Orlando innamorato/Libro primo/Canto decimoquinto

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Libro primo

Canto decimoquinto

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Libro primo - Canto decimoquarto Libro primo - Canto decimosesto

 
1   Stati ad odir, segnor, se vi è diletto,
     La gran battaglia ch’io vi vo’ contare.
     Ne l’altro canto di sopra ve ho detto
     De nove cavallier, che hanno a scontrare
     Due millïon de popol maledetto;
     E come e corni se odivan suonare,
     Trombe, tamburi e voce senza fine,
     Che par che il mondo se apra e ’l cel roine.

2   Quando nel mar tempesta con romore
     Da tramontana il vento furïoso,
     Grandine e pioggia mena e gran terrore,
     L’onda se oscura dal cel nubiloso.
     Con tal roina e con tanto furore
     Levasi il crido nel cel polveroso;
     Prima de tutti Orlando l’asta aresta,
     Verso Agrican viene a testa per testa.

3   E se incontrarno insieme e due baroni,
     Che avean possanza e forza smisurata,
     E nulla se piegarno de li arcioni,
     Né vi fo alcun vantaggio quella fiata.
     Poi se voltarno a guisa de leoni;
     Ciascun con furia trasse for la spata,
     E cominciâr tra lor la acerba zuffa.
     Or l’altra gente gionge alla baruffa;

4   Sì che fu forza a quei duo cavallieri
     Lasciar tra lor lo assalto cominciato,
     Benché se dipartîr mal volontieri,
     Ché ciascun se tenea più avantaggiato.
     Il conte se retira ai suoi guerreri,
     Brandimarte li è sempre a lato a lato;
     Oberto, Chiarïone ed Aquilante
     Sono alle spalle a quel segnor de Anglante.

5   Ed è con loro il franco re Adrïano,
     Segue Antifor e lo ardito Grifone,
     Ed in mezo di questi il re Ballano.
     Or la gran gente fora di ragione
     Per monte e valle, per coste e per piano,
     Seguendo ogni bandiera, ogni pennone,
     A gran roina ne vien loro adosso,
     E con tal crido, che contar nol posso.

6   Dicean quei cavallier: - Brutta canaglia,
     E vostri cridi non varran nïente;
     Vostro furor serà foco di paglia,
     Tutti sereti occisi incontinente. -
     Or se incomincia la crudel battaglia
     Tra quei nove campioni e quella gente;
     Ben se puotea veder il conte Orlando
     Spezzar le schiere e disturbar col brando.

7   Il re Agricane a lui solo attendia,
     E certamente assai li dà che fare;
     Ma Brandimarte e l’altra compagnia
     Fan con le spade diverso tagliare,
     E tanto uccidon di quella zinia,
     Che altro che morti al campo non appare.
     Verso la rocca vanno tutta fiata,
     E già presso li sono ad una arcata.

8   Nel campo de Agricane era un gigante,
     Re di Comano, valoroso e franco,
     Ed era lungo dal capo alle piante
     Ben vinti piedi, e non è un dito manco:
     Di lui ve ho racontato ancor davante
     Che prese Astolfo, e nome ha Radamanto.
     Costui se mosse con la lancia in mano,
     E riscontrò su il campo il re Ballano.

9   Ferì quel re di drieto nelle spalle
     Il malvaggio gigante e traditore,
     Che del destrier il fie’ cadere a valle,
     Né valse al re Ballan suo gran valore.
     Allo ardito Grifon forte ne calle,
     E volta a Radamanto con furore;
     E comenciâr battaglia aspra e crudele,
     Con animo adirato e con mal fiele.

10 Levato è il re Ballan con molto ardire,
     E francamente al campo si mantiene;
     Ma già non puote al suo destrier salire,
     Tanto è la gente che adosso li viene.
     Esso non resta intorno de ferire,
     La spada sanguinosa a due man tiene;
     Lui nulla teme e i compagni conforta:
     Fatto se ha un cerchio della gente morta.

11 Il re de Sueza, forte campïone,
     Che per nome è chiamato Santaria,
     Con una lancia d’un grosso troncone
     Scontrò con Antifor di Albarossia;
     Già non lo mosse ponto dello arcione,
     Ché il cavalliero ha molta vigoria,
     E se diffende con molta possanza;
     A prima giunta li tagliò la lanza.

12 Argante di Rossia stava da parte,
     Guardando la battaglia tenebrosa;
     Ed ecco ebbe adocchiato Brandimarte,
     Che facea prova sì meravigliosa,
     Che contar non lo può libro né carte.
     Tutta la sua persona è sanguinosa;
     Mena a due mane quel brando tagliente,
     Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente.

