Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella XXII

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Seconda parte
Novella XXII

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Seconda parte - Novella XXI Seconda parte - Novella XXIII
Il signor Giovanni Ventimiglia ama Lionora Macedonia e non è amato.
Egli si mette ad amar un’altra. Essa Lionora poi ama lui e non essendo
da lui amata si muore.


Avendo il re Alfonso di Ragona lasciati i regni suoi di Ragona e Catalogna sotto il governo de la reina Maria sua moglie e posto il seggio suo in Napoli che con tante fatiche si aveva acquistato, essendo uomo degno d’esser per le rare sue doti a qualunque imperador romano comparato, attese a pacificar con ogni diligenza il regno, che era per molti anni innanzi da molte guerre stato quasi tutto posto in rovina. Ed avendo messo ordine al tutto, diede il ducato di Calabria a Ferrando suo figliuolo, col quale pose molti suoi creati che in tutte quelle guerre per mare e per terra erano stati seco. E tra gli altri vi fu nobilissimo barone siciliano al quale aveva donato il marchesato di Cotrone, che si chiamava il signor Giovanni Ventimiglia, cavaliero pronto di mano e prudente di conseglio. Era la corte del re Alfonso la scola di tutti i gentili costumi, e gli studii de le lettere in quella cittá fiorivano. Ora essendo il Ventimiglia fermato in Napoli, avvenne che facendosi una grandissima festa ove si trovavano quasi tutte le prime donne de la cittá, egli vide una bellissima giovane di venti anni, che si chiamava la signora Lionora Macedonia, maritata nel signor Giovanni Tomacello, uomo assai giovine e ricco. La signora Lionora nel vero era una de le belle e vaghe gentildonne di Napoli, ma tanto superba e sí schifevole che ella non averia degnato di far buon viso al re, e da tutti era chiamata per sovranome «la sdegnosa». Il Ventimiglia, che era poco tempo che in Napoli aveva preso la stanza e non conosceva molto le donne, giudicò l’animo de la Macedonia dever essere conforme a tanta beltá quanta in lei vedeva, non possendo imaginarsi che crudeltá albergasse con cosí vago volto. Onde nei lacci d’amore per lei irretito, deliberò usar tutti quei mezzi che per amante alcuno fossero possibili ad usare, a ciò che l’amor de la donna ne acquistasse. Egli era in Sicilia molto ricco di patrimonio e nel Regno aveva parecchie migliaia di ducati d’entrata. Cominciò adunque a passarle spesso dinanzi a la casa, e quando gli era la fortuna favorevole che veder la potesse, le faceva sempre onore e riverenza, ma di modo che a nessuno dava di sé sospetto. Se festa si faceva ove ella andasse, egli vi compariva molto ben in ordine e si sforzava con ogni modestia farla del suo amor avvista, e cercando con la vista di lei pascer gli occhi, faceva le sue amorose fiamme assai maggiori. Se si giostrava o bagordava, nessuno meglio in punto vi veniva di lui, il quale essendo quanto altro che ci fosse prode de la sua persona, sempre ne portava grandissimo onore. Come ella si faceva dal sarto tagliar vestimento nessuno, egli che aveva per tutto le spie, di quei medesimi colori sé e la sua famiglia vestiva e de la medesima foggia i cavalli faceva coprire. Quando s’armeggiava, egli dinanzi a la baltresca ove ella sedeva, sovra gagliardi e ferocissimi cavalli si faceva vedere, e quelli destrissimamente spingeva, ritirava, faceva levar in alto con tutti quattro i piedi, faceva balzare, girarsi ad ogni mano e spesso saltar oltra le sbarre, di tal maniera che quanto ogni gran cavalcatore sappia fare era da lui leggiadramente fatto. E perciò che era giovine molto galante e cercava di far piacer a tutti, generalmente ciascuno l’amava. Ora non seppe egli mai tanto fare né tanto affaticarsi che ella mai gli mostrasse buon viso, del che egli ne viveva molto di mala voglia, come quello che ogni suo amore aveva in lei messo, senza la quale non era cosa al mondo di cui gli calesse. Ritrovandosi il Ventimiglia in cosí penoso stato, ebbe modo di scriverle una lettera che averia mosso a pietá i sassi, e quella le mandò segretissimamente, e a bocca anco le fece dir molte buone parole. Ma il tutto fu buttato via, perciò che la signora Lionora non volle la lettera accettare né udire l’ambasciata, anzi per l’avenire s’asteneva assai d’andar a le feste. Ed in vero difficil cosa è a conoscer il cervello e l’appetito di molte donne, le quali nobilissimamente nasciute, gentilmente nodrite, altamente maritate e da nobilissimi e vertuosi giovini vagheggiate, scherniti i mariti, sprezzati gli amanti e dietro le spalle gittato l’onore, spesse fiate a uomini d’infima sorte si sottomettono, a vilissimi servi talora si dánno in preda. Altre poi ci sono che saranno da dui gentiluomini amate, dei quali uno sará vertuoso e bello, e con ogni modestia, per non far accorger la gente, fará tutto quello che deve far un innamorato che sia gentil e segreto; l’altro pur che abbia il suo intento, de l’onor de la donna non si curando, attenderá se non al suo piacere, sará presontuoso, poco fedele, ciarlatore e maldicente: e nondimeno elle, lasciato il primo che è da bene, prenderanno il secondo, dal quale altro che biasimo non acquistano. Che diremo di queste cotali? Nel vero, se fosse lecito dir mal de le donne, io so ben ciò che ne direi; ma non si potrebbe far senza accusar il sesso loro, dal quale par che siano inclinate al peggio. Or che diremo di quelle elle, da vertuoso e gentil amante unicamente amate e servite, quello fuggono e in preda a tale si dánno che chiaramente conoscono esser de l’amor d’altra irretito, anzi che per ogni contrada de la cittá dá del capo, non si contentando d’una ma volendone quante può ingannare? Né crediate che io parli al vento, ché quando bisognasse venir ai particolari io vi farei stupire. Ma torniamo a l’istoria nostra. La signora dunque Lionora che con uno sguardo, senza ingiuria del marito e senza biasimo di persona, averebbe potuto intertener e guiderdonar il suo amante, che essendo gentil e discreto non voleva da lei cosa che fosse di vergogna, quanto men poteva si lasciava vedere, e se a sorte si fosse trovata in chiesa od a festa ove il Ventimiglia fosse stato, da la chiesa subito si levava e andava altrove, e su le feste mai non gli volgeva il viso. Di che chiaramente il cavaliero avvedutosi, ebbe di doglia a morire. E perciò che nessuno prode e generoso guerrero more fuggendo, il Ventimiglia che sovra ogni altro era magnanimo e costante, e nel cui core era con saldi chiodi il nome de la donna fitto, non si rimosse punto da la sua ferma impresa, anzi costantemente perseverò piú che prima ad esser fieramente di lei acceso. E deliberandosi provar tutto quello che possa una vera servitú con una donna, si pose, amando e servendo, a far ogni cosa per vedere se era possibile di spezzar tanta durezza di lei e la gran fierezza pacificare, in modo che l’amore, che assai segreto era, si fece a tutto Napoli palese e manifesto, e fu publico qual fosse la donna per cui tante fogge e spese egli aveva pomposamente e con inudita magnificenza fatte. Ora a lungo andare, ché giá piú di dui anni in queste pene era l’infelice amante dimorato, parve che la donna piú si mostrasse dura, ritrosa e superba e che non degnasse ch’egli le scrivesse; onde il misero Ventimiglia fu piú volte vicino a darsi di propria mano la morte, tanto gli era noioso il vivere senza la grazia di costei. Il perché essendo un giorno solo ne la sua camera ed a la crudeltá de la sua donna pensando e circa questo d’uno in altro pensiero travarcando, a la fine, poi che buona pezza ebbe tacitamente passeggiato, sovra un lettuccio tutto lasso e stracco si gettò, ove con gli occhi pregni di lacrime in queste voci proruppe: – Ahi, sventurato Ventimiglia, quanto fu fiera la stella sotto cui nascesti, quanto sfortunato quel punto che in guardar cosí cruda beltá gli occhi apristi! Com’è egli mai possibile che sotto sí leggiadro e vago viso alberghi tanta crudeltá? Veramente l’aurea testa, quella serena fronte di pura neve, le nere e arcate ciglia cui sotto dui folgoranti e mattutini soli fanno invidia a Febo, il condecevol e profilato naso, le guancie che due colorite rose rassembrano, quella rosata bocca a che sotto dui finissimi rubini perle orientali nasconde, la candida e rotonda gola, il mento bellissimo, l’eburnee spalle, il rilevato e marmoreo