Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella XXVII

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Seconda parte
Novella XXVII

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Istoria de l’origine dei signori marchesi dal Carretto
ed altri marchesati in Monferrato e ne le Langhe.


Narrano l’antiche istorie dei regi e duci de la Sassonia che Ottone, di questo nome primo tra’ tedeschi imperadore, nacque d’una figliuola del re di Sassonia, la qual provincia fu di regno fatta ducato ed oggi anco con tal titolo si governa. Ebbe questo Ottone da Matildi sua moglie un figliuolo che Ottone medesimamente si chiamò, che anco egli fu imperadore e si disse Ottone secondo, il quale per la benignitá de la sua natura fu da tutti detto «l’amor del mondo», perciò che mal volentieri contristava nessuno e a tutti averebbe voluto far piacere. Nondimeno egli fu bellicoso e per mantener le giurisdizioni de l’imperio fece bellissime imprese. Aveva egli una gentilissima figliuola di piú alto core che a donna non conveniva, che Adelasia si chiamava. Era in corte al servigio di questo Ottone secondo uno dei figliuoli del duca di Sassonia nomato Aleramo, giovine molto bello e ne le lettere assai ben instrutto, al quale il padre morendo, perché non era il primogenito, aveva lasciato per ereditá alcune castella in Sassonia con assai buona entrata. Egli tra tutti quelli che in corte erano portava il nome del piú prode de la persona che ci fosse, di maniera che essendo anco d’elevato ingegno, in tutte l’azioni sue si diportava di modo che non ci era alcuno che a lui agguagliar si potesse. Avvenne un giorno tra gli altri che facendosi una caccia, oltra le fere e selvaggine che i cani presero, furono alcuni di quei giovini cortegiani i quali insieme animosamente si misero per conquistar un orso che fuor de la grotta era uscito. Ma nessuno fu che piú valorosamente si diportasse di Aleramo, il quale, disceso da cavallo perciò che per téma de la bestia selvaggia non voleva il cavallo andar innanzi, s’oppose coraggiosamente contra l’orso e quello con meraviglia infinita di tutta la corte, senza ricever mal nessuno, conquistò. Adelasia questa prodezza sentendo, pose gli occhi a dosso ad Aleramo a parendole il piú gentile, cortese e valoroso barone che col padre suo fosse, e quello che meglio di ciascun altro il tutto faceva, non se n’accorgendo, di lui mirabilmente s’innamorò. Ella era fanciulletta ed Aleramo ancora non passava vent’anni. In quei dí Ottone primo morí ed il padre di Adelasia fu eletto imperadore, né per questa grandezza del padre Adelasia punto dal suo amor si cangiò. Ella miseramente ardeva, e tanto piú duro provava esser amore, quanto meno poteva sfogarsi. Da l’altra parte Aleramo, che de l’amor de la fanciulla s’era avvisto, per sí fatta maniera le fiamme amorose aveva anco egli in petto ricevute che ad altro, giorno a notte, non sapeva rivolger l’animo, avendo sempre dinanzi agli occhi la bellezza di quella che sí fieramente l’abbrusciava. Mirabilissime sono e difficili ad investigare le forze de l’amore. Era in corte d’Ottone secondo gran numero d’uomini giovini ed eccellenti, ma nessuno a la giovane piacque se non Aleramo; vedevansi tutto il dí bellissime e vaghe donne, ma fra tanta turba Adelasia sola puoté il core d’Aleramo infiammare. S’amavano adunque i dui amanti segretissimamente, né fidarsi di persona ardivano: gli occhi solamente erano de le lor fiamme e dei celati pensieri fidissimi segretarii e veloci messaggieri. E ancor che talvolta insieme favellassero, nessuno di loro ardí giá mai le fiamme discoprire; tuttavia a l’uno e a l’altro pareva d’esser de l’amore ottimamente ricambiato, il che a tutti dui accrebbe fuoco a fuoco. Adelasia che era fanciulla di quindici anni, come piú tenera e delicata, con inestimabil pena, affanno e noia sofferiva l’amorose fiamme, onde a niente altro pensando se non al suo caro amante, molte fiate fra sé, quando sola si trovava, diceva: – Che cosa è questa che piú de l’usato nel mio cor sento? da che viene che il solito mio viver piú non mi piace? Il pigliar l’ago e lavorar di trapunto, che cotanto m’aggradiva, ora m’è a fastidio; il leggere, che cosí mi dilettava, piú non mi diletta; lo star in compagnia con le mie donzelle che tanto allegra mi teneva, il giocar con loro che cosí mi trastullava, l’andar per i giardini a diporto che tanto amava, a il veder far altri giuochi che sí spesso andava cercando, par che ora a noia mi siano, e che altro non brami né altro cerchi che starmi sola e pascermi e nodrirmi di pensar a questo nuovo fuoco che l’ossa e le medolle mi consuma. Solamente dinanzi agli occhi miei sta di continovo la generosa e bella immagine del valoroso e cortese Aleramo di Sassonia. Pensando di lui m’acqueto e respiro; s’io lo veggio m’infiammo ed agghiaccio, e se nol veggio lo cerco e desio. Quando io l’odo parlare, il soavissimo ragionar suo l’anima e il petto cosí m’ingombra ch’eternamente ad udirlo intenta me ne starei. Ma lassa