13 A lui se driccia il smisurato Argante
     Sopra a un destrier terribile e grandissimo,
     E ferì il scudo a Brandimarte avante.
     Ma lui tanto era ardito e potentissimo,
     Che nulla cura de l’alto gigante,
     Benché sia nominato per fortissimo,
     Ma con la spada in mano a lui s’affronta;
     Ogni lor colpo ben Turpin raconta.

14 Ma io lascio de dirli nel presente:
     Pensati che ciascun forte se adopra.
     Ora tornamo a dir de l’altra gente;
     Benché la terra de morti se copra,
     Quelle gran schiere non sceman nïente.
     Par che lo inferno li mandi di sopra,
     Da poi che sono occisi, un’altra volta,
     Tanto nel campo vien la gente folta.

15 Fermi non stanno e nove cavallieri,
     Ma ver la rocca vanno a più non posso;
     La strata fanno aprir coi brandi fieri,
     Ducento millia n’ha ciascuno adosso.
     Lasciar Ballano a forza li è mestieri,
     Ché fo impossibil de averlo riscosso;
     Li altri otto ancora son tornati insieme,
     Tutta la gente adosso di lor preme.

16 E detti re son con loro alle mane,
     Ciascun di pregio e gran condizïone.
     Lurcone e Radamanto ed Agricane
     E Santaria e Brontino e Pandragone,
     Argante, che fo lungo trenta spane,
     Uldano e Poliferno e Saritrone;
     Tutti eno insieme, e con gran vigoria
     Atterrâr Antifor de Albarossia.

17 La schiera de quei quattro, che io contai
     Che copriva la dama, in sua diffesa
     Facea prodezze e meraviglie assai,
     Ma troppo è disegual la lor contesa.
     Agrican di ferir non resta mai,
     Ché vôl la dama ad ogni modo presa,
     E gente ha seco di cotanto affare
     Che a lor convien la dama abandonare.

18 Ed essa, che se vede a tal partito,
     Di gran paura non sa che si fare,
     Scordase dello annel che aveva in dito,
     Col qual potea nascondersi e campare.
     Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito,
     Che de altra cosa non può racordare;
     Ma solo Orlando per nome dimanda,
     A lui piangendo sol se racomanda.

19 Il conte, che alla dama è longi poco,
     Ode la voce che cotanto amava;
     Nel core e nella faccia viene un foco,
     Fuor de l’elmo la vampa sfavillava;
     Batteva e denti e non trovava loco,
     E le genocchie sì forte serrava,
     Che Brigliadoro, quel forte corsiero,
     Della gran stretta cade nel sentiero;

20 A benché incontinente fo levato.
     Ora ascoltati fuora di misura
     Colpi diversi de Orlando adirato,
     Che pure a racontarli è una paura.
     Il scudo con roina avia gettato,
     Ché tutto il mondo una paglia non cura;
     Scrolla la testa quella anima insana,
     Ad ambe man tiene alta Durindana;

21 Spezza la gente per tutte le bande.
     Or fuor delli altri ha scorto Radamanto
     (Prima lo vide, perché era il più grande):
     Tutto il tagliò da l’uno a l’altro fianco,
     In duo cavezzi per terra lo spande;
     Né di quel colpo non parve già stanco,
     Ché sopra a l’elmo gionse a Saritrone,
     E tutto il fese insino in su l’arcione.

22 Non prende alcun riposo il paladino,
     Ma fulminando mena Durindana,
     E non risguarda grande o piccolino,
     Li altri re taglia e la gente mezzana.
     Mala ventura lì mostrò Brontino,
     Che dominava la terra Normana:
     Dalla spalla del scudo e piastre e maglia
     Sino alla coscia destra tutto il taglia.

23 Ora ecco il re de’ Goti, Pandragone,
     Che viene a Orlando crucïoso avante;
     Questo se fida nel suo compagnone,
     Perché alle spalle ha il fortissimo Argante.
     Orlando verso lor va di rondone,
     Che già bene adocchiato avia il gigante;
     Ma perché a Pandragone agionse in prima,
     Per il traverso delle spalle il cima.

24 A traverso del scudo il gionse a ponto,
     E l’una e l’altra spalla ebbe troncata.
     Argante era con lui tanto congionto,
     Che non puotè schiffarsi in questa fiata,
     Ma proprio di quel colpo, come io conto,
     Li fo a traverso la panza tagliata;
     Però ch’Argante fu di tanta altura,
     Che Pandragon li dava alla cintura.