petto, quelle due mammelle piene di mele ibleo, le belle braccia, le bianchissime e quanto convien lunghe e sottili mani, la persona tutta leggiadra e snella, quei piccioli piedi che a pena la terra toccano e tutto quello ch’io in quel divinissimo viso contemplo, mi promettono pure ch’ella sia donna. E se è donna, se è cosí bella, se è cosí leggiadra, come è cruda? come è fiera? Oimè, quanto male stanno insieme estrema bellezza e somma crudeltá! Ché se fosse pia, qual mai parte in donna desiderar si potrebbe ch’in lei non fosse? Ma ella dirá forse che io nel mio giudicio troppo m’inganno, perciò che quella parte che io chiamo crudeltá è vera onestá e modestia e desio d’onore, e non fierezza. Ed io che cosa men che onesta le chiedei giá mai? che altro volli io da lei se non lo splendore di quei suoi begli occhi? che altro le ho io ricercato se non che per servo m’accettasse? che fosse contenta farmi quel favore che onestamente far mi poteva, o che almeno degnasse che io le fossi servidore, ch’io l’amassi e la servissi? Oimè, signora Lionora, e qual maggior crudeltá può al mondo essere che aver in odio uno che piú assai che se stesso t’ama? uno che in altro mai non pensa se non in farti cosa grata, in servirti, onorarti e adorarti? Ben è vero il cognome che le dánno e al nome suo conforme, cioè che è una lionessa sdegnosa. Non è costei certo donna, ma è un’aspra e fierissima tigre, né solamente è crudele, ma è sovra tutte l’ingratissime la piú ingrata. Che giova a me, oggimai tre anni sono, aver ferventissimamente amata anzi adorata costei, aver perduto tanto tempo, tante volte giostrato, vigilate tante notti, sparse tante lagrime, sprezzate mille altre nobilissime donne e tante venture perdute? Che debb’io altro di lei pensare se non ch’ella brami il mio sangue e sommamente appetisca che io di me stesso divenga omicida? Ma ella non averá giá cotesta contentezza, ché io mi delibero cacciarla fuor del mio core e divenir altr’uomo da quello che fin qui sono stato, essendo piú che sicuro che io per costei sia divenuto favola del volgo. Egli non sará giá vero che io l’ami piú. E perché debbo amarla, se ella m’odia? – Cosí l’amoroso cavaliero, vinto e stracco de la crudeltá infinita de la sua sdegnosa donna e pentito di tante fatiche indarno spese, fece questa deliberazione, e giá gli pareva d’esser del tutto sciolto. Da l’altra parte ad un tratto in lui si destò il concupiscibile appetito, in modo che tutto il contrario disse di quello che detto aveva e gravemente se stesso riprese, parendogli aver follemente errato: – Ahi, perfido e sleale che io sono, che ho io detto? che pensiero folle m’è in petto entrato? Come ardirò io giá mai andar dinanzi a quella che ora cosí indebitamente e villanamente ho crudele, ingrata, fiera, superba e micidiale chiamata? sarò io cotanto temerario e sí presontuoso che osi senza grandissima vergogna comparirle dinanzi? E che so io che ella tale contegno non mostri per sperimentar la mia fede e la mia perseveranza? Che cosa ho io per lei mai operata, che pegno le ho io dato che ella debbia esser de la mia fede sicura? Se io tante fiate per ischiavo me le sono donato, non può ella di me come di cosa sua far tutto quello che piú le gradisce? Dunque sarò io cosí villano e perfido cavaliero che quel che liberamente le ho dato le voglia rapacissimamente tòrre? Lievi da me Iddio questo peccato e non permetta che io le rubi ed involi ciò che è suo. Io nacqui per servirla, e cosí farò. Attenderò adunque a servirla ed amarla come fin qui ho fatto, avvengane mò ciò che si voglia. – Con questo pensiero perseverò circa dui anni come prima faceva, servendola ed onorandola, né mai ebbe da lei una sola rivolta d’occhi. E perché in effetto egli amava ardentissimamente, non poteva talora essere che egli non facesse de le cose stracuratamente, per le quali tutta la corte e quanti erano in Napoli s’accorsero di questo amore, ben che prima ancora da molti se n’era alcuna cosa detta. Furono molti baroni amici suoi i quali, veggendo che egli dietro a costei si consumava, agramente lo sgridarono, e tanto piú lo garrivano quanto che la superbia ed ostinazione de la donna appo tutti era notissima. Non era dentro Napoli cittadino né gentiluomo a cui non dolesse che il Ventimiglia fosse cosí da la donna sprezzato, perciò che da tutti era ben voluto e generalmente amato. Ci erano ancora de le signore e gentildonne napoletane che volentieri averebbero dato il lor amore al Ventimiglia, se egli l’avesse amate e ricercate; ma il povero amante era tanto fitto in costei che a nessuna metteva mente. Ora avvenne che essendo di state, il duca di Calabria, per fuggir l’aria che in Napoli suol esser molto calda, andato a starsi qualche dí ai bagni di Pozzuolo, – luogo, come tutti sapete, ameno e dilettevole, che ai tempi antichi era il diporto dei gentiluomini romani, come ancora le rovine di molti superbissimi palazzi fanno fede, – andò il Ventimiglia ancor egli fuora col duca. E mentre che a Pozzuolo si stette, soleva il Ventimiglia dagli altri rubarsi, ed ora sul lito del mare, ora per gli aperti e dilettevoli campi qualche antichitá contemplando, ora per i fruttiferi e non troppo erti colli, per le frequenti e fresche caverne, per quei laghi e luoghi sulfurei, per le selvette di cedri e naranci e per tanti altri luoghi di piacere che ci sono, andarsi diportando; e sempre il suo pensiero era come deveva fare per acquistar la grazia de la donna. Il signor Galeazzo Pandono che era suo grand’amico aveva un grandissimo dispiacere de la vita che far gli vedeva, e volentieri averebbe fatto ogni cosa per levarlo da questo amore. Onde un giorno fra gli altri, essendo a buon’ora levato il duca e andando diportandosi lá verso la spelonca de la Sibilla, il signor Galeazzo, preso per mano il signor Giovanni Ventimiglia, gli disse: – Signor marchese, lasciamo andar il signor duca ove vuole e andiamo noi dui lá ove sono quegli allori, ché io desidero molto appartatamente parlar teco. – Andiamo, – disse il Ventimiglia, ché ad ogni modo io me ne voleva andar in altra parte. – E cosí tutti dui pervennero al luogo dissegnato e sotto gli allori su la minutissima erbetta s’assisero. – Signor marchese, – cominciò alora il Pandono, – io lascierò da parte le cerimonie, essendo fra noi la fratellevol amicizia che giá molti anni è stata, e verrò al nodo de la cosa che io vo’ dirti. E comincierò da la vita che questi dí qui a Pozzuolo t’ho veduto fare, perché, a dirti il vero, tu mi sei paruto uno di quei filosofi che vanno investigando l’origine de le cose naturali, cosí sei stato pensoso e solitario, ché tutto il dí sei andato per questi luoghi fuggendo la compagnia. E non sono, credo, cinque giorni che essendo il conte di Celano ed io lá su quel poggetto, ti vedemmo tutto solo qui a questa fontana starti piangendo, e piú d’un’ora stemmo a mirarti, che tu sempre lagrimando e spesso levando gli occhi al cielo dimostrasti. – Ecco, – mi disse il conte di Celano, – a che termine è condotto il marchese di Cotrone per la signora Lionora Macedonia moglie del signor Giovanni Tomacello. Egli l’ama e séguita giá sono molti dí, ma ella che è sdegnosa com’un can bottolo, di lui né di cosa che si faccia punto non si cura, che, per l’anima di pátremo, m’è venuto piú volte voglia di sgridarlo e fargliene un gran romore. Ma perciò che io non ho seco molta domestichezza rimasto mi sono, e nondimeno io l’amo come mio fratello, sapendo quanto è onorato e gentil cavaliero. A te, signor Galeazzo, stará bene, che sei suo domestico, a levarlo fuora di questo laberinto. – Io gli promisi di farlo con la prima comoditá che mi occorresse, ancor che mi sia molte altre fiate deliberato di farlo. Ma ora egli sará assai per tempo, se avviene che le mie parole fruttino a te la tua libertá. Egli sono giá alquanti anni che tu ami costei, e se pensassi che il tuo amore fosse segreto, tu largamente t’ingannereste, perciò che non è favola in Napoli piú nota di questo tuo amore, e ciascuno ne parla e infinitamente si meraviglia che tu ti perda dietro a costei, essendo la piú sdegnosa e superba femina che si truovi. E tu pur sí fitto in lei ti sei che ad altro l’animo rivolger non puoi. Le spese che tu per lei fatte hai lascio andare, perciò che questo è il minor male che ci sia, ché essendo, come sei, in Sicilia e qui nel Regno ricchissimo, per aver fatte