Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella XXVIII

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Seconda parte
Novella XXVIII

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Il giudice di Lucca si giace con una donna e fa metter
in pregione il marito di quella, con varii accidenti.


Nel tempo che Pietro Gambacorta signoreggiò Pisa, fu un fanciullo chiamato Buonaccorsio Gualando, molto nobile, il quale essendo senza padre e madre, assai piú che a l’etá fanciullesca non conveniva s’innamorò fieramente di Beatrice figliuola di Neri Malletti, picciola fanciulla, ed ella di lui medesimamente senza fine s’accese. Come Buonaccorsio tornava da scuola, a vedere e starsi con la sua Beatrice si metteva. E perché erano fanciulletti, nessuno dei parenti a la loro domestichezza metteva mente: poteva il fanciullo esser de l’etá dei dodici anni e la fanciulla a pena dieci compiva. I parenti del fanciullo che di lui la tutela avevano, veggendo che ne la grammatica faceva buon profitto e ch’era d’elevato ingegno, deliberarono di mandarlo a Siena ove alora gli studii civili con gran fama fiorivano, e glielo dissero, dimostrandogli che ancora che fosse d’antica e nobile schiatta e de le prime famiglie di Pisa, che nondimeno le facultá non erano molte, e che era necessario che egli con le vertú s’aiutasse a mantener il grado de la sua nobiltá. Udendo questo il fanciullo e conoscendo che gli dicevano il vero, disse loro che farebbe quanto eglino gli ordinassero. Ma da l’altra parte pensando che da la sua Beatrice deveva partirsi, sentiva un meraviglioso tormento che il cor gli rodeva. Onde riduttosi con esso lei a ragionamento, gli disse la deliberazione che di lui i suoi tutori avevano fatta e il fiero dolore che sofferiva. La fanciulla, udendo questo, cominciò agramente a piangere, di maniera che piangendo anco amaramente esso fanciullo e tutti dui fanciullescamente abbracciandosi, bevevano l’un de l’altro le calde lagrime. Ora tra loro preso quell’ordine che l’etá dava loro e datasi la fede di sempre amarsi, mentre che Buonaccorsio stette in Pisa, erano tutto ’l dí insieme. Aveva il fanciullo in casa un fattore al quale, avendone giá fatta consapevole Beatrice, lasciò l’ordine che le lettere che da Siena scriverebbe egli a Beatrice per via d’una sua povera vicina mandasse, e le ricevute da lei gli inviasse a Siena. Venuto il tempo del partire, andò Buonaccorsio a Siena ove, prima che a Pisa tornasse, fu dai tutori tre anni continovi ritenuto. Egli di continovo aveva in memoria la sua Beatrice e spesso le scriveva, ed ella medesimamente che Buonaccorsio amava, quando poteva gli mandava qualche lettera, ed instigata d’amore aveva assai bene apparato a scrivere. E crescendo in tutti dui con gli anni l’amore e dandosi sovente con le lettere avviso l’un de l’altro, passato il terzo anno, al tempo de le vacazioni ritornò a Pisa il giovine e ritrovò la sua Beatrice divenuta piú bella assai che non era e mirabilmente cresciuta: ché in vero ella era bellissima, gentile e tanto avveduta che in tutta Pisa non si sarebbe una par sua trovata. Buonaccorsio la vide ad una finestra e parveli senza fine tanto vaga e bella che restò tutto attonito. E per esser tutti dui cresciuti, non era lor piú lecito star insieme domesticamente come prima facevano; il che ai dui amanti era di fiero cordoglio cagione. Ma perché mai non lascia Amore i suoi seguaci senza qualche aita, egli aperse lor gli occhi e gli fece vedere che in una vietta assai solitaria, che dietro la casa di Beatrice era, si potevano ad una finestra non troppo alta parlare, che dava lume ad un luogo ove si tenevano legna per ardere ed altri bisogni di casa, e v’erano dui gran tini da far il vino. Quivi talora Beatrice si trovava e a suo bell’agio, parlando col suo amante, s’interteneva. L’amore, che tra loro fanciullescamente era cominciato, alora d’un’altra maniera gli ardeva il core, e di maniera s’amavano che volentieri si sarebbero trovati insieme e preso l’uno de l’altro quell’amoroso piacere che sí fervidamente dagli amanti si ricerca; ma la commoditá non ci era. Mentre adunque che crescendo in etá il fuoco loro si faceva maggiore, Buonaccorsio, passate le vacazioni, ritornò a Siena, ove stette tre altri anni senza ritornar a Pisa. Ed essendo il tempo ch’egli deveva venir a casa, Neri Malletti maritò la figliuola a Lucca, dandola per moglie a un cittadin lucchese che Fridiano Z. si chiamava. Il che Buonaccorsio intendendo, cadette in tanta malinconia che, come disperato, fu per farsi frate di san Francesco. Ed avendo in Siena giá parlato col padre guardiano e preso il tempo che si doveva vestire, ebbe una lettera da la sua Beatrice, la quale gli scriveva che astretta dal padre non aveva potuto disdir di maritarsi, e che ella piú che prima l’amava e che ora averebbe piú libertá che prima e che troveria modo di poter esser insieme, pure che egli trovasse la via di star in Lucca; e tanto piú a questo l’essortava, quanto che l’era paruto in quei pochi dí comprendere che il marito era uomo di poco ingegno. Il giovine a queste lettere si consolò pur alquanto, e cento volte le lesse a rilesse; a pentito di volersi far frate, attese a finir i suoi studi, e quell’anno medesimo fece una solenne «repetizione» con tanta commendazione di tutta l’universitá di Siena che in breve egli ottenne la laurea del dottorato de le leggi civili a canoniche. Venne poi a Pisa, e per acquistar riputazione ne la patria, mise fuori un gran numero di conchiusioni e con sodisfazione di tutta la cittá quelle sottilmente disputò. E non si potendo cavar di fantasia la sua Beatrice, deliberò far ogni cosa per aver il luogo del giudice del maleficio in Lucca, ch’era magistrato d’autoritá e di molta stima. Onde per via di parenti ed amici fu tanta la pratica che fece, che fu eletto giudice per dui anni; il che a lui e a Beatrice fu di grandissima contentezza. Avuta la elezione, si mise ad ordine di quanto gli era bisogno per comparir onoratamente, e del mese di gennaro se n’andò a Lucca e con solenne pompa prese il possesso de l’ufficio, e di maniera lo cominciò ad essercitare che in pochi dí acquistò la grazia di