Novelle (Bandello, 1853, I)/Parte I/Novella IX

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Novella IX - Un geloso ode la confessione della moglie per mezzo d’un frate, e quella ammazza
Parte I - Novella VIII Parte I - Novella X

[p. 106 modifica]disonesto appetito del cameriero. Rimanetevi in pace. – Detto questo, ella uscì fuori e andava di lungo verso Oglio, e la sua picciola sorella dietro la seguiva piangendo, nè sapendo di che. Come Giulia arrivò al fiume, così col capo avanti nel profondo de l’Oglio si lanciò. Quivi al pianto de la sorella che gli stridi mandava sino al cielo, corsero molti, ma tardi, perciò che Giulia, che volontariamente dentro il fiume s’era gettata per annegarsi, in un tratto se stessa abbandonando vi s’affogò. Il signor vescovo e madama, udito il miserabil accidente, la fecero pescare. In questo il cameriero, chiamato a sè lo staffiero, se ne fuggì. Fu il corpo ritrovato, e divolgatasi la cagione per che s’era affogata, fu con universal pianto di tutte le donne ed anco degli uomini del paese con molte lagrime onorata. L’illustrissimo e reverendissimo signor vescovo la fece su la piazza, non si potendo in sacrato seppellire, in un deposito mettere che ancora v’è, deliberando seppellirla in un sepolcro di bronzo e quello far porre su quella colonna di marmo ch’in piazza ancor veder si puote. E in vero per mio giudicio, quale egli si sia, questa nostra Giulia non minor lode merita che meriti Lucrezia romana; e forse, se il tutto ben si considera, ella deve esser preposta a la romana. Solo si può la natura accusare, che a sì magnanimo e generoso spirito come Giulia ebbe, non diede nascimento più nobile. Ma assai nobile è tenuto chi è de la vertù amico e chi l’onore a tutte le cose del mondo prepone.


Il Bandello al magnifico messer Lancino Curzio filosofo e poeta


Non credo che di mente vi sia uscito il dilettevol contrasto che ai giorni passati così allegramente avemmo, essendo in casa del nostro vertuosissimo ed integerrimo, dal mondo riverito e da noi amato, il signor Giacomo Antiquario, protonotario apostolico, perciò che la materia era tale che di leggero non ve la sarete scordata. Noi questionammo onde avviene che tutto il dì si veggiono molte saggie donne, quando più sono tenute avvedute e prudenti, commetter grandissimi errori, per i quali in un tratto perdeno il buon nome che avevano. Si vede oggi, [p. 107 modifica]quella per aver più largo campo ai suoi appetiti avvelenare il marito, come se le fosse lecito, essendo vedova, far quanto le aggrada. Quell’altra, dubitando che il marito non discopra gli amori che ella fa, per via de l’amante lo fa ammazzare; e mille altre cose meno che buone, anzi molto vituperose fanno. E quantunque i padri, i fratelli e i mariti molte di loro, per levarsi dagli occhi il manifesto vituperio che rende loro la malvagia vita de le figliuole, sorelle e mogli, con veleno, con ferro e con altri mezzi facciano morire, non resta, per questo che molte di loro, sprezzata la vita che naturalmente a tutti è così cara e sprezzato l’onore che tanto si deverebbe stimare, non si lascino dagli sfrenati appetiti trasportare in qualche fallo. Si dissero cose assai, volendo noi investigare se secondo il corso de la ragion naturale vi si trovava argomento di questa lor trascurata vita. E dicendosi che era il poco cervello da la natura a quelle dato, per diffetto di cui si lasciano abbagliar molto leggermente dal piacer presente, senza aver riguardo al futuro male e danno che assai sovente dapoi ne segue, fu detto che cotesta ragione era frivola e di pochissimo momento; perciò che parimente gli uomini, che noi ci sforziamo di voler far di maggior capacità, cascano nei medesimi errori, perciò che veggendo tutto il dì impiccar quelli e squartar questi ed abbruciar quegli altri, offoscati anco essi dal mal regolato appetito, non cessano di commetter furti, latrocinii, rapine, omicidii, adulterii, e mille altre sceleratezze. Il che ordinariamente de le donne non avviene, le quali, se peccano, errano il più de le volte per esser troppo amorevoli e credule a le false lusinghe degli uomini che ogni dì, anzi ogni ora, dicasi pure il vero, cercano d’ingannarne qualcuna, parendo a molti di trionfare