le fogge che fatte hai e comparso sempre su le feste e su le giostre pomposamente, hai il tuo e mio signore onorato e acquistato nome d’esser il piú liberal e splendido barone che sia in corte, il che non poco caro esser ti deve. Del tempo poi perduto dietro a costei, d’aver mill’altre vie utili ed oneste lasciate da parte, d’esser di te stesso quasi ogni dí micidiale e andar d’ora in ora di mal in peggio, questo ben ti deveria calere e di questo per amor tuo a me ne vien di continovo dolor infinito, e tanto piú quanto io sento dirsi sovente in corte da tutti, che tu dietro a costei sei in modo perduto che piú di nulla ti cale e che di te piú non sei signore. Molti sono ancora che, come di te si favella, dicono che tu piú non sei il solito marchese di Cotrone, ma che sei trasformato in Lionora Macedonia e che altro dio tu non hai al mondo che lei, la quale tanto di te e de le cose tue fa stima, quanto tien cura de le prime scarpette che mai le furono poste in piede. Né creder giá che questo dichino ché mal ti voglino; ma la pietá che di te hanno, l’amore che ti portano e il desiderio che in loro regna di trarti fuor di questo inferno, gli astringe a dir ciò che favellano ed aver di te compassione. E per Dio! a dirti liberamente il vero, tu ti sei pur lasciato fuor di misura a l’appetito trasportare. Tu che ne l’altre cose tue sempre dimostrato ti sei prudentissimo, in questa impresa sei di modo accecato che hai dinanzi agli occhi la tua manifesta morte e, che peggio è, la vergogna, il vituperio e il biasimo eterno del tuo nome, e nol vedi. Tu che nel mestieri de l’arme sotto il nostro glorioso re Alfonso tante volte hai le squadre nemiche rotte, e le genti a te commesse per mezzo i nemici a salvamento condotte, ora te regger non sai e in luogo sicuro ritrarti non puoi, anzi da una feminella vinto, a lei per schiavo ti sei reso e come fanciullo dinanzi al maestro che lo sferza, tremante te ne stai. Ma da qual femina, Dio buono, sei tu vinto? Non negherò giá che non sia de le belle giovani di Napoli e nobilissimamente nasciuta ed altresí in nobile e ricco gentiluomo maritata, perciò che negarei quello che ciascuno vede e sa. Ma dimmi: qual vertú è in lei? che costumi degni di commendazione ci hai veduti? che modi donneschi e leggiadri in lei hai notati? che accoglienze, che maniere e quai sembianti di gentilezza t’è paruto conoscere che meritin lode? Dirá forse alcuno: «Ella è casta e onesta, e non vuol far cosa che possa né a sé né al marito suo recar infamia». Sta bene: cotesto è ben fatto, perciò che la donna, come ha perduto l’onestá, ha perduto tutta la gloria e tutto il ben suo. Ma quelle che veramente sono oneste, quelle che bramano per tali esser tenute, sono gentili e cortesi, e se vedeno che uomo ci sia che cerchi espugnar la lor pudicizia, fanno loro intender con bel modo che si levino da l’impresa e che eglino pestano acqua nel mortaio e lavano i matoni. Non sono come è costei, sdegnose, superbe, capricciose e piene di mille tristi vezzi. Non vedi che questa che tu segui non si cura di te, e meno cura che tutto il mondo sappia che per lei tu faccia sí strana e penosa vita? E il tutto avviene per ciò che ella in sé non ha né costumi né gentilezza. Questa sua beltá che tu tanto apprezzi è come un fiore, che il matino bello appare e la sera languido e secco si mira. Un poco di febre e il corso del tempo ogni bellezza le involeranno, e resterá un pezzo di carne senza bene alcuno. Dunque una semplice bellezza senza il fregio di qualche vertú terrá l’animo tuo sí vituperosamente legato? Perdonami, frátemo, e odi pazientemente il vero. Veggio che tu ti adiri, ché il viso tuo cangiato me ne dá indizio. Turbati e adirati quanto vuoi, ché poi che ho cominciato a scoprirti l’error tuo, io seguirò il camino col lume de la veritá. E se tu metti un poco da canto questa tua amorosa passione che ti acceca, vedrai che io dico il vero, e se ben adesso mi vuoi forse male, col tempo me ne vorrai bene, ché a lungo andare questa tua pazienza infinita resterá vinta e conoscerai da te stesso l’errore ove sarai tanto tempo dimorato. Ma questi tali pentimenti sono di poco profitto. Quello che il tempo, che è padre de la veritá, ti fará col suo veloce corso conoscere, fa che tu con la prudenza tua ora conosca, e sarai da tutti commendato. Ov’è l’ingegno tuo? ove è il valore? ove è l’avvedimento e il discorso de l’intelletto che tante fiate ne l’imprese marziali t’ha fra gli altri fatto tanto di onore? ov’è il pregio de la tua cavalleria che hai acquistato, non farneticando dietro a femine e a vani amori, ma operando cavalerescamente? ove sono tante altre doti tue che in questa corte ti fanno cosí riguardevole? Certo che di te troppo mi duole, e troppo mi spiace vederti perduto come ti veggio. Né voglio giá ora diventar un frate e predicarti la castitá e l’aborrire tutte le donne, ché so che sei ancor giovine e che difficil cosa è a chi vive delicatamente e in libertá astenersi dagli abbracciamenti de le donne. Io vorrei che tu amassi ove l’amor tuo fosse ricambiato, o almeno avessi speranza dopo la fede e lunga servitú aver qualche guiderdone. Ma tu ami costei che t’odia e che è piú superba e ritrosa che il nemico de l’umana natura. Non è ancor guari che essendo io a Santa Maria Piedigrotta con una nobilissima e bella compagnia di dame a cena ne l’amenissimo giardino del Caracciolo, che a caso si parlò di Lionora Macedonia moglie del Tomacello; de la quale tutte dissero che in effetto era bellissima, ma che non era possibile che una cosí superba, sí disdegnosa e poco cortese si potesse trovare, e che non aveva compagnia di parente né d’amica con la quale potesse lungamente durare, perché si stima piú che persona del mondo e non degna nessuno, sia chi si voglia. Questo è il nome che questa tua donna appo uomini e donne s’ha con le sue sí schifevoli maniere acquistato. Il perché usa omai la libertá de l’arbitrio tuo e getta a terra questo cosí gravoso peso che non ti lascia respirare. Purga questo mortifero veleno che il cor t’ammorba. E se pur amar vorrai, non ti mancheranno belle donne, gentili e vertuose, che averanno caro d’esser da te amate e di reciproco amore t’ameranno. Pon fine omai a questo tuo male, ché quanto piú tarderai tanto ti sará maggiore, e potria di modo fermarsi che diverria peggio che il fistolo. Mettiti di prima Iddio innanzi agli occhi, poi gli amici e l’onor tuo e la vita, ché in vero n’è ben tempo omai. Ed io per ora non saperei che piú dirti. – Qui tacque il Pandono aspettando ciò che il marchese risponderebbe. Il quale, dal vero ed onesto parlare de l’amico trafitto, stette un poco senza dir nulla, tutto nel viso cambiato; ma dopo un gravissimo sospiro cosí rispose: – Io conosco assai chiaramente, signor mio, tutto esser vero quello che ora cosí amorevolmente m’hai dimostrato, e senza fine te ne resto ubligatissimo. Vivi allegramente, ché a sordo cantato non averai né spese le tue parole invano. Io spero con l’aiuto del nostro signor Iddio che tutto Napoli conoscerá il profitto che le tue vere parole in me faranno. E per questa mano che ora ti tocco, io t’impegno la fede mia da leal cavaliero, che io ora in tutto ammorzo quelle voracissime e ardenti fiamme che fin qui per la beltá dannosa de la Macedonia m’hanno distrutto ed arso, e cosí il nome suo e la rimembranza mi levo dal core, che in me luogo non averanno giá mai. Né piú di lei si ragioni. Andiamo, che io veggio il signor duca che va verso l’alloggiamento. – Queste parole dette, si levarono ed entrarono in altri ragionamenti seguitando il camino del duca. Quel giorno stesso pensando il Ventimiglia che era ben fatto che per qualche tempo stesse fuor di Napoli, pigliata l’oportunitá del tempo, chiese licenza al duca d’andar in Calabria a Cotrone al suo marchesato e poi passar in Sicilia. Avuto il congedo, se ne venne a Napoli a far riverenza al re Alfonso; e dato ordine a’ casi suoi, cavalcò in Calabria e vi dimorò qualche dí. Dapoi se ne passò in Sicilia, ov’erano molti anni che non era stato. Né crediate che egli stesse in ozio: egli cavalcò tutta l’isola, veggendo ogni dí cose nuove e macerando con le continove fatiche l’appetito che talvolta la beltá de la Macedonia gli appresentava e quasi lo faceva pentire d’esser partito. Tuttavia ancor che spesso egli fosse tentato di ritornarsene e provare per qualche tempo