Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella XXI

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Seconda parte
Novella XXI

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Sesto Tarquinio sforza Lucrezia ed è cacciato da Roma
col padre e fratelli e dannato a perpetuo essilio.


Luzio Tarquinio, eccellentissima madama, poi che volete ch’io corra questo arringo, quello, dico, che per i suoi cattivi costumi fu da’ romani cognominato «superbo», fu re di Roma, ultimo dei sette che dopo Romolo regnarono. Ebbe costui tre figliuoli maschi, Tito, Aronte e Sesto Tarquinii, il quale essendo desideroso, come ordinariamente sono tutti i prencipi, di aggrandir lo stato, bandí la guerra a dosso agli ardeatini e pose il campo a torno ad Ardea, e tra gli altri figliuoli suoi ci era anco Sesto Tarquinio. Durando questo assedio, Collatino marito de la tanto lodata Lucrezia romana ebbe un giorno seco a desinare, tra gli altri signori e gentiluomini, tutti tre i figliuoli del re. Quivi, come si suole, di varie cose ragionando, cominciò ciascuno di loro la sua moglie a lodare, quelle lodi dandole che a compita madrona convengono, volendo ciascuno che la sua fosse la piú bella, la piú gentile, la piú costumata e quella che piú onoratamente la casa e le cose famigliari governasse. E non volendo l’uno a l’altro cedere e moltiplicando sovra questa questione in parole, con voglia ciascuno di vincere, mentre che tutti erano nel dire riscaldati, Collatino marito di Lucrezia, accennando che tacessero, cosí disse: – Il questionare, signori miei, con parole potrebbe di leggero tanto distendersi, travaricando d’uno in altro ragionamento, che mai a fine non se ne verrebbe. Voi direste, questi diria, io direi, e a la fine non montarebbe nulla. Ma poi che voi v’ostinate e volete sostenere che le mogli vostre sono le piú belle, le piú oneste e le piú avvedute di Roma, ed io affermo che la mia tutte l’altre di bellezza e d’onestá, d’avedimento e d’ogni altra donnesca dote di gran lunga sormonta, e che ella è la piú discreta che sia e la piú compita di tutte quelle parti che al governo d’una casa appartengono, perché stiamo noi a badare e consumar il tempo con ciancie? A ciò che manifestamente si veggia chi di noi dice il vero, facciamo come io vi dirò, e lasciando il contrastare vegniamo a’ fatti. Noi siamo giovini e per la grazia dei dèi tali che senza periglio potiamo ogni gran fatica sofferire: ché non montiamo noi a cavallo e a l’improviso andiamo a veder le nostre donne e far gli occhi nostri giudici di quello che disputiamo? Elle non son troppo lungi e di questa nostra controversia alcuna cosa non sanno. Noi l’accoglieremo a l’improviso, e si vederá ciò che elle sono e ciò che sanno fare, di modo che la bellezza e i costumi loro insiememente senza fuco di simulazione si conosceranno. Alora vederete quanto la mia Lucrezia le vostre avanzi. – A questo tutti s’accordarono, e senza voler persona di compagnia tutti quattro, a cavallo montati, si partirono dal campo e verso Roma a la gagliarda cavalcarono. Giunsero a Roma ne l’imbrunir de la notte, ove Tito, Aronte e Sesto Tarquinii le proprie mogli videro insieme con altre donne loro eguali in giuochi, in feste, in mangiare e bere scherzevolmente il tempo e in lascivia consumare. Vedute queste, essendo giá notte scura e a cavallo rimontati, verso Collazia ove alora Lucrezia dimorava s’inviarono. Quivi accolsero la bella Lucrezia che, nel mezzo de la sala tra le sue donzelle al lume sedendo, certi lavori di lana faceva che alora s’usavano, e tuttavia lavorando, tra quell’altre che lavoravano, de le cose del campo che intorno Ardea sedeva domesticamente ragionava. Ella come vide il marito con i Tarquinii, levatasi in piede, si fece loro incontro e quelli donnescamente con accoglienze a’ gradi loro convenevoli accolse, e fatto portar da sedere, con onesti e dilettevoli parlari cominciò ad intertenergli. Il perché veduti quei leggiadri modi con la grata accoglienza, e la divina ed incredibile bellezza di Lucrezia considerata, i tre fratelli di bocca propria essere da Collatino vinti si confessarono e