Novelle (Bandello)/Terza parte/Novella IV

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Terza parte
Novella IV

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Pietro de lo speziale del «Pomo d’oro» in Vinegia gioca quanto
può avere, e, mancandogli danari per poter giocare, ammazza
una vedova sua zia, insieme con dui figliuoli e una massara.
Preso dai sergenti di corte, s’avvelena, e di lui cosí morto si fa giustizia.


Poi che, signori miei, la questione e perigliosa rissa che s’è fatta tra i nostri dui soldati non è per altro avvenuta che per il giuoco di questi malvagi dadi, che invero sono cagione di molti grandissimi mali, come altresí sono le maledette carte, e ciascuno di voi ci ha detto sopra ciò che piú gli è paruto a proposito; io medesimamente ve ne dirò quel tanto che al presente m’occorre. E ben che tutto ’l dí si dica che questo gioco viene da mala parte, e sovente de la sua malignitá se ne veggiono mille essempi, io nondimeno ho deliberato di narrarvi uno strano, crudele e pietoso caso, il quale non è molto in Vinegia mia amabilissima patria avvenne. Come tutti potete sapere, egli non è mai cosí bene e con assidua diligenza coltivato orto, quantunque picciolo sia, che ognora tra le buone e salubri erbette non vi nascano delle inutili, triste e talora nocive e pestifere, onde bene spesso tra biete e petrosello germoglia la mortifera cicuta. Cavi pur, se sa, ogni ora il diligente giardiniero, vanghi, zappi e volti sossopra il terreno, che sempre vi cresceranno de l’erbe in copia. Non fia adunque meraviglia se in una grandissima cittá come è la patria mia Vinegia, cosí bella, cosí ricca, cosí popolosa e cosí per mare e per terra potente, vi si trovino talora uomini sgherri e malfattori e rei che commettono infiniti misfatti. Ma, per la Dio mercé, non vanno lungamente senza il convenevol castigo, perciò che quel sapientissimo senato, con gli ordinati ufficiali sovra i malefíci, talmente gli ha gli occhi a le mani che a la fine i rei e malfattori sono acerbissimamente puniti. Ma per tornare al ragionamento de le disconce cose e sceleratezze che tutto il dí si fanno, io mi fo ad intendere che il piú de le volte elle procedano dal gioco. Perciò vi dico che, non sono molti mesi, in detta cittá di Vinegia fu un Pietro, figliuolo ultimo di quello speziale che tiene per insegna un pomo d’oro; il qual Pietro sin da picciolo fanciullo si diede a giocare, e crescendo in etá sí fieramente crebbe in lui il disordinato appetito del giuoco, che in tutto a quello si diede, ogn’altra cosa abbandonando, e sempre in mano aveva tre dadi. E cosí andò la bisogna che, ancora giovinetto, per differenza che venne tra lui ed il compagno che seco giocava a’ tre dadi, questionando sovra il punto, egli con un pugnale gli diede nel petto e l’uccise. Scopertosi l’omicidio, Pietro se ne fuggí via; e chiamato da la giustizia e non comparendo, fu per inubedienza e contumacia per omicidiario bandito d’un semplice bando. Né guari stette fuor de la patria, ché, secondo le nostre leggi che chiamiamo «parti», comprò un capo d’un bandito e fu dal suo bando assolto e a Vinegia se ne ritornò. Ma per questo dal giocare punto non si distolse, anzi quanto aver poteva tanto giocava, di modo che dove le mani su le robe de la casa poteva mettere, niente era sicuro. Ne la bottega anco de la speziaria spesso mancavano molte cose. Il padre, dolente oltra modo del giocar del figliuolo, deliberò con dargli moglie veder se poteva dal giuoco levarlo; ma questo fu indarno, perciò che Pietro seguiva pur il suo ordinario del gioco. Onde di giá avendolo infinite volte ripreso e venutone seco a varie e male parole, veggendo che nulla giovava il gridar con lui e rammaricarsi di questo abominevole suo vizio, deliberò di levarselo di casa. E cosí, come volgarmente si dice, lo emancippò e gli assegnò la sua parte del patrimonio e lo lasciò in sua libertá, a ciò vivesse a suo appetito, sperando che devendo