se poteva con perseveranza romper la durezza de la donna crudele, tanto in lui poté la ragione che egli in tutto la gittò dopo le spalle; e in lui essendosi quell’indurato affetto molto rallentato, cominciò con sano giudizio le durezze di quella e gli sgarbati modi a considerare. Onde sentendosi del tutto esser libero, deliberò ritornarsene a la corte. E cosí essendo stato circa sette mesi fuori, tornò a Napoli, e mai piú non passò dinanzi la casa de la donna, se per sorte non si trovava in compagnia d’altri che facessero quella via. Alora se ben ella era a le finestre od in porta, egli faceva vista di non vederla, né piú né meno come se mai veduta non l’avesse. Né in Napoli dopo il ritorno di Sicilia stette dui mesi, che ciascuno s’avvide di questa mutazione, e ne fu da tutti sommamente commendato, tanto era a tutti la ritrosa natura de la Macedonia in fastidio. E perché come dice il divin poeta messer Francesco Petrarca che a questa malizia d’amore altro rimedio non è che da l’uno sciogliersi e a l’altro nodo legarsi, come d’asse si trae chiodo con chiodo, ancor che de l’amor de la signora Lionora fosse libero, nondimeno se qualche scintilla di fuoco era sotto le vecchie ceneri sepellita, egli del tutto l’estinse, perciò che a nuove fiamme il petto aperse, cominciando a riscaldarsi de l’amor d’una giovane molto bella, la quale, conosciuto il vero amor del cavaliero, non si dimostrò punto schiva, di modo ch’egli acquistò la grazia di lei ed ella di lui. Di questo secondo amore trovandosi il signor Ventimiglia molto contento ed ogni dí piú ritrovando la donna costumata e cortese, in tutto si scordò la prima amata, ma seco di se stesso si vergognava che mai amata l’avesse. E di tal sorte in questo secondo amore si governò che nessuno mai se n’accorse. Era giá quasi passato un anno dopo il ritorno di Sicilia in Napoli del signor Ventimiglia, quando avvenne che al signor Giovanni Tomacello marito de la Macedonia fu da alcuni suoi parenti mossa una molto intricata lite, in modo che per alcune scritture alora ritrovate dagli avversari suoi era il Tomacello a periglio grandissimo di perder roba per piú di quaranta mila ducati del suo patrimonio. Il che in quanto travaglio lo mettesse, pensilo ciascuno che a simil rischio si ritrovasse. Piatendosi dunque questa lite dinanzi al Gran conseglio del re, e al Tomacello parendo che i suoi avversari avessero piú favore di lui, e per questo temendo rimaner perdente de la lite, non sapeva che si fare. Aveva egli consegli dei piú eccellenti dottori del regno che la ragione era per lui, ancor che fosse molto intricata. Egli fu da qualche amico suo consegliato che devesse ricorrer ad uno dei favoriti di corte, a ciò che la lite senza tante prolungazioni si determinasse, perciò che i parenti suoi, avendo il favore che avevano, cercavano far depositar i beni che si piativano, e poi menar la lite in lungo; il che se si metteva in essecuzione, era la total rovina del Tomacello. Onde egli considerando bene tutti gli uomini di corte e pensando di cui meglio si poteva prevalere, fu consegliato che ricorresse al marchese di Cotrone, perché non ci era persona in corte piú servigiale né piú cortese di lui, ed era il piú favorito del duca di Calabria e molto dal re Alfonso amato. Il Tomacello che niente mai aveva inteso de l’amor del marchese con la moglie ed altre fiate aveva sentito predicar la liberalitá, umanitá, cortesia ed affabilitá con altre rare doti che in quello erano, ancor che seco domestichezza non avesse, deliberò andargli a parlare ed impetrar da lui che in questa lite lo volesse favorire. Fatta tra sé questa deliberazione, non diede indugio a la cosa; ma il seguente giorno, subito che ebbe desinato, montò su la mula e a casa del marchese se n’andò, che abitava presso a seggio Capuano. Smontato, trovò a punto che il Ventimiglia aveva finito il desinare e a tavola s’interteneva con alcuni suoi amici e gentiluomini che seco erano stati a pranzo. Egli di lungo entrò in sala e fece la debita riverenza al marchese, il quale, come quello che era gentile ed umanissimo, come vide entrar il signor Giovanni Tomacello, si levò da sedere e andogli incontro, e con graziosa accoglienza lo raccolse e gli dimandò ciò che andava facendo. – Io vengo, – rispose il Tomacello, – per parlar di secreto per certi miei affari con teco. – Il marchese, udendo questo, forte se ne meravigliò, e presolo per mano, lo condusse in un bellissimo giardino, ove passeggiando e la bellezza del verzieri commendando, che era pieno di naranci, limoni, cedri ed altri fruttiferi arboscelli con mille varietá di vaghi ed odorati fiori, in una loggetta che dal sole era diffesa si posero a sedere. Poi che furono assisi, cosí il Tomacello a dir cominciò: – Ben che per il passato, splendidissimo signor marchese, teco amicizia o domestichezza non abbia avuta, né mi sia occorso poterti far servigio alcuno per cui io debbia presumer di chiederti il tuo favore in un mio importante bisogno, nondimeno il nome che in questo regno appo tutti acquistato t’hai d’esser cortesissimo e mai non negar piacer a nessuno che ti ricerchi, m’ha dato animo che io, forse da te non conosciuto, venga a supplicarti che tu degni spender venticinque parole in mio favore. Io sono Giovarmi Tomacello gentiluomo di questa cittá, a cui nuovamente certi parenti miei, anzi pur mortali nemici, hanno mosso lite per la quale, ottenendo la vittoria, mi leverieno vie piú de la metá del mio patrimonio. Io ho fatto veder le mie scritture, e mi dicono i miei dottori che ancora che il caso sia molto intricato, che nondimeno io ho ragione. Ma i miei avversari, per il favore che in Conseglio hanno, cercano farmi depositar quella parte de le facultá che si mette in lite, e poi menar la questione in lungo, con speranza, dicono essi, di ricuperar altre scritture. Il depositar la metá dei miei beni sarebbe la mia rovina, ed io essendo in possesso giá tanti anni sono, vorrei in quello perseverare e far che la lite avesse presta spedizione. E questo senza il tuo favore ottener non posso. Onde umilmente ti supplico che essendo tu, come è la fama, liberale a ciascuno de le tue facultá, che a me non vogli esser scarso di parole, ché ottenendo per mezzo tuo la sentenza per me, come spero e vuole la giustizia, io ti resterò eternamente ubligatissimo de la roba, de la vita e de l’onore, oltre che in parte farò tal cosa che conoscerai non aver speso le tue parole per uomo ingrato. Basta che col mezzo tuo mi sia fatta giustizia quanto piú tosto si può. – E qui il Tomacello si tacque. Alora il marchese con lieto viso in questa forma al Tomacello disse: – Io sarei contento, signor mio, che il favore che tu mi chiedi non ti bisognasse, non perché io sia per negarti in questa tua lite tutto quello che per me si potrá, ché il tutto farò io di core, ma perché vorrei che le cose tue fossero in quello assetto che tu desideri. Io ti ringrazio ed ubligato ti sono del bene che di me dici, ed ancor che in me non sia quello che di me si predica, mi piace perciò esser tenuto tale, e quanto per me si può mi sforzo che l’opere mie a la fama corrispondano. Tutto quello che io potrò far a tuo profitto, vivi sicuro che io lo farò con quella prontezza e diligenza che usarei ne le cose mie proprie. Se seguirá buon effetto, mi sará tanto caro quanto a te proprio. Se anco, che Dio nol voglia, il contrario succedesse, non sará che io non abbia fatto il debito mio. Ma avendo tu ragione come mi affermi, io spero che dimane prima che il sole s’attuffi sentirai qualche buona novella, perciò che, innanzi che ceni, io alla cosa tua darò tal principio che il fine non sará se non buono. A le proferte che in ultimo fatte m’hai, se sono di restarmi amico e fratello, io te ne ringrazio e mi parrá oggi aver fatto un grandissimo acquisto. Ma come mostri con le parole che tu accenni, se pensassi donarmi cosa alcuna, dico che se io fossi mercadante o per premio servissi, che forse l’accettarei. Ma essendo Giovanni Ventimiglia, la mia professione è da gentiluomo e da cavaliero e non da mercadante. Il perché averei io cagione di rammaricarmi di te, che a la mia cortesia cerchi far questo incarco. Questo non è quello che poco dianzi mi dicevi che di me si predica. Io nacqui di cavaliero e di signore il cui valor e fama ancor in Sicilia risuonano, e dal mio magnanimo re fui cavaliero e