me! che dico io? che penso? che farnetichi, Adelasia? che brami? Deh, caccia, cor mio, questi nuovi e vani pensieri da te; non dar la via a queste fiamme che contra ogni devere accese si sono. Oimè, se io potessi, ché non sarei inferma come esser mi sento. Oimè, che nuova forza a mal mio grado ove io non vorrei mi sospinge andare. La ragione una cosa mi conseglia, ma amore tutto il contrario vuol ch’io faccia, e sí fieramente mi costringe che un’ora respirar non mi lascia. Or che ho io a fare con Aleramo piú che con gli altri gentiluomini e baroni de la corte? che ancor che i suoi e i miei parenti siano discesi da la casa di Sassonia, non istá perciò bene a me piú del convenevole amarlo. Io quello amar debbio il quale mi sará secondo il costume antico per sposo dato. Ma qual sarebbe quella donna che Aleramo non amasse? Qual cosí saggia ed avveduta e tanto ritrosa e rigida che conoscendosi da lui amata, tanto sapesse schermirsi che non gli restasse soggetta? Me certamente ha egli in modo presa e di sí stretto nodo legata che se non mi porge aita, converrá molto tosto che io i miei giorni miseramente finisca. Vorrò dunque io non essendo ancora maritata sottomettermi a costui, il quale poi che di me sará sazio se n’anderá e me schernita e vituperata qui lascerá? Ma il suo mansueto viso, i suoi leggiadri costumi, l’infinita sua cortesia a la bontá che in ogni sua azione dimostra, tanta crudeltá e sí ingrata ingratitudine non promettono, ché essendo egli vertuoso e nobilissimo, sará anco costante e fedele. Egli prima mi dará la fede di non abbandonarmi e per sua legitima moglie mi sposerá, e se qui abitar non ci sará concesso, il mondo è grande. Pur che io seco stia, io non potrò star se non bene. Dicasi poi di me ciò che si voglia: basta che io non udirò quello che si dirá. Ed ancor che io udissi dir mal di me, che poi? forse che io sono la prima che abbia la patria e parenti abbandonato? Infinite sono quelle che dietro a’ loro amatori volontariamente se ne sono ite. Volle Elena esser rapita e, abbandonando il marito, andar col suo Paris a Troia. Fedra ed Arianna di lor voglia Teseo seguitarono. Nessuno ci fu che sforzasse Medea a lasciar la patria e il padre e fuggirsene con Giasone. E se fu chi costoro sforzasse, egli certamente fu Amore, il quale nel vero me anco sforza a seguir il mio Aleramo ovunque andar vorrá. Oh come sono io sciocca tra questi miei vani pensieri vaneggiando! E ancora non so che animo sia quello di Aleramo, il quale, ben che a me paia che m’ami, forse che non vorrá perder la grazia di mio padre, ché perdendola perderebbe insieme la patria e quanto in Sassonia possede. – Questi e simili altri pensieri faceva Adelasia mille volte il dí e la notte, e spesse fiate ancora di preposto si cangiava. Né di lei meno Aleramo vaneggiando viveva, a cui fieri e nuovi pensieri di questo suo amore per la mente di continovo si ravolgevano, e in ogni pensiero faceva assai lunga dimora, eccetto che soffrir non poteva di pensar di non amarla. Adelasia piú e piú volte tra sé deliberò chiuder la via a questa nuova passione e altrove rivolger l’animo; ma com’ella vedeva il suo Aleramo, subito si pentiva cangiando pensiero, e né piú né meno ardeva come faccia la stipa nei campi quando, postole dentro il fuoco, Borea le soffia e d’ogn’intorno quella accende. Ella oziosa dimorando, a le sue fíamme, secondo che ammorzar le deveva, nuove fiamme aggiungeva, tuttavia in lei crescendo il disio di far questo suo ardore al suo caro amante noto. Onde si potrebbe dire come disse il poeta, che la castitá solamente alberga ne le umili ed abbiette case e che la sola povertá è onesta ed ha gli affetti suoi sani. La pudicizia di rado in quei luoghi alberga ove l’accidia e l’ozio regnano, perciò che Amore nacque d’ozio e di lascivia umana, il cui cibo sono dolci ed oziosi pensieri, sguardi soavi, lascivette e molli parole e, come diceva il fiorentino, dilettarsi di far nulla. Ardendo adunque Adelasia e modo a le sue fiamme non veggendo, anzi d’ora in ora sentendole accrescere, deliberò di scoprirsi e con Rodegonda, nobilissima e saggia femina di cui molto si fidava, come di colei da cui fin da la culla era stata nodrita e sempre governata, le sue passioni communicare; onde un dí che si trovarono sole Adelasia in questa maniera le disse: – La fede che sempre ho io in voi avuta, Rodegonda mia da me come madre amata, e le buone vostre qualitá con la discrezione che sempre in voi ho veduta, m’assicurano che io certi miei pensieri con voi participar non dubiti, portando ferma openione che di quanto ora son per communicarvi, o bene o male che sia, mi terrete credenza. E per non multiplicar piú in belle parole, vi dico, venendo al fatto, che son giá molti dí che a me troppo piú che non vorrei, il valore, la prodezza, i saggi modi e le oneste maniere d’Aleramo di Sassonia sono in tal modo piacciute e cosí la sua gentilezza m’è entrata nel core, che, voglia o no, io son sforzata piú che me stessa amarlo. Ho tentato mille