Orlando innamorato/Libro primo/Canto decimoquarto

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Libro primo

Canto decimoquarto

../Canto decimoterzo ../Canto decimoquinto IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

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1   Aveti inteso la battaglia dura
     Che fa Ranaldo, la persona accorta,
     E come la diversa creatura
     Prese la dama, e in groppa se la porta.
     Non domandati se ella avea paura:
     Tutta tremava, e in viso parea morta;
     Ma pur, quanto la voce li bastava,
     Al cavalliero aiuto dimandava.

2   Via va correndo lo animal legiero
     Con quella dama in groppa scapigliata;
     A lei sempre ha rivolto il viso fiero,
     Ed a sé stretta la tiene abracciata.
     Or Ranaldo se accosta al suo destriero;
     Ben se âgura Baiardo in quella fiata,
     Ché quel centauro è tanto longe assai,
     Che averlo gionto non se crede mai.

3   Ma poi che ha preso in man la ricca briglia
     Di quel destrier che al corso non ha pare,
     De esser portato da il vento asimiglia:
     A lui par proprio di dover volare.
     Mai non fu vista una tal meraviglia;
     Tanto con l’occhio non se può guardare
     Per la pianura, per monte e per valle,
     Quanto il destrier se il lascia dalle spalle.

4   E non rompeva l’erba tenerina,
     Tanto ne andava la bestia legiera;
     E sopra alla rugiada matutina
     Veder non puossi se passato vi era.
     Così, correndo con quella roina,
     Gionse Ranaldo sopra una rivera,
     Ed allo entrar de l’acqua, a ponto a ponto,
     Vede il centauro sopra al fiume gionto.

5   Quel maledetto già non l’aspettava,
     Ma, via fuggendo, nequitosamente
     La bella dama nel fiume gettava:
     Giù ne la porta il fiumicel corrente.
     Che di lei fosse, e dove ella arivava,
     Poi lo odirete nel canto presente;
     Ora il centauro a quel baron se volta,
     Poi che di groppa se ha la dama tolta;

6   E cominciorno a l’acqua la battaglia,
     Con fiero assalto, dispietato e crudo;
     Vero è che il bon Ranaldo ha piastra e maglia,
     E quel centauro è tutto quanto nudo:
     Ma tanto è destro e mastro de scrimaglia,
     Che coperto se tien tutto col scudo;
     E il destrier del segnor de Montealbano
     Corrente è assai, ma mal presto alla mano.

7   Grosso era il fiume al mezo dello arcione,
     De sassi pieno, oscuro e roïnoso.
     Mena il centauro spesso del bastone,
     Ma poco nôce al baron valoroso,
     Che gioca di Fusberta a tal ragione
     Che tutto quello ha fatto sanguinoso;
     Tagliato ha il scudo il cavalliero ardito,
     E già da trenta parte l’ha ferito.

8   Esce del fiume quello insanguinato,
     Ranaldo insieme con Fusberta in mano,
     Né se fu da lui molto dilungato,
     Che gionto l’ebbe quel destrier soprano;
     Quivi lo occise sopra al verde prato.
     Or sta pensoso il sir de Montealbano,
     Non sa che far, né in qual parte se vada:
     Persa ha la dama, guida de sua strada.

9   A sé d’intorno la selva guardava,
     E sua grandezza non puotea stimare;
     La speranza de uscirne gli mancava,
     E quasi adrieto volea ritornare,
     Ma tanto ne la mente desïava
     Da quello incanto il conte Orlando trare,
     Che sua ventura destina finire,
     O, questa impresa seguendo, morire.

10 Ver Tramontana prende la sua via,
     Dove il guidava prima la donzella;
     Ed ecco ad una fonte li apparia
     Un cavalliero armato in su la sella.
     Or Turpin lascia questa diceria,
     E torna a raccontar l’alta novella
     Del re Agricane, quel tartaro forte,
     Che è chiuso in Albracà dentro alle porte.

11 Dentro a quella citade era rinchiuso,
     E fa soletto quella ardita guerra:
     Il popol tutto quanto ha lui confuso.
     Sappiati che Albracà, la forte terra,
     Da uno alto sasso calla al fiume giuso,
     E da ogni lato un mur la cinge e serra,
     Che se dispicca da il castello altano,
     Volgendo il sasso insino al monte piano.

