Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella LIV

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Seconda parte
Novella LIV

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Lione Aquilino con astuzia tanto fa che possiede la donna amata,
ove intervengono diversi accidenti.


Io spero, signora mia e voi belle madonne, di portarvi buona pezza a cavallo con una mia novella, non ci partendo perciò di qui; ma guardate, se qualche volta io errassi, di non mi dir quello che madonna Oretta disse al cavaliero fiorentino, perché io arrossirei e mi fareste vergognare, e non saperei poi andar né in su né in giú. Dico adunque che in questa nostra cittá di Bologna, non è molto, venne a stare un giovine gentiluomo di Milano, che si chiama Lione Aquilino, che era, per certo omicidio che fatto aveva in un suo nemico, bandito da quello stato, e condusse due camere in casa d’un nostro cittadino. E perché egli era buon compagno, come per l’ordinario sono i milanesi che usano di dire: «Che straziato sia il mantello e grasso il piatello», fece in breve amicizia con molti, ma tra gli altri con un Vergilio Tenca da Modena, che era anco egli un buon brigante e che faceva ogni cosa per darsi buon tempo. Era innamorato il Tenca de la Felice ferrarese, la quale stava a posta d’Angelo Romano, che non solo costei ma due e tre altre sempre ne manteneva. Felice volentieri si sarebbe domesticata con il Tenca, ma temeva fortemente Angelo, il quale, avvedutosi che esso Tenca le faceva la rota del pavone, devendo per suoi affari andar a Ferrara, la mise in casa di Bianca sua moglie e se n’andò a far i fatti suoi. Il Tenca, che le spie aveva per esser avvertito di ciò che Felice facesse, seppe che ella era con la moglie d’Angelo, e tanto fece che da lei e da madonna Bianca ottenne d’andarle a parlare la notte a le quattro ore. Il che ottenuto, invitò Lione e gli disse: – Fratello, io vo’ andar questa notte a parlar ad una mia innamorata; ma perché ci sará di sua compagnia madonna Bianca moglie d’Angelo Romano, io vorrei che tu venissi meco e che ti mettessi a far l’amore con essa Bianca ed intertenerla, a ciò che io abbia piú commoditá di parlar con la mia. – Lione disse che era presto a far ogni cosa, ancor che non conoscesse questa madonna Bianca. – Ella è molto bella, – rispose il Tenca; – metteraiti pur in ragionamenti con lei, e mena le mani, ché il resto per questa volta non si potrá adoperare, perciò che noi le parlaremo, come si fa a le monache, ad una ferrata assai grande d’una finestra che risponde sotto il tal portico, – e glielo diede ad intendere qual era. Venuta l’ora, ancor che ci sia pena grandissima di portar arme e a quella ora andar senza lume, nondimeno essi, prese due arme d’asta e le loro spade, verso il luogo s’inviarono senza trovar nessuno di quelli de la guardia. Quivi giunti, ascosero le lor armi dietro a certe panche che v’erano, e Vergilio Tenca con suoi ingegni s’aggrappò a la ferrata e su salí. Era la ferrata di quelle che sono sporte in fuori ed era assai alta, di maniera che l’uomo vi si poteva assai ben accomodare e ragionar con chi era di dentro. Erano giá le due donne a la finestra che Vergilio attendevano; al quale, come fu su, madonna Bianca, che aveva sentito esser seco un altro, domandò chi fusse. – Egli è,– rispose Vergilio, – un vostro gran servidore, compagno mio fidatissimo. – Salisca adunque anco egli, – soggiunse la donna, – ben che io non sappia chi si sia. – E cosí Lione montò dando la buona notte a madonna Bianca e a la compagnia. Ella disse che fosse il ben venuto, ma che non lo conosceva. E mentre che Vergilio parlava con la Felice, il buon Aquilino cominciò a dir a madonna Bianca che erano molti dí che egli era de le sue bellezze e dei bei suoi modi ardentemente innamorato, ma che ella mai non se n’era voluta avvedere, o che forse aveva finto non se n’accorgere. E quivi tanto e sí bene seppe con la lingua aiutarsi, che ella cominciò a prestargli fede e a domesticarsi seco. La notte era oscura come in bocca di lupo e la finestra del portico restava grandemente offuscata, di modo che per lunga dimora che l’uomo quivi dimorasse, non riprendevano perciò gli occhi piú di poter a lungo andare che al principio si facessero. E per questo Lione non poteva raffigurar la donna né ella lui. Nondimeno egli vedeva pure ad un cotal birlume che ella aveva bel viso e le carni morbide, perché giá avevano