e d’aver cacciato il Turco d’Europa quando una semplice donna hanno beffata. Ora, non essendo donna nessuna presente ai nostri ragionamenti che la ragione del lor sesso diffendesse, e tutti noi essendo naturalmente inclinati a dar loro a dosso, non ritrovando altro, volemmo pur gettare la colpa dei loro errori nel lor poco cervello. Ma se il mondo si cangiasse e che le donne potessero aver una volta la bacchetta in mano e attendere agli studi così de l’arme come de le lettere, nei quali senza dubio molte di loro si farebbero eccellentissime, guai a noi. Io penso bene che ci renderebbero mille per uno e più, e che ci farebbero star tutto il dì con la conocchia a lato e col naspo e l’arcolaio, e ne cacciarebbero come guattari in cucina; e saremmo forse ben pagati, poi che noi molte volte fuor di ragione e oltre ogni convenevolezza [p. 108 modifica]facciamo loro tanti torti e le trattiamo molto domesticamente. Ma io non vo’ dar contra gli uomini e far come i cacatocci di Milano, che danno contra gli amici per parer savii, chè dicendo male de gli uomini direi mal di me stesso. Non voglio ancora armarmi di quella volgatissima autorità: «Amico Socrate, amico mi è Platone, ma più assai amica mi è la verità». Medesimamente io non vo’ dir male de le donne nè biasimarle, essendo io d’una donna nato e amandole come faccio e cercandole sempre d’onorare e riverire in ogni cosa che per me si puote, come molte di loro infinitamente meritano; ma ben più l’una che l’altra, de le quali io non vo’ per ora far il catalogo, chè a questo mosso non mi sono a scrivervi questa mia. Ben vi vo’ far partecipe d’una novella che occorse questa quadragesima passata, secondo che questi dì il nostro dotto messer Stefano Dolcino narrò, essendo egli stato a cena con la gentilissima signora Cecilia Gallerana contessa Bergamina. E nel discorso di questa novella potrete comprendere che non ostante tutti i rispetti i quali ne la nostra disputa si raccontarono, che quegli uomini che gettata la ragione dopo le spalle lasciano il freno a l’appetito, e le donne che disprezzato il prezzo de l’onestà, de la quale nè più bella nè più cara cosa deveriano avere, si lasciano governar a l’amorose voglie, che il più de le volte a mal fine si conducono. Vedrete anco di quanto male sia cagione l’ingorda e scelerata vita d’alcuni religiosi. Questa novella adunque a voi dono, a ciò che ne le mani dei lettori vada sotto il vostro nome. Vi piacerà poi mostrarla al nostro umanissimo messer Dionisio Elio, il quale sorto certissimo che subito entrarà in còlera grandissima contra il ribaldo frate, e in vero averà ragione non picciola. State sano.


NOVELLA IX
Un geloso ode la confessione de la moglie per mezzo d’un frate, e quella ammazza.


Milano, come tutti sapete e ogni dì si può vedere, è una di quelle città che in Italia ha pochissime pari in qual si voglia cosa che a rendere nobile, populosa e grassa una città si ricerchi, perciò che dove la natura è mancata, l’industria degli uomini ha supplito, che non lascia che di tutto ciò che a la vita degli uomini è necessario cosa alcuna si desideri, anzi di più v’ha aggiunto la insaziabil natura dei mortali tutte le delicature e [p. 109 modifica]morbidezze orientali con le meravigliose e prezzate cose che la nostra età, ne l’incognito agli altri secoli mondo, ha con inestimabil fatica e pericoli gravissimi investigato. Per questo i nostri milanesi ne l’abbondanza e delicatezza dei cibi sono singolarissimi, e splendidissimi in tutti i lor conviti, e par loro di non saper vivere se non viveno e mangiano sempre in compagnia. Che diremo de la pompa de le donne nei loro abbigliamenti, con tanti ori battuti, tanti fregi, ricami, trapunti e gioie preziosissime? che quando una gentil donna viene talora in porta, par che si veggia l’Ascensa ne la città di Vinegia. E in qual città si sa che oggidì siano tante superbe carrette tutte innorate d’oro finissimo, con tanti ricchi intagli, tirate da quattro bravissimi corsieri come in Milano ognora si vede? ove più di sessanta da quattro cavalli, e da dui infinite se ne troveranno, con le ricchissime coperte di seta e d’oro frastagliate e di tanta varietà distinte, che, quando le donne carreggiano per le contrade, par