la lode de la lor domestica contesa unicamente a Lucrezia diedero. Il vincitore Collatino disse che era tempo di cena, la qual Lucrezia senza strepito in poco d’ora molto suntuosa e delicata fece recare. E cosí i tre fratelli con Collatino e Lucrezia cenarono, ragionando come si costuma di varie e piacevoli cose, di maniera che se prima avevano Lucrezia commendata, avendola poi piú domesticamente praticata, quella per la piú compita d’ogni grazia donna che veduta avessero giudicarono. Quivi, piú che non era convenevole Sesto Tarquinio la somma ed indicibil beltá di Lucrezia riguardando, di giudice divenne amatore e cosí di quella s’abbarbagliò e fuor di misura accese, che deliberò far ogni cosa per goder l’amor di lei. Ma perché chiaro conosceva che le preghiere si spargerebbero indarno e che il tentarla non averebbe luogo, sapendo quanto d’esser onestissima era lodata, non avendo rispetto al vincolo de l’ospitalitá né del parentado che era tra loro, perseverando nel suo disonestissimo proposito, pensò di trovar qualche occasione a ciò che quello con inganno ottenesse che sapeva non poter con consentimento di lei ottenere. Cenato che si fu, essendo giá gran parte de la notte passata, preso da Lucrezia congedo, tutti di brigata a l’oste intorno di Ardea se ne tornarono. Sesto Tarquinio non si potendo levar di core l’infinita bellezza di Lucrezia e mai ad altro non pensando se non come farebbe per adempir il suo disonesto appetito, e quanto piú su questo pensava tanto piú sentendosi di desiderio accendere di goder la cosa bramata, deliberò, avvenissene ciò che si volesse, meschiando la forza con l’inganno, giacersi con Lucrezia e di lei amorosamente prender piacere. Passati adunque alcuni pochi giorni e sempre piú sentendosi arder da cosí disonesta voglia, un dí sul tardi, senza far motto ai fratelli né ad altri, si partí dal campo e dritto se n’andò a Collazia a dismontar in casa di Collatino, ove Lucrezia sua moglie dimorava. La quale veggendo il figliuolo del re e suo parente, benignamente e con gran cortesia quello raccolse e domesticamente gli fece apprestar la cena. Egli veggendosi avanti agli occhi quella che tanto goder bramava, fu piú volte vicino per forza a saziar il suo sfrenato appetito e prender di lei quel piacere cui senza pareva che viver non potesse. Nondimeno deliberò aspettar che ciascuno fosse a dormire ed ogni cosa in casa acquetata. Lucrezia alquanto dopo cena quello a la camera accompagnò, facendogli tutto l’onor e compagnia grata che a figliuolo di re era conveniente. Ora poi che Sesto stimò che il tutto in casa fosse in silenzio, levatosi di letto, se n’andò chetamente verso la camera ove egli sapeva che Lucrezia albergava, e l’uscio con suoi ingegni soavemente aperto, al letto ove ella dormiva s’accostò. Egli aveva in mano una spada nuda e con quella avvicinatosi al letto, veggendo che Lucrezia punto non si destava, con la sinistra mano alquanto la scoperse, e posta la mano sopra il petto di lei, la destò e le disse: – Svegliati, Lucrezia, e taci, ché io son Sesto Tarquinio. Se tu averai ardire di parlare, io con questa spada che in mano mi vedi ti segherò le vene de la gola – Ardeva in camera un picciol lume, per il cui splendore Lucrezia cosí dormendo a l’innamorato e furioso giovine pareva piú bella che veduta giá mai per innanzi l’avesse. Ora come ella si sentí metter la mano sovra il petto, subito si risvegliò e tutta tremante disse: – Oimè, che cosa è questa? Ove son io? chi è lá? – Il giovine, che tutto ardeva d’amore, le cominciò a narrare le sue passioni amorose e caramente pregarla, aggiungendo le lagrime a le preghiere, che seco a giacersi l’accettasse. Ma egli invece d’una morbida e delicata donna che trovar si credeva, ritrovò un duro ed alpestre scoglio, perciò che mai non puoté con lusinghevoli parole, con larghissime promesse e con terribilissime minaccie, né con quanta paura le sapesse fare, indurla che compiacer gli volesse. Quanto egli piú pregava tanto piú ella constante gli resisteva, disposta prima di morire che mai violar il nodo del santo matrimonio. Il che veggendo Tarquinio e conoscendo