Novellette e racconti/LVII. Celia fatta ad un Giovane che spacciavasi per leone, e col fatto si manifestò per coniglio

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LVII. Celia fatta ad un Giovane che spacciavasi per leone, e col fatto si manifestò per coniglio

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LVII. Celia fatta ad un Giovane che spacciavasi per leone, e col fatto si manifestò per coniglio
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LVII.


Celia fatta ad un Giovane che spacciavasi per leone, e col fatto si manifestò per coniglio.


Costumano in una bottega da parrucchiere alcuni giovani inclinati a passare il tempo in barzellette e scherzi; e parte giuocando, parte intrattenendosi con facezie a motteggiare, fanno una buona conversazione a sè medesimi e a chi gli sta ad udire. Ogni uomo ha le sue particolari inclinazioni; e siccome in tutti i visi sono due occhi, un naso e una bocca, e tuttavia nessuno è che si somigli; non altrimenti son fatti gli animi e i cervelli, che al primo pajono una cosa stessa, e poi hanno, a pensarvi, una certa diversità che gli rende varj gli uni dagli altri. Uno dunque fra essi giovani, più che ogni altra cosa, ha in capo la bravura, e gli pare di aver perduto quel giorno in cui non racconti di essere stato alle mani con qualche nemico e di aver mozzo a questo un orecchio, e a quell’altro cavato un occhio; ed è tanto infervorato in tali immaginazioni, che gli pare meramente di far macelli, e narra puntualmente tutte le circostanze come se fosse stato a quelle battaglie che si va sognando. Questa cosa diede più volte di che ridere a’ compagni suoi, a’ quali avendo egli la sera detto: Io ho in questo punto spezzato il capo al tale, perchè mi ha detto sì e sì; o, Io ho cacciate due costole in corpo ad un altro due ore fa; e somiglianti rovine di braccia e di membra umane; la mattina si vedevano gli squartati e tagliati in pezzi da lui andar per le strade più sani e freschi che mai, e non aveano segno veruno di essere stati tocchi, non che trinciati, com’egli avea detto. Per [p. 100 modifica]la qual cosa pensando i suoi compagni di prendersi spasso del fatto di lui, e sapendo ch’egli ha un’innamorata, gli dissero che quando egli si partiva da lei sottentrava un altro a far seco all’amore. Pensi ognuno alle parole di fuoco che uscirono di bocca al giovane, e i giuramenti che fece di affettare e minuzzare il rivale; sicchè parea ad ognuno di vedere un rigagnolo di sangue e la terra seminata di denti; tante erano le sue minacce. La sera vegnente i compagni, raunatisi alla bottega per tempo, ed avuto insieme consiglio, composero un uomo di paglia, e postogli intorno un mantello e un cappello in capo e ogni altro guernimento da uomo, lo nascosero, e attesero in pace la venuta del giovane, il quale, secondo la usanza sua, partitosi dall’innamorata, alla bottega ne venne. Due de’ compagni si tolsero incontanente di là con l’uomo senza anima, e andarono a posarlo poco discosto dall’uscio della signora. Il giovane dicea: Dove sono andati i due amici? e gli altri rispondeano: Per tuo amore si sono partiti e per esplorare se il tuo rivale te l’accocca finchè tu se’ qui. Intanto gli altri ritornano e dicono: Amico, tu se’ tradito; il rivale è sotto alla finestra e parla. Parve che il mondo cadesse, tanta fu la furia del giovane, e dicea: Oh maledetta fortuna! ora ch’io farei vedere a colui chi son io, vedi che non ho arme; ma ora anderò a casa, ne prenderò, e si conoscerà che chi la fa a me non ne va netto. Come, a casa? dicono gli altri: a’ casi si fa prova degli amici, e chi gli dà un coltello, chi uno stiletto, chi altre arme, tanto che potea affrontare un esercito, non che un uomo di paglia. Egli parte ne insacca, parte ne tiene in mano, e sbuffando che parea un toro ferito, corre per avventarsi al nemico. Lo segue uno de’ compagni di cheto, e vede che, allontanatosi di là alquanto, prima comincia a non correre tanto forte, poi di quando in quando si arresta, e dice da sè a sè: E s’egli avesse arme da fuoco, che farei io con le coltella che non possono ferire altro che da vicino? Poi va avanti due passi; [p. 101 modifica]poi si volta per dare indietro; ma pure finalmente adagio adagio, come s’egli avesse calcate le uova, giunge ad un canto donde si potea vedere il rivale; e parendogli, come suol avvenire a chi ha sospetto, che si movesse e forse di udirlo a bestemmiare, cominciò piuttosto a volare che a correre verso la bottega, nella quale entrato, fingendo che il correre derivasse dall’allegrezza della fatta vendetta, incominciò a dire la zuffa ch’egli fatta avea, la resistenza ritrovata, e che finalmente avea sforacchiato il nemico come un crivello e lasciatolo che spirava. I compagni quivi rimasi si credettero almeno di ritrovare il mantello tutto lacerato dalle coltella, fesso il cappello e squarciati i panni dell’uomo di paglia; ma fu il contrario, perché l’altro amico, ritornando indietro col morto, lo fece vedere al suo uccisore ch’era sano e intero, e gli seppe dire del correre, dell’andare adagio e delle prudenti riflessioni dell’arme da fuoco che l’aveano fatto ritornare indietro, di che egli fu ripieno di confusione e vergogna. Risero per un poco gli amici; ma poi finalmente si rappacificarono, dimostrando al giovine che ogni cosa era stata per amicizia, e per guarirlo da quel difetto; onde finalmente si abbracciarono tutti contenti, e sono oggidì più amici che mai.