attender al governo de la sua casa e proveder ai bisogni de la moglie e di se stesso, lasciasse il giocare e divenisse altr’uomo da quello che solito era d’essere. Ma egli è troppo mala cosa l’esser avvezzo ad una pessima ed invecchiata consuetudine, perciò che l’abito fatto in una viziosa usanza penso che, per quanto ne ho udito dire, non si possa se non con difficultá grandissima e fatica inestimabile lasciare. Indi a la giornata Pietro andava di mal in peggio, giocando tuttavia piú che mai, ora una cosa di casa vendendo ed ora un’altra, con perpetuo rammarico e rimbrottamento di sua moglie. Aveva Pietro una sua zia, sorella di sua madre, che essendo rimasa vedova era d’oneste facultá assai agiata e si ritrovava qualche somma di danari contanti. Ella amava molto Pietro e spesso l’aveva sovvenuto di danari, ora venti ora trenta ducati donandogli. Ma poi, intendendo come egli teneva la moglie in gran disagi, e che quanto aveva il tutto ad una barattaria si giocava e perdeva, ella, trovatasi mal contenta, deliberò di non gli dar piú danari. Onde ricorrendo a lei Pietro per soccorso, ella agramente lo ripigliò, con acerbe parole castigandolo, e in fine gli conchiuse che da lei non isperasse piú d’aver un marchetto se non cangiava vita e costumi. Nondimeno prima che partisse, egli seppe tanto cicalare e prometter a la zia di non giocar piú, che la buona femina gli diede una decina di ducati. Ma sí tosto egli non gli ebbe in mano che tutti se gli giocò e, come tanti altri, andarono in Persia. Questo come la zia intese, totalmente tra sé determinò, e glielo fece intendere, che piú da lei non isperasse d’aver un danaro. Andava nondimeno Pietro spesso a visitarla con speme pure di cavarne alcuna cosa, e fingeva sempre che ci fossero mille bisogni per la casa; ma egli cantava a’ sordi e seminava in arena, perché la zia s’aveva fitto in capo di non voler piú dargli danari poi che egli dal gioco non si voleva astenere, anzi sí avvezzo ci era che averia giocato la parte sua del sole. Ora veggendo egli che indarno s’affaticava, né sapendo che altro modo usare per aver danari, si trovava molto di mala voglia né sapeva ove dar del capo, parendogli che, essendo vivo e non giocando, egli fosse assai peggio che morto. Cosí tutto di mala voglia, mille tra sé pensieri facendo e nessuno trovandone che gli recasse profitto per poter ricuperar danari e giocare, viveva in pessima contentezza né sapeva che farsi. Ora vedete, signori miei, ciò che fa questo malvagio giuoco e dove conduce assai volte i suoi seguaci, e a che strabocchevole ed enorme misfatto si reca l’uomo per l’ingordigia e disordinato appetito, o bene o male che sia, per poter aver danari da mantenersi sul giuoco. Poi che Pietro non si seppe risolvere a via veruna che atta fosse a fargli imborsare argento, a la fine accecato dal disordinatissimo suo desiderio e perversa voluntá, gli cadde ne l’animo che saria ben fatto, avvenissene ciò che si volesse, d’ancidere questa sua zia e rubarle tutti i danari ed altri ori ed argenti che ella aveva. Né solo deliberò svenar lei, ma ammazzare anco tutti quelli di casa. Fatta questa malvagia deliberazione, e parendogli non poter commodamente per sé solo essequire cotal sceleratezza, scoperse l’animo suo a Giovan Nasone, uomo di malissima vita e villano di quelli de la villa de le Gambarare, ove assai ce ne sono che per ogni minimo prezzo gli par di trionfare ad assassinare, spogliare e strozzare uomini, ché tal è la fama loro. Il Nasone non si fece troppo pregare, e tanto meno i preghi furono di bisogno, quanto che Pietro gli offerse di donar per cotesta opera cento ducati d’oro. E messo ordine a quanto fare intendevano, fece Pietro far dui gran coltelli e di modo aguzzare che radevano, dei quali uno ne diede al Nasone e l’altro ritenne per sé. Pietro era molto pratico ne la casa de la zia, perché spesso v’andava, e ancora che ella piú non gli volesse dar danari, nondimeno egli frequentava