Opere minori 1 (Ariosto)/Frammenti in ottave/Frammento III

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Frammento III

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Frammenti in ottave - Frammento II Satire
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FRAMMENTO TERZO.1




1 Se voi, Madonna, già mai più veduto
Me non avete, io ben veduto ho voi:
Vostro sembiante ho nel cor sempre avuto;
Qual prima il vidi, il vidi sempre poi:
E dirò più, ch’altra non ho potuto
Vedere. Amor, tu ’l sai; dillo, se vuoi;
E di’, ch’ogn’altra vista in veder questo
Bel lume vinco, e son cieco del resto.

2 V’ho sì nel mio pensier leggiadra e bella,
Sì viva e vera; ho di voi sì nel core
Real costumi, angelica favella,
Andar celeste e star degno d’onore;
Ch’io vi contemplo, e riconosco quella
Medesma in me, che vi vede altri fuore:

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Voi veggio, con voi parlo e voi sempre odo;
Son con voi sempre e di voi sempre godo.

3 Dunque, se ’l cor sempre vi vede e tocca,
Che mi può dar di più l’occhio o la mano?
S’egli parla con voi, che s’ha la bocca,
O l’orecchio a doler, che sia lontano?
Voi sête in me; ed io son quella rôcca
Della qual trarvi ogni disegno è vano;
Che la difende Amor la notte e ’l giorno,
E con foco e con strali entro e d’intorno.

4 Deh quanto, ahimè, quanto sarei felice,
Che piacer saría ’l mio, che gaudio immenso,
Se ciò che la ragion discorre e dice,
Dicesse ancora ed approvasse il senso?
Ma che n’ha egli a far, se nulla lice
A lui gioir di tanto ben ch’io penso?
Quante cose in disegno, oimè, son belle,

5 Che poste in prova poi non son più quelle!
Che li miei sensi di voi privi sieno
Pur patirei, se ben non volentieri;
E forse ancora volentier, se almeno
Fossino i gaudî della mente intieri;
Che come gli occhi e il bel viso sereno,
Così vedessi ancor vostri pensieri;
Sì che fossi sicur che tal foss’io
Nel vostro cor, qual voi siete nel mio.

6 Se sculto avesse Amor ne’ pensier miei
Vostro pensier, come v’ha il viso sculto,
Ancor ch’io creda che lo troverei
Palese tal, qual io lo stimo occulto;
Pur sì sicur da gelosía sarei,
Che ad or ad or non vi farebbe insulto,
E dove appena or è da me respinta,
Rimarría morta, o rotta almeno e vinta.

7 Son simile all’avar, c’ha il cor sì intento
Al suo tesoro e sì ve l’ha sepolto,
Che non ne può lontan viver contento,
Nè non sempre temer che gli sia tolto.
Qualor, Madonna, io non vi veggio o sento,
Sono in mille timor subito involto;
E benchè tutti vani esser li creda,
Non posso far di non mi dargli in preda.

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8 Quando il sol meno appar, l’ombra è maggiore;
Di che nasce talor vana paura:
Poi, se vibra nel ciel chiaro splendore,
L’ombra decresce e ’l timido assicura.
Io lontano al mio sol vivo in timore;
Torna il mio sol, più quel timor non dura:
L’un sole almen non arde ove non splende;
Presso lunge quest’altro ognor m’incende.

9 U’ non è il sole ogni fiammella luce;
Che non si vede poi che ’l giorno arriva:
U’ non è il sol che di mia vita è duce,
Fiammeggia il van sospetto e in me s’avviva;
Ma quando aggiorna la mia diva luce,
La debil fiamma di splendor è priva.
Deh! che val che ’l mio sol spenga ogni lume,
Se in me resta il calor che mi consume?

10 Come la notte ogni fiammella è viva,
E riman spenta subito ch’aggiorna;
Così quando il mio sol di sè mi priva,
Mi leva incontro il rio timor le corna:
Ma non sì tosto all’orizzonte arriva,
Che ’l timor fugge e la speranza torna.
Deh torna a me, deh torna, o caro lume,
E scaccia il rio timor che mi consume.

11 Se ’l sol si scosta e lascia i giorni brevi,
Quanto di bello avea la terra asconde;
Fremono i venti e portan ghiacci e nevi,
Non canta augel, nè fior si vede o fronde:
Così qualor avvien che da me levi,
O mio bel sol, le tue luci gioconde,
Mille timori, e tutti iniqui, fanno
Un aspro verno in me più volte l’anno.

12 Deh toma a me, mio sol; vieni, e rimena
La desïata dolce primavera;
Sgombra i ghiacci e le nevi, e rasserena
La mente mia sì nubilosa e nera.
Qual Progne si lamenta o Filomena,
Che a cercar esca ai figliuolini ita era,
E trova il nido vôto; o qual si lagna
Tortore c’ha perduto la compagna.




Note

  1. Trovansi queste ottave stampate in alcune edizioni dopo l’Erbolato. Altro non sono che i primi abbozzi del lamento di Bradamante nel Furioso. Molte di esse furono migliorate dal poeta, e inserite nel suo poema, c. XLV, st. 32 e seg. — (Molini.)