arti per cacciarlo fuor de la mia mente, ma pare che quanto piú io mi vi affatico, egli tanto piú a dentro nel core m’entri, e di tal sorte di me e dei miei pensieri si faccia signore che impossibil è che senza la memoria di lui io possa vivere. E a questo condotta mi veggio, che se io seco non mi trovo, senza dubio converrá che una di due cose segua, o ch’io impazzisca o mora. Chiederlo a mio padre per marito so che non mi giovarebbe, sí perché intendo che è in pratica con il re d’Ongaria di darmi a lui per moglie, ed altresí perché Aleramo è povero barone al grado del genero che mio padre vorrebbe. Da voi adunque in questo mio bisogno chieggio conseglio ed aita. – Rodegonda, udite che ebbe queste parole, tutta isvenne, e poi che furono gli smarriti spiriti raccolti, cosí a dir cominciò: – Oimè, signora mia, che cosa è questa che voi ora mi dite? Volete voi che io in questa mia vecchiaia cominci a far frode al mio signore e quello faccia, essendo attempata, che giovane mai non feci? Non vogliate, per Dio, farmi far quello che a voi e a me eterno biasimo apporti ed oltra il biasimo, la morte. Ma se volete il mio conseglio seguire, smorzate le nocive fiamme nel casto petto accese, a ciò che io, a voi e me, perdizione non meni. Non v’inganni vana speranza, ma fate resistenza a questi primi impeti e facilmente di voi stessa donna diverrete. Colui che questo amoroso veleno a poco a poco nodrisce, si fa d’un crudele e violento tiranno schiavo, e quando poi vuole, non può il collo dal gravissimo giogo levare. Oimè, che sarebbe di voi se l’imperador sapesse tanto fallo quanto commetter pensate? Non sapete che amore lungamente non può star segreto e che quanto piú lo vorrete celare, egli da ogni canto si fará conoscere e sentire? – Orsú, – disse Adelasia, – non se ne parli piú. Qui non ha luogo paura e niente teme colui che non ha téma di morire. Seguane di questo mio amore ciò che si voglia, ché io sono paratissima il tutto con forte e grandissimo animo sopportare. Io so molto bene che faccio male ad amar uno che mio sposo non sia; ma chi puon freno agli amanti? chi dá loro legge? Io amo Aleramo, sí, e piacemi che a questo astretta sia. Mio padre per moglie al re d’Ongaria cerca di darmi, ed io non so chi si sia, se non che mi vien detto che egli ha cinquanta anni, ed io sedeci ancora non ho veduti. E come saria possibile che io amassi questo vecchio re, avendo l’imagine di Aleramo sí saldamente fissa nel core che se non per morte uscir non ne potrá giá mai? Or poi che io veggio che voi né di consegliarmi né aiutarmi come Aleramo possa avere sète disposta, e che di questo mio amore punto non vi cale, io per me stessa provederò ai casi miei. E quando il mio Aleramo aver non possa, chi mi vieterá che il morire non sia il mio ultimo refugio – Spaventata a cosí fatta voce, la pietosa Rodegonda in lacrime amaramente piangendo si risolse, e poi che alquanto ebbe lagrimato, cosí disse: – Dapoi che, signora mia, voi dite che senza Aleramo viver non potete, raffrenate un poco queste vostre fiere passioni e lasciate la cura a me di questo vostro amore, e non vi tormentate piú, ché io vederò con qualche buon modo di parlar con Aleramo e fargli intender l’openion vostra. – A questa promessa l’innamorata giovane tutta si rallegrò, e mille e mille fiate basciata la vecchia, quella affettuosamente pregò che senza dar indugio a la cosa si mettesse ad ordine d’esseguirla. Ma parliamo un poco d’Aleramo, il quale non meno d’Adelasia amava, anzi ardeva, anzi pur impazziva. Poi che s’accorse a manifestissimi segni che era da la giovane in amor ricambiato, egli piú in poter di lei viveva che nel suo, e altrove non sapeva, non poteva ed anco non voleva rivolger i suoi pensieri. Onde un dí ritiratosi in camera tutto solo e a lo stato ove si trovava pensando, cosí fra sé a dir cominciò: – Tu hai pure, Aleramo, tante volte udito raccontare e per te stesso letto che cosa è amore, e sai che a la fine poco di buono in lui si ritrova. Non sai ch’altro non è amore che lungo pianto e breve riso, piacer picciolo e doglia grandissima? Sempre muore e mai non finisce di morire colui che ad amore si fa soggetto. E pur convien ch’io ami. Questa è una passione che tutto il mondo sente. Quanti imperadori, duci, marchesi e signori e quanti valorosi capitani sono stati servi d’amore? Giulio Cesare vinse tanti re, popoli, esserciti e capitani, e Cleopatra vinse lui. Augusto, innamorato di Livia, quella al marito tolse. Nerone fiero e crudelissimo sottomise le spalle ad amore. Marco, sí saggio, sí dotto e sí da bene, come fu trattato da Faustina? Marco Antonio in Egitto che fece egli per amor di Cleopatra? Ercole, che purgò il mondo di tanti mostri, per amore di Iole sostenne con la conocchia a’ fianchi filare. Il forte Achille contra amore si trovò debolissimo. Ma che vo io raccontando costoro che amarono, se infiniti sono? E perché crediamo noi che i divini poeti, che il vero sotto fizzioni sogliono nascondere, abbiano cantato gli amori di