tuttavia l’andarla a vedere e a mangiar spesso seco. Morí in quel tempo il vero padre de la patria nostra, il serenissimo prence messer Andrea Grito, duce sapientissimo, al quale successe messer Pietro Lando del mese di gennaro. Sogliono i nostri signori veneziani ne la creazione del nuovo duce fare per segno d’allegrezza di gran giuochi e trionfi in piazza di San Marco, dove concorre tutta la cittá. Sapeva Pietro che sua zia non v’andarebbe, avendole domandato se a cotale festa andar intendeva ed ella rispostogli di no, perché alquanto era cagionevole de la persona per un catarro che dal capo le distillava. Il perché, non smosso punto dal suo fiero talento, deliberò egli il giorno de la festa di mandar ad essecuzione il suo scelerato pensiero d’ammazzar la donna, e non perder cosí oportuna occasione, onde avvertí Gian Nasone che a la prima ora de la notte si ritrovasse a la casa de la zia sul «campo», come noi costumiamo dire, di San Maurizio, luogo nel corpo de la cittá assai frequentato, ove egli, che in casa saria, l’attenderebbe e gli darebbe il tal segno quando devesse poi entrare. Ora, circa le ventiquattro ore, andò Pietro a trovar la zia, che in casa era con una sua figliuola di dodici in tredici anni e un figliuolino di circa sei anni e una massara. V’era anco alora un calzolaio che in casa praticava. E perché tutto il giorno era nevicato assai forte, la massara discese a basso per spazzar la neve dinanzi a la porta. Smontò anco il calzolaio insieme con la fantesca e seco s’intertenne alquanto, ragionando fuor di casa su la «fondamenta», come quivi si dice. Pietro non volle altrimenti aspettar il Nasone, ma finse d’aver bisogno di far qualche suo servigio, e, smontato a basso, serrò la porta, veggendo che ancora la massara cicalava col calzolaio, di modo ch’ella rimase fuor di casa. Tornò poi subito su, ed avendo seco portato il tagliente coltello in un tratto svenò la zia e, passato in un’altra camera ove la figliuola col picciolo fratello faceva suoi giuochi puerili, ivi medesimamente, privo d’ogni umanitá e compassione, antropofago piú tosto o cannibale che veneziano, quelle picciole creature senza pietá ancise come dui agnellini. Sceso di poi a basso, aprí la porta e di dietro di quella si appiattò, aspettando che la massara entrasse; la quale, come ebbe spazzato, entrò dentro, e cosí subito non se n’avvedendo fu da Pietro con una gran ferita su la testa morta. Fatto questo, tornò egli a fermar la porta, e montato di sopra, sapendo qual era la cassa dei danari, presa la chiave di quella, che la sventurata zia aveva a la cintola, a suo bell’agio pigliò quanti danari ci erano, che ascendevano a mille ducati, e tutte le gioie con alcuni argenti. Ed empitosi le maniche de la veste che «a gomito» a Vinegia si chiama, discese a basso, ed inchiavata la porta, partendosi trovò il Nasone che secondo l’ordine dato aspettava il segno. A cui Pietro disse: – Andiamo, compagno, perché io ho espedito il tutto, – e narrògli il modo che tenuto aveva. Ed in questo ebbe favorevole la fortuna, con ciò sia che mai non riscontrarono persona. Indi a lo splendore del lume de la luna numerò Pietro al Nasone i cento ducati che promesso gli aveva, e caldamente lo pregò che tenesse la cosa segretissima e andasse via e non ritornasse per alcuni mesi a Vinegia. E cosí chi andò in qua e chi in lá di lor dui. Il calzolaio che era in casa de la vedova quando Pietro vi giunse, come avete udito, e con la massara scese a basso, abitava quivi vicino e talora soleva far alcuni servigetti a la donna, e quella sera deveva portarle de le candele per uso de la casa. Ma essendo stato a veder la festa che a San Marco si faceva fin circa le tre ore de la notte, comprato le candele, le portò a la donna. E giunto a la casa, picchiò a la porta due e tre volte molto forte, e non sentendo chi gli rispondesse, pensò la donna esser ita con Pietro, che lasciato aveva in casa, a cena con suoi parenti, essendo