Orgoglio e pregiudizio (1945)/Capitolo ventiquattresimo

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Capitolo ventiquattresimo

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Jane Austen - Orgoglio e pregiudizio (1813)
Traduzione dall'inglese di Itala Castellini, Natalia Rosi (1945)
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La lettera di Miss Bingley giunse ponendo fine a ogni incertezza. Fin dalla prima frase, assicurava infatti che si erano ormai stabiliti a Londra per l’inverno, e concludeva col riferire tutto il rimpianto di suo fratello per non aver potuto salutare i suoi amici dell’Hertfordshire prima di lasciare la campagna.

Ogni speranza era dunque svanita, svanita per sempre; e quando Jane poté continuare la lettura, non trovò nulla che la confortasse se non le espressioni d’affetto della scrivente. Caroline non parlava quasi d’altro che di Miss Darcy, decantando tutte le sue qualità; raccontava felice la loro crescente intimità, confidando di poter predire il compimento dei desideri espressi nella sua ultima lettera. Ripeteva anche con grande piacere che suo fratello era ospite in casa Darcy, e accennava con entusiasmo ad alcuni progetti di quest’ ultimo per rinnovare la mobilia.

Elizabeth, alla quale Jane comunicò ben presto i punti essenziali della lettera, ascoltò in silenzio, indignata. Il suo cuore era diviso tra il dolore che provava per sua sorella, e il risentimento verso tutti gli altri. Non credeva all’asserzione di Caroline che suo fratello ammirasse Miss Darcy. Non dubitava, più di quanto avesse mai dubitato, che egli fosse realmente innamorato di Jane, e per quanto avesse sempre avuto della simpatia per lui, non poteva pensare senza collera, quasi senza disprezzo, a quel suo carattere debole, a quella mancanza di volontà che lo rendevano schiavo dei suoi amici, fino a sacrificare la propria felicità ai loro capricci.

Comunque, se si fosse trattato della sua felicità soltanto, era padrone di comportarsi come meglio credeva: ma ne andava di mezzo anche sua sorella, e lui doveva ben saperlo.

Era un argomento su cui riflettere a lungo, anche se forse sarebbe risultato inutile. Non poteva pensare ad altro, ma, sia che l’affetto di Bingley si fosse già spento, o che fosse stato cancellato dall’influenza del suo amico; sia che si fosse accorto del sentimento di Jane, o che fosse sfuggito alla sua osservazione; qualunque di queste ipotesi fosse quella vera, anche se poteva servire a modificare il giudizio che Elizabeth si era fatta di lui, non poteva cambiare la situazione di sua sorella: la sua pace era ugualmente turbata.

Passarono due o tre giorni prima che Jane sentisse il coraggio di parlare dei suoi sentimenti con Elizabeth, ma finalmente, trovandosi sole, dopo una delle solite sfuriate di Mrs. Bennet contro Netherfield e il suo proprietario, non poté trattenersi dal dire:

«Oh se la mia cara mamma potesse controllarsi un po’ di più! Non può rendersi conto della pena che mi procura con i suoi continui commenti su di lui. Ma non voglio lagnarmi. Non può durare a lungo. Presto lo dimenticheremo e torneremo come eravamo prima di averlo conosciuto».

Elizabeth guardò sua sorella con affettuosa incredulità, ma non disse nulla.

«Tu ne dubiti», esclamò Jane arrossendo, «ma hai torto. Lo ricorderò sempre come l’amico più gentile che abbia mai avuto, ma nulla più. Non ho né speranze, né inquietudini, e nulla da rimproverargli. Grazie a Dio, almeno quel dolore mi è risparmiato. Ancora un po’ di tempo... e cercherò di vincermi... ».

Poi aggiunse con voce più sicura: «Almeno ho il conforto di pensare che è stato soltanto un errore da parte mia, e non ho fatto del male che a me stessa».

«Cara Jane», esclamò Elizabeth, «sei troppo buona: la tua dolcezza e il tuo disinteresse sono veramente angelici; non so cosa dirti. Mi pare di non avere saputo, prima d’ora, tutto quello che vali, né di averti voluto tutto il bene che meriti».