cominciato a giocar di mano ed amorosamente basciarsi. Il medesimo faceva Vergilio con Felice, la quale volentieri l’averebbe messo in casa, se madonna Bianca avesse voluto. Ma ella, non volendo forse mostrarsi cosí pieghevole e facile ad un suo amante, che non sapeva chi si fosse, la prima volta che egli parlato le avesse, ancor che dai dui giovini e da la Felice ella ne fosse caldamente pregata, non volle consentire. E cosí stettero gran parte de la notte su’ toccamenti e baci, passando il tempo con ragionamenti amorosi. Passarono quindi i sergenti de la corte i quali andavano a torno per la cittá; ma, da l’oscuritá de la notte impediti, non s’accorsero di loro, che sentendogli venire giocarono a la mutola. Restò Lione acceso de l’amore di madonna Bianca, la quale non conosceva ancora, e se per la contrada l’avesse veduta ed anco a la finestra, non averebbe saputo dire che ella fosse stata quella: ben gli pareva che al parlare non averebbe fallito a conoscerla. Rimasero adunque in conchiusione che ella gli voleva bene e che a la giornata si conoscerebbero, ma che bisognava andar molto cautamente, perché suo marito era fastidioso, ed uomo che se d’un minimo atto si fosse accorto le averebbe fatto un tristo scherzo. E cosí si partirono da la finestra e, prese loro armi, se n’andarono a casa. Il dí seguente ritornò Angelo, marito di madonna Bianca, da Ferrara, e come fu a Bologna, mutò stanza e prese un’altra casa, ma non molto lontana da la prima, ne la quale, perché era capace di piú di due famiglie, stava anco un cittadino dei nostri con moglie a figliuoli. Il che a Lione accrebbe vie piú fastidio, veggendosi in maggior difficultá, che non era prima, di poter conoscere la sua donna, perché se fosse stata ne la prima casa, veggendola talora a la finestra od uscir fuori, si sarebbe potuto chiarire. V’era rimasa sola la speranza che Vergilio gliela insegnasse, ma questa, il dí medesimo che Angelo ritornò da Ferrara, gli fu levata. Ed udite come. Era in Bologna un Vittore da la Vigna, il quale teneva anco egli una bella giovane a sua posta, con la quale, tenendola fuor di casa, s’andava sovente a giacersi. Piacendo questa giovane ad uno scolare, volle vedere se poteva porle le mani a dosso, e sapere se ben trottava e che andare era il suo. Ma perché non voleva perder tempo in stare tutto il dí a vagheggiarla, le mandò una buona vecchia a parlare, che di cosí fatti servigi serviva per l’ordinario molti scolari, perché ella era singular maestra di portar ambasciate, e dimorava per istanza in una contrada ove grandissimo numero di scolari albergava. Andò la buona vecchiarella, che pareva che andasse a le «stazioni» a Roma per guadagnare l’indulgenzia plenaria, con suoi paternostri in mano, dicendo quelli de la bertuccia, e fece l’ambasciata a la giovane; la quale si mostrò molto turbata ed agramente ne la sgridò con dirle, se piú le veniva a portar simil ambasciate, che le faria fregiar il volto d’altro che d’oro né di perle. Partí la ruffa e il tutto disse a lo scolare. La giovane, come Vittore la venne a trovare, gli disse che la ruffa degli scolari, – ché cosí la vecchia era generalmente chiamata, – l’era stata a parlare per volerla indurre a fare di sé copia a non so chi scolare. Di questo entrato Vittore in grandissima còlera, se n’andò di fatto a trovar la vecchia, a la quale, come fu lá, fece un gran sfregio sul viso e le diede tre pugnalate. Al romore di lei che gridava: – Aita, aita! – corse un povero scolare, e, volendo aitare la vecchia, Vittore gli diede una stoccata nel petto, de la quale egli subito cadde boccone e si morí. Saltarono al romore di molti scolari, ma Vittore si mise la via fra le gambe e senza esser conosciuto da persona pagò tutti di calcagni e si salvò. Il barigello v’andò e niente di certo puoté intendere. Fu fatto il «veduto e trovato», come dicono, del corpo morto, e visitata la roffiana, che stava molto male, e riconosciute le sue ferite. Il governatore, uomo scaltrito e desideroso di smorbare la cittá di ghiottoni, fece subito essaminare la ruffa e domandarle se aveva nemico nessuno e se sapeva d’aver offesa persona alcuna. Ella disse non avere deservito nessuno che sapesse né datogli nocumento, e che anco non conosceva chi mal gli volesse, se forse non fosse la tal cortegiana, che quei dí l’aveva fieramente minacciata per un messo che le aveva portato. Avuto questo indizio, il governatore fece