Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella LIII

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Seconda parte
Novella LIII

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Giacomo Bellini senza cagione diventa geloso de la moglie
e spesso le dá de le busse, onde ella lo manda a Corneto.


Io ho conosciuti pochi mariti gelosi che a la fine non siano per l’estreme lor pazzie stati trattati come meritavano, perciò che le mogliere, quando si veggiono a torto esser dai loro mariti garrite e prive di quella onesta libertá che loro si deve dare, ricercono, con quei mezzi che ponno, appiccargli il vituperoso cimiero di Cornovaglia. Dirò bene che tutte le donne meritano biasimo le quali, o ben trattate dai mariti che siano o male, cercano quegli svergognare, perciò che mai non lece a la donna maritata far del corpo suo copia, dal marito in fuori, a chi si sia. Ma poi dirò anco che, se vi si mette mente, trovarete il piú de le donne che dánno il corpo a vettura, essere a ciò indutte dai pessimi trattamenti che in varii modi le fanno i mariti loro, i quali si vogliono prender troppa libertá di fare l’ufficio del cuculo e tener le mogli come prigioniere, di maniera che le fanno venir voglia di gettarsi a la strada e fare di quelle cose che non pensarono giá mai. Onde conformandomi a quanto s’è ragionato di questa ribalda gelosia, io vo’ narrare una piacevole e non molto lunga novelletta, che questi dí passati avvenne in un castello de la Marca, il quale io per convenienti rispetti non voglio altrimenti nomare, e meno anco dirvi il nome de le persone che ne la novella intervengono, ma gli nomerò secondo che i nomi a caso in bocca mi veranno. Fu adunque, non è molto, in un castello de la Marca, situato suso una montagna, Giacomino Bellini, montanaro assai ben agiato di casa e mobili, il quale tra gli altri suoi traffichi che faceva, avendo un assai gran bosco, tagliava spesso de le legna, e quelle portava a la cittá ed altrove a vendere. Aveva egli per moglie pigliato una fresca giovane ed assai appariscente, de la quale il buon uomo senza alcuna cagione sí fieramente ingelosí, che a la donna il sofferire i fastidiosi modi del marito era grandissima pena, perché per casa faceva sempre il bizzarro e l’adirato, e non andava al bosco senza la Mea, ché cosí aveva nome la moglie. Ma questo era un piacere, perché ella v’andava volentieri e s’affaticava in far dei fasci de le legna e legarle. Il peggio poi era che, quando Giacomino andava a cittá od altrove, chiudeva la Mea in casa e dentro la chiavava; e, quando a casa ritornava, la garriva e spesso ancora, se ella era osa di rispondergli una minima paroluccia, le dava de le busse a buona derrata. Sostenne la povera giovane molti dí questa penosa vita pazientemente, sperando pure che il marito devesse cangiar modi e costumi. Ma la cosa andava di mal in peggio, e il male, come dir si suole, s’incancheriva; onde a la fine la Mea si mise la pazienza sotto ai piedi e tra sé deliberò di dargli di quello che andava cercando. Era nel castello un giovine contadino di ventisei in ventisette anni, d’assai buon aspetto ed avveduto molto, che si chiamava Lippo. Aveva egli un pezzo di bosco congiunto a quello di Giacomino, ed avendo inteso la pessima vita che la Mea faceva, le aveva una gran compassione, e fu vicino molte volte a sgridarne Giacomino: pur si ristette, ed ogni volta che vedeva la Mea, in atto se le appresentava mostrandole che dei mali trattamenti, che il marito le fa, molto a lui ne rincresca. Ma la Mea, che era da bene, non vi metteva mente. Ma non possendo piú sopportare d’esser cosí maltrattata, e gli occhi aprendo ai pietosi modi di Lippo, sentí destarsi il concupiscibil appetito di provare chi era piú valente, od egli od il marito; onde quando lo vedeva facevagli un buono ed allegro volto, e gli mostrava che de l’amore di lui era non mezzanamente accesa. Di che Lippo, che non aveva gli occhi ne le calcagna, se le scopriva meravigliosamente lieto in vista. E cosí cominciò con piú diligenza a seguitarla, per veder se poteva parlarle ed aver mezzo di trovarsi di secreto con lei; il che di modo faceva che Giacomino non se ne potesse accorgere. Ma tanta era la gelosia de lo sciocco marito che mai non l’abbandonava, che Lippo era di questa impresa mezzo disperato. Tuttavia con infinita sollecitudine, giorno e notte a questo attendendo; li venne pure due o tre volte in destro di poterle favellare e scoprirle l’amor che le portava. Trovò Lippo la Mea dispostissima a compiacergli ogni volta che il modo stato ci fosse, e che questo non meno di lui desiderava. Avvenne un dí che Lippo vide Mea col marito andar al bosco con una lor giumenta per caricarla di legna; onde egli andò loro dietro, piú per veder la Mea che per speranza che avesse di venir ad effetto veruno amoroso. Come Giacomino fu al bosco, egli legò la giumenta ad un arbuscello, e con la moglie si mise a tagliar in qua e in lá de le legna secondo che piú li pareva a proposito, ed assai da la bestia sua s’allontanò. Lippo che stava a la posta appiattato in un luogo e vedeva il tutto, levatosi di lá chetamente, slegò la giumenta, la quale come si sentí libera cominciò ad annitrire e prender la via verso il castello. Giacomino ciò sentendo, come vide andar la bestia verso casa, raccomandato le legna tagliate a la moglie, si mise con frettoloso passo a seguir la giumenta. Veduto il buon Lippo riuscir il suo disegno, si discoperse a la Mea, e non ci fu bisogno di troppe preghiere. Onde di commune concordia, assisi su l’erba, si cominciarono a basciare, e dai basci vennero agli abbracciamenti amorosi ed a trastullarsi insieme. Ed avendo Lippo scaricata la balestra da tre volte in su con grandissima contentezza di tutte due le parti, sentirono e videro tornar Giacomino. Lippo destramente di macchia in macchia al suo bosco si ridusse. Giacomino, legata ben forte la giumenta ché piú non fuggisse, pieno di caldo e di stracchezza s’assise a lato a la moglie, dicendo che voleva alquanto riposare. Quivi scherzando con lei, gli venne posta una de le mani sotto a’ panni de la Mea, sovra la possessione di quella, e la trovò ancora molle e bagnata, e le disse: – Mogliema, cotesto che vuol dire che tu sei bagnata? – Ella subito rispose: – Ahi, marito mio! io non ti veggendo cosí tosto ritornare, dubitai che la bestia fosse smarrita, e piangeva. Il che sentendo la mia sirocchia, anco ella meco dolcemente ha pianto. – Lo sciocco se lo credette, e dissele che la confortasse ché non piangesse piú.