tutta la cittá. Quivi adunque essendo e quasi ogni dí la sua bella Beatrice veggendo, e di tutti dui essendo il voler di ritrovarsi domesticamente insieme, la giovane, avendo due de le sue donne corrotte, col mezzo di quelle diede adito al suo amante di venir a starsi seco, perciò che Fridiano era fuor in contado. E cosí del lor lungo e fervente amore colsero il tanto desiato frutto. Messer lo giudice, se prima amava, ora era tutto amore, avendo trovato la sua Beatrice piú piacevole e molto piú festevole di quello che credeva. Ella altresí, gustati gli abbracciamenti del caro amante e quelli sentendo piú forti e saporiti di quelli del marito, tutta dietro a Buonaccorsio si distruggeva, e se prima poco amor al marito portava, ora l’aveva in tanto fastidio che da ogni canto le pareva che putisse; in modo che quella settimana non le pareva star bene se due o tre volte col giudice non si trovava. Il perché continuandosi la pratica un poco meno che discretamente, Fridiano entrò di lui in grandissima gelosia. Egli lo vedeva giovine molto bello a tutto il dí passar per la contrada; gli pareva pure che come Beatrice lo vedeva, tutta si rallegrasse e gli facesse troppo lieto viso. Onde molte fiate venne con la moglie a sconcie parole: le teneva pur detto ch’ella faceva a l’amor col giudice, e che al corpo del santo Volto egli direbbe e farebbe. La donna che conosceva quanto il marito valeva, gli rispondeva agramente, lamentandosi di lui che simil cosa le dicesse, che s’ingannava di gran lunga, perciò che ella s’era benissimo accorta che messer lo giudice frequentava quella contrada per una vedova lor vicina che egli amava, ma che questa cosa non si voleva dire, per non dar infamia a la vedova; e che se pure egli aveva questa openion di lei, che facesse quella guardia che voleva, e se ritrovava che ella gli facesse torto, che alora facesse di lei ciò che piú gli era a grado. Il marito ben che non fosse il piú accorto uomo del mondo, era nondimeno tanto innamorato de la moglie e la vedeva cosí bella e tanto baldanzosa che si credeva ch’ogni mosca che per l’aria volava gliela devesse involare, e non accettava scusa che ella si facesse. E pensando di continovo come egli potesse ai casi suoi provedere, entrò in un farnetico: che la moglie gli deveva dar qualche cosa a bere o mangiare per farlo ben dormir la notte, e poi levarsi ed aprir l’uscio al giudice. Parevagli adunque, se a questo trovava rimedio, che la cosa andarebbe bene. Pertanto chiamò una de le massare e le disse: – Vedi, Giovanna, – ché cosí aveva nome la femina, – se tu mi sarai fedele e mi serbarai credenza, tu vedrai ciò ch’io ti farò. Io dubito assai di mia moglie e del giudice, e mi credo che ella la notte mi faccia dormir con qualche diavoleria che mi dá, e poi si levi ed apra l’uscio al giudice. Io vo’ che tu mi faccia il mio mangiare e mi cavi il vino, perciò che io non piglierò cibo alcuno se non di tua mano. Ma vedi: siami fedele. – La Giovanna che era consapevole de l’amor del giudice e de la padrona, udendo questa frenesia, disse: – Messere, io son debitrice di far quanto mi comandarete, e in questa cosa non vi mancherò di niente. Io non credo giá che madonna sia di tal sorte, ché mi par pure che me ne sarei talora avveduta; ma se ella fosse di tal condizione, questo guardarvi del mangiare a del bere non montarebbe nulla, perciò che le donne pisane, per quello che io ci intesi quando stava in casa dei Lanfranchi, sanno per la piú parte di molti incantesimi. E parmi ricordar che io ci udissi dire che quando uno dorme, se la donna lo tocca con mano e gli dica certe parole che imparano la notte di natale, che egli dormirá tant’ore quante fiate ella dirá le parole. – Fridiano udendo questo restò morto, e gli pareva dormire e che Beatrice l’incantasse; onde disse: – Oimè, che cosa è questa ch’io odo? – La Giovanna alora: – Messere, – rispose, – come v’ho detto, io non credo che madonna sia di codeste che fanno le malie; tuttavia dice il proverbio che «Buona guardia schifa rea ventura». Io penso se ci è cosa nessuna, che il giudice non venga per la porta, ma che passi il muro del giardino e monti ove sono le legna, e per lá se ne venga su e vada a la vostra camera. – Il buon Fridiano credette a la scaltrita femina, onde con lei consultata la cosa deliberò per qualche giorno far la notte la guardia nel giardino. Come la massara ebbe agio, ella il tutto puntalmente riferí a la sua madonna; la quale, sentendo cosí fatto farnetico, prima ebbe via d’aver chiavi contrafatte su la porta de la casa, poi del tutto fece avvisato il giudice. E se prima ella faceva buona cera a l’amante, ora cominciò ella a fargliela megliore, di maniera che il misero Fridiano essendo estremamente ingelosito e dando intiera fede a la Giovanna, non ardiva appo la moglie addormentarsi per téma d’esser incantato. Onde si propose attendere diligentemente a la custodia de l’orto. Pertanto mentre che egli a l’aria annoverava le stelle, la donna per star piú sicura, dopo che egli era ito ne l’orto, faceva fermar una certa porta a ciò che il geloso senza sua saputa non potesse uscire, e si faceva venir il giudice col quale faceva la congiunzione dei pianeti. E per meglio dar colore a la cosa, come il giudice era nel letto con la sua amante, uno dei suoi servidori che l’accompagnava si metteva andar a torno a l’orto, ora sputando, ora fischiando, e facendo di simili atti fingeva voler passar il muro che era poco alto, di maniera che il misero geloso stava tutta la notte in sospetto e fermamente credeva colui esser il giudice che per andar a la moglie fosse venuto. Poi veggendo che non saliva il muro, dubitò che il giudice non sapesse come egli faceva la guardia, a non sapeva come governarsi. Ne l’ora dapoi che il giudice si partiva, la donna faceva aprir l’uscio verso il giardino, e questo sempre era d’una o due ore innanzi l’alba; ma il geloso non si partiva mai da l’orto fin che non era passata l’alba. Durò questa trama molti giorni, e sí andò la bisogna che non dormendo Fridiano se non un poco il giorno ed anco talvolta la notte nel verziero, egli divenne magro e secco e pareva spiritato. E chi non sarebbe divenuto