che cosa che egli si facesse niente di profitto gli recava, pieno di mal talento, con orgogliosa e minaccevol voce iratamente le disse: – Io veggio, Lucrezia, che tu prima sei disposta di morire per le mie mani che a le mie preghiere condescendere, e poi che tanto ostinata esser vuoi, io con questa tagliente spada che ignuda mi vedi tener in mano ti anciderò, e poi uno dei tuoi servi, medesimamente da me svenato, appo te nel letto porrò, dicendo publicamente che io t’abbia in disonesto adulterio seco trovata e tutti dui ancisi, per levar questa macchia dagli occhi di Collatino tuo marito, di maniera che eternamente vituperata restarai. – A questa voce e a le fiere minaccie del superbo giovine di volerle porre appresso un servo ucciso, come se trovata in adulterio l’avesse, il generoso ed invitto animo de la castissima Lucrezia si piegò, non giá di sodisfare al libidinoso amante ma, tenendo sempre fermo il casto suo proposito, lasciargli il corpo in potere, a ciò che, come giurava di fare, non l’ancidesse a lato un servo ed il suo chiaro nome con cosí vituperosa infamia dopo la morte rimanesse. Questa téma fu la tagliente scure che l’indurato ghiaccio del castissimo petto spezzò, non potendo ella soffrir da pensare che dopo la morte sua simil sceleratezza di lei fosse detta. Per questo il libidinoso giovine ebbe il corpo in suo potere e, seco giacendo, quanto volle amorosamente si trastullò, conoscendo perciò che quasi come con una statua era con lei giaciuto, ché in atto nessuno né in parole se gli mostrò pieghevole. Partissi poi il feroce e trascurato giovine, e seco stesso de la disonestissima sua vittoria gloriandosi, in campo ad Ardea tutto ridente se ne ritornò, non pensando di quanta amarezza quel poco piacere gli deveva esser cagione. L’afflitta e sconsolatissima Lucrezia, levatasi per tempissimo e tutta di panni negri vestita, piena d’amarissime lagrime, subito mandò un messo a Roma a suo padre e un altro a l’oste d’Ardea a Collatino suo marito, facendo lor intendere che senza punto tardare eglino, con i piú fidati e cari amici che avessero, a Collazia devessero venire, ché cosí era necessario di fare, e non perder tempo, perciò che l’era occorso un’atroce e nefandissima cosa che dilazione non sofferiva. Il messo, usata ogni diligenzia, trovò in Roma Spurio Lucrezio padre di Lucrezia, il quale, preso seco Publio Valerio, uomo d’alto ed animoso core, subito verso Collazia s’inviò. Collatino insieme con Luzio Giunio Bruto venendo a Roma, fu dal messo de la moglie trovato, col quale verso Collazia se n’andò. Era Bruto figliuolo d’una sorella del re Tarquinio, il cui ingegno era assai differente da quello che nel viver di fuor dimostrava, perciò che veggendo i primi e piú nobili de la cittá ed il suo medesimo fratello dal zio esser morti, deliberò viver di maniera che di lui il re in modo alcuno non avesse a dubitare. E fingendo d’esser pazzo e cotali sciocchezze mille volte il dí facendo come fanno i buffoni, divenne in modo in openione di matto che appo i figliuoli del re, piú per dar loro con le sue pazzie trastullo che per altro, era tenuto caro. Arrivarono il padre ed il marito de la sconsolata Lucrezia con i compagni a una medesima ora a Collazia, ove Lucrezia lagrimante e con veste di duolo abbigliata ritrovarono. Il marito subito domandò la moglie se le cose erano salve e come ella stava. A cui Lucrezia tutta sospirosa e di mala voglia rispose: – Marito mio, le cose mie non potrebbero andar peggio di quello che vanno. E che cosa può esser in una femina di salvo, come ella ha perduta la pudicizia? Nel tuo letto, Collatino, sono impressi i vestigi d’un altro uomo che di te. Gli è ben vero che questo corpo mio solamente è violato, perciò che mai l’animo mio a commetter l’adulterio non ha consentito, il che con la morte mia a tutto il mondo chiaro e manifesto apparirá. – Narrata dopoi con molti singhiozzi e lagrime ai circostanti tutta l’istoria del dolente caso occorso, e fatto a lor giurar di farne la debita vendetta, a ciò che nessuna impudica mai per suo essempio restasse in vita, deliberò se stessa con le proprie mani