la costuma dei veneziani la invernata di cenar molto tardi. La matina poi, levato giá il sole, ritornò il calzolaio a portar le candele; ma conoscendo che persona non era in casa, perché nessuno al picchiare che forte faceva dava risposta restò fin a la sera, non sospettando perciò di cosa alcuna. La sera poi a un’ora di notte, ritornato a picchiare e non ci essendo chi li rispondesse molto, andò spiando da’ vicini se sapevano ove la vedova fosse. E non ne trovando novella veruna, si ridusse a’ parenti piú propinqui di quella, di modo che non la ritrovando a casa di nessuno di loro, il bisbiglio e il romore si levò grande, non si sapendo alcuno imaginare che potesse esser avvenuto di lei e dei figliuoli. Il perché con alcuni dei parenti di quella, tra i quali era il crudelissimo omicida Pietro, che piú di nessuno bravava, andò il calzolaio ad avvertire del caso la giustizia. Quei signori di notte, – che cosí sono detti, – tantosto mandarono lor sergenti, i quali ruppero la porta e ne la prima entrata trovarono rivoltata nel suo sangue la misera e povera massara col capo fesso in due parti fino a’ denti. Sbigottiti tutti a cosí fiero spettacolo ascesero di sopra, ove trovarono in una camera vicina al fuocolare la donna e in un’altra le due picciole creature morte nel proprio sangue, che a pietá averebbero commosso le piú fiere e crudeli tigri de l’Ircania. Avvisati i signori de l’empio e sceleratissimo caso, per non lasciare tanta sceleraggine impunita cominciarono con diligentissima cura a far quelle informazioni che si potevano le maggiori. I parenti medesimamente di buon core molto vi s’affaticavano e sovra tutti Pietro maggior sentimento mostrava degli altri di dolore, parendo che di tanta crudeltá non si potesse dar pace, e sovra il corpo de la zia gettato gridando smaniava, dicendo che nulla si risparmiasse per ritrovar il malfattore. Ora, informazione altra non si trovavano se non che il calzolaio affermava al suo partire de la casa de la vedova avervi lasciato Pietro, ed egli confessandolo ma dicendo subito dopo lui essersi partito, su questo indizio fu sostenuto Pietro dal capitano dei zaffi e dettogli che bisognava che si presentasse avanti ai signori de la notte. Egli punto non si smarrí, anzi, mostrando gran fermezza d’animo, montò in barca col capitano, e seco andò un suo cugino, figliuolo d’un’altra sorella de la morta zia. Accostatosi Pietro al cugino e dicendogli forte che stesse di buona voglia perché era innocente, nascostamente poi gli diede un libricciuolo di tavolette ove per memoriale con uno stile d’oricalco si scrive ciò che si vuole. Quivi aveva giá Pietro notato il numero dei danari, gioie ed argento che rubati aveva, e messovi anco su i cento ducati dati al Nasone. Poi piano gli disse: – Cugino mio caro, di grazia abrusciate questo libretto, e trovate subito Gian Nasone e ditegli che per ogni modo se ne vada via. E di me non abbiate punto paura, ché io mi saperò ben diffendere. Io mi fido di voi. La cosa è fatta e rimedio non ci è. – Fu menato Pietro a le prigioni, e il suo cugino andò verso casa tutto smarrito e di malissima voglia, non sapendo che farsi. E poi che assai ebbe pensato ciò che far devesse, a la fine, o mosso da lo sdegno di cosí enorme e scelerato omicidio, o per paura de la giustizia, o che che se ne fosse cagione, portò ai signori il libricciuolo e disse loro ciò che Pietro detto gli aveva. Fu subito il Nasone preso, il quale senza aspettar tormenti confessò la cosa intieramente come era seguíta. Mostrarono il libricciuolo a Pietro, il quale negò tutto ciò che il cugino detto aveva, e, confrontato con il villano, con buon volto diceva non saper nulla di quanto colui parlava. Né mai fu possibile, per quanti indizii si avessero né per quanti tormenti gli sapessero dare, che egli volesse confessar cosa alcuna, anzi animosamente rispondeva al tutto. Aveva egli tratto il suo coltello in un canale ragionando col Nasone, e per