12 Sopra del fiume ariva la murata,
     Con grosse torre e belle a riguardare.
     Quella fiumana Drada è nominata,
     Né estate o verno mai se può vargare.
     Una parte del muro è qui cascata:
     Quei della terra non hanno a curare,
     Ché il fiume è tanto grosso e sì corrente,
     Che di battaglia non temon nïente.

13 Ora io vi dissi sì come Agricane
     Fa la battaglia dentro alla citate;
     Re Sacripante è con seco alle mane,
     Con gente della terra in quantitate.
     Prove se fier’ dignissime e soprane
     Per l’uno e l’altro, e sopra l’ho narrate;
     E lasciai proprio che una schiera nova
     Dietro alle spalle de Agrican se trova.

14 Nulla ne cura quel re valoroso,
     Ma con molta roina è rivoltato;
     Mena a due mane il brando sanguinoso.
     Questo novo trapel che ora è arivato,
     Era un forte barone ed animoso,
     Torindo il Turco, che era ritornato
     Con molta di sua gente in compagnia;
     Per altre parte gionse a questa via.

15 Quel tartaro ne’ Turchi urta Baiardo,
     Getta per terra tutta quella gente;
     Ora ecco Sacripante, il re gagliardo,
     Che l’ha seguito continüamente.
     Tanto non è legier cervo ni pardo,
     Quanto è quel re circasso veramente;
     Non vale ad Agrican sua forza viva,
     Tanta è la gente che adosso gli ariva.

16 Già son le bocche delle strate prese,
     Chiuse con travi, ed ogni altra serraglia;
     Le schiere dalle mure son discese,
     E corre ciascaduno alla battaglia:
     Non vi rimase alcuno alle diffese.
     Or quei del campo, quella gran canaglia,
     Chi per le mure intrò, chi per le porte,
     Tutti cridando: - Alla morte! alla morte! -

17 Onde fu forza a l’aspro Sacripante
     Ed a Torindo alla rocca venire;
     Angelica già dentro era davante,
     E Trufaldin, che fo il primo a fuggire.
     Morte son le sue gente tutte quante;
     La grande occisïon non se può dire:
     Morto è Varano, e prima Savarone,
     Re della Media, franco campione.

18 Morirno questi fora delle porte,
     Dove la gran battaglia fo nel piano.
     Brunaldo ebbe sua fine in altra sorte:
     Radamanto lo occise de sua mano.
     Quel Radamanto ancor diede la morte
     Dentro alle mura al valoroso Ungiano;
     Tutta la gente di sua compagnia
     Fo il giorno occisa alla battaglia ria.

19 E tutta la citate hanno già presa:
     Mai non fu vista tal compassïone.
     La bella terra da ogni parte è incesa,
     E sono occise tutte le persone;
     Sol la rocca di sopra se è diffesa
     Ne l’alto sasso, dentro dal zirone:
     Tutte le case in ciascuno altro loco
     Vanno a roina, e son piene di foco.

20 La damisella non sa che si fare,
     Poi che è condotta a così fatto scorno;
     In quella rocca non è che mangiare,
     Apena evi vivande per un giorno.
     Chi l’avesse veduta lamentare
     E battersi con man lo viso adorno,
     Uno aspro cor di fiera o di dragone
     Seco avria pianto di compassïone.

21 Dentro alla rocca son tre re salvati
     Con la donzella, e trenta altre persone,
     Per la più parte a morte vulnerati.
     La rocca è forte fora di ragione,
     Onde tra lor se son deliberati
     Che ciascuno occidesse il suo ronzone,
     E far contra de’ Tartari contesa,
     Sin che Dio li mandasse altra diffesa.

22 Angelica dapoi prese partito
     Di ricercare in questo tempo aiuto;
     Lo annel meraviglioso aveva in dito,
     Che chi l’ha in bocca, mai non è veduto.
     Il sol sotto la terra ne era gito,
     E il bel lume del giorno era perduto:
     Torindo e Trufaldino e Sacripante
     La damisella a sé chiama davante.