Giove, di Febo, di Marte e degli altri loro dèi, se non per darne ad intendere che il poter d’amore è potentissimo e la sua forza è inespugnabile? Chi non è uomo non ama. Io perciò, che uomo sono, amo senza fine la bella e leggiadra Adelasia. E chi vorrá dire che io mal faccia ad amar la figliuola del mio signore, mostrerá esser molto poco pratico de le forze d’amore. Ben che ella sia figliuola d’imperadore, il padre suo ed il mio vengono perciò tutti del legnaggio nostro di Sassonia. Ma amor non guarda a codeste grandezze di sangue. Non s’è egli visto di grandi e magnifici uomini amar femine di vil condizione, e donne di grandissimo stato essersi a bassi uomini ed infimi servidori sottomesse? Di queste cosí fatte cose n’abbiamo tutto il dí assai essempi. Sí che per questo non mi debbo sgomentare, e tanto piú quanto che mi pare pur conoscere che Adelasia m’ama. E per Dio! qual uomo sarebbe cosí rigido e severo, qual sí duro giá mai che conoscendosi da sí leggiadra e vaga giovane com’è Adelasia amato, quella non amasse, anzi riverentemente adorasse? Ché se gli occhi son del core assai spesso messaggeri e per cenni loro l’interna voglia si può conoscere, io son certissimo che indarno non amo. Ma come potrò io le mie passioni farle manifeste, se quando vicino le sono e penso il mio amor dirle resto muto e tutto tremar mi sento? Egli converrá pure che io la lingua snodi e le mie mordaci cure le dica. – Cosí viveva Aleramo e tra sé spesso pensava che modo terrebbe a manifestar il suo amore. Fra questo mezzo Rodegonda varie cose imaginando, pensava come segretamente potesse al desiderio d’Adelasia sodisfare, la quale vedeva tutto il dí per soverchio amore distruggersi. E poi che ella molti modi imaginati s’ebbe, a la fine s’accordò ad uno che le parve il piú comodo e di minor periglio. Onde un giorno, mostrando d’aver altre faccende, si fece chiamar Aleramo e dopo alcuni proemii l’amore d’Adelasia gli discoperse, pregandolo ch’egli di persona del mondo non si fidasse, a ciò che non guastassero i fatti loro. Dopoi gli insegnò ciò che far deveva per ritrovarsi con la sua amante; del che Aleramo si tenne il piú contento uomo che mai vivesse. Medesimamente quando Adelasia da Rodegonda intese l’ordine posto per poter essere col suo Aleramo, ella di soverchia gioia ne la pelle non capiva, fra sé dicendo: – Ora averò pur tempo di ragionar e starmi con colui che piú che la luce degli occhi miei amo; ora potrò pur dirgli quanta pena per lui soffro. Io gli dirò pur la tale e la tal cosa, e seco tutte le mie acerbissime passioni disfogherò. – Né meno di lei pensava Aleramo, il quale venuto il tempo da Rodegonda statuito, si vestí da facchino e con una cassa in collo verso la camera di Rodegonda se n’andò, avendo in questo la fortuna favorevole che a l’entrar de la camera non fu da persona veduto; onde da la donna fu subito in un camerino ascoso ove agiatamente dimorar poteva. Quivi egli, spogliatosi i panni vili, dei suoi che erano ne la cassa si rivestí, aspettando con la maggior allegrezza che mai sentita avesse la venuta de la giovane. Era l’ora del desinare quando Aleramo nel camerino si chiuse, il che avendo Adelasia saputo, nulla o poco desinò, a’ suoi disii fieramente pensando. Dopo il desinare, com’era assai sovente suo costume di fare, ella andò con alcune de le sue donzelle a la camera di Rodegonda, e quivi poi che alquanto si fu ragionato e scherzato come è il solito de le corti disse che voleva da merigge dormire. E cosí per buona pezza licenziò tutte le donne e rimase sola con Rodegonda, la quale serrata la camera e aperto il camerino, fece i dui novelli amanti entrar ne lo steccato ove senza morte si combatte. Come gli amanti insieme si videro, tanta fu d’ambidui l’allegrezza che vinti da soverchia gioia non poterono per buona pezza dir parola, ma come colombi, strettissimamente abbracciati, mille soavissimi baci si diedero, sentendo inestimabil piacere. A la fine riprese le forze, assai cose sovra il loro amore ragionarono. E prima che quindi partissero, volle Adelasia esser da Aleramo sposata, seco deliberando dovunque egli andasse di seguitarlo. E divisato insieme de l’ordine che al partirsi devevano tenere, a ciò che il santo matrimonio tra lor celebrato piú compitamente si facesse, quello con piacer grandissimo d’ambe le parti amorosamente consumarono. E cosí il buon Aleramo la sua Adelasia di pulcella fece donna. Restò dopoi chiuso egli nel camerino, e Adelasia, aperta la camera e fatte venir le sue donzelle, tornò al solito suo essercizio. Ne l’ora poi de la cena, Aleramo per non esser da alcuno de la corte conosciuto, vestitosi i panni da facchino, con la sua cassa su le spalle uscí del palazzo, e al suo albergo ritornato cominciò a dar ordine al fatto suo. Egli, fatto vender alcune cose che in Sassonia aveva e datele per buon mercato per piú tosto venderle, diede voce che altrove voleva investir i danari; onde comprate alcune gemme preziose di gran valuta, con quelle e qualche danari