Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella XXXIX

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Seconda parte
Novella XXXIX

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Una donna, stata lungo tempo concubina d’un prete, avuta da quello
licenza, s’appicca ne la propria camera d’esso prete.


Egli non è da dubitar, signori miei, che tutto ’l dí non avvengano degli accidenti ne la materia di cui ragionato avete, ed io ve ne saperei di molti narrare, perciò che tutto il dí formo processi di simil materia. E questo avviene ché essendo l’uomo tutto ’l dí da le carnali passioni aspramente combattuto, si lascia di leggero da quelle vincere, e lá va seguitando dove elle lo tirano. Ed ancor che tutte le nostre passioni siano cagione di gran mali, par tuttavia che quelle de l’amore e de l’odio facciano far piú strabocchevoli errori, perciò che l’uomo tratto da alcuna falsa apparenza, o di vendetta o di piacer carnale, si lascia incapestrare, e tanto innanzi va che a ritirarsi ci è da far assai. Ma dicendo del Prete Cascabella, cascato sí trascuratamente in tanto errore, io gli ho compassione, perché tutti siamo fragili e sottoposti a le passioni veneree. Ben mi meraviglio, essendo de l’etá che è, mostri sí poca contrizione. Sua moglie è disposta a far quello che le sará ordinato. La concubina pare che abbia poca voglia di far bene, e non so se vorrá imitar quella di prete Elia, come vi narrerò. Io mi son trovato a l’essaminazione, e veggio che egli tuttavia va cercando d’escusar il suo errore, che escusazione non riceve. E questo è che la piaga è infistolita, perché la trista e lunga usanza sua di viver libidinosamente se gli è fatta quasi un’altra natura, di modo che l’abito fatto nel male ora è piú potente a ritenerlo nel peccato, che non sono valevoli l’essortazioni a tirarlo al bene. Ed ogni abito con gran difficultá si può levar via. Per questo deverebbe ciascuno che viver voglia cristianamente, se talvolta casca in peccato, cercar incontinente di rilevarsi e non far il callo nel vizio, perché diviene schiavo del peccato e quasi perde la sua libertá, e poi si sottomette al disgoverno de la sua corrotta e viziata natura, che giá s’avvezza andar di mal in peggio. Ora, volendo dire de la femina del prete Elia, sono quasi divenuto predicatore, come se in questa onorata compagnia fossero alcuni bisognosi de le mie essortazioni. Vi dico adunque che essendo nostro vescovo la buona e santa memoria di monsignor Antonio da la Rovere dei signori di Vinuovo, in Italia, vicino a Turino, uomo di castigata vita e di dottrina, che prete Elia da Alto Pino era vicario de la parrocchia de la villa di Ameto de la giurisdizione di monsignor di Caumont, diocese agennese. Teneva esso prete una concubina con la quale era perseverato piú di dicenove anni, sempre tenendola in casa come fosse stata sua moglie. Del che ne la villa e circonvicine parrocchie ne nasceva scandalo ed assai se ne mormorava. Ma egli punto non curava il dir altrui, anzi perseverando nel concubinato andava di mal in peggio. La consuetudine di monsignor il vescovo era, quando trovava alcuno prete che occultamente peccasse, quello con umanitá, modestia e clemenzia grandissima ritirar al ben fare e levarlo fuor del peccato, correggendolo con amore e caritá e con penitenzie segrete, ove il fallo era occolto. Quelli poi i cui peccati erano publici