ancidere. Il padre, il marito, Bruto e Valerio, sforzandosi di consolarla, l’essortavano a cacciar da sé sí fiero proponimento e pensare che tutta la colpa era da esser ascritta a Sesto Tarquinio, perciò che il peccato tanto è peccato quanto è volontario, e la mente sola è quella che pecca e non il corpo, eleggendo ella far il male. – Voi vederete, – disse Lucrezia, ciò che questo misfatto di Tarquinio merita e farete quanto vi parrá. Io ben che dal peccato m’assoglia, nondimeno da la pena assolver non mi debbo né voglio. – E questo dicendo, lasciò cascar il pianto in grandissima abondanza. Il marito alora quasi piangendo cosí le disse: – Rasciuga, cara Lucrezia mia, le cadenti lagrime e non ti voler attristare ed affliggere per la violenza a te fatta, ché assai efficace argomento ci dimostri d’esser stata sforzata, poi che volontariamente, potendo il tutto celare, la cosa come è commessa da l’adultero manifesti. E chi saputo mai averebbe il successo del caso se tu dimostrato non l’avessi? Non era egli in arbitrio tuo di tacere? Questo che l’animo tuo sia mondo e netto ci fa amplissima fede. La tua passata vita non solamente negli occhi degli uomini, ma nei piú segreti penetrali de la casa è sempre stata tale, che da tutti il titolo di pudicissima e di castissima porti. Ti sovvenga, Lucrezia mia, che questi dí passati essendo quello scelerato meco, che non in suoni, non in balli, non in mangiar o bere, non in altri lascivi giuochi o giovenili trastulli ritrovammo, ma a l’improviso ti sovragiungemmo che tu eri con le tue donzelle occupata nel cucire e far altri lavori donneschi, non aspettando perciò alora né domestici né stranieri. Quell’ora la vittoria ed il nome a te di pudicizia e castitá partorí, ché avendo noi le nore del re tra mille giuochi scherzando e lascivamente motteggiando ritrovate ed in soverchi mangiari con le compagne loro occupate, tu a quelle fusti superior giudicata e a te la palma di perfettamente compita donna fu data. Ma discaccia da te il pensiero di morire e sta di buon animo, ché noi col favor dei dèi immortali cotanta ingiuria animosamente vendicaremo. E pensa a vivere, perché tu che per forza gli abbracciamenti del superbo e scelerato giovine, mentre egli da te i nocivi e pestiferi a lui diletti si prendeva, sofferisti, a mano a mano la disiata vendetta vederai. Non volere, moglie mia carissima, col tuo innocentissimo sangue l’animo feroce di quello sanare al quale, da lui sforzata, il corpo e non la mente in poter lasciasti. Non t’è oramai chiara ed aperta la fiera crudeltá dei superbo re e dei crudeli e sceleratissimi figliuoli? non ti sovviene il fratello di Bruto nostro, che qui è, esser stato da questi fieri omicidi morto? E nondimeno egli d’una sorella del superbo re era figliuolo. Questi che il tuo corpo a mal tuo grado ha violato, quanti gabini ha egli anciso? quante vergini e matrone violate? quanti uomini innocenti crudelmente morti? Se quello fieramente hai in odio, se di core contra lui la vendetta a par del peccato brami, se cosa che ingrata e noiosa gli sia far desii, fa che tu viva, fa che egli intenda che con ogni sollecitudine la sua rovina procuri e che quella largamente aspetti. Fa che, veggendosi a noi, a tutta Roma e a tutti i buoni infame e a ciascuno odioso, crepi di sdegno e rabbia, e sentendo che tu il cui corpo ha avuto ardire di violare sei tenuta onestissima, egli se stesso e le sue sceleraggini abomini. Non voler, Lucrezia mia, me tuo marito cosí miseramente lasciar vedovo, ed il tuo amato padre che qui lagrimante vedi, lasciar consumar in doloroso pianto, e ai pargoletti ed innocenti nostri figliuoli la tanto lor cara madre rapire. Adesso ti deve dilettar e giovar il vivere, ché vicina sei a veder questo adultero andar in estrema rovina. E qual piú dolce cosa è, qual maggiore contentezza e qual piú desiderata, che di veder [punito] il nemico tuo? Ragione trovar non saperai che a la morte indur ti debbia se con giudicioso discorso il fatto tuo consideri. Io non nego giá che altamente non ti doglia, e a me senza fine duole, sentirti il corpo tuo imbrattato; ma pensa l’animo tuo