditi oltraggiato? Non sono giá questi gli antichi buoni e lodevoli costumi, le benigne usanze e gli antichi modi e ospitali careccie che al partire mio di qui io ci lasciai. Gli uomini cangiati e tralignati si sono da la integritá e modestia de li santi avoli. Non è meraviglia adunque se io trovo la Fiandra cosí afflitta e male anzi pessimamente governata, poi che non uomini qui ritrovo, ma fiere crudeli, superbe, inumane e scelerate. – Egli nel dire si riscaldava e pareva che in malediche parole fosse per disnodare la lingua e commovere qualche tumulto, quando il presidente del consiglio gli impose con agre e minacciose parole silenzio, dicendogli: – Io con questi signori senatori riferirò il tutto che detto ci hai a madama la contessa Gioanna, nostra signora e padrona, senza il cui parere il nostro consiglio nulla determineria. Ma considera bene il caso tuo, ché altre prove ci vogliono a farci credere che tu sia il vero Baldoino. Tra tanto sotto pena de la vita ti commandiamo che tu ti ritiri in qual si sia luogo de l’Annonia, e non attenti cosa alcuna di nuovo, fin che chiaro non sia se tu sei Baldoino o no. A voi altri che lo seguitate, io vi commando, sotto la detta pena e confiscazione de li beni, che debbiate ritirarvi a le case vostre e non pratticare piú con costui, che non sappiamo ancora chi si sia, né darli favore in conto veruno. – A questo commandamento molti si partirono, chi in qua, chi in lá. Alcuni pochi villani, che averebbero voluto vedere la provincia in tumulto per dirubare e fare del male, restarono con lui. Andò il presidente con li senatori a parlare a la contessa, e le disse il successo del tutto. Ella che sapeva di certo il padre essere morto, avendo giá gustata la dolcezza del governare tanti popoli ed essere signora, non averebbe voluto se non per morte deporre cosí bella signoria. Intendendo poi che molti nobili fiammenghi, cui non piaceva di essere governati da una donna, andavano spargendo per la plebe che colui di certo era il vero Baldoino loro signore naturale, di modo che giá quelli popoli, che di natura sono inclinati a far movimenti, cominciavano a tumultuare; il che vedendo, la contessa, subito ispedí al re Lodovico ottavo a fargli intendere il tutto. Il re, che sapeva certo Baldoino essere morto, fece con prestezza per uno araldo citare il nuovo falso Baldoino a la corte innanzi a sé con pene gravissime, e mandògli salvocondutto di andare e di tornare. Avuta il simulatore la citazione, si mise in camino e menò seco assai onorata compagnia di fiammenghi e anco di annòni. Presentossi poi innanzi al re e come a suo signore li fece riverenza. Il re allora cosí li disse: – Se noi non ti raccogliamo come conte di Fiandra e signor di Annonia, non ti devi meravigliare, perché ancora non sappiamo con quale nome, a noi e a te convenevole, debbiamo appellarti, né con quale accoglienza riceverti. Baldoino, conte di Fiandra e di Annonia e imperadore constantinopolitano, fu mio zio e de’ tempi suoi uno de li piú nobili e vertuosi cavalieri che si trovassero, cosí ne le opere de la milizia come de la cortesia e altre meravigliose doti che in lui fiorivano. Onde io, per essere suo nipote, certificato de la morte sua, amaramente il piansi. Ben mi saria di grandissima contentezza se possibile fosse che questo mio zio, padre di madama Gioanna mia cugina, a casa se ne tornasse, se non è morto. E se morto è, come si sa che miracolosamente resuscitasse? Ora tu che vuoi darci ad intendere che tu sia il vero Baldoino, egli ti conviene con evidenti e chiari argomenti sgannarne e farne capaci che non morisse e che tu sia il vero Baldoino giá imperadore di Constantinopoli, perché a noi non potrebbe avenire cosa piú grata, piú lieta e di maggior contentezza che conoscere chiaro che noi abbiamo pianto quello Baldoino fora di proposito, che in vero quanto padre amavamo e onoravamo. Ma attendi e rispondi a ciò che noi t’interrogaremo, ché forse questo nostro quesito adesso ti renderá testimonio e giudice in tanto importante negozio e sgannerá il mondo cerca li casi tuoi. Orsú, rispondeci: chi fu che ti investí del feudo de la Fiandra, e con quali condizioni fusti fatto feudatario di sí onorata provincia? in che luogo ricevesti il feudo? a quale tempo? chi ti portò li reali privilegi? quali furono li testimoni? chi ti fece cavaliere aurato e ti pose gli speroni? quale fu la madama che prendesti per moglie? chi condusse questo tuo matrimonio? ove si fecero le nozze? che solennitá? che feste? che bagordi? Tutte queste cose il vero Baldoino mio zio saperia molto ordinatamente dire. Che pensi? che strani movimenti sono quelli che fai? – Il povero, che come il corbo voleva vestirsi de le belle piume del pavone, ansando e sospirando, si storceva né sapeva a cosa veruna, che il re interrogato l’avesse, dare risposta. Il re li replicò che rispondesse, dicendogli: – E come ti sono giá queste cose uscite di mente? – Vòlto poi il re a li circostanti: – Eccovi, – disse, – come piú tosto il bugiardo si giunge che non fa il zoppo, perché le bugie hanno corti li piedi. Questo tristo uomo non solamente vacilla e si cangia di colore, ma non sa dire uno motto. Io ti prometto, truffatore che tu sei, che se non ti avesse assicurato col mio salvocondutto, che io ti farei dare tale gastigo quale la tua temeraria presonzione e le tue menzogne mertano. – La contessa avertita del successo, come il ribaldo fu in Annonia, subito fu da la giusticia con alcuni de li suoi seguaci, che seco erano, preso; e fatto il processo e confessato che non era Baldoino, fu vituperosamente impiccato, e seco molti de li suoi. La contessa poi destramente oggi uno, dimane dui faceva pigliare di quelli che avevano il falso Baldoino seguitato e favorito; di modo che in poco tempo si levò dinanzi dagli occhi tutti quelli che li erano stati contrarii. E cotal fu la fine del bugiardo.


