Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella XVIII

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Seconda parte
Novella XVIII

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Piacevole e faceto detto d’un tedesco in una publica festa
circa il bere, e la festa a Napoli si faceva.


Noi ci becchiamo il cervello, compagni miei cari, se pensiamo determinatamente dire che questa nazione beva piú d’un’altra, perciò che d’ogni nazione ho io veduto bevitori grandissimi, e trovato tedeschi e francesi assai che piú amano l’acqua che il vino. È ben vero che pare che siano alcune nazioni che amano piú il vino una che l’altra; ma in effetto tutti beviamo molto volentieri. So io bene che ho conosciuti italiani sí avidi e gran bevitori che non cederebbeno a qual si sia tra gli albanesi o tedeschi famoso ingozzator di vino. E che direste voi se io vi nominassi un lombardo, il quale ho veduto far brindisi con tedeschi a una tavola d’un cardinal tedesco e vincergli tutti, ed anco riportar la palma baccanale tra gli albanesi? Il franzese beve spesso e vuole buoni e preziosi vini ma bene innacquati, e beve poco per volta. L’albanese ed il tedesco vogliano pieno il bicchiero e da la matina a la sera e tutta notte aver il vino a la bocca. Lo spagnuolo che a casa sua beve acqua, se beve a l’altrui spese, per Dio, terrá il bacile a la barba a chi si sia. Per l’ordinario poi credo io che i tedeschi, signori e privati d’ogni sorte, si dilettino piú di giocar a bere che altra nazione, e publicamente a tavole signorili s’inebriano di modo che ad un ad uno bisogna portargli a casa ebri e fuor di sé; né questo tra loro è reputato vergogna. Ora sovvenendomi un bel detto d’un tedesco a questo proposito, vi narrerò una piacevol novelletta. Poi che Francesco Sforza, di questo nome primo duca di Milano, per mantener la pace in Italia fece la famosa lega de la unione di tutti i potenti italiani, al tempo di Pio secondo pontefice massimo, maritò Ippolita sua figliuola con Alfonso di Ragona primogenito del re di Napoli Ferdinando il vecchio. Fu condotta onoratissimamente la nuova sposa a Napoli, ove le nozze si fecero pompose e bellissime, come a dui sí gran personaggi si conveniva. Avevano tutti i signori d’Italia mandati ambasciatori ad onorar le nozze, e il duca Francesco aveva fatto accompagnar la sposa dai piú onorati feudatarii e gentiluomini di Lombardia. Ora tra l’altre feste, bagordi e giuochi, che molti si fecero, s’ordinò una solenne e pomposissima giostra, che si fece un dí che era caldo grandissimo per esser di giugno. Quivi comparsero i giostratori con abbigliamenti superbi e ricchissimi, con vaghe e ben ordinate imprese secondo l’appetito di ciascuno, e feroci e generosi cavalli. Corsero tutti ed assai lance si ruppero con lode di chi giostrava e con non picciolo piacere di chi a lo spettacolo era. Finita la giostra, altro non si sentiva se non lodar questi e quelli, e dire: – Il signor tale ha rotte tante lancie, quel barone ha tante bòtte e quel cavaliero ha fatto cosí e il tal cosí. – Ecco in quello che si fece silenzio per bandire chi avesse l’onor de la giostra, che un tedesco che era suso una baltresca, non aspettato che il vittore si bandisse, cominciò quanto piú forte puoté a gridare e dire: – Maledetto per me sia quel giuoco e maladette tutte le feste e bagordi ove non si beve! – Non dimandate se vi fu da ridere, e tanto piú che egli si mise a gridare: – Vino, vino, vino! – Onde non so se mai fu tra tanta moltitudine detta cosa per cui tanto si ridesse, come per le parole del tedesco buona pezza si rise.


Il Bandello al signor Pietro Francesco di Noceto conte di Pontremoli,
scudiero e gentiluomo di camera di sua Maestá cristianissima


Ancora che sempre l’uomo debbia prima che parli maturamente considerar le parole che vuol dire e aver riguardo al tempo, al luogo, a la materia che si tratta ed a la persona con la quale ragiona, mi pare nondimeno che molto piú avvertir vi si debbia quando s’è a la presenza dei suoi maggiori, e molto piú se si parla con un gran prencipe e re: sono i re sacrati e pieni di maiestá, e convenevol cosa è che noi quasi come un nume gli onoriamo. Onde ragionando voi in Pinaruolo e molte cose del re Lodovico undecimo dicendo, il signor Cesare Fregoso, cavalier de l’ordine del re cristianissimo e in Italia suo luogotenente generale, dilettandosi senza fine d’udir l’azioni e pronte risposte di detto re, pregò molti dei capitani e signori che al ragionamento erano presenti, che se v’era alcuno che sapesse qualche bella cosa d’esso re, la volesse dire. Il gentil e valoroso colonnello il signor Lelio Filomarino, confermando ciò che voi detto avevate, narrò appresso una pronta ed arguta risposta che esso re diede a Lodovico, alora duca d’Orliens, suo genero. E ancor che il detto fosse mordace, fu tuttavia dato in tempo ed a proposito. Voi alora mi pregaste che io lo volessi scrivere ed al numero de l’altre mie novelle aggiungere. Il che avendo fatto, ho anco voluto che sotto il nome vostro segnato resti per memoria e testimonio de la mia osservanza verso voi; e ve la mando e dono. State sano.