esser puro e mondo, il quale corromper o violar non si puote, se egli volontariamente nel peccato non consente, come s’è detto. E chi non sa che essendo tu nel tuo letto ignuda, ove senza sospetto quietamente dormivi, non hai ad un giovine libidinoso, temerario ed armato avuto tempo di far resistenza? e tanto piú quanto egli venne deliberato di giacersi teco e, tu nol consentendo, minacciava con un servo a lato vituperosamente ammazzarti? Averebbe egli come figliuolo di re, per la giovinezza che in lui fiorisce, con lusinghevoli carezze qualunque altra donna resa a’ suoi disonesti appetiti pieghevole; ma il tuo casto e generoso petto so io che con qual si voglia arte non ha potuto a’ suoi illeciti piaceri rivolger giá mai. Egli solo, ben che seco in letto tu fussi, è stato quello che sceleratamente l’adulterio ha commesso e solo il peccato commesso. Tu come donna a l’improviso còlta, il corpo ne le forze del nemico sforzatamente hai lasciato, ma l’invitta mente libera e casta in tuo arbitrio riservasti. Il perché se tu gloria acquistar brami, qual maggior gloria esser ti può che sapersi che ad un giovine fervidamente amante e lascivamente i suoi appetiti saziante, non donna viva ed amorosa sommessa ti sei, ma di modo egli t’abbia avuto come se una rigida e marmorea statua ne le braccia tenuto avesse? Ché molte donne ancora che sforzate siano, nondimeno sentendo i soavi e pien di succo baci, gustando la dolcezza dei dolci abbracciamenti, e mosse da la lascivia di molti atti che si fanno, lasciata la prima durezza, a poco a poco dal diletto sensitivo piegate, volontariamente poi agli sfrenati appetiti consentono. Arrogi a questo, Lucrezia mia, che a l’adultero consentito non hai per téma del morire, ma per schifar infamia, perciò che alora il corpo solo a l’assassino lasciasti quando egli di metterti a canto nel letto uno svenato servo ti minacciò. Il padre tuo ed io d’ogni colpa ti assolviamo e liberamente giudichiamo che innocente sei. Né il padre tuo ed io soli pronunziamo questa sentenza, ma Bruto e Valerio e tutti i propinqui nostri il medesimo affermano, pregandoti che la vita conservi mentre che ella è degna d’esser conservata. Ché nel vero, se tu di te stessa micidiale diverrai, non solamente il giudicio nostro parrá che tu falso stimi, ma la colpa che in te non è, che tu schifar sommamente disii, farai che ciascuno pensi che in te sia, e cosí colpevole sarai stimata. Ma dimmi per i dèi immortali: chi sará che te innocente reputi, se tu, Lucrezia mia, te stessa nocente e consapevole fai e con supplicio mortale condanni? Se adunque vuoi quella esser tenuta che sei, e che il mondo come prima per specchio d’onestá ti riverisca ed onori, attendi a conservar la vita e deponi questi pensieri malinconici, il che facendo e te da la non meritata pena ed immatura morte e noi da eterno cordoglio libererai. – Questo detto, Collatino si tacque. Lucrezia veggendo che il marito taceva e piú oltra non ragionava, fatto buon viso e rasciugati i begli occhi che di lagrime erano pregni, valorosamente al marito e a tutti quelli che presenti erano disse: – Non vogliate, padre mio onoratissimo e tu agli occhi miei piú che la luce stessa caro, diletto marito mio, e voi parenti miei dolcissimi, vietarmi che io me stessa uccida, perciò che se l’innocente anima col ferro da queste macchiate membra non caccerò, che io piú tosto abbia disiato l’infamia schifare che la morte, appo il volgo fede non acquisterò giá mai. E chi crederá che il ribaldo e scelerato Tarquinio col minacciar di mettermi uno svenato servo a canto spaventata m’abbia e che io, che la morte non rifiutava, di quel timore fossi vinta, se ora esser cosí animosamente non provo? Rimarrá, oimè, una disonestissima macchia d’eterna infamia al nome mio e tale che non si potrá tor via. Mai sempre dirassi piú tosto Lucrezia aver voluto adultera vivere che intatta e pudica morire. Non vedete voi che me non a la vita ma al vituperio conservar cercate? Attendete pur a la vendetta e fate che l’altre sicuramente possano dormire, e a me non vietate far quello che meritevolmente son tenuta d’essequire. Pigliate