che in un farsetto cuciti aveva, una notte insieme con Adelasia, che nascosamente era di corte uscita, prese il camino verso Italia. E quella notte istessa, con panni che Aleramo apparecchiati aveva, si vestirono da peregrini che a visitar i luoghi santi andassero, avendo prima a la donna scorciati i capelli e vestita in abito di garzone. Cominciarono adunque allegramente a far il lor viaggio, caminando tutti dui a piedi per meglio andar celati. Veramente si può ben dire che l’amore di questi dui innamorati era del piú fino e perfetto che si potesse trovare. Non voglio parlar d’Aleramo, perciò che era uomo, giovine, forte, robusto, e ne l’arme, ne le cacce ed altre fatiche essercitato. Ma che diremo d’Adelasia; figliuola d’un imperadore e quasi data per moglie a un re d’Ongaria che a quei tempi era re potentissimo, la quale non avendo riguardo a cosa che fosse, elesse piú tosto col suo Aleramo peregrinando andar incognita e vivere in essiglio che divenir regina? Non avete voi compassion di lei che giovanetta e delicatissima, in abito di poltronieri, se ne va tutto il dí a piedi? Amore che le cose diffícili suol render facili a chi lo segue, amore era quello che tutte le fatiche le faceva leggiere e i noiosi fastidii del periglioso camino le faceva parer piaceri e diporti. Perciò ben si può veritevolmente dire che in tutte l’operazioni umane, quantunque difficili e colme di fatiche e di mortali perigli, chi per amor le fa non sente dispiacer alcuno, perché amore è il vero e saporito condimento del tutto. Ora che gli amanti se ne vanno, Dio doni lor buon viaggio. La matina che Adelasia in corte non si trovò e fu buona pezza indarno cercata il romore fu grandissimo e l’imperadore si mostrò senza fine di mala voglia, e tutto quel dí altro non si fece che cercarla. Il giorno seguente, non si trovando di lei indizio alcuno, ed Aleramo non comparendo, e inteso dai suoi di casa che quella notte non s’era visto, tennero tutti per fermo che egli avesse la giovane rubata. E l’imperadore, pensando che egli a le sue castella fosse in Sassonia ito, lá mandò con prestezza, ma niente si puoté intendere. Onde fece bandir per tutto l’imperio che chi prendeva Aleramo con Adelasia avesse grandissimi doni. Erano giá i dui amanti in Ispruc quando sentirono gridarsi il bando, del che eglino si risero, veggendosi in guisa trasformati che impossibil pareva loro che devessero esser conosciuti. Partirono da Ispruc e se ne vennero verso Trento, e caminando allegramente senza sospetto di trovar cosa che il lor viaggio distornasse, la fortuna che da tanta altezza al basso tratti li aveva, di questo non contenta, gli apparecchiò nuova disgrazia, perciò che non molto lungi da Ispruc s’abbatterono in certi malandrini che in un tratto ebbero Aleramo dispogliato ed anco Adelasia. E se non giungevano alcuni mercadanti, facilmente averebbero conosciuta Adelasia, che pareva esser un garzone. Perdettero adunque tutto l’aver loro e rimasero quasi ignudi, né ardirono dire ciò che gli era stato involato per téma d’esser conosciuti, onde furono astretti andar mendicando. E cosí si condussero in Italia e andarono ne le Langhe tra Aste e Savona, ove il povero Aleramo si mise a tagliar de le legna, – ché ivi erano foreste grandissime, – e far del carbone, ed a la meglio che poteva guadagnar poveramente il vivere. Quivi Adelasia partorí il suo primo figliuolo a cui posero nome Guglielmo. Ed a ciò che in ogni particolaritá di questi dui sfortunati amanti non vada raccontando, vi dico che stettero in una grotta su quelle montagne piú di sedici anni, col far del carbone e qualche altra cosetta di legname, ché sapete tutti i tedeschi esser molto artificiosi. E in quel tempo ebbero in tutto sette figliuoli maschi, dei quali il primo essendo giá grandicello andava spesso col padre ora in Aste, ora a Savona ed ora in Alba vendendo il carbone e quegli altri strumenti di legno che facevano. Erano tutti i figliuoli bellissimi e d’alto core, mostrando apertamente che non di poltroniero tedesco ma d’altissimo sangue era il lor legnaggio. Era poi il primo cosí di faccia simile a l’imperadore, che chiunque avesse conosciuto Ottone di quella etá averebbe detto esser quell’istesso. Avvenne che essendo il fanciullo di quattordici anni, che Aleramo lo mandò in Aste a vender del carbone ed altri lavori ed anco per riscattar alquanti danari che deveva avere. Andò Guglielmo e, vendute le cose e ricuperati i danari, comprò una bella spada; il che veggendo i parenti, si misero a piangere e dissero: – Ahi sfortunato figliuolo, ancor che tu non conosca di che sangue tu sia nasciuto, l’instinto nondimeno naturale t’insegna l’origine tua esser nobilissima. – Un’altra volta egli comprò uno sparviero a dicendogli il padre che il loro stato non comportava di tener sparviero ed agramente avendolo ripreso, egli un dí si partí da casa, ed essendo grandissima guerra tra l’imperadore e gli ongari che erano in Italia discesi e la guastavano, se n’andò nel campo imperiale. Egli