Novelle (Bandello, 1910)/Parte III/Novella XLVIII

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Novella XLVIII - Facete e pronte parole di Roderigo Sivigliano, in diverse materie molto bene a proposito dette
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IL BANDELLO

al gentilissimo messer

giacomo filippo sacco

dottore


Erano non è molto adunati a Pavia in casa del vertuoso e dottrinato messer Antonio di Pirro alcuni giovini scolari che quivi avevano desinato, e ragionandosi dopo desinare di varie cose, si venne a dire d’alcune parole che il Monarca, buffone dei signori di Beccaria, quella matina aveva detto ne la chiesa del Carmino, per far favore al signor Tomaso Maino ed al signor Lucio Scipione Attellano, che per la chiesa dinanzi a le loro innamorate passeggiavano. Ed in effetto si conchiuse che erano state troppo disoneste e indegne che di loro nessuno gentile spirto parlasse; ma che, essendo il Monarca pazzo publico, meraviglia non era se da pazzerone aveva parlato. Onde messer Antonio disse che i motti e le risposte pronte dette a tempo e luogo conveniente, rintuzzando gli altrui detti o con debito morso riprendendo gli altrui vizi con qualche bella coperta di parole, erano meravigliosamente da esser lodati. Né meno giudicava esser lodevoli quelle risposte, le quali con pronto avvedimento, senza morder nessuno, argutamente ribattevano, quando talora alcuno si sentiva mordere. Ed a questo proposito disse che il re di Francia Lodovico undecimo, veggendo un giorno il vescovo di Catres, che anticamente si dicevano carnuti, che era su una bellissima mula guarnita di velluto, col morso e borchie dorate, lo chiamò dicendogli: — Monsignor, i vescovi santi al tempo passato non andavano con queste pompe, ma si contentavano d’andar suso un asinelio, con la cavezza di corda, senza briglia né sella. — Il vescovo alora, punto non sbigottito, M. Bandello, Novelle. [p. 418 modifica]PARTE TERZA ridendo, arditamente gli rispose dicendo: — Sire, io conosco che voi dite il vero; ma ciò era quando i re erano pastori e guardavano le pecore. — Il re commendò assai il vescovo di cosi pronta risposta. Onde seguitando messer Antonio il suo ragionamento ed essendosi alcuni altri bei motti detti, il signor Giovanni da la Cerda, nobilissimo spagnuolo, che era stato qualche di in Pavia e quel giorno quivi aveva desinato, disse: — Signori, se vi piace d’ascoltarmi, io vi dirò alcuni bei motti d’un argutissimo spagnuolo, che da fanciullo fu condotto a Napoli, ove lungamente visse con i re di Ragona. —Pregato che dicesse, narrò alcuni bei motti, i quali, essendomi paruti degni di memoria, annotai. Ora rivedendogli, ho voluto che sotto il vostro nome dai morsi dei malevoli siano sicuri. E meritevolmente mi pare che a voi più che a nessun altro questa novella convenga, perché ho conosciuto molto pochi uomini, che siano cosi presti a le pronte risposte, a le argute proposte, a’ motti ingegnosi ed ar¬ guti detti, come voi, che tutto séte arguto, pronto, festevole ed avvedutissimo e scaltrito quanto altro che ci sia. State sano. NOVELLA XLVIII Facete e pronte parole di Roderico siviglinno in diverse materie molto bene a proposito dette. Poi che, signori miei, vi piace ragionar di varie sorti di motti e molte cose qui dette se ne sono, io vi vo’ parlare d'uno spagnuolo nato in Siviglia e dirvene dui o tre molto arguti dei suoi, che a mio giudicio non potranno se non piacervi. Io non so se nessuno di voi abbia mai sentito ricordare in questi paesi un Roderico da Siviglia, che fu il più piacevole, faceto e pronto cortegiano, che in Napoli si trovasse al tempo de la buona memoria dei regi d’Aragona. E quello era che sempre qual¬ che nuova piacevolezza recava; ed avendo benissimo apparato il parlar italiano, quando narrava qualche cosa, l'adornava di modo che meravigliosamente teneva gli auditori intenti. Né bi¬ sognava che nessuno si mettesse seco a motteggiare, per non riceverne il contracambio e spesso restar vinto, ché in questo [p. 419 modifica]NOVELLA XLVIII 419 egli era il più industrioso, sagace, solerte e pronto che fosse in corte. Dico adunque che avvenne un di che la nora di Pascasio Decio, castellano del castello de l'Ovo a Napoli, partorì un figliuol maschio, e secondo la costuma de la città, ella fu onore¬ volmente visitata cosi da’ cortegiani come anco dai gentiluomini e gentildonne napoletane. Onde tra gli altri che v’andarono, un dì v’andò Roderico, col quale erano alquanti giovini cortegiani di brigata, che, per le piacevolezze che faceva, volentieri con