Novellette e racconti/XXV. Lettera e novella ad un amico che domanda come debba contenersi con un suo figliuolo d'anni sedici molto inclinato a' passatempi

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XXV.
Lettera e novella ad un amico che domanda come debba contenersi con un suo figliuolo d’anni sedici molto inclinato a’ passatempi

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Lettera e novella ad un amico che domanda come debba contenersi con un suo figliuolo d’anni sedici molto inclinato a’ passatempi
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Lettera e novella ad un amico che domanda come debba contenersi con un suo figliuolo d’anni sedici molto inclinato a’ passatempi.


Che il figliuolo suo voglia sollazzarsi, non è maraviglia; ciò è cosa dall’età sua, e mi consolo che gli spassi da lui richiesti con ardenza non sono nè giuoco nè altro che possa offendere la sua riputazione. Ne sono alquanto ritardati gli studi, ma siamo in tempo. Per venire a capo della sua intenzione del farlo imparare, ella non potrebbe far meglio, che dargli quanti passatempi mai può in furia o in fretta, e procurare di fargliene venire a noja. Dio la guardi che le venisse mai desiderio di opporvisi con la forza; ne farebbe un puledro che non ubbidirebbe mai più alla mano. Legga questa novelletta, e prenda la norma di essa.

[p. 44 modifica] Un Piovano qui di Venezia andò nell’estate passata a visitare un altro Piovano amico suo sulla Brenta, alquanto fra terra, e statosi quivi con esso due dì, gli disse la sera, che la vegnente mattina dovea per li fatti suoi ritornare a Venezia. L’amico lo pregò che non si partisse da lui; egli dicea che non potea arrestarsi; e dopo alquante cerimonie, come si fu, disse il piovano albergatore: Or bene, poichè avete così deliberato, valetevi di un mio cavallo che sarà al servigio vostro; e voltosi al suo famiglio, gli disse: Dà la biada al morello e fa che domattina sia sellato prima del levar del sole. E voi, voltosi al piovano, andatevi con Dio, raccomandate il caval mio all’oste di Fusina, che lo conosce, che io lo manderò a prendere in sul fresco della sera. Toccansi i due piovani la mano, si baciano in fronte, vanno a letto; buona notte. La mattina per tempissimo levasi il viaggiatore, che appena spuntava l’alba, trova il cavallo abbeverato e colla sella, mette il piede nella staffa, monta, dà il beveraggio al famiglio, e via. Non avea appena fatto mezzo miglio di un trottone che lo facea cavalcare sbilanciato or di qua, or di là, tanto la bestia andava per dispetto, che tutto ad un tratto il cavallaccio si arresta duro come un pilastro, nè per iscuotere la briglia, nè per minacce di voce, nè per battiture si movea punto, sicchè parea murato. Se non che, dopo un lungo affanno, incominciò a camminare come i gamberi. Il cavalcatore si dispera, e il bestione indietro: lo ferma, lo accarezza; tutto è peggio, e quando si movea, andava pel verso della coda. Spuntava quasi il sole, e il religioso non sapea più che farsi, quando egli vede passare colà due villani con due paja di buoi aggiogati che andavano coll’erpice per erpicare un campo seminato: smonta dalla maledetta bestia e gli chiama a sè e dice: Fratelli miei, questo animalaccio è restio, e a mio dispetto vuole andare indietro; io ho intenzione di appagarlo: voi ne avrete da me quattro lire se farete a mio modo; e disse quel che volea. I due villani spiccano i quattro buoi dell’erpice, [p. 45 modifica]e tra la cavezza ch’era dietro alla sella e altre funicelle e vinchi ritorti, fanno un ordigno a guisa di pettorale, e postolo al petto del cavallo con due capi lunghi di qua e di là, attaccano questi a’ buoi per tirarnelo all’indietro a forza; chè per le quattro lire l’avrebbero tirato all’inferno. Uno di loro piglia in mano il freno, e con un bastone lo minaccia da fronte; l’altro con un pungolo stimola i buoi, e tirano. Il cavallaccio fa due o tre passi indietro quasi a stento prima; ma poi sentendo che dovea rinculare a suo dispetto, comincia a curvare le ginocchia e ad appuntar le ugne sul terreno per andare avanti; ma tardi, perchè quattro buoi poteano più di lui e lo traevano di cuore come una carretta. Sbuffa, suda, si scuote: le voci infernali de’ villani e il vigore de’ buoi non gli lasciano aver fiato. Finalmente, dopo avernelo così tratto per un buon pezzo di via, ch’era tutto spumoso e con due occhi vermigli che pareano fuoco, il piovano ringrazia i due uomini, dà le quattro tire, fa levar via gli ordigni e sale di nuovo. Il cavallo, parendogli un bel che l’essere fuori di quell’impaccio, comincia a correre soave, che parea Brigliadoro, tanto che appena il cavalcatore potè a poco a poco ridurnelo al galoppo, poi al trotto e finalmente ad un buon passo, che lo condusse a Fusina, donde scrisse al suo amico, che gli avea guarito il cavallo del restìo, assecondando le sue voglie.