e scandalosi con piú severitá gastigava e puniva con penitenzie publiche o con l’impregionarsi, usando perciò sempre piú misericordia che giustizia, come buon pastore che era, cercando piú tosto la vita del delinquente che la morte. Ora, intendendo egli la pessima vita di prete Elia, lo fece citare innanzi al suo tribunale. Venne il prete, ed essendo dal vescovo essaminato, liberamente confessò il suo gravissimo errore, e con umiltá e lagrime ne dimandò perdono. Monsignore, veduta la libera confessione ed il dolore che prete Elia mostrava del suo peccato, promettendo di mandar via la femina e mai piú non cader in simil fallo, ma viver da buono religioso, gli ebbe compassione, e lasciatolo alquanto di tempo in carcere, con digiuni ed altre penitenzie macerandolo, il fece poi cavare fuora. Venne prete Elia innanzi al vescovo ed ai piedi di quello prostrato, domandò di nuovo perdonanza e misericordia. Monsignore alora gli disse: – Prete Elia, l’enorme, libidinoso e grave tuo peccato, e il lungo tempo che in quello sei vivuto, con lo scandalo dato ai tuoi popolani ed a molti altri, meritava che io ti facessi perpetuamente macerare in una oscurissima prigione con poco pane e poca acqua. Ma veggendo, secondo l’esteriore dimostrazione che fai, che tu hai contrizione de le tue sceleratezze, e che mi prometti levarti fuor di questo fetente fango de la lussuria e piú non gli ritornare, ed anco perché ho buonissimo testimonio che tu governavi bene l’anime a la tua cura commesse e, ancor che tu vivessi male, essortavi nondimeno il popolo a viver catolicamente, e riprendevi i vizii, io ho voluto usar teco piú di clemenzia che di severitá e giustizia. Fa che tu riconosca la pietá che ti ho e ch’io piú non senta querele di te, perché ti tratterei di maniera che mai non vorresti essermi venuto a le mani. Va con la benedizione di messer Domenedio e mia, e non peccar piú. – Giá aveva prete Elia fatto dar congedo a la concubina fuora de la casa, facendole intendere che piú dinanzi non gli andasse. Andò dunque a casa e cominciò a cambiar vita e costumi, vivendo da buon sacerdote e mostrando che di core era pentito. La concubina, che voleva tornar a vivere a l’ombra del campanile, tentò molte vie di tirar il prete al primo zambello, ma non vi fu ordine giá mai. Onde poi che la misera vide che indarno s’affaticava e che il prete piú non voleva sua pratica, o che ella fosse di lui innamorata, o che se ne fosse cagione, si disperò e deliberò non voler piú vivere. Era un giorno andato prete Elia a portare il preziosissimo e sagratissimo corpo del nostro Salvatore messer Giesu Cristo a un paesano assai lungi da la parrocchial chiesa, il quale era in termine di morte. Il che sentendo la disperata femina, se n’andò a la casa del prete, e come quella che v’era dimorata circa dicenove anni e sapeva tutti i luoghi, entrò dentro, ed aperta la camera con suoi ingegni, ad un trave di quella con la fune del pozzo per la gola s’appiccò e si ruppe l’osso del collo. Tornò il prete, e, volendo con alquanti entrar in camera, vide il misero spetacolo. Vi concorsero molti ed il romore fu grande, e la trista, come meritava, fu tratta ne la sepoltura degli asini. Io v’andai mandato dal vescovo, e la vidi appiccata, e ci furono di quelli che testificarono che, andando il prete con il Corpus Domini, videro la sciagurata andar in fretta verso quella casa.