spiare chi praticava con la cortegiana e trovò che ella stava a posta di Vittore da la Vigna, il quale per qualche altro suo misfatto era in norma appresso a la giustizia. Il perché gli fece dar de le mani a dosso, ed anco pigliar la cortegiana, la quale subito confessò che Vittore le aveva detto che ad ogni modo voleva far uno sberleffo a la vecchia. E non si trovando che ella altro sapesse, dopo che col bargello e sbirri ebbe fatto conto e che li tenne quintana, ben adacquata fu lasciata andar a casa. Vittore, messo a la corda, al primo tratto confessò il tutto e fu condannato a perderne il capo. I parenti suoi, sentendo che di bocca propria Vittore s’era accusato e confessato l’omicidio, e che a scamparlo tutti gli altri rimedii erano scarsi fuor che o sforzare il carcere o per inganno cavarnelo fuori, considerarono che la forza non v’aveva luogo, e che il piú sicuro modo era usar l’inganno; onde ebbero via col mezzo di san Giovanni Boccadoro di corromper il sovrastante de la prigione, ne le cui mani erano le chiavi de la prigione. Ma per non si mettere essi a periglio di perder la vita e la roba, fecero che un loro fidatissimo uomo, avveduto ed audace, cambiatosi il nome e cognome, sapendo che il guardiano non lo conosceva, fu quello che pattuí e comperò con cento ducati la vita di Vittore; il quale, avuta una notte la commoditá, via se ne fuggí e, con arte uscendo di Bologna, se n’andò a Ferrara. Non si trovando poi né uscio né finestra in parte alcuna essere stati sforzati o guasti, essendo le chiavature tutte intiere, lo scaltrito governatore s’imaginò il fatto com’era e fece arrestar il guardiano. Il povero uomo, vacillando nel suo constituto, fu menato a la corda, ma senza farsi collare confessò come a requisizione di messer Arminolfo Sicurano aveva fatto fuggir Vittore e ricevutone il prezzo di cento ducati. Ora non si trovando in Bologna uomo nessuno che si sapesse che tal nome avesse, fu giudicato che molto avvedutamente coloro che la libertá di Vittore avevano procurata avevano il caso loro negoziato; ed il povero guardiano portò la pena del suo ed altrui delitto, perché la giustizia gli fece cacciar gli occhi di capo cosí fattamente che egli fra quattro o cinque dí se ne morí. Non si poteva il governatore dare ad intendere che Vittore senza la scorta di qualche compagno fosse stato oso d’andar in una contrada piena di scolari, e solo far ciò che fatto aveva; onde diligentissimamente investigò chi praticava seco e chi era suo intrinseco amico. Facendo questa inquisizione, fu avvertito che dí e notte Vergilio Tenca stava con lui, e che il piú de le volte mangiavano insieme. Fece alora il governatore citare Vergilio che gli devesse comparire dinanzi, perché voleva da lui informarsi d’alcune cose appartenenti a la giustizia. Avvertito Vergilio de la cagione per la quale era chiamato, ancor che de l’omicidio commesso da Vittore fosse innocentissimo, nondimeno, dubitando forse di qualche altro misfatto, e conoscendo il governatore uomo ruvido e severo, deliberò fra sé non gli voler andar ne le mani. Onde la notte, dato ordine a le cose sue, s’andò a nascondere nel convento di San Francesco, e questo fu a punto il giorno che Angelo Romano aveva mutato alloggiamento. E per questo v’ho io fatta sí lunga narrazione, a ciò che voi sapeste che Lione Aquilino restava senza guida per poter conoscere di vista la sua madonna Bianca, onde si trovava mezzo confuso, né sapeva come governarsi. Essendo avvertito che Vergilio era nel luogo di San Francesco, andò a visitarlo e da lui cercò informarsi de l’abito e de le fattezze di madonna Bianca. Vergilio non sapeva che altro contrasegno dargli se non che uno scolare parmegiano, ch’era mancino, con una barbetta rossa, le soleva fare il servidore e di continovo vagheggiarla. Conobbe Lione assai facilmente lo scolare, che dimorava ne la contrada ove egli albergava, ma ne la chiesa poi, ove sempre erano molte donne, non poteva ben discernere dove il parmegiano giocasse a la civetta. Ed essendo in questo travaglio, Vergilio gli mise per le mani una donna cognata de la Felice, la quale portò una lettera di Lione a madonna Bianca. Ella accettò la lettera e riscrisse a l’amante che era tutta sua, ma che non ci era modo di trovarsi insieme per la solenne guardia che il marito le faceva, con mille altre novelluccie. Né per tutto questo perfettamente ancora Lione la conosceva, ma dove vedeva che