tale stando tante notti a latrare a la luna? Finalmente il giudice, per cavar e la donna e sé di sospetto, ordinò con la donna una bellissima trama, che gli successe a punto come s’aveva imaginato. Era tra i servidori del giudice un giovine pisano grande e molto aitante de la persona, il quale da tutti era chiamato per sopranome Ferraguto, il quale ad ogni perigliosa impresa si sarebbe per un sol cenno del giudice messo; ed era costui capo d’alquanti sergenti di quelli che tutta la notte vanno a torno per vietar che nessuno vada senza lume e non porti arme. A costui disse il giudice: – Ferraguto, come tu sai, io amo la moglie di Fridiano Z. ed ella me; ma io non ci posso, come sarebbe il suo e mio desiderio, andare per la solenne guardia che egli fa tutte le notti. E perché mi sarebbe gran comoditá passar per l’orto, egli la notte di continovo lá dentro sta armato, di modo che io non mi ci posso approssimare che egli sotto il muro non sia con uno spiedi in mano. Io so bene ch’essendo armato, ti potria far poco nocumento, perciò che egli è cotal tisicuzzo e non averebbe forza di passar una ricotta. Voglio che tu dica ai tuoi sergenti che tu hai per spia che un bandito la notte passa per l’orto e che lo vuoi prendere. Bisogna che tu primieramente scali il muro e che discendi ne l’orto. Egli senza dubio assalirá, ma poco mal potrá farti. Lascia ordine agli altri tuoi che ti seguano, ed io a quella medesim’ora mi troverò al luogo col resto de la famiglia e lo pigliaremo, e poi farò quello che ho pensato che sará buono a guarirlo de la gelosia. – A questo rispose Ferraguto: – Messere, questa è picciola faccenda che voi mi comandate. Lasciate pur far a me, e non vi dubitate di covelle. Basta che mi dichiate l’ora che volete trovarvi al fatto. – Cosí statuita l’ora e del tutto a la donna dato avviso, messer lo giudice quel dí passò due fiate dinanzi la casa de la donna e fece a posta certi cenni d’occhi e di porsi la mano al petto, con certo sputar da malizioso; di maniera che Fridiano, che stava a la vedetta e tutti i cenni aveva ben notato, tenne per Fermo che quella notte il giudice devesse venir a trovar Beatrice. E non possendo omai piú sopportar tanta seccaggine né sofferir che cosí sfacciatamente il giudice accennasse con suoi gesti la moglie, con lei entrò in gran romore a le disse a la presenza de le donne e d’un servidor di casa: – Moglie, moglie tu ne farai tante che io, al corpo di santa Maria da Montenero, ti segherò le vene de la gola. E se questo tuo giudice passerá di notte per la contrada, io gli farò uno scherzo che si ricorderá tutta la vita sua di me. Tu vuoi pur far a l’amor seco e vuoi ch’io abbia il chiazzo a l’uscio; ma io nol comporterò. Se voi sète pisani, io son luchese. Fa che io ti veggia piú a finestra nessuna di quelle che rispondeno su la strada: vederai come l’anderá. – La scaltrita donna, che troppo bene conosceva ciò che valeva suo marito e quello che sapeva fare, subito adiratamente gli rispose: – E che diavolo, marito mio, dite voi? che parole son queste che voi cosí inconsideratamente usate? che cosa in me avete voi vista che vi debbiano entrar questi ghiribizzi in capo? Voi senza colpa vostra e mia fate voi tener uomo malvagio e me trista femina, e non ci è mal nessuno. Io mi credo che voi farnetichiate. Ove avete voi imparato che il giudice di questa cittá non possa passare di giorno e di notte per ogni contrada ed entrar in qualunque casa egli voglia, volendo far l’ufficio suo? Io ho pur sentito dire a voi proprio che cotesto magistrato del giudice è un ufficio molto temuto e riverito. Guardate come voi parlate. – Vedi, vedi, – disse alora Fridiano montato fuor di modo in còlera, – che questa traditora pisana sará venuta a Lucca per volermi governare. Che fussi io stato in letto con la quartana quel dí che mi venne voglia di prender moglie pisana, ché tutti tutti, uomini e donne, sète traditori! Che venga il fuoco dal cielo che t’arda, rea femina che tu sei! – A questo, Beatrice che del marito teneva poco conto, per piú farlo adirare gli rispose: – A la croce di Dio che avete una gran ragione a dir questo e volervi parangonare a’ pisani! Egli non si sa ciò che è Pisa e ciò che i pisani per mare e per terra hanno fatto a par de’ luchesi! Andate, andate, che mio padre fu ben ceco a torvi per genero. Che sia maladetta quell’ora che io mai vi presi per marito, ché sète piú sospettoso che un mulo castrato! Che dice ben vero il proverbio: che «i lucchesi hanno paura de le mosche che volano per l’aria»! Attendete in nome di Dio a vivere, e farete saviamente; e guardate che non vi venisse voglia di mettermi le mani a dosso per battermi, ché io non ve lo sopportarei e con queste dita vi cacciarei gli occhi del capo. Io non faccio cosa che debbiate minacciar di darmi. Date de le busse ai cani, e lasciate star me. – Le parole vi furono assai, e per una che Fridiano ne dicesse la moglie ne rispondeva diece. Venne la notte, e il buon Fridiano cenò prima degli altri a poi, armatosi, se n’andò ne l’orto e si mise a l’erta, con animo di far un malo scherzo al giudice, se veniva per salir il muro de l’orto. Da l’altro canto il giudice fece armar la famiglia, dicendo che voleva andar per far prender un bandito il quale aveva avuto per spia che era in certo luogo. E cosí mandò innanzi Ferraguto con la sua squadra, ed egli seguitò con gli altri, e andava per la cittá aspettando il bòtto de l’ora data, non si scostando molto da la casa di Fridiano. Come l’ore diedero il posto segno, Ferraguto, avvisati i suoi, appoggiò la scala al muro de l’orto ove Fridiano attendeva, e salito sopra, mentre che volle discendere sentí che d’una punta di spiedi fu ne la coscia ferito, ma non profondamente; onde saltato giú disse forte gridando: – Traditore, tu sei morto! – Aveva Ferraguto un gran partigianone, col quale cominciò stranamente a ferir Fridiano, ma sempre di piatto. Il povero Fridiano, credendo fermamente quello esser il giudice, menava spiedate da orbo; ma Ferraguto si riparava benissimo, e i suoi compagni erano giá smontati ne l’orto, ed il giudice arrivando gridava: – Dentro, dentro, ché noi abbiamo trovato il bandito! – Avevano