23 A lor promette sopra alla sua fede
     In vinti giorni dentro ritornare,
     E tutti insieme e ciascadun richiede
     Che sua fortezza vogliano guardare;
     Che forse avrà Macon di lor mercede,
     Perché essa andava aiuto a ricercare
     Ad ogni re del mondo, a ogni possanza,
     Ed ottenerlo avia molta speranza.

24 E così detto, per la notte bruna
     La damisella monta al palafreno,
     Via camminando al lume della luna,
     Tutta soletta, sotto al cel sereno.
     Mai non fo vista da persona alcuna,
     Benché di gente fosse intorno pieno;
     Ma a questi la fatica e la vittoria
     Li avea col sonno tolto ogni memoria.

25 Né bisogno ebbe di adoprar lo annello,
     Ché, quando il sol lucente fo levato,
     Ben cinque leghe è longe dal castello,
     Che era da’ suoi nemici intornïato.
     Lei sospirando riguardava quello,
     Che con tanto periglio avea lasciato;
     E così caminando tutta via,
     Passata ha Orcagna, e gionse in Circasia.

26 Gionse alla ripa di quella rivera,
     Dove il franco Ranaldo occiso avia
     Lo aspro centauro, maledetta fiera.
     Come la dama nel prato giongia,
     Un vecchio assai dolente nella ciera
     Piangendo forte contro a lei venìa,
     E con man gionte ingenocchion la chiede
     Che del suo gran dolore abbia mercede.

27 Diceva quel vecchione: - Un giovenetto,
     Conforto solo a mia vita tapina,
     Mio unico figliolo e mio diletto,
     Ad una casa che è quindi vicina,
     Con febre ardente se iace nel letto,
     Né per camparlo trovo medicina;
     E se da te non prende adesso aiuto,
     Ogni speranza e mia vita rifiuto. -

28 La damigella, che è tanto pietosa,
     Comincia il vecchio molto a confortare:
     Che lei cognosce l’erbe ed ogni cosa
     Qual se apertenga a febre medicare.
     Ahi sventurata, trista e dolorosa!
     Gran meraviglia la farà campare.
     La semplicetta volge il palafreno
     Dietro a quel vecchio, che è de inganni pieno.

29 Ora sappiati che il vecchio canuto,
     Che in quella selva stava alla campagna,
     Per prender qualche dama era venuto,
     Come se prende lo uccelletto a ragna;
     Per ciò che ogni anno dava di tributo
     Cento donzelle al forte re de Orgagna.
     Tutte le prende con inganno e scherno,
     E prese poi le manda a Poliferno.

30 Però che ivi lontano a cinque miglia
     Sopra de un ponte una torre è fondata:
     Mai non fo vista tanta meraviglia,
     Ché ogni persona che è quivi arivata,
     Dentro a quella pregion se stesso piglia.
     Quivi n’avea il vecchio gran brigata,
     Che tutte l’avea prese con tale arte,
     Fuor quella sol che fu di Brandimarte.

31 Però che quella, come io vi contai,
     Fo dal centauro gettata nel fiume.
     Essa nel fondo non andò giamai,
     Però che de natare avea costume.
     Quella onda, che è corrente pur assai,
     Giù ne la mena, come avesse piume;
     Al ponte la portò, che mai non tarda,
     Dove la torre è de quel vecchio in guarda.

32 Lui dal fiume la trasse meza morta,
     E fecela curar con gran ragione
     Da quella gente che avea seco in scorta,
     Ché medici lì aveva, e più persone;
     Poi la condusse dentro a quella porta,
     Dove con l’altre stava alla pregione.
     De Angelica diciamo, che venìa
     Con quel falso vecchione in compagnia.

33 Come alla torre fo dentro passata,
     Quel vecchio fora nel ponte restava.
     Incontinente la porta ferrata,
     Senza che altri la tocchi, se serrava.
     Alor se avide quella sventurata
     Del falso inganno, e forte lamentava;
     Forte piangia, battendo il viso adorno:
     L’altre donzelle a lei son tutte intorno.

