Novellette e racconti/XXX. Come un Padre troppo rigido siasi corretto

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XXX.
Come un Padre troppo rigido siasi corretto

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Come un Padre troppo rigido siasi corretto
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Come un Padre troppo rigido siasi corretto.


Sogliono alcuni padri valersi co’ loro figliuoli di una certa massima, cioè che non importa loro di essere odiati, purchè ne vengano temuti; non sapendo che la sola amicizia ed intrinsichezza gli farebbe amare e ubbidire; e che laddove non è amore e domestichezza, nasce la malizia, la simulazione, la dissimulazione, la bugia, e talora la licenziosità e la scostumatezza. Chi può star volentieri con le persone temute? Di qua eccoti i figliuoli star più volentieri con ogni altra persona, anche la più vile ed abbietta, che col padre, e spesso aprire ad un servo quel cuore e quell’anima che tengono chiusa con mille chiavi dinanzi agli occhi paterni. A questi giorni dunque è avvenuto il caso che dirò.

È in una certa contrada un cert’uomo, il quale ha sei figliuoli, quattro maschi e due femmine, a’ quali non ha mai data una buona parola dalle fasce fino al giorno d’oggi, che sono già grandicelli. Guardagli sempre accigliato e in cagnesco, borbotta, rinfaccia, e non fanno mai cosa che gli piaccia. Se li vede ridere, sgrida; se stanno malinconici, fa lo stesso: in breve, non è mai soddisfatto. Pochi giorni fa, trovatigli insieme che ragionavano, preso sospetto che dicessero male di lui, comandò loro rigidamente che non parlassero più, minacciando chi di loro avesse aperto la bocca di un gravissimo gastigo. I poveri giovani tremando si stettero tutti mutoli, non solo poche ore, ma più di un dì, avendo intorno sempre la spia di un servo che per rendersi benevolo il padrone, era peggiore di lui. Finalmente non potendo essi più comportare tanto silenzio, [p. 54 modifica]incominciarono fra loro ad inventare un linguaggio di cenni, e con tale invenzione ad alleggerire la loro doglia. E tanto andarono avanti, che in ciò si ricreavano, e maravigliavansi a vedere che mille attucci di occhi, di testa e di mani poteano servir loro di parole; sicché quasi aveano oggimai più piacere di parlare in questa guisa, che nell’altra. Ma lo sciagurato servo, parendogli di fare un bell’atto, avvisò di ogni cosa il padrone, dicendogli ch’erano bertucce e civette, e che con la malizia aveano trovato il modo di disubbidirgli; di che il padre montato in collera, credendo veramente che si dovesse chiamare disubbidienza quella ch’era necessità, con terribili parole, con minacce e con qualche gastigo ancora, disse che volea essere ubbidito, e che da indi in poi intendea che non solo non parlassero, ma che non facessero atti, nè altro. Rimasero i poveri giovani come può credere ognuno, e poco mancò che non gli cadessero tramortiti dinanzi; pure facendogli un inchino col capo fra il sì e il no, come quelli che non sapeano se fosse atto vietato, promisero di ubbidire. Venne intanto l’ora dell’andare a tavola, onde sedendo tutti in cerchio e prendendo il cucchiajo in mano, vedendosi divenuti a guisa di statue, uno di loro mirò gli altri in viso, poi fermati gli occhi nel padre, si diede a piangere; e gli altri tutti vedendo il pianto di lui, fecero lo stesso senza potersi ritenere. Il servo aperse la bocca e disse: Bella ubbidienza... e voleva andare avanti; ma non so da qual movimento tratti, tutti in una volta balzarono su, e senza sapere che si facessero, gli furono tutti intorno con le pugna, co’ morsi e con le strida, che quasi lo rovinarono, sicchè appena il padre lo poté salvare dalle loro mani; e da quella scena finalmente commosso, licenziò il servo, abbracciò e baciò i figliuoli, li rassicurò, pianse con loro teneramente e scambiò la natura sua. — Scrivo tutto questo fatto per ordine di lui medesimo, il quale desidera che possa essere di qualche giovamento.