Orgoglio e pregiudizio (1945)/Capitolo ventesimo

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Capitolo ventesimo

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Jane Austen - Orgoglio e pregiudizio (1813)
Traduzione dall'inglese di Itala Castellini, Natalia Rosi (1945)
Capitolo ventesimo
Capitolo diciannovesimo

Mr. Collins non fu lasciato a lungo in silente contemplazione del suo felice amore, perché Mrs. Bennet, che si aggirava nel vestibolo in attesa della fine del colloquio, appena vide Elizabeth aprire la porta e passarle accanto rapidamente, diretta alle scale, entrò in camera da pranzo e si congratulò con se stessa e con lui nei termini più calorosi, per la felice prospettiva di una più stretta parentela.

Mr. Collins accolse e ricambiò le felicitazioni con altrettanto entusiasmo, e riferì i particolari del colloquio, del cui risultato poteva dirsi soddisfatto, dato che il rifiuto avuto da sua cugina era da attribuirsi unicamente alla sua modestia e alla naturale ingenuità del suo carattere.

Questo particolare turbò non poco Mrs. Bennet. Avrebbe voluto poter essere convinta che sua figlia, respingendo la domanda di Mr. Collins, avesse inteso incoraggiarlo, ma non osava crederlo, e non poté fare a meno di dirlo.

«Ma fidatevi di noi, Mr. Collins: Elizabeth sarà ricondotta alla ragione. Le parlerò subito. È una ragazza sciocca e caparbia che non conosce il tornaconto, ma glielo farò capire io».

«Vogliate scusarmi se v’interrompo, signora», esclamò Mr. Collins, «ma se è realmente sciocca e caparbia, non so se sarebbe la moglie più adatta per un uomo nelle mie condizioni, che cerca naturalmente la felicità nel matrimonio. Se quindi essa si ostina a respingere la mia offerta, sarà meglio non costringerla ad accettarla, perché se il suo carattere ha questi difetti, non potrebbe contribuire certo alla mia felicità».

«Non mi avete affatto compresa», disse Mrs. Bennet allarmata: «Lizzy è ostinata soltanto quando si tratta di queste cose. Per tutto il resto, ha il miglior carattere del modo. Andrò immediatamente da Mr. Bennet e metteremo subito a posto tutto, vedrete».

Non gli diede il tempo di rispondere, ma, affrettandosi alla ricerca del marito, gridò, aprendo la porta della biblioteca: «Oh, Bennet, abbiamo subito bisogno di te; siamo tutti in subbuglio. Devi venire, e costringere Lizzy a sposare Mr. Collins, lei giura di non volerlo, e se non ti affretti, sarà lui a cambiare idea e a non volere più lei».

Mr. Bennet, vedendola entrare, sollevò gli occhi dal suo libro e la fissò con una calma che non si alterò neppure davanti a una comunicazione simile.

«Non ho il piacere di comprenderti», disse quando la moglie tacque. «Di che cosa stai parlando?»

«Di Mr. Collins e di Lizzy. Lizzy dichiara di non volere Mr. Collins, e Mr. Collins incomincia a dire che non vuole più Lizzy».

«E che devo farci io? Mi sembra un caso senza rimedio».

«Parla tu con Lizzy. Dille che è tuo fermo desiderio che essa lo sposi».

«Chiamala; le dirò la mia opinione».

Mrs. Bennet suonò il campanello e fu ordinato a Miss Elizabeth di scendere nella biblioteca.

«Vieni avanti, bimba», esclamò suo padre appena la vide. «Ti ho chiamata per una cosa importante. Sento che Mr. Collins ti ha chiesto in matrimonio. È vero?».

Elizabeth rispose affermativamente.

«Benissimo; e, dimmi, tu hai rifiutato l’offerta?»

«Sì».

«Benissimo. Ora veniamo al punto. Tua madre insiste perché tu l’accetti. Non è così, Mrs. Bennet?»

«Sì, o non vorrò vederla mai più».

«Ti trovi di fronte a una triste alternativa, Lizzy. Da oggi diventerai una straniera per uno dei tuoi genitori. Tua madre non ti vorrà più vedere se non sposi Mr. Collins, e io se tu lo sposi».

Elizabeth non poté trattenere un sorriso a questa conclusione, ma Mrs. Bennet che era rimasta presente al colloquio per convincersi che suo marito considerava la questione dal suo stesso punto di vista, rimase assai delusa.

«Che intendi dire, Bennet, parlando in questo modo? Mi avevi promesso che avresti insistito perché lo sposasse».

«Mia cara», rispose suo marito; «vorrei chiederti due piccoli favori. Primo, che tu mi permetta di avere le mie opinioni, e secondo, che tu mi conceda l’uso della mia stanza. Ti sarò grato se potrò avere la biblioteca tutta per me, appena possibile».

Ma neppure la delusione procuratale dal marito indusse Mrs. Bennet a cedere. Continuò ad assillare Elizabeth, con le buone e con le cattive. Cercò di ottenere l’appoggio di Jane, ma Jane, con tutta la dolcezza possibile, rifiutò di intervenire; ed Elizabeth, ora sul serio, ora scherzando, rispondeva ai suoi attacchi. Ma la sua decisione non mutava, per quanto variasse il modo di esporla.