giá quei di Ferraguto rotto l’uscio de l’orto e preso Fridiano, quando messer lo giudice entrato dentro domandò ove era il bandito. – Eccolo qua,– risposero i sergenti, non avendo ancora conosciuto che il prigione fosse Fridiano. – Orsú, sia con Dio, – disse il giudice, – andiamo a la corte. – Ferraguto, sapendo la cosa com’era, si lasciò andar per terra strangosciato; il che veggendo, uno degli sbirri disse: – Oimè, Ferraguto è morto! – A questa voce ritornò il giudice, e vide la coscia di Ferraguto che tuttavia sanguinava, e disse: – Questo bandito ha morto Ferraguto, ma egli doppiamente lo pagherá. – Fridiano alora al giudice rispose: – Io non son bandito, ma son Fridiano Z. cittadino di questa cittá. – Come? – soggiunse il giudice, – tu sei Fridiano Z.? e che facevi tu qui armato a questa ora? Orsú, su, compagni: tre o quattro di voi portino Ferraguto a casa a chiamino il medico. Voi altri abbiate cura che Fridiano non scappi, e cerchiamo in questa casa, ché ci troveremo il bandito. – Andò dunque il giudice con alcuni dei suoi in casa e trovò che tutti al romore erano levati, e avendo del lume ricercò per tutto. A la fine chiamata innanzi a sé la donna, minacciandola agramente, le disse: – Madonna, ditemi la veritá: ove è il bandito che questa notte venne qui dentro? – Messere, – rispose la donna che amaramente piangeva, – in casa nostra son molti dí che persona non ci alloggiò. Io non so quello che vogliate dir di banditi. – Basta, – disse il giudice, – voi per la prima ve ne accorgerete: io vi farò ben confessar la veritá per via di tormenti. Egli certo è vero quello che m’è stato detto molti dí sono, che voi sète una mala donna e che mai non dite veritá. – Messere, – disse ella, – io son pisana come voi e donna da bene. – E’ mi duole, – rispose il giudice,– che siate pisana, perciò che mi convien far il debito mio, sia chi si voglia che mi vien ne le mani. – E comandò alora che Fridiano con la moglie, due donne e un servidore fossero condutti a corte. La donna cominciò a far il maggior rammarico del mondo e mostrava far una grandissima resistenza; ma non potendo piú di quello che poteva, le convenne lasciarsi menare. Il povero Fridiano, vedendo e udendo queste cose, diceva tra sé: – Veramente io son stato in grandissimo errore pensando che il giudice amasse mia moglie. Questi non sono mica scherzi da innamorati. – E non sapeva ciò che si dire. Fu con questi suoi pensieri cacciato in una prigione ove le biscie non averebbero abitato. Il famiglio suo fu posto in un altro luogo e la moglie con le due donne, che tutte due erano de l’amor dei dui amanti consapevoli, fu alloggiata in una camera ove se ne stava assai comodamente; con la quale messer lo giudice, per meglio essaminarla, il rimanente de la notte amorosamente si giacque. Il povero Fridiano se ne stette molto di mala voglia, dubitando che per aver ferito un sergente de la corte ed esser stato a quell’ora trovato con arme da offesa a da diffesa, che qualche gran male non ricevesse. Egli domandò a’ guardiani de le prigioni ciò che era de la moglie, dei quali uno che lo conosceva gli disse: – Io ho sentito messere che ha detto volerla questa matina far mettere al martoro de la fune, per intender ove avete alloggiato il bandito che ier sera vi venne a casa. Ella non potrá far se non male, ché questo signor giudice è molto severo. Poi e’ v’è Ferraguto che voi avete ferito disconciamente, che vi dará da far assai. – Restò Fridiano pieno di grandissima paura, e non potrei dire quanto gli dolesse cosí impensatamente aversi nemicato il giudice. E credendo fermamente che la moglie devesse esser tormentata, si sentiva scoppiar il core. Sapeva il giudice le parole che di lui Fridiano aveva dette, e con Beatrice molto se ne rise. La matina essendosi divolgato per Lucca la presa di Fridiano con la moglie, fu cagione di dirsi assai cose; e perché ci era pur qualche sospetto de l’amor del giudice e di Beatrice, questa prigionia ammorzò il tutto. Vennero molti dei parenti e amici di Fridiano a parlar col giudice per intender la cagione de la sua prigionia, ai quali rispondeva il giudice che avendo avviso d’un gran ghiotto bandito che era in casa di Fridiano, che egli con la corte v’era ito per pigliarlo, e che Fridiano armato non solamente aveva fatto fuggir il bandito, ma che aveva anco dato de le ferite ad uno dei sergenti. Tutti restavano smarriti né sapevano che dire. Ora poco innanzi il desinare il giudice si fece condur Fridiano dinanzi al quale domandò se sapeva la cagione perché era incarcerato. Il povero uomo rispose: perciò che aveva ferito uno de la corte. – E bene, – disse il giudice, – che facevi tu a quell’ora armato di spiedi, corazzina e di celata, con la spada a lato, ne l’orto? – A questo non sapendo Fridiano che rispondere, si storceva non potendo ritrovar scusa che valesse. – Vedi, – disse il giudice, – io vo’ serbarmi a darti de la fune da sezzo, perché prima intendo d’essaminar la tua donna e le due massare col tuo servidore; poi vorrò saper da te la veritá, la quale so io bene che converrá che tu, voglia o no, mi dica. Va a pensa ben ai casi tuoi, a non mi dar materia che io con tormenti contra te incrudelisca, ché io mal volentieri la mia autoritá e severitá de le leggi uso contra i cittadini. – Fecelo alora ritornar a la prigione. Essaminò poi il servidore, il quale altro non seppe dire se non le parole che aveva sentito che Fridiano con la moglie faceva quando la garrí che ella era innamorata, e che era vero che da molti giorni in qua Fridiano la sera s’armava e andava ne l’orto. Fece il giudice dal suo notaio scriver tutta la deposizione del famiglio, a massimamente le parole ingiuriose che di lui Fridiano dette aveva e le minaccie di volerlo ammazzare. Dopoi si fece menar Beatrice, la quale confessò il medesimo che il famiglio detto aveva, aggiungendovi di piú che molt’altre volte l’aveva detto che a ogni modo era deliberato ammazzar il giudice. Le due donne, ancor elle essaminate, deposero de le parole ultimamente tra Fridiano e la moglie fatte. Avute queste deposizioni il giudice, e quelle dal notaio ridutte in scritto, dopoi che si fu desinato, egli col