Novelle (Bandello, 1910)/Parte II/Novella XVIII

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Novella XVIII - Piacevole e faceto detto di un Tedesco in una pubblica festa circa il bere; e la festa a Napoli si faceva
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IL BANDELLO

al molto illustre e valoroso signore

il signor

livio liviano

capitano di cavalli leggeri


Ancora che noi siamo qui in Chierasco e di giorno in giorno aspettiamo l’essercito de l’imperadore, numeroso di fanti italiani, tedeschi e spagnuoli che minacciano volerne mandar tutti sotterra, non si vede perciò un minimo segno di paura in questi nostri soldati, anzi mi pare che con una allegrezza inestimabile aspettino questo assedio, come se due o tre paghe oltra il debito lor soldo aver devessero. Io sento da ogni canto che tutti s’apparecchiano a dar a’ nemici si fatto conto del lor valore e far tal prova, che io non posso se non credere che noi resteremo con l’onore de l’impresa, tanto piú che il signor mio, il signor Cesare Fregoso, ben che sia gravissimamente d’acutissima febre infermo, non lascia cosa a fere che possa esser a nostro profitto e a danno dei nemici. Lá venuta poi vostra a chiudervi qui dentro volontariamente, essendo in viaggio per andar a la corte del re cristianissimo, mi dá buono augurio e mi fa sperare di bene in meglio. E cosí voglia il nostro signor Iddio che succeda. Ora essendo, tre di sono, andato al bastione che è a la porta di San Francesco, ritrovai quivi molti buon compagni che discorrevano, ragionando insieme la varietá de la natura degli uomini di varie nazioni circa il bere, e tra loro erano molto differenti. Ed avendo di questa materia assai questionato, Lodovico da Sanseverino capo di quella guardia, giovine discreto e prode de la persona, raccontò una piacevol novelletta a quel proposito. La quale, essendomi piaciuta, scrissi e a voi la mando e dono, veggendo quanto sempre mostrate le cose mie esservi care. State sano. [p. 44 modifica]44 PARTE SECONDA NOVELLA XVIII Piacevole e faceto detto d'un tedesco in una publica festa circa il bere, e la festa a Napoli si faceva. Noi ci becchiamo il cervello, compagni miei cari, se pensiamo determinatamente dire che questa nazione beva più d’un’altra, perciò che d’ogni nazione ho io veduto bevitori grandissimi, e trovato tedeschi e francesi assai che più amano l’acqua che il vino. È ben vero che pare che siano alcune nazioni che amano più il vino una che l’altra; ma in effetto tutti beviamo molto vo¬ lentieri. So io bene, ché ho conosciuti italiani si avidi e gran bevitori che non cederebbeno a qual si sia tra gli albanesi o tedeschi famoso ingozzator di vino. E che direste voi se io vi nominassi un lombardo, il quale ho veduto far brindisi con tedeschi a una tavola d’un cardinal tedesco e vincergli tutti, ed anco riportar la palma baccanale tra gli albanesi? Il franzese beve spesso e vuole buoni e preziosi vini ma bene innacquati, e beve poco per volta. L’albanese ed il tedesco vogliano pieno il bicchiero e da la matina a la sera e tutta notte aver il vino a la bocca. Lo spagnuolo che a casa sua beve acqua, se beve a l’altrui spese, per Dio, terrà il bacile a la barba a chi si sia. Per l’ordinario poi credo io che i tedeschi, signori e privati d'ogni sorte, si dilettino più di giocar a bere che altra nazione, e publicamente a tavole signorili s'inebriano di modo che ad un ad uno bisogna portargli a casa ebri e fuor di sé; né questo tra loro è reputato vergogna. Ora sovvenendomi un bel detto d’un tedesco a questo proposito, vi narrerò una piacevol no¬ velletta. Poi che Francesco Sforza di questo nome primo duca di Milano per mantener la pace in Italia fece la famosa lega de la unione di tutti i potenti italiani, al tempo di Pio secondo pontefice massimo, maritò Ippolita sua figliuola con Alfonso di Ragona primogenito del re di Napoli Ferdinando il vecchio. Fu condotta onoratissimamente la nuova sposa a Napoli, ove le nozze si fecero pompose e bellissime, come a dui si gran per¬ sonaggi si conveniva. Avevano tutti i signori d’Italia mandati [p. 45 modifica]NOVELLA XVIII 45 ambasciatori ad onorar le nozze, e il duca Francesco aveva fatto accompagnar la sposa dai più onorati feudatari e gentiluomini di Lombardia. Ora tra l'altre feste, bagordi e giuochi, che molti si fecero, s’ordinò una solenne e pomposissima giostra, che si fece un di che era caldo grandissimo* per esser di giugno. Quivi comparsero i giostratori con abbigliamenti superbi e ricchissimi, con vaghe e ben ordinate imprese secondo l’appetito di cia¬ scuno, e feroci e generosi cavalli. Corsero tutti ed assai lancie si ruppero con lode di chi giostrava e con non picciolo piacere di chi a lo spettacolo era. Finita la giostra, altro non si sentiva se non lodar questi e quelli, e dire: — Il signor tale ha rotte tante lancie, quel barone ha tante bòtte e quel cavaliero ha fatto cosi e il tal cosi. — Ecco in quello che si fece silenzio per ban¬ dire chi avesse l’onor de la giostra, che un tedesco che era suso una baltresca, non aspettato che il vittore si bandisse, co¬ minciò quanto più forte puoté a gridare e dire: — Maladetto per me sia quel giuoco e maladette tutte le feste e bagordi ove non si beve ! — Non dimandate se vi fu da ridere, e tanto più che egli si mise a gridare: — Vino, vino, vino ! — Onde non so se mai fu tra tanta moltitudine detta cosa per cui tanto si ridesse, come per le parole del tedesco buona pezza si rise. [p. 46 modifica].