che si meni un trionfo per la città, come già fu costume de’ romani quando con vittoria da le domite provincie e regi debellati e vinti a Roma tornavano. Sovviemmi ora ciò che l’anno passato io udii in Borgonuovo dire a l’illustrissima signora Isabella da Este, marchesana di Mantova, la quale andava in Monferrato, essendo alora morto il marchese Guglielmo, per condolersi con quella marchesana. Ella fu onoratamente visitata da le nostre gentildonne come sempre è stata tutte le volte che ella è venuta a Milano. E veggendo insieme tante ricche carrette così pomposamente adornate, disse a quelle signore che le erano venute a far riverenza che non credeva che nel resto di tutta Italia fossero altretante sì belle carrette. In queste adunque delicatezze, in queste pompe e in tanti piaceri e domestichezze essendo le donne di Milano avvezze, sono ordinariamente domestiche, umane, piacevoli e naturalmente inclinate ad amare e ad essere amate e star di continovo su l’amorosa vita. E a me, per dirne ciò ch’io ne sento, pare che niente manchi loro a farle del tutto compite, se non che la natura le ha negato uno idioma conveniente a la beltà, ai costumi e a le gentilezze loro. Chè in effetto il parlar milanese ha una certa pronunzia che mirabilmente gli orecchi degli stranieri offende. Tuttavia elle non mancano con l’industria al natural diffetto supplire, perciò che poche ce ne sono che non si sforzino con la lezione dei buon libri volgari e con il praticare con buoni parlatori farsi dotte, e limando la lingua apparare uno accomodato e piacevole linguaggio, il che molto più amabili le rende a chi pratica con loro. Ma per [p. 110 modifica]venire a la novella che io intendo di dirvi e che l’anno passato di quaresima avvenne, vi dico che era qui in Milano un gentiluomo d’una città non molto di qui lontana, il quale, per certe liti che aveva di confini d’un suo castello, aveva condotto una agiata casa, ove egli con onorata famiglia dimorava. Questo essendo giovine e ricco, quando aveva due e tre volte la settimana, e più e meno secondo le occorrenze, parlato con i suoi procuratori ed avvocati, lasciava la cura ad un suo cancegliero, che era molto pratico ed essercitato nel piatire, ed egli attendeva tutto il dì a darsi buon tempo, e ora dietro a la carretta di questa donna ora dietro a quell’altra a passare il giorno. Ora facendo il conte Antonio Crivello, come è di suo costume, recitar una commedia, fece un suntuoso convito a molti gentiluomini e gentildonne, tra i quali fu il giovine che litigava, il quale da qui innanzi chiameremo Lattanzio, non volendo io per ora valermi del suo proprio nome, come anco mi par dever far del nome de la donna de la quale mi converrà parlare, che Caterina sarà nomata. Essendo adunque Lattanzio a cena assettato, s’abbattè a caso a seder a canto a Caterina, la quale più non gli pareva aver veduta, e, se pur veduta l’aveva, non gli era altrimente entrata in fantasia. Sogliono i conviti partorire gran domestichezza tra quelli che vicini l’uno a l’altro mangiando si trovano. Il che tra Lattanzio e la donna avvenne, perciò che egli si mise di varie cose seco a ragionare, e a servirla tagliandole innanzi e simili servigi facendo che sogliono i gentiluomini a le tavole fare. Era Caterina molto avvenente e gentile e bella parlatrice, e, se non era de le più belle, poteva perciò con le più belle dimorare senza esser biasimata. Ragionando adunque insieme, e Lattanzio assai fiso rimirandola, cominciò a poco a poco, piacendogli la pratica e la leggiadria de la donna, non se ne accorgendo, a bere per gli occhi l’amoroso veleno, di tal maniera che, prima che si levassero le tavole, egli s’avvide molto bene che il colpo d’amore aveva troppo innanzi ricevuto. Onde, dato fine al mangiare e cominciatosi a danzare, Lattanzio invitò la donna a ballare, la quale cortesemente accettò l’invito. E così presala per mano e lentamente danzando, cominciò ad entrar con lei in ragionamenti di cose amorose. E non si mostrando ella punto schifevole di simil ragionamenti, Lattanzio spinse la pedina un poco più avanti, e molto affettuosamente le scoperse quanto ella gli fosse piacciuta, lodando le sue belle maniere, gli atti, i costumi, la leggiadria e la