Novelle (Bandello, 1910)/Parte II/Novella XXIII

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Novella XXIII - Un abbate si libera da un grave giudizio con una pronta e faceta risposta data ai signori senatori
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IL BANDELLO

al gentilissimo

fra michele brivio


Infinite volte s’è veduto una pronta e arguta e talor faceta risposta aver al suo dicitore apportato grandissimo profitto e sovente una grave lite aver resa ridicola. Di questo si parlava non è molto tra alcuni gentiluomini ove io mi trovai. Era quivi il signor Paolo Battista Fregoso, giovine valoroso e gentiluomo di monsignor d’Orliens, che poco avanti era venuto da la corte del re cristianissimo; il quale dopo il ragionamento che si faceva, a proposito di quanto detto s’era, narrò una novelletta, di nuovo parte a Poittieres e parte a Parigi accaduta, che agli ascoltanti molto piacque. Il perché io quella secondo il mio consueto scrissi. Sovvenutomi poi del tempo che a Milano insieme eravamo, e quanto spesso voi le cose mie cosí in verso come in prosa leggevate e volentieri di molte prendevate copia, ho voluto che questa ovunque voi sarete col nome vostro in fronte vi venga a ritrovare, e vi faccia certo che io sono quel vostro Bandello che sempre fui e sarò, mentre piacerá al nostro signor Iddio di tenermi in vita. Il che mi persuado esservi per molti effetti chiarissimo. State sano.

NOVELLA XXIII

Un abbate si libera da un grave giudizio con una pronta e faceta risposta data ai signori senatori.

Verissimo essere che le pronte e facete risposte date in tempo rechino utile e spesso cavino di fastidio chi le dice, ancorché piú volte si sia per isperienza visto, io non reputo se non bene ricordarsi sovente simili essempi e dirvene uno che non è molto [p. 102 modifica]102 PARTE SECONDA che avvenne. Uno dei tesorieri de la Francia detto Morenes di¬ morava per lo più a Poittieres e vi teneva la moglie, giovane, bella e molto gentile. A Poittieres è l’università o sia studio generale d'ogni sorte di scienza, e vi concorrono scolari assai. Era quivi scolare un giovine che era nobile, il quale teneva in commenda una abbadia assai ricca e viveva molto splendida¬ mente, sempre con buona compagnia. Con questo abbate prese il tesoriere una stretta domestichezza e più volentieri con lui che con altri teneva pratica, di maniera che cominciò a invitarlo seco a mangiare. Non aveva ancora messer l’abbate vista la moglie del tesoriere, la quale, venutagli a l’incontro, quello graziosamente raccolse e secondo la costuma del paese basciò. Era l’abbate bellissimo giovine e la donna, come s’è detto, oltra la beltà, era leggiadra molto, il perché meravigliosamente l’uno a l’altro in quel primo aspetto piacque. Desinarono di compagnia allegra¬ mente e tennero tra loro diversi propositi. Ragionando, l’abbate tuttavia considerava le bellezze de la donna, la quale anch’ella non teneva gli occhi troppo sovra le vivande, ma quanto poteva quelli pasceva de la vista del bello abbate. Finito il desinare, si mise Morenes a giuocar a toccadiglio con l’abbate, e giuocando fu esso tesoriero astretto a lasciar il giuoco e andar a ricever una somma di danari, onde pose in luogo suo la moglie. Pensate se a tutti dui fu grato. E non v’essendo persona a vedergli giuocare, cominciarono ad entrare in ragionamenti amorosi e scoprirsi in¬ sieme i lor amori. Né ad accordarsi vi bisognarono troppe parole, di modo che posto l’ordine ai casi loro, si trovarono poi insieme e molti mesi goderono amorosamente l'un de l’altro. Ed usando non troppo celatamente il lor amore, uno di casa se n’avvidde e n’avvisò Morenes. Di che egli, entrato in còlerà grandissima, s’armò e fece armar gli scrivani e servidori suoi e di lungo se n’andò a la casa de l’abbate, che, desinando la famiglia, giuo- cava al tavoliere con un gentiluomo che seco aveva desinato. Entrato Morenes in sala, cominciò a dire le più villane parole a l’abbate che sapeva, ma non s’accostava a la tavola. Conobbe l’abbate la viltà del tesoriero, che non averebbe ferito una mosca, e gli diceva: — Signor tesoriero, voi séte mal informato. Io vi [p. 103 modifica]NOVELLA XXIII «°3 son buon amico e la donna vostra io la tengo onestissima. Be¬ viamo e lasciamo andar queste ciancie. — Pur alora Morenes bravava, nomandolo traditore, di che l'abbate si rideva. Si parti Morenes, parendogli d’aver cacciati gli inglesi di Bologna. Si deliberò l'abbate di far una beffa al tesoriero, e un giorno presi alcuni scolari e tutti i suoi servidori, essendo ciascuno armato, andò a la casa del tesoriero, il quale subito se ne fuggi in alto a nascondersi, e i suoi di casa chi andò in qua e chi andò in là. Mentre che gli scolari saliti di sopra facevano romore con l’arme, l’abbate con la donna fece un fatto d’arme amoroso, il qual finito, scesero gli armati a basso e veggendo la donna che faceva vista di piangere, le dicevano che deveva dar un'accusa al marito per averla svergognata. Partito che fu l'abbate con i suoi, il tesoriero tutto tremante venne a basso e se n'andò a la giustizia, a la quale diede l'accusa contra l’abbate, dicendo che a mano armata gli era entrato in casa per rubargli i danari del re. L’abbate fece rivocar la lite al parlamento di Parigi ed ivi se n’andò. Morenes andò a Fontanableo per aver fa¬ vore da monsignor di Orliens. E conosciutosi in corte che era uomo di poca levatura, alcuni che volentieri viveno a le spese del compagno si misero con lui, promettendogli far e dir gran cose, e seco a Parigi se n’andarono. Ora essendo poi tutte due le parti dinanzi ai signori consiglieri, e facendo il tesoriero dal suo procurator proponere come monsignor l’abbate gli era ito a la casa per rubargli il tesoro del re, e in questo con molte parole aggravando il caso e chiedendo a quei signori che ne facessero severissima giustizia, fu poi detto a l’abbate ciò che rispondeva a si enorme e vituperoso delitto come Morenes gli imponeva. Alora l’abbate, dette alcune cose in escusazione de l’innocenzia sua e mostrando che non era ladrone, disse sor¬ ridendo: — Signori miei, se il conno de la moglie di Morenes è segnato del cunio del re, io vi confesso esser quivi ito per impatronirmene. — Questa piacevol risposta risolse il tutto in riso e più del caso non si parlò. [p. 104 modifica]