Il Bandello a l’illustrissima ed eccellentissima madama Anna di Polignac
contessa de la Rocca Focault e di Sansera, prencipessa di Marsigliac
e dama di Montegnac, Raudan, Unzen, Vertoglio ed altri


Quanti e quanto varii, molto nobile e valorosa madama, siamo gli accidenti che ogni giorno occorrono negli affari de l’amore, chi considera quanto differenti e diversi si veggiono gli ingegni e quanto varii gli appetiti e voglie degli uomini e de le donne, potrá di leggero conoscere. E ben che Amore adoperi le divine ed invisibili sue forze di maniera che molte volte si vede trasformar l’amante ne l’amato e totalmente cangiar natura e costumi, divenendo altri da quello che prima era, nondimeno quasi ordinariamente amore opera in un colerico d’una guisa e in un malinconico d’un’altra. Vedemo altresí diverse l’operazioni del flemmatico da quelle del sanguigno, ogni volta che l’amore nei petti loro alberga, imperò che egli non può tanto con le sue forze e focose fiamme ardere, cimentare e trasmutare l’uomo, e nei continovi ed ardentissimi incendi affinarlo, che l’anima per lo piú de le volte non vada per il suo natural camino seguitando le passioni del corpo. Il perché non è meraviglia se quell’amante si vede sempre star in festa e gioia, ed ancora che la sua donna lo sprezzi e se gli scopra ritrosa, non accettando la servitú di quello, egli per tutto ciò non si dispera, ma quanto vede e quanto soffre tanto prende in grado, perché la sua natia disposizione è tale. Quell’altro da l’idolo suo terrestre accarezzato, e che per soverchia contentezza tocca il cielo col dito, sta pure di continovo tutto ingombrato d’amorosa passione, ed in un mare d’allegrezza piange e sospira, sempre pieno e colmo di gelate paure. Altri ora ride, ora lagrima, ora sta sospeso tra due, e cosí, al viso di colei che ama, si cangia, si governa e regge come il navigante ne le fortunose tempeste al gelato segno de la tramontana. Indi assai variamente si gusta il piacere e la doglia si disprezza e il viver si fugge ed aborre, e spesso la morte si brama e cerca dai felici e dagli sfortunati amanti, secondo che i temperamenti di questi e di quelli sono varii. Ma di queste differenze d’uomini e varietá d’amori per ora non voglio ragionare, imperò che altro luogo a puntalmente questionarne, e piú grande spazio d’aringo saria di bisogno a voler il tutto discorrere; ed io non mi mossi, madama mia onoranda, a scrivervi al presente per voler de le questioni dei filosofanti disputare, ma per farvi conoscere che ogni dí ne l’ampio regno d’Amore nascono nuovi accidenti. E sí come gli amanti sono d’appetiti, di natura, di costumi e di lunga consuetudine, che a lungo andare si fa un’altra natura, e d’azioni, difformi, cosí veggiamo ogni ora ciò che s’adopera esser a l’operante simile. Può bene l’educazione e la libera volontá nostra cangiar queste passioni corporee, ma io parlo di ciò che per l’ordinario si costuma. Ora se a questa nostra etá gli uomini si dilettassero di scriver tutte quelle segnalate ed eccellenti cose che a la giornata accadono e che d’eterna memoria sono meritevoli, oltra che farebbero opera di loro degna, sariano ancora cagione d’ammaestrar coloro che gli scritti loro leggessero, e il tempo che il piú de le volte in parlari inutili si consuma e si perde in ciancie che non montano una frulla, si dispensarebbe in legger cose dilettevoli e di profitto, ed assai sovente si fuggiriano molte occasioni di male. Né saria da dubitare che soggetti e materie da scrivere loro mancassero giá mai, perciò che essendo il regno d’Amore senza misura grande, ed avendo egli servidori infiniti e di varie disposizioni, è necessario che ogni dí nascano diversi effetti; i quali, essendo buoni ed onorati, invitano l’uomo ad operar bene e vertuosamente, e conoscendosi tristi e biasimevoli, sono proprio un freno a frenar gli appetiti disordinati e non lasciare che si precipiti strabocchevolmente in simili errori. Ritrovandosi adunque in Lombardia, giá alcuni anni sono, una molto onorata e gentil compagnia, per via di diporto, in un amenissimo giardino, sotto un pergolato d’odoriferi gelsomini, a sedere su la minuta, verde e fresca erbetta, dipinta da mille varietá di vaghi e odoriferi fiori, dove erano alcune cortesi e valorose donne ed alquanti costumati e vertuosi giovini, dopo molti ragionamenti s’entrò a