Il Bandello al magnifico e valoroso cavaliere


il signor Aloise Gonzaga salute


Quanti errori e strabocchevoli scandali provengono da la ignoranzia di quelli sacerdoti che odeno le confessioni sacramentali de li penitenti, che almeno la quadragesima si vanno a confessare, tante volte si è veduto che superfluo mi pare dirne piú lungo sermone. E in vero non si deverebbe cosí di liggero permettere la udienza de le confessioni a ogni sacerdote, sia prete o frate, se non si conosce scienziato almeno in quelle cose che appertengono a la cura de le anime, essendo questo uffcio di tanta importanza quanta si può considerare. Se l’uomo non è infermo, cerca a la cura del corpo avere il piú eccellente medico che si trovi. Ma quanti ce ne sono che, mortalemente infermi de l’anima, vorrebbero, quando se confessano, trovar uno sacerdote che fosse cieco e sordo e anco ignorante, acciò che da peccato a peccato non facesse differenza, ma del tutto assolvesse, come se tale assoluzione fosse valida, che non assoluzione ma dannazione eterna de l’uno e l’altro si deve chiamare. Di questi ignoranti e temerarii sacerdoti ragionandosi questi dí a Diporto ne l’amenissimo giardino di madama Isabella marchesa di Mantova, ove anco voi eravate e molti altri signori e gentiluomini, si parlò di quello religioso che assolse uno suo figliuolo spirituale da una scommunica papale, e non sapeva il misero ciò che si fossen né casi né scommuniche. Di questo voi sapete ciò che io ne dissi a l’illustrissimo signor marchese, quando insieme con voi, con messer Tomaso degli Strozzi e messer Alberto Cavriana andassemo al palazzo di San Bastiano a parlarli. Devete anco ricordarvi tutto quello che io nel detto luogo nel giardino ne discorsi a madama, e del gastigo che meritava quello buffalone. Ora, poi che io mi tacqui, il nostro gentilissimo messer Benedetto Capi di Lupo e di essa madama segretario, a proposito di quanto si diceva, narrò una piacevole novella, che a tutti sommamente piacque e alquanto ridere ci fece. Onde madama, a me rivolta, mi disse: – Bandello, questa a istoria è una di quelle che non istará male tra cotante che tu a la giornata scrivi. – Il perché io le promisi di scriverla. Ora, mettendo insieme esse mie novelle e venutami questa a le mani, ho voluto che sotto il vostro nome ella esca fore e resti testimonio appo tutti de l’amore che mi portate e de l’osservanza mia verso voi, che per tante vostre doti vi amo e onoro. Vi prego poi che essa novella facciate vedere a li magnifici vostri fratelli, che io come miei signori riverisco, il signor Francesco e signor Augustino. Che nostro signore Dio tutti lungamente vi conservi e vi doni quanto desiderate. State sano.