beltà. Dicendole poi come per quella fuocosamente ardeva, con accomodate preghiere la supplicò che si degnasse tenerlo [p. 111 modifica]per servidore e volesse di lui aver pietà. La donna gli rispose molto saggiamente con dirgli che aveva caro d’esser da lui amata, come da quel gentiluomo che le pareva conoscere discreto, costumato e gentile, e che da lei non vorrebbe se non la salvezza de l’onor suo. E con questi e simili ragionamenti finito il ballo si misero a sedere l’uno a canto a l’altra, tuttavia ragionando d’amore. Ma per tanto quanto durò la festa, che fu fin passata mezza notte, sempre Lattanzio attese a ragionar dei casi suoi, riportandone di continuo le medesime risposte, tutte fondate in questo, che volesse aver risguardo a l’amore che ella era obligata a portar al suo marito, e a l’onor de l’uno e de l’altra, che a lei deveva esser più caro che la vita, e che da fratello, conoscendolo così gentile e galante, l’amava. Lattanzio, che vide la donna non s’esser mostrata ritrosa a parlar d’amore, e che seco già aveva preso molta domestichezza, si contentò per la prima volta di questo, e quella di brigata di molti altri uomini e donne fin a la casa accompagnò. Ed essendo in effetto veramente di lei innamorato, imparata la casa, attese a conoscere ove ella andava a messa, e trovò che quasi per l’ordinario andava a messa in san Francesco. Il perchè egli cominciò assai a frequentar quella chiesa, e in compagnia di gentiluomini che quivi solevano praticare intertenersi, vagheggiando la sua Caterina, la quale gli faceva buon viso e mostrava di vederlo molto volentieri. Era venuto il tempo licenzioso del carnevale, nel quale un dì essendo Lattanzio mascherato, suso un bravissimo giannetto passò dinanzi a la casa de la donna, la quale alora era in porta, e quivi fermatosi e fattole segno chi fosse, si mise a ragionar con lei, e vi stette buona pezza sempre del suo amor ragionando. Ella se gli mostrò più del solito graziosa, e motteggiò e scherzò con lui assai domesticamente, avendo di già mezzo tra sè deliberato di prendersi Lattanzio per amante, ma voleva prima praticarlo e conoscer, se poteva, di che natura e costumi egli era. Lattanzio, parendogli aver trovata la donna molto domestica e piacevole, dopo averla infinitamente supplicata che di lui avesse pietà e gli comandasse, chè lo trovarebbe prontissimo ad ogni suo servigio, se le raccomandò umilmente e si partì. La donna, come egli si fu partito, se n’andò in camera, e pensando a l’amore di messer Lattanzio e a le affettuose preghiere che egli fatte le aveva, cominciò alquanto più del solito de l’amor di lui ad infiammarsi. Era il marito de la donna molto fastidioso in casa, e quantunque lasciasse che ella andasse ove si volesse e che pomposamente vestisse, nondimeno spesso le diceva villania. Oltr’ [p. 112 modifica]a questo, egli era forte innamorato, ne la contrada di san Rafaele per riscontro a la chiesa maggiore, d’una bella giovane, che teneva cuffie, balzi, cordelle, gorgiere ed altri ornamenti da donna, da vendere. Il che la donna aveva inteso da una sua commare. Per il che divenutane fieramente sdegnata, deliberava render il contracambio al suo marito. Onde, parendole che Lattanzio fosse a proposito, gli faceva di giorno in giorno meglior viso. Di che l’amante si teneva per sodisfatto assai. La commare, che de l’amore del marito aveva avvertita la donna, era d’albergo assai vicina a quella, e non aveva in casa altra famiglia che un picciolo figliuolo di dui anni ed una fanticella. Perseverando adunque Lattanzio in vagheggiar Caterina ed avendole più volte sopra le feste parlato, ella, un dì che il marito era a desinare altrove, fece chiamar la sua commare e volle che seco desinasse come molte fiate era solita di fare. Poi che si fu desinato e che le maschere cominciarono per la contrada passare, Caterina con la compagna si mise a una finestra a ragionare. Non erano dimorate quivi molto, che passarono molte maschere, con una de le quali ragionando, passò Lattanzio suso una mula, ma senza maschera, il quale veggendo la sua donna a la finestra le fece onestamente con la berretta in mano riverenza. Come egli fu passato, così subito disse Caterina: – Commare, conoscete voi quel giovine