marchese fatto, tale forse qual a sua cortesia parve che la mia vertú od almeno l’openione ch’ebbe di me lo meritasse. L’oro che al collo portar mi vedi nol porto io per segno di mercantare, ma per dimostrar in me del mio glorioso re la liberalitá e cortesia, ed altresí per usarlo e spenderlo cavallerescamente. Onde oltra al servigio che da me di parole ricerchi, quando de le facultá mie avessi bisogno di prevalerti, io tanto t’offero quanto ne vuoi. E se di questo farai l’esperienza, ritroverai molto piú in me per l’opere che io farò, che non è quello che io con parole t’offerisco. – Il Tomacello, avuta la promessa e questa magnanima offerta dal Ventimiglia, si tenne per ben sodisfatto e quello senza fine ringraziò, offerendosi per la pariglia con le piú amorevoli parole che seppe. E cosí tutto pieno di buona speranza a casa se ne ritornò, e a la moglie disse tutto quello che col marchese di Cotrone aveva operato. Ella forte si meravigliò de l’umanitá del cavaliero, e senza dir altro al marito si venne ricordando tra sé la lunga servitú del marchese, lo spender largamente che fatto aveva, l’armeggiare, le magnificenze e tante cortesie da lui per amor di lei usate, e che mai a quello non aveva compiaciuto d’una sol vista d’occhi, onde era astretta a credere che costui fosse il piú compíto uomo che si trovasse. Ora partito che fu il Tomacello de la casa del marchese, andò esso marchese a corte e caldamente col re e col duca parlò del negozio del Tomacello, di maniera che il re, chiamato a sé un suo cameriero, lo mandò a parlar a tutti i conseglieri e strettamente comandargli che, per quanto loro era cara la grazia dei re, il giorno seguente pronunziassero la sentenza de la lite che vertiva tra Giovanni Tomacello e i suoi parenti. I conseglieri, avuto questo comandamento, lo posero in essecuzione, perciò che essendo il processo in termine che si poteva giudicare, mandarono le citazioni a le parti che la seguente matina fossero a udir dar la sentenza de la lite che tra loro si piativa. L’altro dí i giudici congregati, essendo giá per lo innanzi stato il caso tra gli avvocati pienamente disputato, e conoscendo tutti che la ragione era per Giovanni Tomacello, a favor di quello la diffinitiva sentenza pronunziaro; la quale il Ventimiglia, per far il servigio piú compíto, fece da uno dei suoi rilevare e autenticata la mandò al Tomacello. Al quale questa parve una bella ed alta ventura, e quanto seppe e puoté ne ringraziò il marchese, e cominciò spesso a visitarlo ed anco a mangiar seco. Ma per questo non venne perciò al signor marchese mai in pensiero di voler la moglie di lui rivedere o di ritornar a la prima impresa, anzi, come dianzi faceva, né piú né meno di lei si curava come se mai conosciuta non l’avesse. Dopo questo, cavalcando il duca di Calabria per la cittá, un giorno dopo cena passò per innanzi a la casa del Tomacello, il quale con sua moglie era in porta a prender l’aria fresca de la sera. Avvenne alora che il Ventimiglia ch’era restato con un gentiluomo molto di dietro a la cavalcata e veniva passo passo ragionando con colui, che come egli fu quasi per iscontro a la porta de la casa del Tomacello, egli, lasciata la moglie, a mezza la strada si fece incontro al marchese e strettamente il pregò che con la compagnia volesse smontare e rinfrescandosi ber un tratto. Il marchese ringraziò il Tomacello e non volle accettar l’invito, ma di lungo se ne passò, seguitando il duca. La donna alora, come se scordata si fosse il gran beneficio che poco avanti aveva suo marito dal marchese ricevuto, disse: – Che hai tu a fare, marito mio, col marchese Ventimiglia, che sí affettuosamente l’hai invitato in casa? – Egli alora con turbato viso a la moglie rivolto: – Per l’anima di pátremo, – disse, – io non credo che sia al mondo la piú ingrata femina di te. Tu non sei buona se non da polirti, specchiarti e tutto ’l dí cercar fogge nuove e startene sul tirato come se tu fossi prencipessa di Taranto, e sprezzar quanti uomini e donne sono in questa cittá. Può egli essere che ti sia giá uscito di mente il gran piacere anzi beneficio che il marchese questi dí n’ha fatto, che possiamo dire che egli ci abbia donato la maggior e meglior parte de le facultá che abbiamo? Se egli non era, non eravamo noi rovinati in terza generazione? Certo noi siamo ubligati basciar la terra ov’egli tocca con i piedi. Io per me conosco essergli ubligato de la vita propria non che de la roba, e voglio che sempre possa di me e de la roba mia disporre come de le cose sue proprie. E possa io essere ucciso se al mondo conosco par suo, ché quando egli mai non m’avesse fatto piacer nessuno, deve perciò per le sue rare doti esser da tutti amato, riverito ed onorato. Egli è nobile, cortese, gentile, umano, liberale, magnifico, servigiale e il piú generoso signore che mai fosse in questa cittá, e per le sue vertú è fin dai sassi amato. E per Dio! non ci è cosí gran barba d’uomo che non abbia di grazia essergli amico, e tu non vuoi che io l’onori e festeggi? La sua modestia e i suoi leggiadri costumi farebbero innamorarsi in lui un cor di marmo. Sí che, mógliema, io sono per lui ubligato a vie maggior cosa che non è d’invitarlo a far colezione in casa mia. Volesse pur Iddio che io gli potessi far qualche rilevato servigio! come di core il farei! – Queste parole trafissero senza fine il core de l’ingrata e superba donna, la quale senza risponder motto alcuno al marito se ne stette, e piú tosto che puoté, da quello sviluppatasi, se n’andò in camera, ove gettata sul letto a le lagrime allargò il freno. Il marito come vidde partir la moglie conoscendo la natura di quella che non voleva in conto alcuno esser garrita, montò su la mula e andò per la cittá a diporto. Ella sentendosi tuttavia un rimordimento al core, che pareva che da le profonde radici le fosse fieramente svelto, ad altro non poteva rivolger l’animo che al marchese, di maniera che quante cose egli mai per lei fatte aveva, tutte ad una ad una se le rappresentavano innanzi agli occhi. E rimembrando la durezza, la crudeltá e la superbia che contra lui tante fiate usò, si sentiva di doglia morire. Che diremo qui, signori miei e voi signore nobilissime? Quello che in tanti anni con balli, feste, canti, giostre, torniamenti, suoni e con larghissimo spendere, lagrimando, ardendo, agghiacciando, sospirando, servendo, amando, pregando, e tutte quelle summissioni ed arti usando che Lucrezia a Tarquinio averebbero resa amica, non puoté il valoroso e gentilissimo marchese fare, fecero le semplici parole e vere del malaccorto marito. Le quali quel superbo e indurato core di maniera umiliarono e resero molle, che ella, sempre stata rubella d’amore, sentí in un punto cosí accendersi ed infiammarsi de l’amor del cavaliero, che quasi le pareva impossibile viver tanto che seco una volta ragionar potesse, e le voraci fiamme, che miseramente la struggevano, manifestargli. Il perché quella sera stessa deliberò di ritrovar ad ogni modo la via d’esser seco. Tutta quella notte ad altro mai non puoté rivolger l’animo. Venuto il giorno, a la donna sovvenne del messo che il marchese mandato con la lettera le aveva, onde per mezzo d’una buona vecchia ebbe modo di parlargli e a lui scoprire quanto desiderava che col signor Ventimiglia egli facesse. Il messo, udita la donna, la confortò assai, dicendole che teneva per fermo che il marchese ancora l’amasse e che gli dava il core di condurlo a favellar seco; del che la donna mostrò meravigliosa festa. Andò il messo e trovato il marchese, gli disse: – Signor mio, io ti porto una meravigliosa nuova la quale penso che mai non saperesti indovinare. Non sai tu che la signora Lionora Macedonia, pentita di tante stranezze che teco ha usate, è tutta adesso tua ed altro non desidera che compiacerti, pregandoti molto caldamente che tu voglia degnarti oggi, su l’ora di nona, andarle a parlare, che ella ti attenderá nel giardino che risponde dietro la casa, e l’uscio del giardino sará aperto? Messer Giovanni Tomacello suo marito stamane andò a Somma e non sará di ritorno questi otto dí. – Il marchese a simil ambasciata molto si meravigliò, ed infinite cose tra sé ne l’animo ravvolgendo e stando in dubio s’andar vi deveva, al messo cosí rispose: – Io ho alcune faccende oggi di grandissima importanza. Se averò tempo a l’ora che detto m’hai, io anderò a parlar a la