34 Cercano tutte con dolce parole
     La dolorosa dama confortare;
     E, come in cotal caso far si sôle,
     Ciascuna ha sua fortuna a racontare;
     Ma sopra a l’altre piangendo si dole,
     Né quasi può per gran doglia parlare,
     De Brandimarte la saggia donzella,
     Che Fiordelisa per nome se appella.

35 Lei sospirando conta la sciagura
     Di Brandimarte da lei tanto amato:
     Come, andando con essa alla ventura,
     Fo con Astolfo al giardino arrivato,
     Dove tra fiori, a la fresca verdura,
     L’ha Dragontina ad arte smemorato;
     E, in compagnia de Orlando paladino,
     Sta con molti altri presi nel giardino.

36 E come essa dapoi, cercando aiuto,
     Se gionse con Ranaldo in compagnia;
     E tutto quel che gli era intravenuto,
     Senza mentire, a ponto lo dicia;
     E del gigante, e del grifone ungiuto,
     E de Albarosa la gran villania,
     E del centauro al fin, bestia diversa,
     Che l’avia dentro a quel fiume sumersa.

37 Piangeva Fiordelisa a cotal dire,
     Membrando l’alto amor de che era priva.
     Eccoti odirno quella porta aprire,
     Che un’altra dama sopra al ponte ariva.
     Angelica destina di fuggire;
     Già non la può veder persona viva:
     Lo incanto dello annel sì la coperse,
     Che fuora uscì, come il ponte se aperse.

38 Non fo vista da alcuno in quella fiata,
     Tanta è la forza dello incantamento;
     E fra se stessa, andando, èssi apensata
     E fatto ha nel suo cor proponimento
     Di voler gire a quella acqua fatata
     Che tira l’omo fuor de sentimento,
     Là dove Orlando ed ogni altro barone
     Tien Dragontina alla dolce prigione.

39 E caminando senza alcun riposo,
     Al bel verzier fo gionta una matina.
     In bocca avia lo annel meraviglioso:
     Per questo non la vede Dragontina.
     Di fora aveva il palafreno ascoso,
     Ed essa a piede fra l’erbe camina,
     E caminando, a lato ad una fonte,
     Vede iacerse armato il franco conte.

40 Perché la guarda faceva quel giorno,
     Stavasi armato a lato alla fontana.
     Il scudo a un pino avea sospeso e il corno;
     E Brigliadoro, la bestia soprana,
     Pascendo l’erbe gli girava intorno.
     Sotto una palma, a l’ombra prossimana,
     Un altro cavallier stava in arcione:
     Questo era il franco Oberto dal Leone.

41 Non so, segnor, se odisti più contare
     L’alta prodezza de quel forte Oberto;
     Ma fu nel vero un baron de alto affare,
     Ardito e saggio, e de ogni cosa esperto.
     Tutta la terra intorno ebbe a cercare,
     Come se vede nel suo libro aperto.
     Costui facea la guarda alora quando
     Gionse la dama a lato al conte Orlando.

42 Il re Adrïano e lo ardito Grifone
     Stan ne la loggia a ragionar de amore;
     Aquilante cantava e Chiarïone,
     L’un dice sopra, e l’altro di tenore;
     Brandimarte fa contra alla canzone.
     Ma il re Ballano, ch’è pien di valore,
     Stassi con Antifor de Albarosia:
     De arme e di guerra dicon tutta via.

43 La damisella prende il conte a mano,
     Ed a lui pose quello annello in dito,
     Lo annel che fa ogni incanto al tutto vano.
     Or se è in se stesso il conte risentito,
     E scorgendosi presso il viso umano
     Che gli ha de amor sì forte il cor ferito,
     Non sa come esser possa, e apena crede
     Angelica esser quivi, e pur la vede.

44 La damisella tutto il fatto intese:
     Sì come nel giardino era venuto,
     E come Dragontina a inganno il prese,
     Alor che ogni ricordo avia perduto.
     Poi con altre parole se distese,
     Con umil prieghi richiedendo aiuto
     Contra Agricane, il qual con cruda guerra
     Avea spianata ed arsa la sua terra.