25 Quel gran gigante volta il suo ronzone
     E per le schiere se pone a fuggire,
     Portando le budelle su lo arcione.
     Mai non se arestò il conte di ferire;
     Non ha, come suolea, compassïone,
     Tutta la gente intorno fa morire;
     Pietà non vale, o dimandar mercede:
     Tanto è turbato, che lume non vede.

26 Non ebbe il mondo mai cosa più scura
     Che fo a mirare il disperato conte;
     Contra sua spada non vale armatura;
     Di gente occisa ha già fatto un gran monte,
     Ed ha posto a ciascun tanta paura,
     Che non ardiscon di mirarlo in fronte.
     Par che ne l’elmo e in faccia un foco gli arda:
     Ciascun fugge cridando: - Guarda! guarda! -

27 Agrican combattea con Aquilante
     Alor che Orlando mena tal roina;
     Angelica ben presso gli è davante,
     Che trema come foglia la meschina.
     Eccoti gionto quel conte de Anglante;
     Con Durindana mai non se raffina:
     Or taglia omini armati, ora destrieri,
     Urta pedoni, atterra cavallieri.

28 Ed ebbe visto il Tartaro da canto,
     Che facea de Aquilante un mal governo,
     Ed ode della dama il tristo pianto:
     Quanta ira allora accolse, io nol discerno.
     Su le staffe se riccia, e dassi vanto
     Mandar quel re de un colpo nello inferno;
     Mena a traverso il brando con tempesta,
     E proprio il gionse a mezo della testa.

29 Fu quel colpo feroce e smisurato,
     Quanto alcuno altro dispietato e fiero;
     E se non fosse per lo elmo incantato,
     Tutto quanto il tagliava de legiero.
     Sbalordisce Agricane, e smemorato
     Per la campagna il porta il suo destriero;
     Lui or da un canto, or dall’altro si piega,
     Fuor di se stesso andò ben meza lega.

30 Orlando per lo campo lo seguia
     Con Brigliadoro a redina bandita;
     In questo il re Lurcone e Santaria
     Con gran furor la dama hanno assalita.
     Ciascun de’ quattro ben la diffendia,
     Ma non vi fu rimedio alla finita:
     Tanto la gente adosso li abondaro,
     Che al mal suo grado Angelica lasciaro.

31 Re Santaria davante in su l’arcione
     Dal manco braccio la dama portava,
     E stava a lui davanti il re Lurcone;
     Poliferno ed Uldano il seguitava.
     Era a vedere una compassïone
     La damigella come lacrimava;
     Iscapigliata crida lamentando,
     Ad ogni crido chiama il conte Orlando.

32 Oberto, Clarïone ed Aquilante
     Erano entrati nella schiera grossa,
     E di persona fan prodezze tante,
     Quante puon farsi ad aver la riscossa;
     Ma le lor forze non eran bastante,
     Tutta è la gente contra de lor mossa.
     Ora Agricane in questo se risente:
     Tranchera ha in mano, il suo brando tagliente.

33 Verso de Orlando nequitoso torna
     Per vendicare il colpo ricevuto;
     Ma il conte vede quella dama adorna,
     Che ad alta voce li domanda aiuto.
     Là se rivolta, che già non soggiorna,
     Ché tutto il mondo non l’avria tenuto;
     Più de una arcata se puotea sentire
     L’un dente contra a l’altro screcienire.

34 Il primo che trovò, fo il re Lurcone,
     Che avanti a tutti venìa per lo piano.
     Il conte il gionse in capo di piatone,
     Però che ’l brando se rivolse in mano;
     Ma pur lo gettò morto dello arcione,
     Tanto fo il colpo dispietato e strano.
     L’elmo andò fraccassato in sul terreno,
     Tutto di sangue e di cervello pieno.

35 Or ascoltati cosa istrana e nova,
     Che il capo a quel re manca tutto quanto,
     Né dentro a l’elmo o altrove se ritrova,
     Così l’aveva Durindana infranto.
     Ma Santaria, che vede quella prova,
     Di gran paura trema tutto quanto,
     Né riparar se sa da il colpo crudo,
     Se non se fa de quella dama scudo.