che passa parlando con quella maschera? – Non io, – le rispose la commare; – ma perchè me ne chiedete voi? – Io ve lo dirò, – soggiunse quella, – essendo certissima che voi mi crederete, e che quanto vi manifesterò terrete secreto appo voi, come vederete che il caso mio ricerca. Devete ricordarvi che molte fiate vosco mi sono domesticamente lamentata de la strana vita che tiene il mio marito, chè essendo circa a sette anni che io venni in questa sua casa, dal primo anno in fuori che io non ci poneva mente, egli mai non è stato che non abbia avuto qualche innamorata con la quale egli spende gran parte de le sue rendite. Ora egli è tutto il dì ne la contrada di santo Rafaele con Isabella, che so che conoscete, a la quale questo passato Natale donò di buona mano trentasette braccia di raso morello veneziano. Egli ed io ne abbiamo avuto insieme più volte di sconcie parole, ma niente m’è giovato, di modo che io mi trovo bene spesso di malissima voglia, veggendo questa sua cattiva vita che tiene. Misera me, chè io poteva esser maritata in un conte dei Languschi in Pavia, e i miei fratelli volsero pure che io fossi di questo reo uomo. Quanto egli ha di buono, è che mi dà gran libertà del vestire e d’andare ove io voglio, e del governo de la casa [p. 113 modifica]e di spender come mi piace. Tuttavia in casa è più fastidioso che il fastidio, chè non si cuoce mai vivanda che sia a suo modo, nè già mai egli ordinarebbe in cucina cosa che sia. Egli sempre ha a mangiar seco questi e quelli, e quanto più ci è gente tanto più grida e fa romore, e sempre d’ogni cosa dà la colpa a me, di modo che egli è, come si suol dire, il diavolo di casa e la festa de la contrada. Ma quello che più mi preme e mi sta su lo stomaco, è che il malvagio uomo non si giace meco tre volte il mese, come s’io fossi assiderata o qualche stroppiataccia o di sessanta anni, che ancora non veggio il ventesimo terzo, e son pur morbida e fresca e, s’io non sono la più bella di Milano, posso perciò comparir fra l’altre, e s’io volessi non mi mancheria chi mi farebbe la corte. Io so bene quanti amanti, e de’ primi di questa città, m’hanno vagheggiata e con ambasciate e lettere sollecitata, e a tutti sempre ho dato repulsa, seguendo il conseglio di quella benedetta anima di mia madre, che sempre mi predicava che io mettessi tutto il mio amore e tutti i miei pensieri in quello ch’io prenderei per marito, come la buona donna aveva fatto in mio padre. E così certamente ho fatto io, sperando pure che mio marito si devesse rimovere da questa sua malvagia vita. Ma egli va di male in peggio, di modo che io mi sono determinata proveder a’ casi miei, perdonimi Iddio, chè io non posso più vivere a questo modo. Chè s’io avessi voluto viver senza uomo, mi sarei fatta monaca con una mia sorella maggiore, che si fece religiosa nel monastero di santa Radegonda. Ora, commar mia, v’ho io fatto questo breve discorso per aver da voi aita e conseglio, portando ferma openione che voi farete per me tutto quello che conoscerete che mi possa recar gioia e profitto. – A questo la commare s’offerse molto liberamente. Soggiunse alora Caterina: – Voi avete poco fa veduto passar qui dinanzi quel giovine su la mula, che voi mi diceste non conoscere, il qual mi par molto discreto e gentile. Egli più volte ha questo carnevale parlato meco richiedendomi d’amore; ma io mai non gli ho risposto troppo buone parole. È ben vero che da qualche dì in qua gli ho fatto meglior viso del solito. Ora io mi sono ne l’animo mio risoluta che egli sia quello che supplisca ai diffetti del mio marito, o sia di giorno o sia di notte, con quel più secreto e facil modo che sarà possibile. Ma perchè credo che noi due sole non poteremo al desiato fine condurre questo mio desiderio, penso che sarà ben fatto che io mi discopra con la mia vecchia, la quale, quando mio marito non viene la notte a casa, si dorme ne la mia camera; chè de le giovani donzelle [p. 114 modifica]io non me ne fidarei già mai. Che ne dite voi, commar mia cara? – Alora la buona donna così a Caterina rispose: – Veramente, madonna, io vi ho sempre avuto una gran compassione, veggendovi bella, giovane e delicatamente nodrita, e sapendo la pessima vita del compare. Ciò che