il parmegiano passeggiava e guardava, anch’egli in su e in giú andava e gli occhi rivolgeva. Ora avvenne che un dí Lione vide il parmegiano, che dietro a certe donne da l’altra banda de la via andava, e parendogli che in quel drappello ci fosse madonna Bianca, si mise passo passo andarle dietro. Ed in effetto ella era quella, che con altre donne accompagnava una sposa e, divisando di molte cose, ella parlò sí forte che a la voce fu da Lione conosciuta. Entrarono le donne dentro la casa de la sposa, ed il parmegiano andò ad una banda e Lione a l’altra, ma al cantone d’una via scontrandosi, s’accompagnarono insieme e andarono ragionando verso casa; e giunti a l’albergo de lo scolare, egli invitò Lione a desinar seco, e Lione invitò lui, di modo che fecero un poco d’amicizia, come tra gli stranieri avviene che fuor de la patria in qualche cittá si ritrovano. Come Lione ebbe ne l’albergo suo desinato, tutto solo se n’andò verso la casa de la sposa, ove pensò che madonna Bianca devesse aver desinato; e non v’essendo ancora arrivato, fu sopragiunto dal parmegiano che aveva menato seco Garbuglio buffone, che da tutte le donne di Bologna era conosciuto e tenuto caro per le sue piacevolezze. Si salutarono insieme e si domandarono ove s’andava. Lione disse che, imaginandosi che in casa de la sposa si ballasse, ci era venuto per passar il tempo a veder la festa. Altro tanto ne disse lo scolare. E cosí se n’andarono ragionando verso la casa de la sposa, ove giunti, e non si sentendo né suoni né balli, disse il parmegiano: – Che faremo noi se qui, a quello che si sente, non è segno alcuno di festa? – Noi la faremo, non dubitate, bene, – rispose Garbuglio; – lasciate pur guidar la barca a me. Dite voi che avete voglia di bere, e non vi curate del resto. – Era quivi vicino un buon uomo su l’uscio di casa sua, al quale Garbuglio domandò s’aveva conoscenza in casa de la sposa. – Io ci sono domestico, – rispose egli: – volete voi covelle? – Oh! – soggiunse Garbuglio, – questi dui gentiluomini questa matina hanno mangiato dei vostri salziccioni bolognesi e si muoiono di sete. Per questo vedi di farci dar da bere, ché anco io, se bene non ho mangiato salami, berò bene un tratto e voterò anco il bicchiero. – Volete voi bere, gentiluomini? – disse il bolognese. Al quale essi risposero di sí. – Venite adunque meco, – soggiunse il buon uomo, e tutti tre gli condusse in casa de la sposa in sala, ove a punto si beveva. Come le donne videro Garbuglio, tutte lo cominciarono a pregare che volesse trovar un liuto e sonare, ché ballariano. A le quali Garbuglio disse: – Madonne, io vo’ prima metter il becco in molle, e poi sonerò ciò che vorrete. – Fu dato da bere ai dui giovini ed al buffone, il quale, sendosi trovato un liuto, cominciò a sonare, e cosí la festa si mise a l’ordine. Ballò il primo ballo il parmegiano con madonna Bianca, ma poco o nulla ragionarono. Lione stette sempre a sedere, vagheggiando quanto piú onestamente poteva la sua innamorata, la quale, veggendo dui suoi amanti insieme, non fece né a l’uno né a l’altro molto buon viso. Ora poi che Garbuglio ebbe sonato quattro o sei balletti, mise giú il liuto e si finí la festa, e gli uomini si partirono. Il parmegiano, veggendo che non poteva parlare a suo agio con madonna Bianca, e che anco mandarle messi era difficil cosa, non sapeva che si fare. Intendendo poi che ella era figliuola d’un parmegiano che giá di lungo tempo teneva fondaco di speziarie in Vinezia, ebbe il modo d’informarsi benissimo chi egli fosse e di che gente in Parma, e trovò il tutto. Il perché, conoscendo tutto il parentado di quello, e sapendo che erano piú di quaranta anni che egli dimorava a Vinezia, ove madonna Bianca era nasciuta, s’imaginò una nuova astuzia, con la quale a lui pareva di potergli leggermente venir fatto di domesticarsi con il marito de la donna e consequentemente con lei. Essendo adunque un giorno in San Francesco e ragionando con uno scolare romagnuolo, essendo vicini d’Angelo Romano, venne un compagno d’esso parmegiano ed assai alto lo domandò col nome del parentado del padre di madonna Bianca. Rispose subito il parmegiano e s’accostò a chi l’aveva domandato e si mise a parlare come se cosa d’importanza fosse stata. Angelo Romano, sentendo chiamar colui sotto il nome del parentado di sua moglie, come vide che colui che domandato l’aveva si partí, andò verso il parmegiano e gli disse: – Messere, non