36 Però che Orlando già gli è gionto adosso,
     Né diffender se può, né può fuggire;
     Temeva il conte di averlo percosso,
     Per non far seco Angelica perire.
     Essa cridava forte a più non posso:
     - Se tu me ami, baron, famel sentire!
     Occidi me, io te prego, con tue mane;
     Non mi lasciar portare a questo cane. -

37 Era in quel ponto Orlando sì confuso,
     Che non sapeva apena che se fare.
     Ripone il brando il conte di guerra uso,
     E sopra a Santaria se lascia andare,
     Né con altra arma che col pugno chiuso
     Se destina la dama conquistare;
     Re Santaria, che senza brando il vede,
     Di averlo morto o preso ben se crede.

38 La dama sostenia da il manco lato,
     E nella destra mano avea la spada.
     Con essa un aspro colpo ebbe menato;
     Ma benché il brando sia tagliente e rada,
     Già non se attacca a quel conte affatato.
     Esso non stette più nïente a bada:
     Sopra a quel re ne l’elmo un pugno serra,
     E morto il gettò sopra della terra.

39 Per bocca e naso uscia fuora il cervello,
     Ed ha la faccia di sangue vermiglia.
     Or se comincia un altro gran zambello,
     Però che Orlando quella dama piglia,
     E via ne va con Brigliadoro isnello,
     Tanto veloce, che è gran meraviglia.
     Angelica è sicura di tal scorta,
     E del castello è già gionta alla porta.

40 Ma Trufaldino alla torre se affaccia,
     Né già dimostra di volere aprire;
     A tutti e cavallier crida e minaccia
     Di farli a doglia ed onta ripartire;
     Con dardi e sassi a giù forte li caccia.
     La dama di dolor volea morire;
     Tutta tremava smorta e sbigotita,
     Poi che se vede, misera! tradita.

41 La grossa schiera de’ nemici ariva:
     Agricane è davante e il fiero Uldano;
     Quella gran gente la terra copriva
     Per la costa del monte e tutto il piano.
     Chi fia colui che Orlando ben descriva,
     Che tien la dama e Durindana in mano?
     Soffia per ira e per paura geme;
     Nulla di sé, ma de la dama teme.

42 Egli avea della dama gran paura,
     Ma di se stesso temeva nïente.
     Trufaldin li cacciava dalle mura,
     Ed alla rocca il stringe l’altra gente.
     Cresce d’ogni ora la battaglia dura,
     Perché da il campo continüamente
     Tanta copia di frezze e dardi abonda,
     Che par che il sole e il giorno se nasconda.

43 Adrïano, Aquilante e Chiarïone
     Fanno contra Agrican molta diffesa;
     E Brandimarte, che ha cor di leone,
     Par tra’ nemici una facella accesa.
     Il franco Oberto e l’ardito Grifone
     Molte prodezze ferno in quella impresa.
     Sotto la rocca stava il paladino,
     Ed umilmente prega Trufaldino,

44 Che aggia pietade di quella donzella
     Condotta a caso di tanta fortuna;
     Ma Trufaldino per dolce favella
     Non piega l’alma di pietà digiuna,
     Ché un’altra non fu mai cotanto fella
     Né traditrice sotto della luna.
     Il conte priega indarno: a poco a poco
     L’ira gli cresce, e fa gli occhi di foco.

45 Sotto la rocca più se fu appressato,
     E tien la dama coperta col scudo;
     E verso Trufaldin fu rivoltato
     Con volto acceso e con sembiante crudo.
     Ben che non fusse a minacciare usato,
     Ma più presto a ferire, il baron drudo
     Or lo scridava con tanta bravura,
     Che, non ch’a lui, ma al cel mettea paura.

46 Stringeva e denti e dicea: - Traditore!
     Ad ogni modo non puotrai campare,
     Ché questo sasso in meno de quattro ore
     Voglio col brando de intorno tagliare,
     E pigliarò la rocca a gran furore,
     E giù nel piano la vo’ trabuccare;
     E struggerò quel campo tutto quanto,
     E tu serai con loro insieme afranto. -

47 Cridava il conte in voce sì orgogliosa,
     Che non sembrava de parlare umano.
     Trufaldino avia l’alma timorosa,
     Come ogni traditore ha per certano;
     E vista avia la forza valorosa,
     Che mostrata avea il conte sopra al piano;
     Ché sette re mandati avia dispersi,
     Rotti e spezzati con colpi diversi.

48 E già pareva a quel falso ribaldo
     Veder la rocca de intorno tagliata,
     E roinar il sasso a giù di saldo
     Adosso ad Agricane e sua brigata,
     Perché vedeva il conte de ira caldo,
     Con gli occhi ardenti e con vista avampata.
     Onde a un merlo se affaccia e dice: - Sire,
     Piacciati un poco mia ragione odire.