l’arme valorosamente in mano, a ciò che la sfrenata lussuria s’affreni e piú avanti non passi, ché se tepidamente a questa impresa vi metterete, non solamente ne la lontananza dei lor mariti saranno le sciagurate donne violate, ma negli occhi d’essi consorti; e negli abbracciamenti loro vederete questi temerarii e libidinosi giovini far de le donne romane quello strazio che gli adirati e crudeli nemici, quando una cittá per forza prendeno, sono consueti di fare, non avendo rispetto né a luogo né a sesso né ad etá. E per Dio, qual donna piú si potrá assicurate, se Lucrezia sforzatamente violata si vede? Ma dimmi tu, caro marito mio, come potrai meco con buon core giá mai giacerti, pensando che non la tua moglie, ma una bagascia di Tarquinio a lato ti sia? E tu da me sempre onorando padre, come figliuola mi potrai chiamare né nata riconoscermi del sangue tuo, se i santi ed onestissimi costumi, che appo te e la santissima mia madre ne la mia fanciullezza apparai, piú esser in me non vedi? Come potranno questi altri per parente tenermi, poi che cosí infelicemente la mia onestá ho perduta e dai miei avi son tanto tralignata? Ahi misera me! come averò ardire i miei figliuoli piú riguardare, se il ventre ove essi furono generati è stato da lo scelerato adultero oppresso? Ma che sará di me se di quello sceleratissimo tiranno lo sparso seme, in me gettate le radici, a far il frutto venisse? Sosterrò io di starmi in vita fin che d’un figliuolo di cosí superbo e vizioso uomo come è Sesto divenga madre? E come potrai tu, marito mio, sofferire che in casa tua nasca un figliuolo d’un tuo cosí crudo e fiero nemico? Tu sopporterai vederti innanzi agli occhi un figliuolo di Sesto Tarquinio, tanto piú a te odioso quanto egli di me per adulterio sará nasciuto? Il perché, marito mio, lasciami seguir il mio animo, che giustamente mi dispone a pigliar quella punizione che si deve, e non mi voler a la memoria ridurre né metter innanzi agli occhi il chiaro splendore de la mia vita passata, ché tutto quello che io in tanti anni affaticata mi sono, onestamente vivendo, d’acquistare, in una notte per gli adulterati abbracciamenti è ito in fumo. Lassa me, che credendo io in casa un amico e parente ricevere, ho un fierissimo nemico, un assassino, un corruttore dei casti e geniali letti ricevuto! E come saria mai possibile che io piú allegramente viver potessi? Il disio che io aveva d’acquistarmi il pregio e titolo d’onestá m’ha fatto bersaglio di cosí vituperosa ingiuria, ché non la mia bellezza, se in me beltá si truova, ha cercato il libidinoso giovine godere, ma ha voluto la castitá e pudicizia mia rubarmi e tormi quello che né per fatica né per oro piú si può ricuperare. E se la continenzia mia cosí fatto frutto ha riportato, perché resta l’adulterio impunito? Voglio io forse mettermi nel numero di quelle che per ogni picciol prezzo a ciascuno vendono il corpo loro? Come potrá mai, misera me! l’animo mio puro e castissimo con queste macchiate e stuprate membra starsi e con loro aver commerzio? Quale è proporzione tra le tenebre e la luce che a modo nessuno ponno in un medesimo luogo essere, tal ora sarebbe dal candido animo mio a questo vituperato corpo. Il perché vuol la ragione che l’uno da l’altro sia separato. Ma per dir il vero, credete voi che ancora che l’animo mio fosse stimato ai piaceri de l’adultero ritroso e che la ragione non volesse a l’adulterio consentire, che il senso e l’appetito concupiscibile non si sia in qualche particella dilettato ed abbia tanto o quanto al piacer consentito? Il mio peccato non deve in modo alcuno restar senza punizione. Perdonami, padre mio, e tu, carissimo marito, non ti turbare; perdonatemi voi, dèi e dèe, a cui la santa pudicizia è sacrata: poi che la cosa a questo è ridotta e niente deve esser celato e conviene innanzi a voi il vero manifestare, io il pur dirò. Era ben io ritrosa, era io ostinata contra l’adultero e disposta a non gli consentire, ma non potei giá tanto attristarmi e tanto dai disonesti abbracciamenti rivocar l’animo, che il fragile e mobil senso alquanto non si dilettasse e i mal ubidienti