era di quattordici in quindici anni, ben fatto e piú grande assai che communemente quella etá non richiede. Finita la guerra contra gli ongari, andò l’imperadore in Provenza per adattar alcune cose del reame d’Arles che alora era sotto l’imperio. Composte le cose, venne Ottone in Italia per la Liguria e capitò a Savona. Guglielmo sempre l’aveva seguitato e s’era fatto un bravo soldato. Or avvenne che un dí non troppo lungi da l’alloggiamento de l’imperadore venne Guglielmo a parole con uno soldato tedesco, e si sfidarono a singolar battaglia. Un capitano, a ciò che facessero il loro abbattimento piú ordinatamente e senza riprensione, si fece da tutti dui dar la parola, e promesse loro che gli farebbe aver il campo libero e franco a tutto transito da l’imperadore; del che tutti dui si contentarono. Il capitano per non mancar di quanto promesso aveva, pigliata l’occasione, un dí gli menò tutti dui in sala ove l’imperadore desinava. Era quivi un tedesco molto vecchio, il quale aveva visto infinite volte Ottone quando era fanciullo. Questi come vide Guglielmo, subito si ricordò de l’etá di Cesare e gli parve propriamente che fosse quello, e quanto piú lo rimirava piú gli rassembrava che fosse Ottone. V’erano degli altri che in giovinezza erano stati insieme con l’imperadore, i quali tutti dicevano che quel giovine in effetto rassimigliava mirabilissimamente Cesare. L’imperadore altresí, che sel vedeva dinanzi, non poteva saziarsi di riguardarlo e tutto si sentiva intenerire. Il capitano che condutto l’aveva, come il desinar fu finito, appresentò i dui giovini dinanzi a Cesare e disse: – Sacro imperatore, questi dui soldati hanno una querela insieme e si sono sfidati di voler finir le lor differenze con l’armi in mano. Io mi sono assai affaticato per rappacificargli, ma non ci è stato ordine, perciò che questo piú giovine, – che era Guglielmo, – che si reputa offeso, non la vuol intendere. Io per levar tutti i disordini e tumulti che potessero accadere ne le bande ove essi sono commilitoni, gli ho condutti qui a voi, a ciò che con vostra buona grazia possano combattere. – L’imperadore volle intender la querela loro, ed intesa che l’ebbe, trovò che il soldato aveva con superchiaria voluto batter Guglielmo, ancor che l’effetto non fosse seguíto. E perché la natura, come avo, inclinava a conservar il nipote, non voleva che egli combattesse, onde con molte persuasioni si sforzò a metter concordia tra loro. Ma Guglielmo seppe sí bene ed accomodatamente dir la sua ragione e dimostrò tanto ardire, che l’imperadore assegnò loro il campo dinanzi al suo alloggiamento, volendo egli in persona esser giudice del tutto. E perché avevano in quello rimesso la qualitá e sorte de l’arme, come furono ne lo steccato, gli fece dar un guanto di maglia sinestro per ciascuno ed una spada per uno, e gli fece dispogliar in camiscia. Cominciarono a menar le mani, e dopo diversi colpi fatti, nei quali Guglielmo con ammirazione universale dimostrò grandissimo coraggio, ancor che il suo nemico fosse di lui di piú etá e molto piú ne l’armi essercitato, ebbe nondimeno tanto ingegno e tanta destrezza che, senza esser tócco, egli valorosamente il suo avversario uccise dentro lo steccato. Il che molto piú la grazia di Cesare gli accrebbe, e tanto piú che assai affermavano a l’imperadore che quando egli era de l’etá di Guglielmo, era né piú né meno di quella statura, di quel colore, di quei lineamenti e di quelle stesse fattezze che vedeva esser Guglielmo. Fatto adunque quello a sé chiamare, publicamente gli diede tutte quelle lodi che a l’etá e al valore nel campo dimostrato si conveniva di dare; poi lo fece di man sua cavaliero con buonissima pensione. E sospingendolo piú innanzi il natural amore, gli domandò di che paese egli fosse. Guglielmo riverentemente ringraziato Cesare de l’onore che fatto gli aveva, disse come era figliuolo di dui poveri tedeschi cacciati de Lamagna, i quali non molto lontano da Savona in una grotta di quelle Langhe si riparavano assai poveramente. Cadette ne l’animo de l’imperadore, considerata l’etá di Guglielmo, che quelli potrebbero essere Aleramo di Sassonia e sua figliuola, né si poteva levar questa sua fantasia di capo, ancor che Guglielmo nomasse per altri nomi i suoi parenti, che i nomi s’avevano cambiati per non esser conosciuti. Onde prima che partir volesse da Savona, chiamò a sé un barone che era cugino d’Aleramo e gli disse: – Questo giovinetto che questi dí a la mia presenza cosí valentemente si diportò, che senza essergli cavato gocciola di sangue ammazzò il suo nemico, di modo mi rassimiglia che molti lo tengono per mio figliuolo. Io l’ho domandato i nomi del padre e de la madre sua, che dice esser alemanni; ed ancora che egli mi dice che eglino siano per altri nomi nomati, io mi son messo in animo che di leggero potrebbero esser Aleramo tuo cugino e mia figliuola Adelasia: tanto piú che sempre che io veggio Guglielmo che sí mi simiglia, mi sento tutto commovere il sangue e prendo