signora Lionora. – Partito, il messo ritornò a la donna e le disse che il cavaliero verria a l’ora prefissa. Ma il signor Ventimiglia, che in tutto s’aveva de l’amor de la donna spogliato, attese ad altro e non v’andò. Ella tutto il giorno attese la venuta dei marchese e, quello non veggendo venire, restò molto dolente. Essaminò il messo e diece volte si fece ridir le parole che ’l marchese gli aveva detto. Onde credendo che per negozii di gran momento fosse rimasto di venire o che forse avesse avuto rispetto di venirle a casa, ritornò mandargli un’altra volta il messo e pregarlo che il tal dí a la tal ora egli le facesse grazia di ritrovarsi in certa chiesa che non era frequentata. In questo mezzo ella dubitava che il cavaliero avesse convertito il suo ferventissimo amore in odio, e biasimava se stessa di tanta durezza quanta gli aveva usata. Parevale poi impossibile che tanto amore si fosse del tutto estinto. E quanto piú ella tardava a scoprir la sua passione al cavaliere, tanto piú si sentiva struggere e il suo fuoco farsi maggiore. Il cavaliero, avuta la seconda ambasciata, si deliberò andar a veder ciò che ella voleva dire, non si sapendo imaginar onde questa subita mutazione fosse nasciuta. Venuto il tempo di ritrovarsi a la chiesa, avendo la donna avuta la certezza che il cavaliero a l’ora pattuita verrebbe, si vestí ricchissimamente, e fattasi piú polita e piú leggiadra che puoté, accrescendo maestrevolmente con l’arte le native sue bellezze, al segreto tempio si condusse, ove poco innanzi era con un picciolo paggio, che il cavallo di fuora gli teneva, il marchese arrivato. Quivi ella, con tre donne e dui servidori giunta, vide il marchese che solo passeggiava, al quale andando incontra, cortesemente lo salutò, ed egli lei. E cosí fattosi le debite accoglienze, disse il cavaliere: – Signora, voi, piacendovi, mi perdonarete se io l’altra volta non venni a casa vostra, perciò che le faccende che per le mani aveva nol permissero. Ora io son venuto per udir quanto vi piacerá dirmi. – La donna dopo alquanti pietosi sospiri che dal profondo del core le venivano, i dui suoi begli occhi pietosamente nel viso al signor marchese fermando, in questa maniera con sommessa e tremante voce a parlar cominciò: – Se io, unico signor mio, fossi stata verso te tale, quale la tua vertú sempre ha meritato, potrei molto piú arditamente dinanzi a l’alto e magnanimo tuo cospetto i prieghi miei porgere; ma quando io penso la mia ingratitudine e la durezza esser verso te stata piú che infinita, e che mai non ho degnato d’un solo sguardo compiacerti, non ardisce la fredda lingua quello dirti che per supplicarti qui venuta sono. E nel vero, se solamente a quello che io merito avessi riguardo, come mai sarei stata osa venirti innanzi? Ma la tua umanissima umanitá, la tua sí larga cortesia di cui tanto sei commendato, mi dánno animo non solamente di manifestarti il desiderio mio e liberamente spiegarti il mio concetto, ma mi promettono che io appo te ritroverò pietá non che perdono. E che altro da cosí gentil e magnanimo cavaliero, la cui professione è giovar a tutti, si deve sperare? Io, signor mio, se fin qui son stata cieca e trascurata, ora ho aperto gli occhi, ed avvedutami de la mia pazza ostinazione, de le tue singolar vertú e rarissime doti son divenuta non solamente ammiratrice ma serva, di maniera che senza l’aita tua, senza la grazia e senza l’amore non è possibile che io resti viva. Né creder giá, signor mio, che tante spese da te inutilmente per me fatte, tante feste, tanto tempo che perduto hai e tante altre cose quante giá per me indarno facesti, mi sia smenticata, né che altresí abbia dopo le spalle gettata la mia crudeltá, l’ingratitudine e la poca stima che di te ho fatto, perciò che tutte queste cose ho io dinanzi agli occhi de la mente mia, che mi sono di continovo un mordace verme intorno al core, onde tanta pena ne ricevo che il morire sarebbe assai minore. Pertanto io ti confesso il mio gravissimo errore e umilmente perdono te ne chieggio, e ti supplico che per umil serva degni accettarmi, ché per l’avvenire ad ogni tua voglia ubidientissima mi troverai, rimettendo io ne le tue mani l’anima e la vita mia. E qual maggior ventura può egli l’uomo avere che vedersi il nemico suo prostrato dinanzi ai piedi gridante mercé? Questo ora vedi tu, signor mio, perciò che la tua buona sorte vuole che quanto contra te commisi giá mai, ora con doppia pena io paghi. Se questi miei che in chiesa sono non mi vedessero, io mi gettarei a terra e gridando misericordia ti basciarei mille volte i piedi. Eccomi adunque qui tutta tua: fa di me ciò che piú t’aggrada. Se per vendetta de le passate tue fatiche brami ch’io mora, dammi con quella spada che cinta porti, di tua mano la morte, ché ad ogni modo, se io non ho la grazia tua, vivi sicuro che in breve la mia vita finirá. Ma se favilla del mal guiderdonato tuo amore che giá mi portasti ancor in petto porti, se tu quel magnanimo prencipe sei che tutto questo regno grida, degnati aver di me pietá. E se forse saper desideri come sia nasciuta questa mia subita mutazione e onde creato questo mio ferventissimo amore verso te, io lo ti dirò. Il mio marito, che piú di sé t’ama e che tanto t’è ubligato, questi dí mi fece una predica de le tue lodi, e tanto ti commendò che gli occhi miei, che accecati erano, alora s’apersero, onde cosí fervidamente di te mi accesi e sí mi sentii divenir tua che piú in poter mio non sono. Per questo qui venuta sono a manifestarti il mio disire, a ciò che una de le due cose ne segua, cioè o che io viva tua o ch’io mora. Ne la tua mano adunque sta la vita e la morte mia. – E dicendo questo lasciò cader un nembo di lacrime, e da’ singhiozzi impedita si tacque. Mentre che la donna parlò, il marchese stette cheto ad udirla e mille e mille pensieri tra sé fece. Egli la vedeva piú vaga che mai, e il dolore in lei accresceva beltá e grazia, di modo che veggendola disposta a far tutto quello che egli comandarebbe, si sentí destar il concupiscibile appetito, che gli persuadeva che egli, compiacendole, di lei prendesse amoroso piacere e con buona risposta e ordine d’esser insieme la mandasse consolata. Ma piú in lui puoté la ragione che il senso. Onde, poi che vide che impedita dal piangere nulla piú diceva, in questo modo le rese la risposta: – Non poco, signora Lionora, del tuo venir a parlar meco meravigliato mi sono, e quanto piú sovra ci penso piú me ne maraviglio, e a pena, quantunque qui ti veggia, il credo, avendo risguardo al contegno che tanti anni rigidamente meco usasti. Quello che io per il passato feci, essendo fieramente di te innamorato, non accade che mi sia ricordato, perciò che di continovo come in un lucidissimo specchio lo veggio molto chiaro, e meco stesso di me mi vergogno. E se io alora per te arsi ed alsi e se sovente fui vicino a la morte, sanlo questi dui occhi miei che in quel tempo avevano preso qualitá di due fontane. Me ne può anco esser testimonio tutta la cittá di Napoli, che le mie ardentissime voglie e le gelate paure tante volte vide. Il premio al mio servir sí lungo, sí penace, sí costante e sí fedele, come tu con veritá hai detto, fu niente. Né io questo attribuii ad ingratitudine che in te fosse, non a durezza o crudeltá, anzi portai sempre ferma openione che a’ colpi d’amore ti dimostrassi rubella per conservar senza macchia il pregio de la tua invitta onestá. Il che, poi che io chiaramente m’avvidi affaticarmi invano, ho io sommamente commendato, e dove di te s’è parlato, accusando molti la tua durezza, io sempre con vere lodi t’ho celebrata come una de le piú caste e pudiche donne del mondo. Che novamente mò, per le lodi che il signor tuo marito di me predica, tu ti sia piegata ad amarmi, ed in quel laberinto entrata ove io prima chiuso acerba ed amarissima vita viveva, tanto piú mi par strano quanto che a la tua passata vita volgo la mente. Ma se m’ami come ricerca la nuova amicizia che io col signor tuo consorte ho contratta, questo m’è caro e te ne ringrazio, e t’essorto in questo a perseverare, perciò che amando lui, come amo, da onorato fratello, amerò te da vera sorella, e sempre in tutte quelle cose che l’amicizia nostra ricerca mi troverai a’ servigi tuoi prontissimo. Ora se altro pensiero in petto hai e desideri che io ritorni al giogo antico, e che sarai eternamente mia e farai quanto