Jane non volle riconoscere di essere alcunché di raro, e ricambiò le espressioni d’affetto di sua sorella.

«No», disse Elizabeth, «non è giusto. Tu pensi che tutti siano perfetti e ti dispiace se parlo male di qualcuno. Quando però desidero pensare che tu sei perfetta, ti metti contro di me. Non temere che io esageri, che io usurpi la tua dote di considerare tutti con benevolenza. Sono poche le persone che io amo per davvero e ancora meno quelle delle quali io penso bene. Più conosco il mondo, più ne sono disgustata; e ogni giorno conferma la mia convinzione dell’incoerenza del carattere umano, e della poca fiducia che possiamo riporre in tutto ciò che può apparire merito o intelligenza. Ne ho avuto ultimamente due prove: di una non parlo, l’altra è il matrimonio di Charlotte. È incredibile! Sotto ogni aspetto mi sembra sempre più inverosimile!».

«Cara Lizzy, non abbandonarti a queste idee che distruggerebbero la tua felicità. Non tieni conto abbastanza delle differenze di situazioni e di temperamento. Pensa alla rispettabilità di Mr. Collins e al carattere fermo e prudente di Charlotte. Ricordati che fa parte di una famiglia numerosa, che non è ricca: per lei è un partito accettabilissimo, e cerca di credere, per amore di tutti e due, che possa provare per nostro cugino una certa stima e del rispetto».

«Per farti piacere, vorrei tentare di credere qualunque cosa, ma non questa, perché se fossi persuasa che Charlotte lo apprezza, dovrei giudicare la sua intelligenza ancora peggio di come giudico il suo cuore. Cara Jane, Mr. Collins è uno sciocco, pieno di sé, tronfio e di idee ristrette; lo sai quanto me, e anche tu, come me, devi sentire che la donna che lo sposa non dimostra un retto sentire. Non puoi difenderla, anche se si tratta di Charlotte Lucas. Non puoi, per amore di una persona, cambiare il significato stesso di un principio morale, né tentare di persuadere te e me che l’egoismo è prudenza e l’incoscienza del pericolo una garanzia di felicità».

«Trovo che li giudichi tutti e due troppo severamente», rispose Jane, «e spero che ne sarai convinta quando li vedrai insieme, felici. Ma ora basta. Hai alluso a un altro fatto: hai parlato di due circostanze. Non posso fraintenderti, ma ti scongiuro, cara Lizzy, di non addolorarmi pensando che quella persona sia da biasimare e affermando che è scaduto nella tua stima. Non dobbiamo essere così pronte a credere di essere state offese volontariamente. Non ci si può aspettare che un giovane vivace, brillante, sia sempre guardingo e prudente. Spesso è soltanto la nostra vanità che ci illude. Le donne credono sempre che l’ammirazione significhi qualcosa di più di quello che è in realtà».

«E gli uomini fanno di tutto per farcelo credere».

«Se lo fanno con intenzione non hanno scuse; ma io non credo vi sia nel mondo tanta malizia come s’immagina».

«Sono ben lontana dal voler attribuire alla condotta di Mr. Bingley una premeditata malizia», disse Elizabeth, «ma, pur senza voler fare del male o senza voler rendere gli altri infelici, si può sbagliare e far soffrire. Bastano per questo la spensieratezza, l’incuria dei sentimenti altrui e la mancanza di volontà».

«E lo incolpi di tutto ciò?»

«Sì, perlomeno. Ma, se continuo, ti addolorerò col dire quello che penso di persone che tu stimi. Fermami finché sei in tempo».

«Insisti dunque nel supporre che le sue sorelle lo abbiano influenzato?»

«Sì, loro e il suo amico».

«Non posso crederlo. Perché avrebbero cercato di farlo? Non possono desiderare che la sua felicità, e, se mi ama, nessun’altra donna può dargliela».

«Il tuo ragionamento è sbagliato. Possono desiderare molte cose all’infuori della sua felicità: possono augurargli di accrescere la sua ricchezza e la sua posizione; possono aspirare a fargli sposare una ragazza che abbia tutti i vantaggi del denaro, di una parentela aristocratica, e della posizione sociale».