Intanto Mr. Collins meditava in solitudine su quanto era accaduto. Aveva una troppo alta opinione di sé per poter comprendere le ragioni per cui sua cugina lo aveva rifiutato, e a parte il suo orgoglio ferito, non soffriva per altro motivo. Il suo affetto per Elizabeth era del tutto immaginario, e la sola possibilità che si potessero attribuire al carattere di lei i difetti rilevati dalla madre, gli impediva di provare il più piccolo rimpianto.

Mentre la famiglia si trovava in questa confusione, arrivò Charlotte Lucas per trascorrere la giornata con loro. Fu accolta nel vestibolo da Lydia che, abbracciandola, le mormorò in un soffio: «Sono felice che tu sia venuta, perché qui è un verso spasso. Non t’immagini mai cosa sia accaduto stamani! Mr. Collins si è dichiarato a Lizzy, ma lei non lo vuole».

Charlotte non fece a tempo a rispondere, perché furono raggiunte da Kitty, la quale ripeté la notizia; e appena entrati in sala da pranzo, dove Mrs. Bennet era sola, anche lei riprese l’argomento, facendosi compiangere da Miss Lucas e inducendola a persuadere la sua amica Lizzy ad accontentare i desideri di tutta la famiglia. «Fatelo per me, vi prego, Miss Lucas», aggiunse in tono dolente, «perché nessuno è dalla mia parte, nessuno mi comprende, nessuno mi appoggia. Mi trattano proprio male, non c’è alcuno che abbia pietà dei miei poveri nervi».

L’entrata di Jane e di Elizabeth, evitò a Charlotte ogni risposta.

«Eccola che viene», continuò Mrs. Bennet, «con l’aria più indifferente del mondo e senza un pensiero per noi, pur di fare quello che più le piace. Ma ti dico, Lizzy, se ti metti in testa di rifiutare a questo modo ogni offerta di matrimonio, non troverai mai marito, e non so davvero chi ti manterrà quando sarà morto tuo padre. Io no davvero, non sarò certo in grado. Ti avviso a tempo. Fra te e me, da oggi è finita. Ti ho già detto in biblioteca che non ti avrei più parlato, e vedrai se mantengo la mia parola. Non mi piace parlare con dei figli disobbedienti. Non che mi faccia piacere parlare con alcuno. Chi, come me, soffre di nervi, non è portato a discorrere. Nessuno sa quanto soffro! Ma è sempre così. Chi non si lamenta, non è mai compatito».

Le figlie ascoltarono in silenzio lo sfogo, ben sapendo che ogni tentativo di placarla non avrebbe fatto che accrescere la sua irritazione. Poté così continuare a parlare senza interruzioni, fino a quando furono raggiunte da Mr. Collins che entrò con aspetto più imponente del solito. Nel vederlo, Mrs. Bennet disse alle ragazze:

«E ora, vi prego, tacete tutte e lasciate che Mr. Collins ed io possiamo parlare indisturbati».

Elizabeth uscì in silenzio dalla stanza; Jane e Kitty la seguirono, ma Lydia non abbandonò il terreno, determinata a sentire tutto quello che poteva, mentre Charlotte, trattenuta dapprima dalla cortesia di Mr. Collins che si informò minutamente di lei e della sua famiglia, e poi da una certa curiosità, si avvicinò alla finestra per non aver l’aria di ascoltare. Con voce dolente, Mrs. Bennet incominciò la conversazione:

«Oh, Mr. Collins!».

«Cara signora», egli rispose, «non tocchiamo più quell’argomento. Lungi da me», continuò con voce che mostrava chiaramente il suo dispetto, «l’essere offeso dalla condotta di vostra figlia. È per tutti un dovere rassegnarsi ai mali inevitabili ed è particolare dovere per chi, come me, fu così fortunato in altro campo, da ottenere precocemente un’altra carica; si tranquillizzi, sono proprio rassegnato. Forse lo sono anche maggiormente per il dubbio sorto in me che se la mia graziosa cugina mi avesse onorato della sua mano, forse non avrei raggiunto con lei la sperata felicità. Ho spesso osservato che la rassegnazione non è mai così perfetta, come quando la fortuna intravista perde qualcosa del suo valore ai nostri occhi. Spero che non vorrete perciò considerare come mancanza di rispetto verso la vostra famiglia, cara signora, se ritiro le mie pretese alla mano della vostra figliola, senza chiedere né a voi né a Mr. Bennet l’onore di interporre la vostra autorità in mio favore. Forse potrete biasimarmi per aver io accettato il rifiuto dalle labbra di vostra figlia, invece che da voi. Ma tutti siamo soggetti all’errore. Il mio scopo era di assicurarmi un’amabile compagna considerando anche il vantaggio per tutta la vostra famiglia, e se il mio modo di fare è stato reprensibile in qualcosa, vi prego caldamente di scusarmi».