detto m’avete resterà sempre sepolto in me. E poi che deliberate di non perder in tutto la vostra giovanezza, voi fate molto bene. Ora io sarei di parere che voi mi lasciassi parlar con la vecchia e tentar l’animo suo per veder come si muove, e lasciate guidar la cosa a me, perchè io spero condurla a buon porto. – Restarono adunque in questa conchiusione, che la commare parlasse con la vecchia, e che trovandola disposta ai casi loro, che non si desse indugio a far che Lattanzio entrasse in possessione dei beni tanto desiderati, avendo di già previsto il modo con il quale, tutte le notti che il marito a casa non veniva, egli assai leggermente si poteva con la donna trovare. Era una certa viottola che non aveva uscita, la quale terminava una de le parti de la casa di Caterina, ove rispondeva un uscio che dava adito in una stanza terrena assai grande, ove erano alcuni antichissimi tinacci da far vino che più non erano in uso. Questo uscio, perciò che erano molti anni che non s’era aperto e là tra quei vasi da vino nessuno praticava, e quasi nessuno mai era che andasse in quella vietta, non era in memoria d’uomo di casa nè di donna, e tanto più che dinanzi a quello stava un gran tinaccio che la vista de la porta in tutto occupava. Ma amore che ha più occhi che non aveva Argo, poi che la donna si deliberò introdur in casa Lattanzio, le prestò un occhio dei suoi, con il quale ella vide la porta, e il tutto bene considerato pensò non v’essere più sicura via di quella a dar compimento agli appetiti suoi. Parlò poi la commare con la vecchia, e la trovò dispostissima a tutto quello che la padrona voleva. Onde, dato l’ordine tra loro di quanto a far s’aveva, Caterina tanto cercò che a le mani le vennero certe chiavi vecchie, ne le quali la vecchia, ora una or un’altra provando, trovò quella che l’uscio apriva. Il che fatto, e stando un dì ne l’ultimo di carnevale Caterina suso la porta presso la sera, passò Lattanzio a cavallo mascherato, e a quella s’accostò dandole riverentemente la buona sera. La donna con amorevoli accoglienze lo raccolse, ed entrando Lattanzio nel solito ragionare dei suoi amori, e domandando comodità di poterle parlare in luogo segreto, ella, poi che due o tre volte s’ebbe fatto pregare, non potendo più stare su ’l duro ed avendo non minor voglia di trovarsi segretamente con Lattanzio di quella che egli [p. 115 modifica]avesse d’esser con lei, così gli disse: – Io vo’, Lattanzio mio, crederti tutto quello che tu ora e tante altre volte del tuo amore che mi porti detto m’hai, e metter ne le tue mani la mia vita e l’onor mio. Fa ora che tu ne sia così buon guardiano, e che in modo e te e me governi, che danno alcuno e meno vergogna non ne segua. Tu vedi quella viottola là al fine de la mia casa: quella sarà, che ti darà adito di venir a me ogni volta che mio marito non ci sia. E per non aver cagione di mandar messi innanzi e indietro, la mia commare che sta là in quella casa, – e mostrolli la porta, – la quale di tutto l’animo mio è consapevole, ti avvertirà del tutto. Mio marito questa sera non ci sarà nè a cena nè a dormire, se non sono errata. Ella cenerà meco tra le due e le tre ore di notte, e a le quattro io farò che la famiglia mia tutta sarà a letto, e alora la mia commare si troverà in casa. Sonate le quattro ore, ella t’attenderà, e da lei saperai se mio marito sarà per tornare o no, e secondo lei ti governarai. D’una cosa ti vo ben pregare, che tu in questo caso ti fidi meno de’ tuoi servidori che sia possibile, a ciò che partendosi poi da te, come spesso avviene, non sia qualcuno di loro cagione di metterci in bocca del volgo. – Lattanzio, udito questo non creduto ragionamento, ed accortosi a lo sfavillare degli occhi de la sua donna che ella tutta d’amore ardeva, si tenne il più contento ed avventuroso uomo del mondo, e restò sì pieno d’ammirazione e d’allegrezza, che non capeva ne la pelle e non sapeva che dirsi. Pure, raccolti gli spiriti, rese quelle grazie a la donna che puotè le maggiori, promettendole che tutto solo a trovar la commare se ne verrebbe, celando a tutti i suoi servidori il suo amore. E così, con il core che gli notava in un mar di zucchero, se ne partì e andò a casa. Quella sera egli poco cenò, essendo