grandissimo piacere a vederlo ed infinita contentezza a parlar seco. Come tu sai, io aveva altre volte deliberato, se a le mani mi venivano, nel sangue loro incrudelire. Ora Guglielmo m’ha levato ogni mal talento. E se essi, come mi giova credere, son vivi, io ti do la fede da vero e leal imperadore che tutte le ingiurie perdono loro, ed accetto Aleramo per mio carissimo genero ed Adelasia per amorevole e diletta figliuola. Io adunque voglio che tu insieme con Guglielmo lá te ne vada ove egli dice che questi suoi poveri parenti dimorano, e di questo mio pensiero t’assicuri; e ritrovando che siano quelli, che qui tu gli meni, a ciò ch’io possa a grandezza loro far ciò che m’è ne l’animo caduto. E se non fossero quelli che noi cerchiamo, nondimeno rimena Guglielmo, al quale io intendo far del bene ed onore assai, non volendo che indarno mi rassomigli. – Fatto poi chiamar Guglielmo, a quello impose che seco conducesse Guniforte Scombergh, – cosí era detto il barone, – a la caverna su le Langhe ove suo padre dimorava. Avuta questa commissione, Guglielmo disse a Guniforte che sempre che voleva andare, che gli era presto d’accompagnarlo. Guniforte non dando indugio a la cosa, prese alcuni dei suoi servidori ed altri, e con lui si mise a camino e verso la caverna s’inviò, ed assai a buon’ora arrivò al luogo. Caricava alora Aleramo certi asini suoi di carbone per andar in Aste, quando dal figliuolo e dal cugino fu sovragiunto. Conobbe egli subito il figliuolo ed il cugino, ma Guniforte non raffigurò giá lui cosí tosto. Giunti dove Aleramo il carbone caricava, Guglielmo disse a Guniforte: – Signore, questo è il padre mio; – e dismontato corse amorevolmente ad abbracciarlo. Mentre che Guniforte intentamente rimirava per riconoscer Aleramo, egli intenerito per la vista del figliuolo che cosí ben vestito vedeva, e da l’altra parte temendo per non saper a che fine fosse suo cugino lá andato, se ne stava quasi mezzo attonito. Or Guniforte diligentemente il suo parente guardando, riconobbe in lui una picciola cicatrice che Aleramo aveva sovra l’occhio sinestro, che giocando di spada nel tempo che imparava a schermire gli fu da un suo compagno fatta; ed ancor che Aleramo fosse poverissimamente vestito, affumicato, magro, barbuto e tanto contrafatto che pareva un di questi spazzacamini che vengono dal lago di Lugano, nondimeno Guniforte giudicò quello esser il suo cugino; e smontato se gli gettò al collo e piangendo di compassione ed allegrezza gli disse: – Tu sei pur Aleramo mio cugino! non ti nasconder piú, ché tu sei stato troppo ascoso, e tempo è che tu ritorni al tuo primo stato e a maggior che prima. – Aleramo alora alquanto confortato abbracciò strettissimamente Guniforte, ed insieme per buona pezza lagrimarono. Erano in compagnia d’esso Guniforte alcuni che erano in Sassonia soggetti di Aleramo, i quali, conosciuto il lor signore e trovatolo cosí mal in arnese, tutti riverentemente, piangendo, se gli inchinarono. Stava Aleramo cosí tra due sospeso, non sapendo ancora la fine de la venuta del suo cugino; tuttavia avendo visto il figliuolo cosí bene ad ordine e le carezze che il cugino tanto amorevolmente gli faceva, non pensava dever sperar se non bene. In questo mezzo Guglielmo era corso a chiamar sua madre, la quale in una fontana vicina a la caverna lavava suoi panni. Com’ella vide il figliuolo riccamente vestito che proprio pareva figliuolo di gran prencipe, lasciati i panni, corse ad abbracciarlo e di dolcezza lacrimando mille volte quello teneramente basciò. Disse Guglielmo alora: – Madre, egli è qui venuto il signor Guniforte Scombergh mandato a posta da l’imperadore, come da lui intenderete. – Turbossi Adelasia, non sapendo a che fine l’imperadore avesse mandato per loro, non gli avendo Guniforte voluto dir cosa alcuna. Ora sentendosi Adelasia dal marito col proprio nome chiamare, che fin a quell’ora era stato ai figliuoli proprii incognito, alquanto si confortò ed incontro a la compagnia che verso lei veniva s’inviò dal figliuolo accompagnata. Ella era come il marito poverissimamente abbigliata e tutta tinta, secondo che anch’ella il carbone toccava e metteva nei sacchi ed aiutava caricare; nondimeno dimostrava tuttavia le sue bellissime fattezze, e spirava dal vago volto maiestá, non potendo il povero vestire celar la reale e generosa creanza de l’animo suo. Poteva ella alora aver da trentatré anni, poco piú e poco meno. Come Guniforte le fu appresso, non mica come a cugina, ma come a figliuola d’imperadore e sua padrona le fece riverenza tanto umilmente quanto puoté. Ella lo raccolse con cortese e gratissima accoglienza e cosí fece a tutti gli altri che erano con Guniforte. I pargoletti figliuoli, che senza Guglielmo furono sei, tutti corsero ove il padre e la madre loro videro, e ben che fossero molto mal in ordine di vestimenti, erano nondimeno tutti bellissimi e mostravano nel grazioso aspetto esser da generosa stirpe usciti. Narrò alora Guniforte la cagione de la sua venuta e tutto quello che