v’essendo discommodo, io saperei volentieri chi voi vi sète e di che luogo, e di questo non mi reputate presuntuoso, perché lo faccio a fine di bene. – Era Angelo bell’uomo e d’onorata presenza, e vestiva sempre riccamente; il perché lo scaltrito parmegiano riverentemente gli rispose: – Magnifico gentiluomo, io non so chi voi siate né perché mi domandiate ciò che mi richiedete; ma, che che si sia, io non sono per negare né a voi né ad altri il nome e cognome mio ed anco la patria, e tanto meno ché da molti ve ne potreste informare. Io sono parmegiano, figliuolo di messer Lionardo dei Berlinghieri, e il mio nome è Francesco, ma per la piú parte sono chiamato dal cognome del parentado e detto il Berlinghiero. – Sta bene, – disse Angelo; – conoscete voi uno messer Gian Antonio Berlinghiero? – Ma sí, – rispose egli; – costui è fratel maggiore di mio padre, ma io non l’ho mai veduto, perché mi disse mio padre che sono piú di quaranta anni che egli andò a stare a Vinegia e mai non è ritornato a Parma; ed io mi son disposto, come siano le vacazioni, andar per ogni modo a Vinegia e farmi conoscere per suo nipote. Ma ditemi, lo conoscete voi? – Come se io lo conosco? – rispose Angelo. – Egli è mio suocero, ed io sono genero, ed ho in questa terra sua figliuola mia moglie. – Su questo s’abbracciarono chiamandosi cugini, e si fecero carezze. Invitò Angelo il cugino a desinar seco, ma egli si scusò dicendo che dava desinare a certi scolari, e che un’altra volta anderebbe a visitar la cugina; e cosí si partirono d’insieme. Tutti questi ragionamenti aveva sentito Lione che stava appoggiato ad un altare, e molto di questa nuova invenzione stordí, e s’accorse benissimo del tratto; tuttavia non volle farne altra dimostrazione, ma attese a cortegiar la donna e tenerla sollecitata con messi ed ambasciate, e sempre n’aveva buona risposta, ma con questa aggiunta: che il marito le teneva di continovo le spie a torno. Ora non dopo molto andò il parmegiano a visitar la sua nuova cugina, e v’era Angelo; dai quali fu caramente raccolto e quivi assai insieme ragionarono, di modo che lo scolare, praticando come parente con lei, ed alcuna volta seco e col marito desinando, e menandolo talora al suo albergo a mangiare, contrasse una grandissima domestichezza con loro. E per la commoditá del parentado, disse a la donna la fizzione che fatta aveva d’esserle parente, e tutto il suo amore le discoperse. La donna, o che amasse Lione o per qualche altro suo particolare, non si mostrò da prima pieghevole al parmegiano; tuttavia domesticamente insieme s’intertenevano, il che a Lione era cagione di star molto di mala voglia. Come giá s’è detto, Angelo non contento de la moglie né d’una puttana, ne teneva sempre tre e quattro, e la vita e la roba dietro a quelle consumava, e faceva a la moglie menar una amarissima vita. Avvenne un dí che egli, per qualche altro accidente turbato, si sfogò a dosso a madonna Bianca e le diede molte pugna e calci; di che ella fieramente disdegnata, ritrovò una donna e l’informò a la meglio che ella puoté de la contrada e del nome de lo scolare parmegiano, e che andasse a trovarlo e gli facesse certa ambasciata come udirete. Quel nome di Berlinghiero, non essendo molto usitato, uscí di mente a la buona messaggera, e si ricordò solamente del cugino, e che era giovine assai grande e grossetto. Onde essendo ne la contrada, vide il padrone de la casa ove Lione albergava, e, a quello avvicinatasi, gli domandò se conosceva un giovine grande e ben formato, cugino di madonna Bianca moglie di messer Angelo Romano. Il buon padrone de la casa, o che sapesse qualche cosa de l’amore di Lione, o pur che gli paresse che la donna lo cercasse, perché era grande e grosso, le rispose che egli albergava in quella casa, e andò su e trovò che ancora il buon Lione era sul letto, al quale raccontò ciò che la donna andava ricercando. Egli in un attimo si levò e vestí e venne ove di sotto la vecchia l’aspettava, e salutandola le disse: – Siate la ben venuta, madre mia; che andate voi cercando? – Io cerco, – disse ella, – il cugino di madonna Bianca moglie d’Angelo Romano, del quale mi sono scordata il nome. Ma ai contrasegni che ella m’ha dato, voi mi parete quello. Non sète voi? – Sí sono, madre mia,– rispose egli; – e non è gran meraviglia che vi siate scordata come io mi chiami, perciò che ben sovente i compagni miei non mi sanno dir Berlinghiero. – Sí, sí, – disse