notaio, ch’era tutto suo, e dui fidati servidori insieme con Beatrice se n’andarono al luogo ove i malfattori si sogliono tormentare. Ma prima egli aveva fatto metter Fridiano con i ferri a’ piedi in una camera vicina al luogo ove si dava la fune, e ne la quale chiunque ci fosse stato averebbe leggermente sentito tutto quello che in detto luogo parlato si fosse. Deliberandosi adunque il giudice far ogni cosa a ciò che il geloso disgelosisse, per levargli ogni sospetto che di lui Fridiano mai avesse avuto, avendo del tutto pienamente instrutta la donna, disse con la voce un poco alta: – Orsú, non piú parole. Legate questa femina a la fune e tiratela in alto, ch’io farò bene che confessará la veritá. – A questo motto Beatrice si gittò a terra e con finta lagrimosa voce, gridando, chiedeva mercé con dire: – Messere, io non so altro se non quello che v’ho detto. Voi mi fate torto. Oimè, misera me! misericordia! per Dio, non mi legate sí forte! – Il giudice mostrando non dar orecchie a cosa che la donna dicesse, teneva pur detto: – Orsú, non tardate tanto. Tiratela in alto. – Coloro squassavano la fune, ed ella, tirata alquanto indietro, gridava misericordia quanto piú poteva. Il giudice la sgridava dicendo: – Beatrice, dimmi il vero, se sai nulla de l’omicidio che tuo marito aveva deliberato di fare. Che dici? – Ella gridava e con singhiozzi diceva alcune parole che male s’intendevano, come fanno quelli che fieramente son tormentati. Né troppo stava che il giudice diceva: – Al corpo di Cristo! io ti farò confessar il vero. Tu nol dirai? Sí dirai pure, a tuo malgrado. Io ti caverò bene l’ostinazion del capo. Sí farò, per Dio, e non guarderò che tu sia pisana. Tirala su ben alta e lasciale dar un gran crollo in giú, ch’io son deliberato che questa ostinata o mi dica il vero o che lasci ambe le braccia attaccate a la fune. – Era a la corda legato un pezzo di legno che faceva parer proprio che una persona in su e in giú fosse collata, e madonna Beatrice gridava né piú né meno come fanno i tormentati. Conobbe il misero Fridiano la moglie a la voce, la quale gridava e chiamava mercé, a poi che due e tre volte si certificò che ella era pur la sua Beatrice, cominciò come forsennato a gridare: – Ahi misericordia, signor giudice! Deh, per Dio, non collate la mia donna, non la tormentate piú, ché la poverella non è in colpa di cosa alcuna. Voi v’affaticate indarno, perciò che ella non può dir ciò che non sa. Ahi, moglie mia cara, moglie mia da bene, moglie mia onesta, perché non son io in luogo tuo tormentato? – Il giudice udendo Fridiano e veggendo la cosa seguire com’egli aveva dissegnato, mostrando non sapere che Fridiano fosse stato messo in quella camera, si rivoltò ai suoi ed iratamente disse loro: – Chi ha messo Fridiano in questa camera? – Messere, – disse uno, – voi questa matina lo commetteste al barigello. – Io commisi il malanno che Dio ti dia, – soggiunse il giudice. – Io non fui inteso, perché dissi che dopo che fosse stata collata costei egli vi fosse condotto, e non prima, ché non sta bene che egli senta quello che i tormentati confessano. Or via, menate questa donna in prigione al suo luogo e tornate qua recando le chiavi di questa camera, ché io vo’ essaminar Fridiano. – La donna, ridendo de la beffa che si faceva al marito, andò a la sua camera a starsi con le sue donne, e portata la chiave, il giudice fece menar Fridiano e gli disse: – Io non so se tu abbia udito ciò che tua moglie ha detto, la quale è voluta star ostinata; ma questa fune le ha fatto dir in parte la veritá, e in breve spero che se un’altra volta ce la farò attaccare, che ella dirá il tutto. Il tuo servidor è stato piú saggio e cosí le tue massare, che senza farsi guastare hanno detto tutto ciò che sanno. Ora tu sei qui: se tu vuoi dir il vero, dillo; altrimenti questa, – e mostravagli la fune, – a tuo malgrado te lo fará dire. Io vo’ da te sapere che bandito è quello che, volendolo ne l’orto tuo pigliare i miei sergenti tu facesti fuggire, e di piú feristi un dei miei; ché a quell’ora e in quel luogo tu non stavi armato per mondar de le castagne. Tu farai bene a dir il vero. – Fridiano che era piú morto che vivo, temendo che la fune non lo stroppiasse e pensando che per esser in casa sua armato per guardar che nessuno andasse a giacersi con sua moglie non fosse d’importanza, e che aveva ferito Ferraguto per diffesa sua, disse piangendo: – Signore, io vi dirò la veritá del tutto. Per Dio, non mi tormentate. Egli è il vero che credendo io che voi foste innamorato de la mia donna, parendomi aver veduti certi segni che a creder questo m’inducevano, che io con lei piú volte ne feci romore e la minacciai agramente, e di piú dissi che io ammazzarei lei e voi, se vi trovava in casa mia. Onde per questo dubio che io aveva a persuadendomi che per via de l’orto voi entraste in casa, sono stato molte notti a far la guardia in quel luogo. La notte poi che i vostri ci vennero, io pensando che voi foste quello che discendeva del muro, con animo d’ammazzarvi assalii colui e lo ferii, parendomi esser lecito in casa mia diffendermi e non lasciar che nessuno contra mia voglia v’entrasse. Altro non saprei io che dirvi, perché nel vero io non ho pratica di banditi, né so che bandito nessuno in casa mia sia capitato giá mai. – Alora il giudice, fatto scriver il tutto dal notaio: – Che ve ne pare, – disse, – messer Paolino? – ché cosí era nomato il notaio. – Veramente, domine iudex, costui è in pena capitale, perciò che sentí che i sergenti gridavano: – Al bandito! al bandito! – e nondimeno egli assalí Ferraguto ministro de la giustizia; e di piú confessa che credeva ferir la persona vostra, il che è crimen laesae maiestatis. Io credo, se voi non gli usate qualche misericordia, che egli ci lascierá il capo, prima per aver vietato che il bandito non si pigliasse, poi per aver ferito il vostro ministro; che son tutti casi capitali secondo la disposizione di questa magnifica cittá. E v’è poi che egli ha confessato che con animo deliberato di ammazzarvi quella notte s’armò e stette ad aspettarvi, e con questa deliberazione assalí Ferraguto, pensando assalir voi. Ed in questi casi d’omicidio