45 Ma Dragontina, che al palagio stava,
     Angelica ebbe vista giù nel prato.
     Tutti e suoi cavallier presto chiamava,
     Ma ciascun se ritrova disarmato.
     Il conte Orlando su l’arcion montava,
     Ed ebbe Oberto ben stretto pigliato,
     Avengaché da lui quel non se guarda;
     Lo annel li pose in dito, che non tarda.

46 E già son accordati i duo guerrieri
     Trar tutti gli altri de incantazïone.
     Or quivi racontar non è mestieri
     Come fosse nel prato la tenzone.
     Prima fôr presi i figli de Olivieri,
     L’uno Aquilante, e l’altro fo Grifone;
     Il conte avante non li cognoscia:
     Non dimandati se allegrezza avia.

47 Grande allegrezza ferno i duo germani,
     Poi che se fo l’un l’altro cognosciuto.
     Or Dragontina fa lamenti insani,
     Ché vede il suo giardino esser perduto.
     Lo annel tutti e suoi incanti facea vani:
     Sparve il palagio, e mai non fo veduto;
     Lei sparve, e il ponte, e il fiume con tempesta:
     Tutti e baron restarno alla foresta.

48 Ciascun pien di stupor la mente avia,
     E l’uno e l’altro in viso si guardava;
     Chi sì, chi non, di lor se cognoscia.
     Primo di tutti il gran conte di Brava
     Fece parlare a quella compagnia,
     E ciascadun, pregando, confortava
     A dare aiuto a quella dama pura,
     Che li avea tratti di tanta sciagura.

49 Raconta de Agricane il grande attedio,
     Che avea disfatta sua bella citade,
     Ed intorno alla rocca avia lo assedio.
     Già son quei cavallier mossi a pietade,
     E giurâr tutti di porvi rimedio,
     In sin che in man potran tenir le spade,
     E di fare Agricane indi partire,
     O tutti insieme in Albraca morire.

50 Già tutti insieme son posti a camino,
     Via cavalcando per le strate scorte.
     Ora torniamo al falso Trufaldino,
     Che dimorava a quella rocca forte.
     Lui fu malvagio ancor da piccolino,
     E sempre peggiorò sino alla morte;
     Non avendo i compagni alcun suspetto,
     Prese e Cercassi e i Turchi tutti in letto.

51 Non valse al bon Torindo esser ardito,
     Né sua franchezza a l’alto Sacripante,
     Ché ciascadun de loro era ferito
     Per la battaglia de il giorno davante,
     E per sangue perduto indebilito;
     E fur presi improvisi in quello istante.
     Legolli Trufaldino e piedi e braccia,
     E de una torre al fondo ambi li caccia.

52 Poi manda un messagiero ad Agricane,
     Dicendo che a sua posta ed a suo nome
     Avia la rocca e il forte barbacane,
     E che due re tenìa legati; e come
     Volea donarli presi in le sue mane.
     Ma il Tartaro a quel dire alciò le chiome;
     Con gli occhi accesi e con superba faccia,
     Così parlando, a quel messo minaccia:

53 - Non piaccia a Trivigante, mio segnore,
     Né per lo mondo mai se possa dire
     Che allo esser mio sia mezo un traditore:
     Vincer voglio per forza e per ardire,
     Ed a fronte scoperta farmi onore.
     Ma te con il segnor farò pentire,
     Come ribaldi, che aviti ardimento
     Pur far parole a me di tradimento.

54 Bene aggio avuto avviso, e certo sollo,
     Che non se può tenir lunga stagione;
     A quella rocca impender poi farollo,
     Per un de’ piedi, fuora de un balcone,
     E te col laccio ataccarò al suo collo;
     E ciascadun li è stato compagnone
     A far quel tradimento tanto scuro,
     Serà de intorno impeso sopra al muro. -

55 Il messagier, che lo vedea nel volto
     Or bianco tutto, or rosso come un foco,
     Ben se serebbe volentier via tolto,
     Ché gionto si vedeva a strano gioco;
     Ma, sendosi Agricane in là rivolto
     Partisse de nascoso di quel loco.
     Par che il nabisso via fuggendo il mene;
     De altro che rose avea le brache piene.