a Guglielmo era accaduto. Stette buona pezza Aleramo insieme con la moglie muto. Guglielmo con dui altri fratelli, che erano l’uno di tredici e l’altro di quattordeci anni, restarono pieni d’infinita allegrezza e maraviglia. Io non so qual fosse maggiore dei dui amanti, o la contentezza di aver la grazia di Cesare ricuperato o la vergogna di devergli andar innanzi, ché d’esser stati sovragiunti in cosí povera vita essi lo reputavano gloria. Guniforte, per non tardar piú in quel luogo, fece sopra due chinee, che a mano aveva fatto condurre, montar Aleramo e Adelasia, e i figliuoli fece metter in groppa di quelli che seco aveva menato, e andarono quella sera ad albergare a la prima villa che piú vicina trovarono. Aveva subito Guniforte del tutto a l’imperadore dato avviso, il quale de la ritrovata figliuola e del genero fece meravigliosa festa. Mandò anco quella notte a Savona a pigliar panni per vestir con i figliuoli il padre e la madre; il che subito fu essequito. E la mattina essendogli stato apparecchiato un bagno, furono tutti lavati e ben netti, i quali essendo poi nobilmente di ricche vestimenta addobbati, non parevano mica carbonari, ma parevano proprio, ciò che erano, prencipi. A l’entrar in Savona che fece Aleramo con la moglie e con i figliuoli, tutta la cittá e tutti i baroni di corte gli andarono incontra, e gli ricevettero come a figliuola e genero d’un tanto imperadore conveniva. E Ottone a fine che tutto il mondo conoscesse che di core ogni ingiuria rimessa gli aveva, discese le scale del palazzo e teneramente abbracciò la figliuola, il genero e i nipoti d’uno in uno. Aleramo e Adelasia s’inginocchiarono innanzi a l’imperadore, chiedendogli mercé del fallo contra lui commesso; il quale, fattogli levare, gli riabbracciò e in segno di clemenza tutti dui basciò e disse che piú del passato non si parlasse. Si fece poi andar innanzi tutti sette i nipoti dei quali il maggior era il valoroso Guglielmo, che facevano un bellissimo vedere. Si mise poi in mezzo del genero e de la figliuola e con immensa allegrezza montarono le scale, e giunti in sala, si cominciò a far una solennissima festa. Tutte le donne di Savona si ritrovarono in palazzo, ove per otto dí continovi volle l’imperadore che la festa durasse, dicendo che erano le nozze de la figliuola che egli celebrava. A la fine, essendo Ottone astretto d’andar a la volta di Lamagna, fece tutti sette i suoi nipoti figliuoli d’Aleramo e d’Adelasia marchesi. Il primo, che Guglielmo, come sapete, si chiamava, fece marchese di Monferrato; al secondo diede il marchesato di Savona con molte terre, dal quale sono discesi tutti i marchesi del Carretto, dei quali è capo oggidí il marchese di Finario; il terzo ebbe Saluzzo, di cui ancor la stirpe dura; il quarto generò il ceppo dei marchesi di Ceva; fu il quinto marchese d’Incisa, di cui ancora persevera la signoria; ebbe il sesto il marchesato di Ponzone, ed il settimo quello del Bosco. E volle Ottone che Aleramo e Adelasia restassero signori e marchesi del tutto fin che vivevano. Vide adunque Aleramo i figliuoli tutti in buonissimo stato, ed egli con la moglie lungo tempo in grandissima contentezza visse, e fin oggi la sua stirpe è nei maschi perseverata, eccetto quella di Monferrato, che una volta restò in una donna che si maritò in un figliuolo de l’imperadore di Costantinopoli di casa Paleologa, ed ora anco è finita ne la duchessa di Mantova la Paleologa e si rallignerá ne la nobilissima schiatta di Gonzaga. E cosí vanno le famiglie mancando e mutandosi, non essendo sotto il globo de la luna cosa stabile e ferma: che ci dimostra che qui non debbiamo fermar i nostri pensieri, ma rivoltargli tutti al cielo.


Il Bandello al molto magnifico
messer Marcantonio Giglio


Dapoi che cominciò tra noi l’amicizia nostra ho io sempre desiderato che qualche occasione m’occorresse, per la quale da me si potesse farvi conoscere quanto io v’ami e sia bramoso di rendervi la ricompensa di tanti piaceri, quanti voi, la vostra mercé, tutto il dí mi fate. Ora ragionandosi non è gran tempo de le burle che ai gelosi si fanno e di quanti disordini sia cagione la gelosia, quando in uomo di poca levatura s’appiglia e che l’usi male, Pietro Galletti, d’origine pisano ma abitante in Sicilia e nodrito a Palermo, narrò sovra questo una piacevol novella avvenuta a Lucca, la quale, essendomi paruta degna d’esser messa insieme con l’altre mie, descrissi. Onde essendomi al presente venuta a le mani, per cominciar in parte a dimostrarmi verso voi grato, quella vi mando ed al vostro nome dedico. Ella vi potrá giovare se prenderete moglie, ché senza divenir geloso ed in tanto morbo accecarvi, con destrezza ed amor vero coniugale la donna vostra debbiate governare, non le dando mai occasion alcuna di risparmiar quello di casa e logorar quel d’altrui. Non senza cagione vi scrivo questo, con ciò sia cosa che il piú de le volte i mariti son quelli che dánno occasione in diversi modi a le mogli di far ciò che non deveno. State sano.