dicono i dottori che la volontá è riputata in luogo del fatto. – Avendo cosí parlato il notaio, messer lo giudice, che vedeva il misero Fridiano esser per téma di perder la testa piú morto che vivo, gli rispose dicendo che egli aveva parlato molto bene a che vederebbe gli statuti, ma che prima era necessario che Fridiano avesse da sette tratti di fune per purgar gli indizii che erano contra lui, d’aver vietato che il bandito non si pigliasse. Fridiano sentendo questo morí quasi di paura e non sapeva che dirsi. Fu adunque menato in prigione, e i parenti suoi che cercavano d’aiutarlo, intendendo come egli di bocca propria aveva confessato che con animo deliberato aveva molte notti con l’armi atteso il giudice per ammazzarlo, si trovarono molto di mala voglia, parendo loro che il fatto non andarebbe troppo bene e che il giudice in questo caso procederebbe rigidamente; nondimeno non mancavano dei debiti rimedii. Fridiano stava in trista prigione, con téma de la vita sua e con dolor de la moglie, la quale egli credeva che fosse tutta da la fune rovinata. Ma ella viveva gioiosamente e non aveva avuti squassi di fune, se forse la notte non era su le piuma squassata, perché dubitando il giudice che il troppo dormire non guastasse madonna Beatrice, la scoteva molte volte la notte e seco a le braccia, lottando, giocava. Messer Neri Malletti padre de la donna, avvertito de la presa per mano de la giustizia di sua figliuola col marito e de la confessione del genero, ottenute dal signor Pietro Gambacorta e da’ parenti di messer Buonaccorsio alcune lettere, quelle mandò al giudice per mano d’un notaio pisano, che era tutto del giudice e aveva fatto l’instrumento de la dote in Pisa di madonna Beatrice quando fu maritata. Costui se ne venne a Lucca ed alloggiò in casa del giudice, dal quale fu molto domesticamente raccolto. Messer Buonaccorsio, vedute le lettere del signor Pietro e dei suoi parenti ed amici e sapendo quanto il notaio l’amava, gli narrò tutto l’ordine de la cosa e de l’amor di lui e di madonna Beatrice. Erano circa otto dí che Fridiano era prigionero, onde volendo il giudice finir questa pratica, se lo fece una sera menar avanti e volle che il notaio pisano ci fosse presente. Venuto Fridiano innanzi al giudice, egli cosí gli disse: – Io non so giá qual ingiuria mai da me, o Fridiano, fatta ti fosse dapoi che io venni in questa magnifica cittá, ché tu con tanto e sí continovo studio devessi cercar la morte mia, come io da la confessione di tua moglie, dei tuoi di casa e da te stesso ho conosciuto. Dimmi, che cosa hai da me ricevuta ché tu devessi tante notti star armato e attendermi per voler ammazzarmi? Adunque non potrò io il dí e la notte, per essequir l’ufficio mio, liberamente per la cittá andar ove piú conoscerò esser il bisogno? Ma mettiamo ch’io non vi voglia andare per cose appartenenti al magistrato, ma per qualche mio interesse particolare, e che forse io ami qualche gentildonna che a te non appartenga e voglia seco gir a giacermi: a te che ne de’ calere? Sarò dunque io da te nei miei particolari piaceri impedito e tenuto a norma, come i fanciulli si fanno? Ma torniamo al caso nostro. Questi dí io fui avvertito che uno che ha bando da questa cittá era passato per l’orto tuo e ito non so dove. Il perché volendo far il debito mio, mandai per prenderlo, e tu il capo de la guardia assalisti a gli desti una ferita, pensando non colui ma me, come hai confessato, ammazzare. Io intendo seguir quello che vogliono gli statuti e leggi municipali di questa cittá. Prima farò che sarai dimane posto a la fune, per formar il processo giuridicamente; poi di te farò quello che degli assassini si fa. – A questa voce l’impaurito Fridiano, gittatosi ai piedi del giudice con le braccia in croce, lacrimando diceva: – Se la pazienza vostra, signor giudice, esser può tanta che ella soffra d’ascoltarmi, io non dubito punto che avendo da me la veritá intesa, voi non debbiate giudicar che io non sia tanto colpevole come ora mi stimate, e che voi non abbiate rispetto a l’innocenza de la mia carissima donna, la quale in questo caso è senza colpa veruna e merita, la poverina, esser liberata. – Fece alora il giudice che Fridiano si levò, e gli disse: – Orsú, di’ ciò che tu vuoi, ché io ti ascolterò pazientemente. Che vuoi tu dire? – Fridiano in piè levatosi cosí disse: – Messere, io v’ho giá detto come io dubitava che voi amaste mia moglie, perciò che quando questo gennaio passato voi faceste l’entrata vostra, cominciaste molto spesso a passar per dinanzi a casa mia. Io conoscendomi aver bellissima moglie, – il che non suole mai porger la notte tanto diletto, che molto maggior noia il giorno non apporti, – dubitai fortemente del caso vostro, essendo pisano e bel giovine; e tanto piú ne dubitai quanto che io vedeva in voi e in lei certe cose che mi facevano credere che questo vostro amore avesse avuto principio altrove. Adesso ho conosciuto che m’ingannava, e quando mia moglie mi diceva che devevate esser innamorato d’una nostra vicina, io nol credeva; onde è poi seguíto quanto l’altra volta vi dissi. Pertanto egli mi pare che il caso mio sia degno di compassione e che in casa mia io possa star armato come mi piace. E se volevi passar per l’orto, devevi farmi dir una parola e non cosí a l’improviso volermi scalar il muro, ché essendo, com’io era, in quel sospetto, che deveva io altro fare? E voi, che avereste voi fatto? Di mia moglie, ora che l’avete cosí fieramente tormentata, siate sicuro che a torto l’avete fatto male, non essendo ella in colpa di cosa alcuna. – Il notaio pisano alora disse: – Fridiano, tuo suocero m’ha mandato qui per veder con men tua vergogna e danno che sia possibile che io procuri che tu sia con la moglie liberato. Io ho visto il tuo processo che è assai brutto; tuttavia io parlerò qui col signor giudice e farò a la meglio che si potrá. – Fridiano lo ringraziò e pregò che non perdesse tempo, e fu rimenato in prigione. Dapoi furono insieme il giudice, la donna e il notaio pisano e consultarono ciò che fosse da fare per ultimar questa pratica. Conchiusero adunque che il notaio pisano andasse a ritrovar Fridiano e facesse che egli chiedesse