Il Bandello al molto illustre
signore Alessandro Bentivoglio


Ritornando questi dí da visitar il famoso tempio di Nostra Donna di Loreto, passando per Bologna e intendendo la signora vostra nipote, la signora Gostanza Bentivoglia giá moglie del signor conte Lorenzo Strozzo, esservi, andai in compagnia del gentilissimo messer Francesco Elisei a farle riverenza, da la quale fummo graziosamente e cortesemente accolti. Ed essendo qualche dí che non ci eravamo veduti, ragionammo assai de le cose di Milano, perché ella curiosamente di molte mi domandò. Mentre che noi ragionavamo, sovravennero alcuni gentiluomini e gentildonne, e lasciando il nostro parlamento, ella con grate accoglienze raccolse ciascuno secondo il grado suo. Essendo poi tutti di brigata in un cerchio assisi, diversamente tra noi si ragionava, secondo che a preposito a chi parlava veniva. Mi domandò in quello la signora Gostanza a che numero erano le mie novelle. Io le dissi che n’aveva messo insieme assai, ma che ancora non le aveva trascritte. Alora messer Francesco sorridendo disse: – Se io ve ne narro una che, non è molto, è avvenuta in questa nostra cittá di Bologna, la scriverete voi? – Io dissi di sí e che mi farebbe piacer grandissimo, tanto piú che io era certo che egli non la recitarebbe se non fosse bella, conoscendolo uomo ingegnoso e gentilissimo. Egli alora cominciò dicendo: – Poi che non mi pare che altro da ragionare ci sia, non essendo disgrato a la compagnia, io vi narrerò una novella ne la quale intervengono molti accidenti, e credo che non vi dispiacerá. – Dissero tutti che egli non poteva far meglio che diportarci buona pezza con una sua novella; onde senza intervallo una ce ne disse, la quale parendomi assai bella, prima che io da Bologna partissi, cosí di grosso l’annotai. Avendola poi a lungo scritta, e pensando a cui donar la devessi, voi, signor mio, subito m’occorreste, parendomi che per ogni rispetto la debbia esser vostra. Ella primieramente è avvenuta ne la vostra cittá di Bologna e in casa di vostra nipote recitata, e chi la recitò sapete quanto v’è affezionato. Io poi che l’ho scritta, per i molti oblighi che v’ho di tanti beneficii da voi ricevuti, vi resto debitore non d’una novella ma de la vita stessa. Tale adunque quale ella è vi dono ed al vostro valoroso nome dedico, poi che di maggior cosa onorar non vi posso. State sano.