la donna: – io ora mi ricordo che madonna Bianca m’insegnò questo nome di Ballanziero piú di tre volte. – Sta bene, – rispose Lione; – che ci è a far per servigio de la mia carissima cugina? – Conosceva pur troppo Lione la vecchia aver errato e che ella cercava lo scolare parmegiano e non lui; ma per intendere che maneggi fossero questi, finse d’esser quello. La messaggera, ché lo vide ben membruto e ché le seppe dire che si nomava Berlinghiero, si credette fermamente che egli fosse quello a cui era mandata, e gli disse: – La vostra cugina madonna Bianca vi si raccomanda per mille volte, e vi prega ben caldamente che oggi per ogni modo, lá circa le diciotto ore, vi troviate ne la contrada dei Servi in casa d’una mia figliuola, ove ella si troverá come sia finito un battesimo al quale ella è invitata. Ella vi vuol parlar di cose che fin a l’anima le importano, ché vi so dire, figliuol mio, che la poverella ha pur troppo che fare con quel suo marito, che è fastidioso piú che non sono le mosche a mezza state. Ma avvertite che bisogna che voi facciate una lettera, che paia che venga da Castello San Pietro ove sta mio figliuolo, che la scriva a sua sorella. Rimanetevi in pace. – Andate, – rispose Lione, – madre mia, e dite a mia cugina che io senza fallo ci sarò a l’ora che ella mi manda, e che stia di buona voglia, ché io metterò bene, se ella vuole, rimedio al tutto. – Partí la messaggera, e Lione, varie cose tra sé ravvolgendo, restò. Pensava che la donna avesse ordine con il parmegiano di trovarsi in quella casa e che quivi con lui si pigliasse amorosamente piacere, e che questa non fosse la prima volta che si fossero trovati insieme, di modo che di gelosia tutto si sentiva morire. Pensava anco che forse ella avesse bisogno di qualche cosa, e che perciò facesse ricercar il parmegiano. Da l’altra parte poi non sapeva che imaginarsi onde venisse che ella in casa non gli parlasse, praticando egli quivi come parente; e su questo faceva mille pensieri, venendogli anco in fantasia che forse il marito s’era avveduto del parentado finto. Ora insomma, non si sapendo al vero apporre, si lambiccava il cervello e faceva mille castella ne l’aria. Egli fece la lettera secondo la instruzione de la vecchia, e, venuta l’ora, si partí di casa, e, per non lasciarsi vedere, ordinò ad un suo compagno, che Petronio Mamolo aveva nome, che mettesse mente, quando la donna partisse di chiesa, in qual casa ella entrasse, e notasse bene la porta. Il Mamolo fece l’ufficio diligentemente, e vide che il parmegiano seguiva dietro a la donna passo passo. Erano sotto un portico, quando il Mamolo vide entrare in una casa la donna, ma non s’avvide se il parmegiano entrasse o no, che gli uscí di vista non so come, perché s’era per una strada rivoltato. Lione, che dal luogo ove s’era appiattato aveva veduto uscir le donne dal battesimo, si mise andar verso il luogo ove la donna sua andava, ed incontrò il Mamolo, che gli mostrò la casa, ma lo pose in dubio se lo scolare ci era entrato o no. Del che Lione d’ira e di gelosia ardendo, disse: – Al corpo di Cristo, io ci vo’ entrar dentro e far questione con questo parmegiano tira sassi, che gli vengano mille cacasangui! – Il Mamolo, veggendo che quella sua còlera lo poteva indurre a far qualche scandalo, modestamente gli disse: – Lione, tu ti lamenti de lo scolare, e non ci hai ragione alcuna. Egli non sa cosa alcuna di questo tuo amore, e va facendo i casi suoi come tutti i giovini fanno. E se si cercasse chi di voi dui si debbia giustamente querelare, io crederei che egli di te a piú giusta ragione si possa dolere, perché prima di te s’è di costei innamorato, e tu lo sai e non gli hai rispetto. Perché vuoi adunque che egli abbia rispetto a te, di cui nulla sa, e non può pensare di farti né dispiacere né ingiuria? Raffrena questa tua còlera e deponi un poco questa passione che t’acceca. Noi possiamo passeggiar qui sotto buona pezza e attendere a che fine il fatto riuscirá. – Veggendo Lione che il Mamolo lo consegliava bene, vi s’accordò e seco si mise a passeggiare. Ma come ebbe aspettato un poco, rincrescendogli fuor di modo l’aspettare, deliberò entrar in casa e disse al compagno: – Io non vo’ piú attendere. Anderò col mezzo de la lettera e vederò ciò che ne seguirá. Che diavolo sará egli? – Con questo andò e picchiò a la porta. Venne la figliuola de la messaggera ed aprendo l’uscio disse: – Chi è lá? chi