metter in campo il parlar d’amore, come soave e dolcissimo condimento di tutti i parlari che tra liete brigate si fanno. Quivi essendo messer Luca Valenzano, uomo di buone lettere e ne le compagnie lieto e festevole e dicitore soavissimo, fu da alcuni pregato, se aveva cosa veruna per le mani che loro devesse porger diletto, a fine che il tempo piacevolmente si passasse, la volesse dire. Egli che cortese era e gran servidore di donne, narrò un pietoso caso che non molto innanzi era avvenuto. Piacque assai a tutti, per quello che mostrarono, il favellare del Valenzano, e tutti insiememente m’astrinsero a volerlo scrivere ed al numero de l’altre mie novelle porre; il perché tale qual fu la cosa narrata, l’ho io a parte per parte scritta. Ora volendo io le mie sparse novelle ridur in uno per metterle l’ultima mano, ho trovata questa; e, devendo con l’altre esser veduta e letta, m’è paruto necessario non la mandar fuori senza il suo scudo tutelare, come a tutte l’altre dar soglio, a ciò che contra questi critici riprensori e fieri morditori de le cose altrui si possa coprire. È bene perciò vero che se per mio conseglio si reggerá, ella e l’altre compagne non si lasceranno vedere a patto nessuno a questi che cosí hanno domate e sottoposte le loro passioni ed in modo macerati e vinti gli appetiti, come si fanno a credere, che vanamente si gloriano non far cosa alcuna senza governo de la ragione, e che il senso non ha parte ne l’azioni loro. Questi tali voglio io che le mie novelle schifino come il morbo e le lascino stare a tutto lor potere, imperò che elle sarebbero schernite ed io senza fine biasimato e sciocco tenuto. Ma elle anderanno solamente ne le mani di quegli uomini e di quelle donne che, essendo di carne umana, non stimano esser loro tanto disdicevole lasciarsi a le volte vincer da le passioni amorose, e quelle temperatamente, piú che si può, reggere. Con costoro vorrò io che elle se ne stiano giorno e notte; e che non se ne partano giá mai. E se pur talora le bisognasse altrove di mostrarsi, ho voluto che questa del chiaro e valoroso vostro nome vertuosamente armata si veggia comparire, a ciò che la riverenza e riputazione di quello da questi superstiziosi ippocriti sicura la mantenga. Ché, in vero, quel generoso nome vostro tale seco apporta valore, che ella può in ogni luogo senza téma d’esser morsa lasciarsi vedere. Né deve, madama, a voi, che sí gran dama sète, parer di strano che io, uomo basso e di poca stima, tanto presuma di potermi valer di voi, non v’avendo piú che una volta fatto riverenza, quando in compagnia de l’illustrissimo e reverendissimo monsignore cardinale d’Armignac, uomo da esser sempre prefazione d’onore nomato, veniste a Bassens ed alloggiaste in casa de l’illustrissima eroina madama Gostanza Rangona Fregosa, mia padrona e signora. Qui adunque ove io a le muse ed a me stesso vivo, tal ora ci donaste saggio de l’umanitá, gentilezza e cortesia vostra, che io posso ragionevolmente pensare, senza esser ripreso né ricever biasimo alcuno, di prevalermi in questo del vertuoso e chiaro vostro nome. Ma che debbio io temere, avendo continovamente in memoria le larghe e cortesissime vostre offerte che, non le avendo io meritate, degnaste al partir vostro di qui sí graziosamente con sí onorate parole farmi? La fama poi che del vostro valore per tutto suona, e ciò che de la conversazione e costumi vostri tutto il dí, da chi domesticamente vi conosce, onoratissimamente si predica, mi fanno credere che se ben io non v’ho mai fatto servigio, che questa novella mia non vi sará discara, anzi porto ferma openione che cara l’averete. Mi sono anco mosso a donarvela e scriverla al nome vostro, perché in questi sei anni che di continovo sono dimorato in questo regno di Francia, ancora non ho veduto donna alcuna che piú di voi si diletti de la lingua italiana né che piú volentieri oda legger le cose in quella scritte. Il che pienamente dimostraste alora che con intenta attenzione alcune mie novelle che lessi ascoltaste, e, che non picciola cosa mi parve, si vide qual fosse il giudicio vostro quando giudiziosamente sceglievate il buono ed il meglio. Questa adunque novella vi mando e al vostro nome consacro, essendo certissimo che da voi, la vostra mercé, sará graziosamente accettata. Feliciti il nostro signor Iddio tutti i vostri pensieri. State sana.