membri qualche poco di piacere non sentissero, ché io non sono di legno né generata fui di pietra, ma sono donna di carne come l’altre. Quella trista ed ingrata dilettazione, quello qual che si fosse piacere, merita esser con la mia morte castigato. E certo troppo piú potenti si sentono le forze de la libidine col diletto dei carnali congiungimenti che altri non pensa. Tolgano i dèi che io con questa macchia viva e soffra che mai sia mostrata a dito e si dica un adultero esser meco giaciuto. Sapete non esser cosa al mondo che sia piú mutabile de la femina. Io non vorrei che differendo di darmi il convenevol castigo, le cose disoneste incominciassero a dilettarmi e a poco a poco mi cangiassi l’animo che ora aver mi sento. Pertanto lasciate pur che io col ferro passi questo mio petto, il quale quello scelerato primieramente occupò e dove de la sua sfrenata lussuria gli incitamenti lascivamente ricercava. Non vogliate persuadermi d’aver di me misericordia, poi che degna sono d’essere punita. Se io a la vita mia perdono, non conoscete voi chiaramente che ad una adultera giá perdono? E se a l’adulterio perdono, come posso fuggire di non perdonare a l’adultero? Perdonando a lo adultero, conviene che l’adulterio resti senza il debito castigo e che piaccia; e se l’adulterio a me piacesse, chi dubitarebbe che l’adultero insiememente non mi fosse caro? Se adunque l’adultero mi fosse grato, come sarei io quella Lucrezia giá da tutta Roma tanto onesta riputata? Perciò lasciate che io punisca il commesso fallo, a ciò che tutti chiaramente veggiano che io, non la morte che il crudel tiranno minacciava darmi ho temuto, ma ebbi paura de la infamia che egli diceva di farmi, mettendomi nel letto a lato un morto servo. Quello che io con altrui testimonio provar non posso e che non conviene che con le mie sole parole testifichi, col mio sangue farò certo, ed apertamente dimostrerò non qual si sia morte essermi stata di spavento cagione, ma solo aver temuto la privazione de l’onore, cui senza né donna né uomo deverebbe restar in vita, perciò che perduto che è l’onore, nulla di buono a la persona resta. Vanne omai, animo mio incorrotto ed immaculato, e innanzi al tribunale di Minos e Radamanto a l’innocenzia tua e al mio buon proposito rendi il debito vero testimonio, ché io di qua farò quanto a me appartiene. Innanzi a quei tremendi e giusti giudici tu, animo mio, Sesto Tarquinio de la mia pudicizia truculentissimo violatore animosamente accuserai. E voi che qui ho fatti adunare, se nei petti vostri regna punto di spirito romano, tanta sceleraggine non lasciate impunita, e sperate che i dèi immortali la vostra giusta querela contra i superbissimi e sceleratissimi tiranni favoriranno. – Dette queste parole, con un tagliente ed acutissimo coltello, che sotto la veste celato aveva, il casto petto ella sotto la sinistra mamma si percosse ed il core ferí, e sovra la piaga, cadendo ai piedi de li suoi, subito passò a l’altra vita. Il padre ed il marito di lei cominciarono amaramente a piangere. Bruto alora pigliato in mano il sanguinolente coltello: – Per questo, – disse, – innanzi e da poi la tarquiniana ingiuria e regal violenza, castissimo sangue, io giuro e tutti voi, dèi, testimonii a questo chiamo, che da me Luzio Tarquinio con la scelerata moglie e con i superbi e disonesti figliuoli saranno, per quanto io potrò, di Roma cacciati, e ovunque anderanno, con ferro, fuoco e sangue crudelmente ed animosamente perseguitati. Né mai permetterò che essi od altri regi tengano l’imperio di Roma. – Dopoi, a Lucrezio e Collatino che gridando piangevano ed altresí a Valerio, che di quanto diceva Bruto si meravigliavano, il sanguigno coltello diede in mano, e tutti tre del modo che egli aveva giurato fece giurare. Indi, lasciate le lagrime, a la vendetta s’apparecchiarono. Fatto poi levar il corpo, quello ne la publica piazza cosí sanguinolente fecero porre. Quivi Bruto, con accomodate parole, di maniera accese il popolo di Collazia che tutti contra i Tarquinii in vendetta di Lucrezia presero l’arme; onde poste a le porte le guardie a ciò che nessuno al re, che intorno