io vorrò, depuon questo sensuale e disordinato appetito e persevera nel tuo casto proponimento, come fin qui mi persuado che sia stata tutta la tua vita. Che cessi Iddio che mai io pensi fare ingiuria al signor tuo marito, amandomi egli, come da te mi vien detto, da fratello. Poi quando altro rispetto unqua non ci fosse, evvi che io la mia fede a nobilissima e non meno di te bella donna ho data, la quale a par e piú degli occhi suoi mi ama, ed io lei come il cor del corpo mio amo, riverisco ed onoro, e viviamo tutti dui sempre d’un medesimo volere essendo. Sí che per l’avvenire mi terrai come se tuo fratello fussi. – Qui si tacque il marchese, e veggendo che la donna s’apparecchiava con nuovi preghi piú focosi de’ primi a ripregarlo, per troncar questa pratica disse: – Signora Lionora, a te mi raccomando. Sta con Dio. – E con questo si partí e lasciò la donna tanto confusa e di mala voglia, che ella restò buona pezza stordita e non sapeva ove si fosse. In sé poi ritornata e tutta afflitta, a casa se n’andò, ove pensando a la risposta del marchese e veggendo che egli non era disposto a far cosa che ella volesse, venne in tanta malinconia che di sdegno e di cordoglio infermò. Sapete esser commune openione che a le donne non può avvenir cosa che loro apporti maggior tormento né piú le trafigga, quanto è che si veggino disprezzare. Pensate mò come si deveva trovar costei, che era da tutti tenuta la piú altiera, superba e sdegnosa donna che in Napoli si trovasse. Messasi adunque nel letto, non faceva tutto il dí altro che sospirar e piangere. Da un canto talor pareva a lei che ella meritasse molto peggio di quello che aveva, pensando a la durezza e rigiditá che contra il cavaliero aveva per lo passato usata, e il tutto le pareva dever pazientemente sofferire. Ma come ella si ricordava averlo sí umilmente pregato ed essersi poi di bocca propria a lui scoperta, smaniava e non voleva piú vivere. Da l’altra banda, ingannando se stessa, diceva fra sé: – Perché mi voglio io disperar cosí fieramente per una semplice repulsa? Egli molti anni m’ha seguitata, e perché io non l’abbia voluto udire né ricever sue lettere né ambasciate ed ogni dí me gli sia mostrata piú ritrosa, per questo egli non s’è sbigottito, non s’è ritirato da l’impresa, non è voluto morire, anzi piú perseverante sempre s’è dimostrato. Che so io ch’egli, se un’altra volta gli parlo, se gli dico meglio la mia ragione, non si pieghi e non divenga mio? La fortuna aiuta gli audaci e discaccia i timidi. Chi fugge non ha animo di vincere. Bisogna adunque che io un’altra volta tenti quello che saperò fare e gli porga le preghiere piú calde che non ho fatto. Io non deveva mai proporli di parlargli in chiesa. Deveva far ogni cosa per farlo venir qui in casa mia, ché se fossimo stati in una camera ed io gli avessi gettate le braccia al collo, non credo giá che si fosse dimostrato cosí ritroso. Egli non è giá fatto di marmo o di ferro, egli è pure di carne e d’ossa come gli altri. – Cosí la povera donna se ne stette vaneggiando dui o tre giorni, e ad altro non sapeva né poteva rivolger l’animo che a pensar ciò che deveva fare per conquistar l’amore del marchese. E da non so che speranza aitata, cominciò a cibarsi e prendere un poco di lena. I suoi di casa, che erano stati seco e l’avevano veduta parlar col marchese e sapevano il servigio ch’egli a la casa fatto aveva, non sospettarono d’altro male, non avendo potuto intender parola che essi dicessero; ma pensarono che forse ella l’avesse ricercato d’aver qualche favor in corte. E veggendola giacersi in letto, le volsero far venir i medici; ma ella nol consentí né altresí volle che a Somma si mandasse a dir niente al marito. Ora pensando ella che mezzo ci fosse di poter parlar al marchese e nessuno non gliene occorrendo che le paresse a proposito, pensò mandargli a parlare da quel messo che prima mandato gli aveva. E fattoselo chiamare, a lui narrò tutto ciò che col marchese l’era occorso, pregandolo molto caldamente che egli l’andasse a trovare e da parte sua lo pregasse tanto affettuosamente quanto poteva, che non volesse esser cosí duro che volesse consentire che ella per sua cagione morisse. Ed avendolo ben instrutto di tutto quello che voleva che egli a bocca gli dicesse, stava aspettando la risposta. Il messo, ben informato di quanto aveva a dire e carco di promesse se buone novelle a la donna recava, andò a ritrovar il marchese, e trovatolo che con alcuni gentiluomini nel seggio di Capoana passeggiava, poi che vide che cose di credenza non ragionavano, se gli accostò e fatta la debita riverenza gli disse: – Signor mio, quando non vi sia grave, io vi direi volentieri in segreto venticinque parole. – Il marchese con licenza de la compagnia si ritirò in un canto del seggio, e affacciatosi al parapetto del muro che su la strada risponde, attese ciò che il messo voleva dire. Il messo alora con molte parole manifestò lo stato al marchese in cui la signora Lionora Macedonia si trovava, pregandolo affettuosamente che di lei degnasse aver pietá e non permetter che sí bella donna sul fiorir degli anni suoi morisse. E qui disse di molte cose per moverlo a compassione. Il marchese, udita questa nuova ambasciata, rispose al messo che certo molto gli dispiaceva del mal de la donna, che tutto quello che egli poteva con onor suo fare, che sempre era prontissimo a farlo. Ma che egli confortava la donna in questo caso a moderar il suo appetito e che non pensasse piú in questa cosa, perciò che egli era deliberato non voler il suo amore in questa maniera, e che piú non gli venisse a parlar di questo. Il messo molto di mala voglia si partí, e ritornato a la donna le disse l’ultima resoluzione del signor marchese. A questo annonzio rimase la donna piú morta che viva, e non sapendo distorsi dal desiderio che aveva d’amare ed esser amata dal marchese, e di giorno e di notte ad altro non possendo rivolger l’animo, deliberò di non restar piú in vita, parendole assai piú leggero passar il terribil passo de la morte che sopportar la pena che l’affliggeva. Onde perdutone il sonno e il cibo, andava d’ora in ora mancando. Era tornato il marito, il quale non sapendo che infermitá fosse quella de la sua donna, fece venir a visitarla i piú solenni medici di Napoli; ma nessun profitto al male de la donna apportavano le lor medicine. Ed essendo giá tanto la passione del core cresciuta che in tutto le forze del corpo s’erano perdute e smarrite, né rimedio alcuno trovandosi che le giovasse, ella che vicina a la morte si vedeva, fattosi venire un venerabil sacerdote, a lui di tutti i suoi peccati si confessò. Il padre sacerdote, udendo sí strano caso, l’essortò assai a deporre questa fantasia e pentirsi che di se stessa ella fosse stata micidiale. Difficile fu levarle questo suo farnetico di capo e fare ch’ella si pentisse. Pure ebbe tanta grazia da Dio col mezzo de le divote e sante essortazioni del frate, che ella conobbe in quanto periglio era di perder non solamente il corpo, ma di mandar l’anima in bocca a Lucifero; onde venne in tanta contrizione che con infinite ed amarissime lagrime si riconfessò e divotamente domandò perdono a Dio, e volle che il marito sapesse tutti i casi suoi. Fecelo adunque chiamare, e a la presenza del frate tutta l’istoria de l’amor del marchese di Cotrone verso lei e di lei verso lui, e la costanza di quello e le savie risposte da lui avute, puntalmente gli narrò, e con debole e roca voce umilmente gli chiese perdono. Dapoi ricevuti con divozione i santi sacramenti de l’eucarestia e de l’estrema unzione, dui giorni visse e ben pentita se ne morio. Il marito che sommamente l’amava e dui figliuolini maschi, di dui uno e l’altro di tre anni, n’aveva, né perché ella avesse avuto tal voglia la disamava, assai la pianse e del morir di lei mostrò gran dolore. L’essequie si fecero a la foggia di Napoli pompose e belle. Ed essendosi sparsa la fama de la cagione di questa morte, il marchese ne rimase molto di mala voglia e stava in dubio se deveva mandarsi a condoler col Tomacello o no. A la fine v’andò egli in persona e fu raccolto graziosamente. Al quale il Tomacello narrò il tutto e sempre l’ebbe per grande e special amico e per il piú da ben cavaliero che si trovasse. Fu la donna sepellita ne la chiesa di San Domenico, a la cui sepoltura fu attaccato questo sonetto, fatto da non so chi:


