Novellette e racconti/LXIX. Medicina usata da' Medici nel curar sè stessi

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LXIX. Medicina usata da' Medici nel curar sè stessi

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LXIX. Medicina usata da' Medici nel curar sè stessi
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LXIX.


Medicina usata da’ Medici nel curar sè stessi.


Poche sere fa io mi trovai al letto di un ammalato, e si ragionava dalla compagnia che quivi era, intorno agli stomachi umani, i quali quando gli uomini sono infermi, divengono un barile ripieno di purganti, di acque, di cordiali e d’altre siffatte cose che sarebbero capaci di rendere infermo un sano, non che di guarire un ammalato. In questo, entrò nella stanza il medico, uomo veramente di molta [p. 122 modifica]dottrina e di senno, il quale dopo di avere tocco il polso all’ammalato, si pose anch’egli alquanto a sedere con gli altri; ed essendo pervenuto al tempo del ragionamento che ivi si facea, incominciò anch’egli ad essere personaggio del dialogo. Io vorrei, disse uno, sapere schiettamente se i medici usano nelle loro malattie quegli stessi modi che adoperano del medicare le altre persone. Signor mio, rispose il medico valentuomo, fra gl’infiniti libri di medicina che sono al mondo, uno ne manca ancora, il quale dovrebbe avere per titolo: Della Medicina usata dai medici nelle malattie loro. Io sono certo che si vedrebbe una dottrina nuova affatto e un libro di medicina senza ricette. L’usanza mia nel governarmi mentre che io sono sano, e lo studio del mio stomaco, il quale è da me con diligenza ubbidito. Domandogli, per esempio, oggi che vorresti tu per pranzo? e ascolto bene che mi risponde; e s’egli mi domandasse per quel dì ostriche o carni salate, io ne lo contento; nè queste vivande io le mangerei giammai se egli non mi dicesse di averne voglia. Cosi faccio ogni dì; ed oltre al conoscere che questo giova alla salute mia, ho anche il piacere di variare e di mangiare sempre una cosa richiesta con avidità dallo stomaco, che mi dà doppio diletto al palato. Se poi vuole la disgrazia che io mi ammali, do luogo alla natura di sbrigarsi da sè senza metterla in due impacci, cioè in quello del combattere con la malattia, e nell’altro dell’azzuffarsi con le medicine. Ma soprattutto conforto il cuor mio con la pazienza, perchè spesso non il male, ma l’impazienza dell’infermo e quella che move la mano del medico a scrivere le ricette. Sicchè per oggi V. S. (e si volse all’ammalato) si contenterà di figurarsi di essere medico e di rimediarsi alla nostra usanza. Così detto, salutò la compagnia, si partì; e quanti quivi erano, rimasero persuasi di medicarsi da indi in poi come i medici.