Ardea con i figliuoli era, la cosa dicesse, verso Roma se n’andarono tutti di brigata, ove non meno piú tumulto Bruto concitò che a Collazia concitato avesse. Ivi ottenne che il popolo levò il reame a Tarquinio; indi con armata mano verso Ardea s’inviò, lasciato in Roma Lucrezio a governarla. E intendendo che il re verso Roma veniva, egli per altra via a l’oste d’Ardea pervenne, di modo che in un’ora Bruto ad Ardea e Tarquinio a Roma arrivarono. A Tarquinio fur chiuse le porte, essendo giá di poco innanzi la scelerata Tullia sua moglie con grandissimo vituperio da Roma fuggita. Bruto come liberator de la patria lietamente fu ne l’oste ricevuto, e subito i figliuoli del re dal campo cacciati. Il re con i due figliuoli maggiori se ne fuggí in Toscana, e diverse vie tentando di ricuperar Roma, uno dei figliuoli, che Aronte aveva nome, vide in battaglia esser morto. Sesto, che l’adulterio aveva commesso, ne la cittá dei gabini si ridusse, avendosi scordato le gravi offese a’ gabini fatte: quivi dai nemici suoi crudelmente fu ammazzato. Il re con l’altro figliuolo, dopo l’aver indarno tentato di racquistar il perduto per le sue sceleraggini e dei figliuoli reame, a Cume, cittá non molto lungi da Napoli, in essiglio si ridusse e quivi miseramente morí. E cosí fu la morte e l’adulterio de la castissima Lucrezia vendicato, il cui virile e generoso animo penso io che tanto lodar non si possa quanto merita.


Il Bandello al valoroso signore
il signor Paolo Battista Fregoso


Provano tutto ’l dí questi miseri innamorati quanta sia l’instabilitá e durezza d’alcune donne e come elle assai spesso s’attaccano al lor peggio. Provano medesimamente le semplici donne quanto grande talora sia la fierezza e la superbia d’alcuni uomini e quanti gli inganni e tradimenti manifesti che loro, fingendo d’amarle, sono usati. Avviene nondimeno, né saperei dir il perché, che né questi da quelle né quelle da questi si sanno disbrigare, o per dir meglio, non vogliono svilupparsi, correndo tutte due le parti al lor danno, come le semplici farfalle volano, veggendo la fiamma, a la manifesta morte. E di questi errori se ne vedeno continovamente molti. S’è anco visto molte fiate che uno amerá una donna e non ritroverá in modo alcuno corrispondenza del suo amore, e cosí avverrá a la donna se ama l’uomo, anzi si fanno mille dispiaceri come se mortali nemici fossero. Ecco poi, come fortuna va cangiando stile, che chi odiava ama e chi amava cangia l’amor in odio. E chi prima aveva l’amante offeso, scordato l’ingiurie che a quello fatte non stima, pazzamente se gli dá in preda né può sofferir di vedersi disprezzare, onde bene spesso riceve il convenevol guiderdone de la sua crudeltá. E ancora che gli uomini diano talora del capo in questa rete, nondimeno le donne, come men caute e di natura assai facili a credere a le lusinghevoli e fallaci parole degli amanti, piú sovente in questi intricati lacci si vedono esser irretite. Dicasi pur la veritá: elle anco sono per l’ordinario piú compassionevoli di noi e con poca fatica perdonano le fatte lor ingiurie, del che non bisogna venir in prova, veggendosi la natura averle fatte delicatissime e pietose. E se talora una o due se ne ritrovano che tengano del crudele, forse che n’hanno talora cagione. Né per questo l’altre deveno esser biasimate se non si mostrano cosí pieghevoli agli appetiti poco regolati degli uomini, perciò che fanno come i cani, i quali tócchi una volta da l’acqua bollita fuggono la fredda. Ora di questo ragionandosi questi dí ne la ròcca di Castiglione a la presenza de la molto vertuosa e gentilissima signora Ginevra Rangona e Gonzaga, messer Mario Biscanti narrò una bellissima istoria a Napoli avvenuta, la quale affermava aver intesa da uomo degno di fede, onde io, essendomi mirabilmente piaciuta, la scrissi. E perché molte fiate voi ed io abbiamo di tal materia ragionato, ve l’ho donata ed al nome vostro scritta, essendo certo che vi sará cara, poi che tutte le cose mie vi sono accette. Certo che il caso che si narra è degno di compassione, e ciascuno si deve guardare di non cascar in cotali errori. State sano.