ebro d’inusitata gioia ed anco pensando che gli conveniva correr la posta. Al suono poi de le quattro ore tutto solo se ne partì, e diritto andò a trovar la commare, che con la porta non fermata l’attendeva. Da lei seppe che il marito non era stato a cena e che anco non ci sarebbe per quella notte, e che v’era bene stato un fratello de la donna con un altro gentiluomo che ella non conosceva, e che tutti erano partiti innanzi a lei. E molte altre cose tra loro ragionate, Lattanzio si partì ed entrò dentro la picciola via, e dato il segno che la commare detto gli aveva, la vecchia che a la posta era aperse tanto pianamente l’uscio che a pena egli dentro poteva entrare, perciò che il tinaccio impediva che tutto l’uscio s’aprisse. Entrato dentro, fu da la vecchia chetamente a la camera de la madonna condotto, ove quali fossero l’accoglienze, le carezze e [p. 116 modifica]gli amorosi abbracciamenti che i novelli amanti si fecero, e quali i diletti e i piaceri che, entrati nel letto, si presero godendosi amorosamente insieme, sarebbe troppo lunga istoria a raccontare. Tanto è che Caterina il dì seguente giurò a la commare che assai più di piacer aveva avuto quella notte, ch’ella non aveva avuto in tutto il tempo ch’ella era stata col marito. Ora, prima che il giorno albeggiasse, Lattanzio contentissimo e stracco si partì, dati sul partir più di mille basci a la sua innamorata. Come egli fu per uscir fuor de la porta, diede diece ducati d’oro a la buona vecchia essortandola a servir fedelmente la sua padrona, e che mai egli a lei non mancarebbe. La vecchia, che tanti mai non ne aveva tenuti in suo potere, lo ringraziò molto e si riputò ottimamente sodisfatta. Lattanzio, tornato a casa, si mise a dormire, avendo tutta la notte cavalcato. Ora la bisogna andò di sì fatto modo, che per tutto un anno Lattanzio si trovò pur assai volte a giacersi con la sua donna e si davano tutti dui il meglior tempo del mondo. Fra questo mezzo la commare ebbe molti ducati da Lattanzio il quale le promise che, come il suo picciolo figliuolo fosse grandicello, lo piglierebbe per paggio. Godendosi adunque insieme questi dui amanti e, come ho detto, avendo durato circa un anno, di modo che, avendo avuto principio il lor godimento di carnevale, è durato fin a l’altro carnevale, il marito di Caterina, non saperei dire per qual cagione, entrò in questo pensiero, che così di rado giaccendosi egli con la moglie, ella non avesse qualcuno che invece di lui, quando non c’era, coltivasse il giardino de la moglie e lo inaffiasse più che egli non averia voluto. Onde, entrato in gelosia, nè sapendo di che, cominciò a star più a casa che non era consueto, massimamente la notte; il che agli amanti non piaceva molto. Ora, venuta la quadragesima, deliberò il marito, se possibile era, udir la confessione de la moglie. Ed entrato in questo umore andò a santo Angelo a trovar il frate, al quale sapeva che Caterina era usa di confessarsi, e seco cominciò di varie cose a ragionare e farsegli assai domestico, e tanto continuò questa sua pratica, che avendo il frate venduto il pesce, si lasciò da le favole di costui in tal maniera pigliare ed abbagliare, che gli promise tenerlo appresso di sè dentro il luogo ove soleva confessare alora che egli udirebbe la confessione de la sua moglie. Ordinato questo, e dato il geloso molti danari al frate, che ne la cappa gli prese per non toccargli con mano, attendeva il giorno che la moglie andasse a confessarsi. La donna era consueta mandar sempre un giorno avanti ad avvisar il suo padre spirituale. Il che dal geloso [p. 117 modifica]saputo, informò benissimo il frate di ciò che deveva domandarla. Venuto il dì assegnato, dopo desinare la donna montò in carretta e andò a santo Angelo, ove di già il marito era andato. Come la donna fu giunta, fece chiamar il suo padre ed entrò in un di quei camerini che sono a posta fatti per confessarsi. Da l’altra banda, pigliata la oportunità che da nessuno furono veduti, entrarono il ribaldo frate ed il matto geloso che andava cercando ciò che non averebbe voluto trovare, entrarono, dico, dentro il contracamerino. Quivi, cominciata la confessione e venutosi al parlamento dei peccati de la lussuria, la donna confessò il