«Non c’è dubbio che esse desiderano che sposi Miss Darcy», rispose Jane, «ma può essere per motivi più nobili di quelli che tu pensi. La conoscono da molto più tempo di quanto non conoscano me; è naturale che le siano più affezionate. Ma, quali che siano i loro desideri, è assai improbabile che abbiano ostacolato quelli del fratello. Quale sorella oserebbe farlo, a meno che vi siano delle ragioni veramente gravi? Se credessero che mi vuol bene, non cercherebbero di separarci, e, se lui me ne volesse veramente, non ci riuscirebbero. Ma tu, sentendoti sicura che questo affetto ci sia, pensi che tutti agiscano male e siano nel torto, e mi dai così un vero dispiacere. Non darmi questo dolore. Non mi vergogno di essermi sbagliata o, per lo meno, è una pena ben lieve, in confronto a quella che proverei se dovessi pensare male di lui o delle sue sorelle. Lascia che continui a vederli nella luce migliore, la luce nella quale devono essere visti».

Elizabeth non poteva certo opporsi a questo desiderio, e da quella volta il nome di Mr. Bingley non fu più pronunciato tra di loro. Mrs. Bennet invece continuava a lamentarsi e a meravigliarsi che non tornasse, e benché non passasse giorno senza che Elizabeth cercasse di spiegargliene la ragione, sembrava poco probabile che arrivasse a capacitarsene. Elizabeth tentò allora di convincerla di quanto nemmeno lei stessa credeva, e che cioè le attenzioni di Bingley per Jane non fossero state che l’effetto di una simpatia passeggera, spentasi con la lontananza, ma, anche se al momento Mrs. Bennet sembrava considerare plausibile questa spiegazione, la figlia era obbligata a ripeterle la stessa cosa ogni giorno. La più grande consolazione di Mrs. Bennet era pensare che Mr. Bingley sarebbe tornato per l’estate.

Mr. Bennet vedeva la cosa da un punto di vista differente: «Dunque, Lizzy!», le disse un giorno, «sento che tua sorella soffre per un amore contrastato. Non ho che da congratularmi con lei. Dopo il matrimonio, quello che una ragazza preferisce è di essere, di quando in quando, infelice in amore. Le dà qualcosa a cui pensare e le conferisce una specie di aureola tra le amiche. Quando verrà la tua volta? Non vorrai lasciarti distanziare troppo da Jane. Adesso è il tuo momento. Ci sono a Meryton abbastanza ufficiali per deludere tutte le signorine dei dintorni. Wickham potrebbe fare al caso tuo. È un giovane seducente e potrebbe prendersi gioco di te con vero successo».

«Grazie, signore, ma mi accontenterei anche di un uomo meno seducente. Non possiamo aspettarci tutte di avere la fortuna di Jane».

«È vero», disse Mr. Bennet, «ma c’è sempre la consolazione di pensare che, se ti accadesse qualcosa di simile, hai una madre affettuosa che ne saprebbe fare una tragedia».

La compagnia di Mr. Wickham servì a dissipare la malinconia in cui gli ultimi avvenimenti avevano gettato alcuni membri della famiglia di Longbourn. Lo vedevano spesso, e alle sue molte qualità aggiunse quella di una totale franchezza. Tutto quello che da principio Elizabeth sola aveva saputo, era ormai discusso apertamente: le sue aspettative deluse per colpa di Mr. Darcy e quello che aveva sofferto per causa sua divennero di dominio pubblico, e ognuno si rallegrava nel constatare di aver sempre trovato odioso Mr. Darcy, ancor prima di aver avuto sentore di questi fatti.

Miss Bennet era l’unica a supporre che vi fossero delle attenuanti, ignorate dalla società dell’Hertfordshire; il suo mite e sereno candore invocava indulgenza e suggeriva la possibilità di qualche errore. Ma tutti gli altri furono concordi nel condannare Mr. Darcy come il peggiore degli uomini.