56 Dentro alla rocca ritorna tremando,
     E fece a Trufaldin quella ambasciata.
     Ora torniamo al valoroso Orlando,
     Che se ne vien con l’ardita brigata,
     E giorno e notte forte cavalcando,
     Sopra de un monte ariva una giornata:
     Dal monte se vedea, senza altro inciampo,
     La terra tutta e de’ nimici il campo.

57 Tanta era quivi la gente infinita,
     E tanti pavaglion, tante bandiere,
     Che Angelica rimase sbigotita,
     Poi che passar convien cotante schiere
     Prima che nel castel faccia salita.
     Ma quei baron dricciâr le mente altiere,
     E destinarno che la dama vada
     Dentro alla rocca per forza di spada.

58 E nulla sapean lor del tradimento,
     Che il falso Trufaldin fatto li avia;
     Ma sopra al monte, con molto ardimento,
     Dànno ordine in qual modo ed in qual via
     La dama se conduca a salvamento
     A mal dispetto di quella zinia.
     Guarniti de tutte arme e suo’ destrieri,
     Fan lo consiglio li arditi guerreri.

59 Ed ordinâr la forma e la maniera
     Di passar tutta quella gran canaglia.
     Il conte Orlando è il primo alla frontera
     Con Brandimarte a intrare alla battaglia:
     Poi son quattro baroni in una schiera,
     Che de intorno alla dama fan serraglia:
     Oberto ed Aquilante e Chiarïone,
     E il re Adrïano è il quarto compagnone.

60 Quelli hanno ad ogni forza e vigoria
     Tenir la dama coperta e diffesa.
     Poi son tre, gionti insieme in compagnia,
     Che della drietoguarda hanno la impresa:
     Grifone ed Antifor de Albarosia,
     E il re Ballano, quella anima accesa.
     Or questa schiera è sì de ardire in cima,
     Che tutto il resto del mondo non stima.

61 Calla de il monte la gente sicura,
     Con Angelica in mezo di sua scorta,
     La qual tutta tremava de paura,
     E la sua bella faccia parìa morta;
     E già son giunti sopra alla pianura,
     Né si è di loro ancor la gente accorta.
     Ma il conte Orlando, cavalliero adorno,
     Alcia la vista, e pone a bocca il corno.

62 A tutti quanti li altri era davante,
     E suonava il gran corno con tempesta:
     Quello era un dente integro di elefante.
     Lo ardito conte de suonar non resta;
     Disfida quelle gente tutte quante,
     Agrican, Poliferno e ogni sue gesta:
     E tutti insieme quei re di corona
     Isfida a la battaglia, e forte suona.

63 Quando fu il corno nel campo sentito,
     Che in ciel feriva con tanto rumore,
     Non vi fu re, né cavalliero ardito
     Che non avesse di quel suon terrore;
     Solo Agricane non fu sbigotito,
     Che fu corona e pregio di valore;
     Ma con gran fretta l’arme sue dimanda,
     E fa sue schiere armar per ogni banda.

64 Fu in gran fretta il re Agricane armato:
     Di grosse piastre il sbergo se vestia,
     Tranchera la sua spada cense al lato,
     E uno elmo fatto per nigromanzia
     Al petto ed a le spalle ebbe alacciato.
     Cosa più forte al mondo non avia:
     Salomone il fie’ far col suo quaderno,
     E fu collato al foco dello inferno.

65 E veramente crede il campïone
     Che una gran gente mo li viene adosso,
     Però ch’inteso avia che Galafrone
     Esercito adunava a più non posso,
     Perché era quel castel di sua ragione,
     E destinava di averlo riscosso.
     Costui stimava scontrare Agricane,
     Non con Orlando venire alle mane.

66 Già son spiegate tutte le bandiere,
     E suonan li instromenti da battaglia;
     Il re Agricane ha Baiardo il destriere
     Da le ungie al crine coperto di maglia,
     E vien davanti a tutte le sue schiere.
     Ne l’altro canto dirò la travaglia,
     E de nove baroni un tale ardire,
     Che mai nel mondo più se odette dire.