peccato suo che con l’amante faceva. – Oimè, figliuola mia, – disse lo scelerato frate, – non te ne ripresi io agramente l’anno passato, e tu mi dicesti che nol faresti mai più? È questo ciò che m’hai promesso? – Padre, – disse la donna, – io non ho saputo nè potuto far altrimenti, e di tutto questo n’è cagione la malvagia vita del mio marito che come sapete mi tratta, chè altre volte il tutto v’ho detto. Io son donna di carne e d’ossa come le altre, e veggendo che mio marito non si è mai di me curato, mi son proveduta a la meglio che ho potuto. E almeno fo io tanto che le cose mie sono secrete, ove quelle di mio marito sono favola del volgo, e non che in broletto se ne parli, ma non è barberia nè luogo ove non se ne canzoni. Il che dei fatti miei non avviene, anzi tutti m’hanno compassione e dicono che egli non merita così buona moglie com’io sono. Hollo io sopportato circa sette anni con speranza ch’egli devesse emendarsi e lasciar l’altrui femine, ma la cosa va di mal in peggio. A me duole di far ciò ch’io faccio, e so che offendo nostro signore Iddio; ma altro far non ne posso. – Figliuola mia, – soggiunse il frate, – egli non si vuol far così, perciò che queste scuse non vagliono. Tu non dei far male perch’altra il faccia, ma conviene che tu sopporti ogni cosa pazientemente e che aspetti che Dio tocchi il core a tuo marito. E forse anco tuo marito non fa tutto quello che dici. Ma chi è questo tuo innamorato? – Egli è, padre – disse la donna, – un giovine gentiluomo, che mi ama più che la vita sua. – Io dico, – rispose il frate, – com’egli si chiama. – La donna sentendo questo e avendo già udito predicare che ne le confessioni non si deveno nomar quelli con cui si commette il peccato per non infamargli, disse alquanto ammirativa: – Oh, padre, che mi domandate voi? cotesto io non son per dirvi. Bastivi che io confessi i miei peccati e non quelli del compagno. – Ora vi furono assai parole; ma, non volendo la giovane prometter di lasciar l’amante, il frate non la volle assolvere. Onde ella si levò del camerino ed entrò [p. 118 modifica]in chiesa e disse sue orazioni, e poi se n’andò per montar in carretta. Il beccone del marito, con animo fellone e pieno di mal talento uscito del camerino e de la porta del convento, ne venne diritto verso la carretta de la moglie, la quale veggendolo l’attese. Come egli le fu appresso, sfoderando un pugnale che a lato aveva, le disse: – Ahi puttana sfacciata! – e le diede del pugnale nel petto, e subito ella cadde in terra morta. Il romore si levò grande, e gente assai quivi si raccolse. Egli se n’andò non so dove, e indi a pochi dì si salvò su quello de’ veneziani, ove cercando d’aver la pace dai cognati, fu da quelli fatto, non dopo molto, essendo ito a caccia, tagliar a pezzi. Eccovi adunque ciò che causò il mal regolato appetito d’un marito volendo saper per vie non convenienti ciò che non deveva sapere, e che fine ebbe la sceleratezza del malvagio frate, il quale, per quanto mi affermò uno che lo poteva sapere, fu mandato in pace, da la qual pace ci guardi tutti nostro signor Iddio.


Il Bandello al magnifico e vertuoso messer Giovanni Battista Schiaffenato


Quanto s’ingannino, Schiaffenato mio gentilissimo, tutti quelli i quali, come vedeno che un uomo vagheggia qualche donna, che per lei sospira o fa di quelle pazzie che communemente fanno quelli che paiono innamorati, dicono: «Costui ama la tal donna», e chiamano l’appetito amore, assai è noto appo quelli che conoscono le differenze che i savii e dottrinati uomini ragionevolmente hanno messe ne le potenze de l’anima nostra. Ed ancor che amore sia affetto de l’appetito concupiscibile, bisogna divider questo amore in molte specie per venire al vero e perfetto amore; ma questa sarebbe troppo lunga disputa e cosa da filosofo. Tuttavia, per venir a quello che mosso mi ha a scrivervi, vi dico che ne le cose naturali, per conservar l’esser loro, è ordinato da la natura, non solamente per un istinto naturale, che debbiano seguir ciò che giova e fuggir ciò che nuoce, ma ancor fa germogliare in loro una inclinazione di resister con ogni sforzo a tutto quello che tal seguimento o fuga gli impedisce. Il medesimo è in noi, a cui la natura ha donato un appetito di