lui s’accompagnavano. Era in camera alora con la giovane, che in letto si giaceva per rispetto del parto, esso Pascasio suo suo¬ cero, il quale, per la vecchiaia da cui era consumato, a piè del letto sovra un bastone assai languidamente, rimirando la nora, appoggiato se ne stava. Da l’altra parte poi v’erano dui, dei quali uno era corpulento e grasso, che pareva un bue di quelli che questo natale passato, di dui giorni innanzi la festa, vidi in Milano condursi per la città con le corna dorate ed incoronati di lauro, i quali sono tanto grassi che non si ponno a pena movere, e credo che se giocassero a correre con le lumache o con le testuggini perderebbero. L’altro aveva fama per Napoli d’esser di natura d’asino, ingrato, ruvido e dispiacevole; e tutti dui a torno al letto, riversati su due panche, si riposavano. Come Roderico, che innanzi ai suoi compagni entrò, vide cotesto spettacolo, se n’andò dritto verso il letto ove la giovane aveva il pargoletto figliuolo in braccio, e senza dir altro, quivi s’in¬ ginocchiò con tutti dui i ginocchi. Poi levatosi, riverentemente, con ammirazione grandissima, si accostò a la giovane e basciò le fasce involtate a torno i piedi del picciolo bambino. E subito rivolto ai compagni che già entrati erano, e pieni di meraviglia 10 riguardavano e non sapevano imaginarsi perché egli ciò che faceva facesse, disse loro con un viso allegro e ridente: — Signori miei, che state voi a fare, che come io non v’inchinate ed adorate? A me sarebbe stato avviso di commetter un grandis¬ simo peccato e quasi irremissibile, ma ben degno d’inestimabil pena, se, entrato in questo sacrosanto presepio, ove l’asino e 11 bue, come vedete, stravaccati se ne stanno, ed ove il vecchia- rello Giosef al suo bastone s’appoggia, io non avessi a la madre [p. 420 modifica]420 PARTE TERZA Maria fatto riverenza e a Cristo basciati i piedi. — Quanto di questa prontezza ed arguto detto quei cortegiani ridessero, pen¬ satelo voi, che solamente sentendo raccontar l’atto non potete contener le risa. — Ma udite, se vi piace, di questo Roderico un altro detto alquanto più mordace. Giocavano a la palla pic- ciola in castello i paggi del re, in una sala terrena, come erano sovente usi di fare. Roderico era sceso da alto a basso per uscir del castello, e ne l’uscir de la sala, riscontrò un merca- dante che serviva la corte, assai conosciuto da tutti, e voleva entrar in sala. AI mercadante, che era fiorentino, accostatosi, Roderico gli disse : — Perché so voi esser leal uomo nel mer- cadantare e che sapete la costuma del luogo, penso che a l’en¬ trata del castello averete deposte l’arme. Ma volendo entrar in sala ove i ragazzi del re giocano, vi converrà fare ciò che l’ordine d’esso re ricerca e comanda, a ciò che qualche volta male non ve n’avvenisse. — Il mercadante fiorentino, che Gian Battista aveva nome, ancora che conoscesse Roderico e sa¬ pesse che sempre aveva qualche piacevolezza a le mani, gli domandò che comandamento era quello del re. Roderico alora con fermo viso gli disse: — Il re comanda che ciascuno, cosi come ha lasciato l'arme a la porta del castello, anco qui, quando i paggi ci sono, si lasci a l’uscio l’appetito di man¬ giar carne di capretto. — Restò tutto sbigottito il mercadante, sentendosi tanto mordacemente improverare e sul viso rinfac¬ ciare con oneste parole il suo disonestissimo vizio. Ed in vero Roderico non poteva più modestamente rimproverargli il suo peccato, e tanto più quanto che colui era per corte mostro a dito come molto vago d’imparar da l’api a far de la cera. — Un altro ancora di lui mordace motto dirovvi e poi farò fine. Era un cortegiano, il quale si sarebbe stimata gran vergogna se detto si fosse che egli donna alcuna avesse amata. Del con¬ trario poi era più vago che l’orso del mèle. Questi, essendo di state, da mezzo di, spogliato, si corcò suso un lettuccio per dormire, e dormendo si dimenò di modo che dinanzi restò scoperto e mostrava esser ben fornito di masserizia di casa. Fu visto da alcuni cortegiani, e mentre ridendo Io rimiravano, [p. 421 modifica]NOVELLA XLVIII 421 sovragiunse Roderico; e dicendo uno di quelli che colui che dormiva aveva partito con l’asino e stato il primo a levare, disse Roderico : — Voi séte errato; e non vi meravigliate se quel citrio- lino è cresciuto cosi grande, perché di continovo è cresciuto ne lo sterco. — Risero tutti de la faceta similitudine da Roderico data, il quale era da tutti i buoni cortegiani amato e sapeva con molta gentilezza morder i vizi de’ cortegiani [p. 422 modifica]. .