confessione d’esso Nasone si mandò a cavar fuori il coltello. Sapendo anco il Nasone chi era stato il fabro che fatti gli aveva, fu mandato per lui, il quale depose come ad instanza di Pietro gli aveva fatti. Ma Pietro il tutto negava e diceva con un viso saldo, come se innocentissimo fosse stato, che il villano ed il fabro erano ubriachi, smemorati e trasognati. Domandato come in tanti luoghi aveva sanguinosa la veste, rispose che passando vicino ad un macello s’era insanguinato ed altresí sul corpo de la zia ove s’era gettato. Erano assai dubiosi i giudici per le salde risposte di Pietro; nondimeno per tanti indizii che ci erano e per la lettera del libretto, che fu provata esser di mano di quello, avendolo per convinto, lo condannarono ad esser tanagliato insieme con il Nasone, e che poi fossero squartati. Data la sentenza, andarono a la prigione il padre, la madre, la moglie e il fratello del misero Pietro a vederlo e confortarlo, e buona pezza stettero con lui. Il fratello di Pietro, che seco il dí innanzi aveva parlato, era da lui stato richiesto che gli desse qualche veleno che subito l’ancidesse, a ciò non si vedesse negli occhi del popolo cosí vituperosamente morire. Onde aveva preparato un terribile e presentaneo tossico e messolo in una picciola ampolletta e quella chiusa in una pianella; e lo disse a Pietro e seco mutò pianelle, che nessuno se n’accorse. Ora, non si volendo Pietro confessare, e dicendo che ingiustamente era condannato, si mandò per frate Bernardino Occhino da Siena, che alora in Vinegia con mirabilissimo concorso santamente predicava, che poi ha apostatato e fattosi luteranissimo. Andò fra Bernardino il giorno innanzi che la giustizia si deveva essequire, e cominciò ad essortar Pietro a la confessione e pazienza, il quale poco avanti aveva mangiato il mortifero veleno. Non aveva ancora il frate detto cinquanta parole a Pietro, che il tossico, per la sua fiera qualitá molto pestifero, cominciò a far l’operazione sua, di modo che Pietro, stralunando gli occhi e gonfiando il volto meravigliosamente, divenne tanto orribile in viso che a ogni cosa rassembrava piú tosto che ad uomo. Gli colavano gli occhi e il naso, e fuor di bocca gli usciva la bava di varii colori, fetida sovra modo. Del che fra Bernardino fieramente spaventato si levò, temendo che il misero cosí contrafatto non gli stracciasse il capuccino in capo. Di questo avvedutosi i guardiani de la prigione ed avvisati i signori, si mandò in fretta per medici; ma ogni soccorso fu in tutto vano, perché, avendo il veleno giá occupato il core e tutti i precordii, non se gli trovò rimedio valevole. Ma vedete se Pietro s’era in tutto dato in preda al gran diavolo! Egli, avendo commesso tanta sceleraggine e trovatosi senza speme di poter schivare la morte, poteva almeno e deveva salvar l’anima sua e non perderla insieme col corpo. Deveva confessarsi e chiamarsi in colpa di core dei suoi peccati, non si potendo trovar sí gran peccato che nostro signor Iddio, a chi si convertisce a lui confessandosi al sacerdote, non perdoni. Ma il misero volle pur morir piú tosto eccellente ribaldo che convertito cristiano. Egli non si volle mai confessare, né pentirsi di tanti mali commessi da lui, e a l’ultimo, avendogli il veleno chiuse le arterie vitali, e non potendo piú parlare, ed avendo fatto tante ingiurie a Dio a al prossimo e a se stesso, non si curò ne l’ultimo de la vita perseverar nel male operare, ché essendo restato mutolo volle anco aggiungere, come si dice, «ferro a la cazza», parlando lombardamente. Egli volle far morire uno di quelli che erano a custodirlo, per avergli forse fatto qualche spiacere o per liberar il fratello che dato gli aveva il veleno. Onde quanto piú puoté, non avendo modo di poter favellare, si sforzò con cenni ed atti suoi incolpare uno dei guardiani de la prigione, accennando avergli dato il veleno. Il perché fu preso il povero guardiano e fieramente tormentato, il quale