bussa? – Io sono, – rispose Lione, – un cugino di madonna Bianca, che vengo da Castello San Pietro, ove m’è stata data questa lettera da un fratello de la donna che sta qui dentro. – Entrate, – soggiunse alora la donna, – e andate su, ché giá è buona pezza che madonna Bianca vi aspetta. – E detto questo, fermò la porta. S’accorse a questo Lione che il parmegiano non ci era entrato, e, salite le scale, ritrovò madonna Bianca tutta sola in una camera e cortesemente la salutò; ed entrò seco in ragionamento e le disse de l’error de la messaggera, che a lui in luogo del finto cugino aveva parlato. La donna si scusò, gettando la colpa sovra la messaggera che non aveva saputo dire, perché in effetto ella a lui l’aveva indrizzata. O sí o no che fosse vero, mostrò Lione di crederlo e le disse: – Poi che cosí è, se voi m’averete per quel servidore che vi sono, mi comandarete senza rispetto veruno tutto quello che conoscerete esser in mio potere di farvi servizio, perché mi trovarete sempre a’ vostri comandi ubidientissimo. – Dicendo queste parole ed altre cose assai a simil proposito, cominciò a basciar la donna amorosamente, la quale, facendo alquanto de la ritrosa, diceva che egli avesse rispetto a la donna che aveva menata seco e a quella di casa. Ma egli, oltra i baci, adoperando le mani per venir al godimento de l’amore de la donna, le diceva che sapeva molto bene che si poteva fidar di loro, e che non voleva perder la tanto desiderata e attesa occasione; e riversatala sovra un lettuccio, due volte seco giostrò. Fatto questo, la donna gli narrò la pessima vita che col marito aveva, e come la roba con le puttane dissipava, e che piú volte l’aveva date tante busse che con assai meno un somaro sarebbe ito da Bologna a Roma. E fieramente in braccio a Lione piangendo, il pregò che la volesse aiutare e levarle dinanzi dagli occhi il tristo del marito. Lione, confortata la donna con buone parole, largamente le promise che pigliarebbe l’opportunitá e che l’ammazzerebbe. E con questo entrarono a far la terza volta la danza trivigiana. Dopo Lione pregò la donna che, avendo questa comoditá de la casa di quella buona donna, talora ivi si volesse ritrovare, ove darebbero, oltra il piacere che prenderia ciascuno di loro, ordine ai casi loro, perciò che ella lo potrebbe talora avvertire ciò che il marito facesse e dove andasse. La donna disse di farlo, e cosí Lione, ben sodisfatto de la donna, si partí, ma non giá che avesse animo di voler ammazzare il marito di lei: ben desiderava, mentre che in Bologna gli conveniva dimorare, intertener la pratica de la donna e goderla, parendogli persona gentile, netta e molto «buona roba», come si dice, e che macinava gagliardamente. E cosí qualche tempo ne la pratica si mantenne. Due e tre volte assalí Angelo, piú per farlo fuggire che con animo di fargli male. Il che sapendo la donna, si teneva pur in openione che l’amante devesse ammazzarle il marito, e sovente si ritrovava con Lione a la casa de la buona messaggera, ove facevano buon tempo. Veggendo poi che l’effetto de la morte del marito non seguiva, e desiderando ella per ogni modo di farlo morire, andò tanto investigando che s’avvenne in uno scolare forlivese che era gran distillatore d’acque avvelenate, dal quale col prezzo del proprio corpo n’ottenne tanta, che in una cena avvelenò suo marito nel bere, il quale in un giorno, essendo subito fuor di sé uscito, morí miserabilmente, senza che se gli potesse porgere in modo alcuno aita. La donna si mostrò fuor di misura dolente di questa morte, ed essendo il corpo del marito stranamente gonfiato, fu fatto giudicio da’ medici che egli fosse stato attossicato. La giustizia avendo fatto veder il corpo, e non v’essendo accusatore alcuno, e la moglie lamentandosi che le puttane gliel’avevano avvelenato, credette che cosí fosse, e fece essaminare la detta sua moglie, che altro non seppe dire se non che credeva cosí: che qualche puttana, per invidia l’una de l’altra, avesse cotal sceleraggine commessa. E tanto piú la cosa fu creduta, quanto che una di quelle puttane che Angelo teneva, subito che lo sentí morto, se n’andò a Vinegia; il che diede gran sospetto a la cosa. Restata madonna Bianca in libertá e, per quello che seguí, avendo promesso a lo scolare forlivese di prenderlo per marito, cominciò in certo modo a dar del grosso a Lione e non voler piú sua pratica. E da lui essendo con lettere ed ambasciate