Occhi e nasi/Gli ultimi fiorentini/Usi e costumi dell’Elvetichino

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Usi e costumi dell’Elvetichino

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Usi e costumi dell’Elvetichino
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Usi e costumi dell’Elvetichino.


La società indigena del Caffè Elvetichino aveva l’aria di una famiglia, o di un convitto: tutti mangiavano, bevevano, e nessuno si dava mai il pensiero di pagare. Il padrone del Caffè, trovandosi onorato da tanta fiducia, non aveva che due maniere per mostrarsi grato: o segnare sul libro, o tenere a mento. Quando per caso capitava qualche novizio che, per ignoranza o per inavvertenza, pagava subito, se ne faceva uno scandalo che non finiva più. Lo stesso tavoleggiante, riportando al banco il vassoio coi quattrini dentro, diceva tutto mortificato al padrone:

— Quel signore laggiù ha voluto pagare per forza.

— Pazienza! — rispondeva il padrone sospirando, e correva subito nell’altra stanza per raccontare alla moglie, colle lacrime agli occhi, che c’era stato un signore che aveva voluto pagare. La moglie afflittissima si sfogava a raccontare questa disgrazia alla pigionale del primo piano; la pigionale del primo piano la raccontava a [p. 226 modifica]quella del secondo, e così, su su, in pochi minuti tutto il casamento era informato della brutta avventura toccata al povero padrone dell’Elvetichino. Intanto la Gazzetta officiale fiorentina usciva fuori il giorno dopo queste righe nella cronaca della città: — «Ieri, nel Caffè dell’Elvetichino è accaduto un mezzo scandalo. Una persona, forse affatto ignara degli usi e dei costumi di quel Caffè, dopo aver mangiato una costola panata ha osato imprudentemente di volerla pagare. Questo spiacevole incidente, per buona fortuna, non ha avuto conseguenze luttuose».

All’uscita dei teatri, e particolarmente in tempo di carnevale, l’Elvetichino si trasformava lì per lì in suprema Corte di giustizia, per sentenziare sulle commedie nuove, sulle tragedie nuove, sulle opere nuove in musica e sui balli nuovi. Le sentenze dell’Elvetichino erano inappellabili.

Quanti mammiferi anonimi, che oggi sonò diventati Consiglieri, Commendatori, Magistrati, Sindaci, Tribuni, Romanzieri, Artisti, Poeti, Deputati e Uomini di Stato, hanno mosso i loro primi passi al mal costume e alla celebrità fra le modeste pareti del piccolo Elvetichino.

Dentro questo Caffè, per ragione di diritto o di spensieratezza, era lecito parlare un po’ d’ogni cosa: anche di politica, anche di libertà, anche dell’Italia di là da venire, e se ne parlava senza mistero a voce alta, come se il Granduca fosse un mito e il Prefetto di città un orco [p. 227 modifica]immaginario, inventato apposta dalle balie per far paura ai bambini che non hanno voglia di addormentarsi Le spie o «confidenti» come si chiamano oggi con un vocabolo preso in prestito alla Tragedia, non ci capitavano mai, o ci capitavano di rado, forse per la paura che, capitandovi troppo spesso, non avessero finito col diventare un po’ liberali anche loro.

Dall’Elvetichino si partirono le prime dimostrazioni patriottioche del 1848, quelle dimostrazioni che oggi, a titolo di facezia, si chiamano piacevolmente quarantottate.

E dire che i Francesi, sebbene in voce di popolo tanto spiritoso, non hanno mai pensato a chiamare bernescamente ottontanovate le dimostrazioni popolari che prepararono la presa della Bastiglia.