Novellette e racconti/XXIV. Di un ubbriaco che dormì nell'altrui casa

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XXIV.
Di un ubbriaco che dormì nell’altrui casa

../XXIII. Contesa di donne e loro rapacificamento ../XXV. Lettera e novella ad un amico che domanda come debba contenersi con un suo figliuolo d'anni sedici molto inclinato a' passatempi IncludiIntestazione 18 dicembre 2012 100% Novelle

XXIV.
Di un ubbriaco che dormì nell’altrui casa
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XXIV.


Di un ubbriaco che dormì nell’altrui casa.


Bella cosa parrebbe a me, per esempio, quand’uno per la via e stanco o non ha voglia d’andare avanti o lo coglie la notte, che egli non avesse ad andare innanzi a forza fino a casa sua, ma che tutte le case fossero in comune. Oh, si dirà, tu puoi andare ad una taverna o ad una locanda. È vero, ma quivi si ha spendere. Non sarebbe forse una buona usanza ch’io pagassi il fitto di una casa, questa servisse anche ad un altro, e che quella di un altro pagata da lui, servisse anche per me, secondo l’opportunità e l’occorrenza, e secondo le faccende che si hanno a fare, oggi in una contrada e domani in un’altra? Mi è venuto questo pensiero in mente nell’udire quello che fece domenica di sera un uomo dabbene per caso, il quale trovandosi verso una cert’ora di notte carico il capo dalla nebbia del vino e pieno di sonno come un tasso, andava attenendosi alle muraglie e camminando come si dipingono le saette. Vede o sente a tasto un uscio aperto, [p. 42 modifica]entra, e, come può, sale una scala, va in una stanza, trova un letto, e senza star a vedere s’egli sia il suo o no, si spoglia fino alla camicia, si corica fra le lenzuola e comincia a russare a sua consolazione. Avea frattanto una signora, che in essa casa dimorava, dato la cena a due figliuolini; onde preso il lume e predicando a quelli che fossero buoni la notte, se ne andava tutta cheta per metterli a dormire appunto in quella stanza dove senza nessun sospetto dormiva l’uomo sdrajatosi a caso. L’entrare della donna, il vedere il letto occupato, il mettere uno strido altissimo e il prendere i due putti e uscire, fu un tempo solo. Va alla finestra, grida: Accorri uomo. I putti piangono come disperati: tutta la vicinanza: Che sarà? che vuol dire? presto arme, spuntoni, archibusi. Corrono all’uscio della donna, salgono le scale a squadre, e giunti in sala, udito dell’uomo nella stanza, pensano a chi dee andare avanti; finalmente due pian piano mettono il capo dentro, e vedendo che il nemico dormiva, vanno là e gridano: Tu se’ morto; ed egli russa per risposta. Allora seguono, tutti e fanno un rumore e uno schiamazzo che si sarebbe destato il sonno: non ne fu nulla, ch’egli seguì a dormire. Chi gli piglia le mani, chi le braccia; chi scuote di qua, chi di là: egli mugola un tantino, sbadiglia qualche volta, ma avea gli occhi cuciti. Giunge frattanto a casa il marito della donna, e trovato quivi l’esercito, e saputo il caso che quasi da tutti in una volta gli fu detto, accostasi al letto e conosce l’uomo. Egli sapea la sua usanza, e dice: Voi credete aver qui a fare con un uomo di carne e di ossa; ma egli è fatto di doghe e cerchi: pigliatelo su e sbrigatemi il letto, di grazia. Che si ha a fare, dove si ha a mettere? dicono i circostanti. In un magazzino a terreno, dice il padrone. Mettono dunque nel magazzino un materasso, e quattro de’ più vigorosi e massicci de’ compagni, non senza che altri cinque o sei ajutassero con una mano, prendono l’addormentato e come un sacco lo portano giù e lo coricano ove dovea stare; [p. 43 modifica]chè non mi sapea se il materasso era lui o egli il materasso, stanno tuttaddue fermi ad un modo. Socchiudono la porta ridendo, e ognuno va a’ fatti suoi. Vanno a dormire; passa la notte e la metà del giorno vegnente ancora, prima ch’egli apra gli occhi. Quando piace al Cielo, si sveglia e non sa dove sia; se non che il padrone della casa che lo conoscea, l’avvisò di quanto era accaduto, ridendo; e domandatogli come avea fatto, rispose che avea tolta quella per la sua casa propria, e che avendovi trovato una porta, una scala, una camera e un letto come nella sua, era degno di scusa. — Nel Capitolo de’ beoni si legge, che andati due conci dal vino a dormire, si risvegliarono il giorno dietro verso le ventitrè ore. Disse uno all’altro: Io credo che sia tardi; va e apri una finestra. Il compagno va, apre e dice: Ancora non si vede lume; e avea ragione, perchè in cambio d’una finestra, avea aperto un armario. Tornarono a dormire tutto il restante del dì, la notte vegnente e una buona parte del terzo giorno ancora.