perciò, constantemente sopportando i tormenti, nulla confessò. Ma che deveva egli confessare se era innocente? Ora essendo state conosciute le pianelle del fratello e trovato in quelle un buco picciolo ove il veleno era stato riposto, mandarono i giudici a chiamar esso fratello. Ma trovato quello essere da Vinegia partito, tennero per fermo lui essere stato che dato a Pietro avesse il veleno. Furono presi i garzoni de la speziaria, tra i quali uno confessò che aveva veduto al fratello di Pietro preparare non so che cose velenose, ma che non sapeva a che fine. Il perché il fratello di Pietro, fatto da la giustizia citare e non comparendo fu bandito, e liberato il povero guardiano. Morí in quel mezzo Pietro, e, cosí morto come era, insieme col Nasone suso una barca fu menato per tutta Vinegia, e furono tutti dui con l’affocate tenaglie grandemente straziati, ben che Pietro giá morto nulla sentisse. Poi in quattro pezzi furono, come meritato avevano, smembrati e posti in quelle salse lagune su le forche per ésca a’ corbi e ad altri fieri augelli. Cotale fu adunque il fine del malvagio giocatore Pietro, il quale aveva anco un altro peccato grandissimo, ché, per quanto n’intendo, era il maggior bestemmiatore e rinegatore di Dio e de’ santi che fosse in quei contorni. Ma meraviglia non era che bestemmiasse, essendo questo scelerato vizio di modo unito e congiunto ai giocatori, come è il caldo al fuoco e la luce al sole.


Il Bandello a l’illustre signore
il signor Manfredi signor di Correggio


Giovami credere che non vi sia uscita di mente l’istoria che l’anno passato il signor Tomaso Maino, essendo voi con alcuni signori e gentiluomini a diporto ne l’amenissimo giardino dei nostri signori Attellani tanto amici vostri, narrò, essendosi non so come entrato a ragionare de le fierissime crudeltá che Ecelino da Romano, empio e sovra modo crudelissimo tiranno, in diversi luoghi negli uomini e ne le donne, di qualunque etá fossero, usava. Alcune se ne dissero, tra le quali fu raccontata quella che egli in Verona essercitò contra dodici mila giovini padovani, che egli, avendo occupata Padova, da le primarie famiglie aveva scelto e seco per ostaggi condutti. Onde intendendo in Verona che Padova se gli era ribellata, fece dai soldati suoi miseramente ancidere tutti quegli sfortunati dodeci mila giovini che per ostaggi teneva, né volle, per preghiere che fatte gli fossero né per danari che se gli sapessero offerire, a nessuno donar la vita giá mai. Quivi alora si travarcò da questo fiero ragionamento a parlare de le condizioni che un buon prencipe, che desideri fuggir il nome del tiranno e farsi piú tosto dai popoli suoi amare che temere, si deveria sforzar d’aver e metterle in essecuzione, perciò che la maggior fortezza e ricchezza che possa dar speme al prencipe di qual si sia stato o regno deve esser senza dubio l’amore, se crede mantenersi contra i nemici suoi. Ché come il popolo ama il suo signore, può bene egli esser sicuro che quello gli sará fedele e mai non appetirá di cangiar padrone. Ora su questi ragionamenti il gentilissimo signor Tomaso Maino ci disse la sua novella, la quale a tutti che quivi eravamo parve mirabile e degna di memoria, cosí per dimostrar la immanissima tirannide d’uno, come anco per far conoscere che in ogni tempo e in ogni nazione si trovano alcune tra le donne di grande eccellenza e meritevoli che sempre con prefazione d’onore siano ricordate. Voi alora a me rivoltato, sorridendo mi diceste: – Bandello, questa certo non istará male tra le tue novelle. – Anzi bene, – risposi io, e vi promisi scriverla; il che, ritornato a casa, feci. Ora, andando raccogliendo e mettendo insieme esse novelle secondo che a le mani mi vengono, a questa ho voluto porre il nome vostro in fronte, a ciò che da tutti in testimonio de l’amicizia che è tra noi sia veduta e letta, non avendo io altro da lasciar al mondo che de la nostra cambievole benevoglienza faccia fede. State sano.