frequentata, tenne via, col mezzo del forlivese, che alcuni che facevano il bravo lo andarono a minacciare che se non lasciava star madonna Bianca, che guai a lui. Egli, che non era figliuolo di passera, venne con uno di loro a parole e da le parole a’ fatti, e senza pettine lo scarmignò di modo che gli pelò tutta la barba, e diede di gran pugna e calci, non si trovando alora nessuno di loro arme a lato. Dopo questo Lione scrisse in còlera una lettera a la donna e la minacciò di farla femina del volgo e manifestar la morte del marito, che egli sapeva di certo che ella aveva avvelenato. Il perché la donna per pacificarlo lo mandò a pregare che a la solita casa si ritrovasse; ove le parole furono assai: a la fine la cosa si pacificò per mezzo di giacersi insieme. Era Lione alora per partirsi per andare a l’impresa contra i turchi in Ungaria, e disse a la donna: – Io fra dui giorni mi partirò, e prima ch’io parta voglio esser profeta e dirvi che, se Dio mi dá grazia di ritornare, io vi troverò che sarete maritata con colui che v’ha servita de l’acqua mortifera. Guardate che voi non saltiate de la padella sovra carboni affocati. – Aveva Lione saputo di questa acqua per via d’una donna de la quale madonna Bianca s’era fidata. Stordí la donna sentendo che Lione sapeva cosí bene come ella la cagione de la morte d’Angelo, e non gliela seppe negare. Ora andò Lione a l’impresa contra turchi, la quale fu d’assai piú spavento agli infedeli che di danno, non avendo l’imperadore saputo seguitare la sua buona fortuna. Ritornò poi a Bologna Lione, e, come aveva predetto, trovò che madonna Bianca s’era maritata ne lo scolare romagnuolo, e le mandò pregando che a la solita casa si ritrovasse. Ella, che si sentiva Lione averle nei capelli le mani, non gli volle disdire e v’andò, e con lei Lione amorosamente si trastullò. E durando questa pratica, il marito di lei, entrato in gelosia, la levò fuor di Bologna e la condusse a Castrocaro, castello de la diocesi forlivese ma di giurisdizione de’ fiorentini; ove io intendo che il marito la tiene molto stretta, facendole far la penitenza dei peccati passati.


Il Bandello a l’illustre e vertuosa signora
la signora Margarita Pia e Sanseverina salute


Questo agosto passato, essendo al lor luogo del «Palagio» vicino a l’Adda i signori sempre con prefazione d’onore da esser nomati, il signor Alessandro Bentivoglio e la signora Ippolita Sforza sua consorte, furono invitati ad andar al Borghetto il giorno di san Bartolomeo, che è la festa titolare di detto luogo, il quale è da la famiglia da Ro, che in Milano è nobile ed antica. Quivi furono i detti signori molto onorati, e vi stettero la festa e il dí seguente in grandissimi piaceri, in compagnia di molte gentili persone. Il secondo dí, dopo desinare, essendo il caldo grandissimo, ché il vento d’austro spirava, si ridusse tutta la compagnia in una gran sala di quei palazzi che vi sono, la quale era assai fresca e guardava sovra un molto grande ed ameno giardino, con pergolati tanto lunghi che sarebbero bastanti al corso d’ogni buon cavallo. In quella sala chi ragionava, chi giocava a tavoliero e chi a scacchi, chi sonava, chi cantava e chi faceva ciò che piú gli era a grado per passar quell’ora fastidiosa di merigge. Alora la signora Ippolita chiamò a sé l’affettuoso ed arguto poeta e dottore messer Niccolò Amanio, messer Girolamo Cittadino e messer Tommaso Castellano suo segretario, e volle che io fossi il quarto tra quei tre gentilissimi e dotti uomini. Ed avendo ella in mano il divino poeta Vergilio, e nel sesto de l'Eneida leggendo molti versi, cominciò a preporre di bellissimi ed ingegnosi dubii secondo le materie che leggeva. Essendosi dette di molte belle cose e da lei e dagli altri, ella pregò messer Niccolò Amanio che volesse con qualche novella aiutare a passar allegramente quel tempo che del caldo avanzava. L’Amanio si scusò pur assai; nondimeno veggendo che la signora Ippolita non accettava le sue scusazioni, ci narrò la novella d’Antioco e di Stratonica: la quale, essendo stata da me scritta, m’ho pensato, essendo tanto che nulla v’ho scritto, di mandarvi e sotto il vostro nome metterla fuori. Voi la vostra mercé so che volentieri leggete le cose mie, ed il medesimo anco fa la vertuosa vostra cognata, la signora Graziosa Pia; però quando l’averete letta, mi farete grazia di far di modo che essa signora Graziosa la possa vedere. State tutte due sane.