49 Io non lo niego, e negar non sapria,
     Ch’io non abbia ad Angelica fallito;
     Ma testimonio il celo e Dio me sia
     Che mi fu forza a prender tal partito
     Per li duo miei compagni e sua folìa,
     Benché ciascun da me si tien tradito;
     Ché vennerno con meco a questïone,
     Ed io li presi, e posti li ho in pregione.

50 E benché meco essi abbiano gran torto,
     Da loro io non avria perdon giamai;
     E come fosser fuora, io serìa morto,
     Perché di me son più potenti assai;
     Onde per questo io te ragiono scorto,
     Che mai qua dentro tu non intrarai,
     Se tua persona non promette e giura
     Far con sua forza mia vita sicura.

51 E simil dico de ogni altro barone,
     Che voglia teco nella rocca entrare:
     Giurarà prima de esser campïone
     Per mia persona, e la battaglia fare
     Contra a ciascuno, e per ogni cagione
     Che alcun dimanda o possa dimandare;
     Poi tutti insieme giurareti a tondo
     Far mia diffesa contra tutto il mondo. -

52 Orlando tal promessa ben li niega,
     Anci il minaccia con viso turbato;
     Ma quella dama, che egli ha in braccio, il prega,
     E stretto al collo lo tiene abracciato;
     Onde quel cor feroce al fin se piega.
     Come volse la dama, ebbe giurato;
     E similmente ogni altro cavalliero
     Giura quel patto a pieno e tutto intiero.

53 Sì come dimandar si seppe a bocca,
     Fu fatto Trufaldin da lor sicuro.
     Lui poi apre la porta e il ponte scocca,
     Ed intrò ciascun dentro al forte muro.
     Or più vivande non è nella rocca,
     Fuor che mezo destrier salato e duro.
     Orlando, che di fame venìa meno,
     Ne mangiò un quarto, ed anco non è pieno.

54 Li altri mangiorno il resto tutto quanto,
     Sì che bisogna de altro procacciare.
     Brandimarte e Adrïan se tran da canto;
     Chiarïone ed Oberto de alto affare
     Col conte Orlando insieme se dan vanto
     Gran vittualia alla rocca portare:
     Ad Aquilante e il suo fratel Grifone
     Restò la guarda de il forte girone.

55 Perché alcun cavallier non se fidava
     Di Trufaldin, malvaggia creatura,
     Però la guardia nova se ordinava
     E la diffesa intorno a l’alte mura.
     E già l’alba serena se levava,
     Poi che passata fo la notte oscura,
     Né ancora era chiarito in tutto il giorno,
     Che Orlando è armato, e forte sona il corno.

56 Ode il gran suono la gente nel piano,
     Che a tutti quanti morte li minaccia.
     Ben se spaventa quel popol villano;
     Non rimase ad alcun colore in faccia.
     Ciascun piangendo batte mano a mano;
     Chi fugge, e chi nasconder se procaccia,
     Però che il giorno avanti avian provato
     Il furor crudo de Orlando adirato.

57 Per questo il campo, la parte maggiore,
     Per macchie e fossi ascosi se apiatava;
     Ma il re Agricane e ciascun gran segnore
     Minacciando sua gente radunava.
     Non fu sentito mai tanto rumore
     Per la gran gente che a furor se armava;
     Non ha bastone il re Agrican quel crudo,
     Ma le sue schiere fa col brando nudo;

58 E come vede alcun che non è armato,
     O che se alonghi alquanto della schiera,
     Subitamente il manda morto al prato.
     Guarda de intorno la persona altiera,
     E vede il grande esercito adunato,
     Che tien da il monte insino alla riviera.
     Quattro leghe è quel piano in ogni verso:
     Tutto lo copre quel popol diverso.

59 Gran maraviglia ha il re Agricane il fiero
     Che quella gente, grande oltra misura,
     Sia spaventata da un sol cavalliero;
     Perché ciascun tremava di paura,
     Ed esso per se solo in sul destriero
     Di contrastare a tutti si assecura;
     Quei cavallieri e Orlando paladino
     Manco li stima che un sol fanciullino.

60 E sol se avanta il campo mantenire
     A quanti ne uscirà di quella rocca;
     Tutti li sfida e mostra molto ardire,
     Forte suonando col corno alla bocca.
     Ne l’altro canto potereti odire
     Come l’un l’altro col brando se tocca,
     Che mai più non sentisti un tal ferire:
     Poi di Ranaldo tornarovi a dire.