di grazia di poter parlar con la moglie; il che dal notaio diligentemente fu posto ad essecuzione. La donna con le lagrime su gli occhi e con il fumo di solfo impallidita, che pareva proprio che fuora d’una sepoltura uscisse, fu a Fridiano condotta insieme con il notaio pisano. Come il marito vide la moglie cosí pallida, piangendo l’abbracciò e chiesele mille perdoni che mai di lei avesse avuto sospetto, promettendole se di prigione usciva, che voleva che ella fosse donna del tutto, perché la conosceva donna onesta e da bene. Ella fingendo esser tutta attratta, pareva che non potesse muoversi; di che egli faceva doloroso pianto, dicendo: – Moglie mia cara, dolce anima mia, ben mio, unico mio conforto, perdonami, ché io conosco che sono tutta la cagione del tuo male. Oimè, vita mia, come ti senti? – Ella pur faceva la gatta morta, e con voce debole gli rispondeva che era tutta fiacca e con gran difficultá poteva parlare. Il notaio alora disse: – E’ non si vuol perder tempo, madonna Beatrice, mentre avete licenza di parlar con vostro marito. Io ho avuto a far assai prima che il giudice abbia voluto consentire che voi parliate insieme. Io vi dirò brevemente il mio parere circa i casi vostri. Quello che è passato esser non può che fatto non sia, e Dio che poteva non lasciarlo avvenire, ora che è avvenuto, che avvenuto non sia non può fare; il perché lasciando le cose passate, attendiamo a le future. Io ho veduto il vostro processo, il quale per la deposizione di voi, Beatrice, e de le donne a del servidore aggrava forte il fatto, tanto piú che v’è poi la confession tua, o Fridiano, per la quale sarai condannato, morendo Ferraguto, che ti sia tagliata la testa; non morendo, – che Dio il voglia! – ti sará tagliata una mano e un occhio cacciato del capo e per tre anni sarai bandito. Io spero che Ferraguto guarirá. Troviamo adunque modo che tu non sia mutilato dei tuoi membri. E questo saria che tu pagassi al fisco mille fiorini d’oro. – Udito questo, Fridiano disse: – La cosa va men male di quello che io credeva. Io teneva per fermo, avendo confessato di mia bocca ciò che ho detto, che le cose mie devessero andar molto peggio. Tuttavia egli è una gran cosa ad un par mio a pagar mille fiorini. Io non fo mercanzia né ho mestieri nessuno a le mani: l’entrate sono a pena bastanti a mantenermi la casa in capo de l’anno. Ma io m’avviso: se Antonio, che è qui e che fece l’instrumento de la nostra dote, volesse far un instrumento che paresse fatto tre o quattro dí dopo la carta de la dote, io, moglie mia, ti farei carta di donazione inter vivos di tutto il mio e mi renderei inabile a pagare, e com’io fossi fuor di prigione, qualche cosa sarebbe. – Beatrice alora pregò molto il notaro pisano che le volesse far questo bene. Egli si fece buona pezza pregare e a la fine disse di farlo, e forse non era il primo che egli avesse di simil maniera fatto. Rimasero a la fine in questa conchiusione: che Antonio notaio parlasse col giudice e vedesse col favor de le lettere portate d’operare che la sentenza non fosse cosí rigida, e adoperasse quei mezzi che gli parrebbero convenienti. E cosí partirono la donna e il notaio di prigione e andarono a ritrovar il giudice, il quale intendendo la volontá di Fridiano di far la donazione a la moglie, rivolto a madonna Beatrice le disse: – Madonna, cotesto è un buon pensiero per voi, perciò che per l’avvenire voi restarete padrona del tutto, e bisognerá che vostro marito stia con voi e non ardirá piú di garrirvi. Le cose vanno bene, per la grazia di Dio. Noi averemo guarito Fridiano di tanta estrema gelosia in quanta il povero uomo era entrato, e saremo cagione che in casa non si fará piú romore. Ferraguto è guarito, ché il suo male non era in luogo periglioso, e mi pare che sia tempo di liberar Fridiano. E per la prima, voi con le vostre donne e col servidore ve n’anderete dimane a buon’ora a casa, ed io dopo desinare prononzierò la sentenza di questo tenore: che Fridiano Z. per aver ferito un sergente de la corte e indirettamente vietato che non si sia potuto prender un bandito, che sia ubligato a pagar le spese che Ferraguto ha fatte in farsi medicare, e che sia ubligato per un anno intero attender a l’ufficio dei contrabandi senza salario alcuno. E se parrá che la sentenza sia leggera, io dirò che astretto dal signor Pietro Gambacorta e da tanti miei amici e parenti non ho voluto proceder con quella rigidezza che averei potuto; che questa pena che se gli dá, di far per un anno l’ufficio dei contrabandi senza salario, è per essersi opposto ai sergenti de la corte: nel resto che sono ingiurie mie particolari, che io di core il tutto gli ho rimesso per le lettere di raccomandazioni che dagli amici miei e parenti ho avute. – Fatto questo, la notte seguente il buon giudice secondo la sua usanza tenne compagnia a la sua innamorata, e piú volte insieme si risero de la beffa che a Fridiano tuttavia facevano, e Beatrice diceva che il pecorone n’aveva avuto troppo buon mercato. Il giudice per metter ordine che per l’avvenire potessero esser insieme, le diceva: – Vedete, anima mia dolce, – e dicendo questo la basciava ducento volte – io voglio che Fridiano faccia per un anno l’ufficio che sará condannato a fare, perciò che sará necessario che egli sia tutto il dí a cavallo fuor per il contado, e quando mi parrá, io lo terrò fuor quattro o cinque giorni, e potremo a nostro piacere esser insieme senza disturbo. Molte fiate anco ne la cittá ordinerò che la notte egli stará quattro o cinque ore in una contrada con la guardia, né gli sará lecito senza mia licenza levarsene; ed io in quel mezzo potrò venir a starmene vosco una e due ore, di modo che ci daremo il meglior tempo del mondo mentre che io starò in questo ufficio. Che ne dite voi, cor del mio core? non è egli la cosa nostra ben ordinata? – La donna, che non meno amava lui che ella fosse da lui amata, con mille amorosi e saporiti baci gli rispondeva dicendo: – Sí, signor mio dolce, che voi avete fatto benissimo, e conosco apertamente che voi cordialmente m’amate, ed io altresí amo piú voi che la vita mia propria. – Cosí passarono i due amanti quella notte in amorosi piaceri