Tu che qui passi e ’l bel sepolcro miri,

ferma li piedi e leggi il mio tenore,

ché di bellezza è qui sepolto il fiore,

cagion a molti d’aspri e fier martíri.

Infiniti per lei gettó i sospiri

gran tempo un cavaliero, ed ella fòre

di speme sempre il tenne e sol dolore

gli die’ per premio a’ tanti suoi desiri.

Egli, sprezzato, altrove il suo pensiero

rivolse, e quella a lui piegossi alora

ch’era a lui stata sí ritrosa e dura.

Ma piegar non potendo il cavaliero,

morir elesse e uscí di vita fuora,

sí fiera fu la doglia oltra misura.


Il Bandello al gentilissimo fra Michele Brivio


Infinite volte s’è veduto una pronta e arguta e talor faceta risposta aver al suo dicitore apportato grandissimo profitto e sovente una grave lite aver resa ridicola. Di questo si parlava non è molto tra alcuni gentiluomini ove io mi trovai. Era quivi il signor Paolo Battista Fregoso, giovine valoroso e gentiluomo di monsignor d’Orliens, che poco avanti era venuto da la corte del re cristianissimo; il quale dopo il ragionamento che si faceva, a proposito di quanto detto s’era, narrò una novelletta, di nuovo parte a Poittieres e parte a Parigi accaduta, che agli ascoltanti molto piacque. Il perché io quella secondo il mio consueto scrissi. Sovvenutomi poi del tempo che a Milano insieme eravamo, e quanto spesso voi le cose mie cosí in verso come in prosa leggevate e volentieri di molte prendevate copia, ho voluto che questa ovunque voi sarete col nome vostro in fronte vi venga a ritrovare, e vi faccia certo che io sono quel vostro Bandello che sempre fui e sarò, mentre piacerá al nostro signor Iddio di tenermi in vita. Il che mi persuado esservi per molti effetti chiarissimo. State sano.