e dolci parlari. Venuta la matina, la donna con le sue massare e servidori a casa se ne tornò. Il notaio pisano andò e parlò con Fridiano, e gli disse: – Fridiano, ringrazia Iddio che a questa volta ti sei ritrovato aver una moglie pisana, che se ella non era, non so come tu avessi fatto che non ti fosse stata mózza una mano a cavato un occhio. Ma le lettere che suo padre ha fatto scriver in questa cittá hanno di modo giovato che oggi tu sarai libero di prigione e ne potrai a posta tua andar a casa. Tu sarai astretto a pagar le medicine che ha preso Ferraguto ed il medico per guarire, che sará una miseria, ed in pena del resto egli ti converrá far per un anno l’ufficio del capitaniato dei contrabandi senza ricever salario da la Camera. Egli è un buon ufficio e ne caverai util assai, oltra che tu potrai giovar molto spesso agli amici tuoi. Basta: per amor di messer Neri tuo suocero io mi ci sono affaticato pur assai. Il signor giudice era molto teco in còlera, e a me pare che egli n’avesse ragione, cercando tu di levargli la vita senza che egli t’offendesse. Egli tanto si cura di tua moglie come di cosa che mai non vide, perciò che il suo amore, ed io lo so, è altrove collocato. Tu ringrazierai il giudice pur assai e gli resterai fin che vivi ubligatissimo, ché guai a te se egli ti avesse fatto il male che poteva! – Fridiano, udita questa cosí buona nuova, si pensava esser risuscitato da morte a vita, e senza fine ringraziò il notaio pisano. Dopo che si fu desinato, ne l’ora che il giudice soleva sedere a la banca, avendo prima fatti tutti quegli atti giuridici che si ricercano, messer lo giudice pronunziò la sua final sentenza ne la cosa di Fridiano Z., e per piú ubligarselo, non volle che egli pagasse un danaio di spese né de la prigionia, e di piú anco, devendo egli pagare a Ferraguto quel poco che speso aveva, non volle che egli a Ferraguto pagasse cosa alcuna; di modo che il buon Fridiano uscito di carcere se n’andò a gittare ai piedi del giudice e quello infinitamente ringraziò, dicendo che voleva che fosse padrone di sé, de la roba sua e di quanto al mondo aveva. Il giudice gli rese quelle grazie che erano convenevoli; gli fece intendere che egli restasse ubligatissimo a suo suocero, che col favore del signor Pietro Gambacorta aveva procurato la sua liberazione. L’essortò poi a mettersi in ordine per far l’ufficio che egli aveva assegnato, e che lo facesse con ogni diligenza. Il buon Fridiano gli rispose che egli farebbe ogni cosa per farsi onore, e che in tutto e per tutto si governarebbe secondo ch’egli comandarebbe, e che gli voleva sempre esser servidore. Andò poi a casa, e tanto bene a la moglie disse di messer lo giudice che piú non se ne poteva dire; e tra l’altre cose le diceva: – Moglie mia, io voglio che il signor giudice possa da ogni ora venir in casa nostra senza rispetto veruno, perché egli è un grand’uomo da bene e gli abbiamo tutti obligo grandissimo, ché se avesse voluto poteva farne del male pur assai. – La donna confermava il tutto, e mentre che ella vide il marito in buona disposizione volle che Antonio, il notaio pisano, facesse la carta de la donazione, la quale il buon notaio fece con tutte quelle clausole che il giudice le seppe mettere. E cosí bene andò questo amore dei dui amanti che, per dui anni continovi che messer Buonaccorsio fu giudice, ogni volta che volevano, si ritrovavano insieme. E tanto piacque questa pratica al giudice che egli, finiti i dui anni, ebbe modo d’esser vicario del podestá e dopo, essendo da tutti amato, fu anco podestá. E tanta era la buona openione che Fridiano di messer Buonaccorsio aveva, che non solamente non averia creduto a chi gliene avesse detto male, ma quando egli in un medesimo letto visto gli avesse giacersi ed insieme abbracciati, non averebbe dato fede agli occhi suoi.


Il Bandello a l’eccellente dottor di medicina
messer Atanasio degli Atanasi


Suole la vecchiezza apportar molti e varii disagi a colui che diventa vecchio, e non solamente ne apporta, ma ella stessa, come saggiamente disse il «Comico», è una corruzione di tutte le membra del corpo, oltra che anco genera mille mali ne l’animo umano. Ma lasciamo da parte tutti gli altri disagi e tanti vizii suoi, quando il vecchio non è d’animo ben regolato e generoso e si lascia trasportar da le passioni del corpo, ché una lunga iliade se ne potrebbe comporre; e parliamo solamente del morbo de l’ambizione quando egli s’appicca in un vecchio, e massimamente se egli è stato povero e ne la vecchiezza si ritruovi aver accumulato qualche somma di danari. Il misero, che mai non si rivolge a dietro né pensa quanto abbia vivuto, riguarda solo a l’avvenire, e credendosi alora esser sul fiorir degli anni suoi, mille castella e mille chimere ne l’aria va fabricando; e come se devesse viver altro tanto quanto è visso, o si mette a fabricar superbi palagi e crede godergli lungo tempo; o vero vuol pigliar moglie ed essendo egli di sessanta anni vorrá che ella sia di quindici, e non s’accorge che se fosse messo sotto un torchio e gravissimamente premuto, che non si cavarebbe un’oncia di succo da le sue carni; o vero essendo con un piede ne la fossa, vuol comperare degnitá ed ufficii, e prima che possa godergli se ne more e perde i danari ed insiememente la vita. Cosí il povero vecchio, essendo ribambito, si pensa esser Solomone, di modo che a lui interviene come a l’asino che per l’orecchie lunghe che aveva, credendo che fossero duo gran corna, si tenne esser cervo, ma al saltar del fosso dando nel fondo, s’avvide pure che era asino. Ora ragionandosi di cotai vecchi insensati a la presenza di madama nostra la signora Gostanza Rangona e Fregosa mia padrona, monsignor Alano di Frigemont de la casa di Monpesat che spesso suol venir a visitar madama, narrò una piacevol novella; la quale parendomi degna di memoria, fu da me subito scritta. Volendola poi metter al numero de l’altre mie, ho voluto che sotto il nome vostro sempre sia letta e veduta come segno de l’amor mio verso voi ed anco a fine che, come disse monsignor Alano, – ché cosí ha nome il narratore, – l’uomo si guardi d’entrar in questi cimbelli fuor di proposito. State sano.