Orlando innamorato/Libro primo/Canto terzo

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Libro primo

Canto terzo

../Canto secondo ../Canto quarto IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Libro primo - Canto secondo Libro primo - Canto quarto

 
1   Segnor, nell’altro canto io ve lasciai
     Sì come Astolfo al Saracin per scherno
     Dicea: - Briccone, non te vantarai,
     Se forse non te vanti ne l’inferno,
     Di tanti alti baron che abattuto hai.
     Sappi, come io te piglio, io ti governo
     Nella galea. Poi che sei gigante,
     Farotte onore, e serai baiavante. -

2   Il re Grandonio, che sempre era usato
     Dire onta ad altri, e mai non l’ascoltare,
     Per la grande ira tanto fu gonfiato,
     Quanto non gonfia il tempestoso mare
     Alor che più dal vento è travagliato
     E fa il parone ardito paventare.
     Tanto Grandonio se turba e tempesta,
     Battendo e denti e crollando la testa,

3   Soffia di sticcia che pare un serpente,
     Ed ebbe Astolfo da sé combiatato;
     E rivoltato nequitosamente,
     Arresta quel gran fusto e smisurato;
     E ben se crebbe lui certanamente
     Passarlo tutto, insin da l’altro lato,
     O de gettarlo morto in sul sabbione,
     O trarlo in duo cavezzi de l’arcione.

4   Or ne viene il pagano furïoso.
     Astolfo contra lui è rivoltato,
     Pallido alquanto e nel cor pauroso,
     Bench’al morir più che a vergogna è dato.
     Così con corso pieno e ruïnoso
     Se è un barone e l’altro riscontrato.
     Cadde Grandonio; ed or pensar vi lasso
     Alla caduta qual fu quel fraccasso.

5   Levosse un grido tanto smisurato,
     Che par che ’l mondo avampi e il cel ruini.
     Ciascun ch’è sopra a’ palchi, è in piè levato,
     E cridan tutti, grandi e piccolini.
     Ogni om quanto più può s’è là pressato.
     Stanno smariti molto i Saracini;
     L’imperator, che in terra il pagan vede,
     Vedendol steso a gli occhi soi non crede.

6   Nella caduta che fece il gigante,
     Perché egli uscì d’arcion dal lato manco,
     Quella ferita ch’egli ebbe davante,
     Quando scontrosse col marchese franco,
     Tanto s’aperse, che questo africante
     Rimase in terra tramortito e bianco,
     Sprizzando il sangue fuor con tanta vena,
     Che una fontana più d’acqua non mena.

7   Chi dice che la botta valorosa
     De Astolfo il fece, ed a lui dànno il lodo.
     Altri pur dice il ver, come è la cosa.
     Chi sì, chi no, ciascun parla a suo modo.
     Fu via portato in pena dolorosa
     Il re Grandonio; il qual, sì com’io odo,
     Occise Astolfo al fin per tal ferita,
     Benché ancor lui quel dì lasciò la vita.

8   Stavasi Astolfo nel rengo vincente,
     Ed a se stesso non lo credea quasi.
     Eraci ancor della pagana gente
     Duo cavallier solamente rimasi,
     Di re figlioli, e ciascadun valente,
     Giasarte il bruno e ’l biondo Pilïasi.
     Il padre de Giasarte avea acquistata
     Tutta l’Arabia per forza de spata.

9   Ma quel de Pilïasi la Rossìa
     Tutta avea presa, e sotto Tramontana
     Tenea gran parte de la Tartaria,
     E confinava al fiume della Tana.
     Or, per non far più longa diceria,
     Sol questi duo della fede pagana
     Giostrorno con Astolfo, e in breve dire
     L’un dopo l’altro per terra fe’ gire.

10 In questo un messo venne al conte Gano,
     Dicendo che Grandonio era abbattuto.
     Lui creder non può mai che quel pagano
     Sia per Astolfo alla terra caduto;
     Anci pur stima e rendesi certano,
     Che qualche caso strano intervenuto
     A quel gigante, fuor d’ogni pensata,
     Sia stato la cagion di tal cascata.

11 Onde se pensa lui mo d’acquistare
     Di quella giostra il trïonfale onore;
     E per voler più bella mostra fare,
     Con pompa grande e con molto valore,
     Undeci conti seco fece armare,
     Ché di sua casa n’avea tratto il fiore.
     Va nanti a Carlo, e con parlar gagliardo
     Fa molta scusa del suo gionger tardo.

12 O sì o no che Carlo l’accettasse,
     Io nol so dir; pur gli fe’ bona ciera.
     Parme che Gano ad Astolfo mandasse;
     Poi che non gli è pagano alla frontera,
     Che la giostra tra lor se terminasse;
     Perché, essendo valente come egli era,
     Dovea agradir quante più gente vano
     A riscontrarlo, per gettarli al piano.

13 Astolfo, che è parlante di natura,
     Diceva al messo: - Va, rispondi a Gano:
     Tra un Saracino e lui non pongo cura,
     Ché sempre il stimai peggio che pagano,
     De Dio nimico e d’ogni creatura,
     Traditor, falso, eretico e villano.
     Venga a sua posta, ch’io il stimo assai meno
     Che un sacconaccio di letame pieno. -

14 Il conte Gano che ode quella ingiuria,
     Nulla risponde; ma tutto fellone
     Verso de Astolfo se ne va con furia;
     E fra se stesso diceva: "Giottone!
     Io te farò di zanze aver penuria."
     Ben se crede gettarlo dello arcione,
     Perché ciò far non gli era cosa nova,
     Ed altre volte avea fatto la prova.

15 Or non andò come si crede il fatto:
     Gano le spalle alla terra mettia.
     Macario dopo lui si mosse ratto,
     E fe’, cadendo, a Gano compagnia.
     - Potrebbe fare Iddio, che questo matto -
     Diceva Pinabello - a cotal via
     Vergogna tutta casa di Magancia? -
     Così dicendo arresta la sua lancia.

16 Questo ancor cadde con molta tempesta.
     Non dimandar se Astolfo si dimena,
     Forte gridando: - Maledetta gesta,
     Tutti alla fila vi getto a l’arena. -
     Conte Smiriglio una grossa asta arresta,
     Ma Astolfo il trabuccò con tanta pena,
     Che fo portato per piede e per mano.
     Oh quanto se lamenta il conte Gano!

17 Questo surgendo, diceva Falcone:
     - Ha la fortuna in sé tanta nequizia?
     Può farlo il celo che questo buffone
     Oggi ce abbatta tutti con tristizia? -
     Nascosamente sopra dello arcione
     Legar si fece con molta malizia,
     E poi ne viene Astolfo a ritrovare:
     Legato è in sella, e già non può cascare.

18 Proprio alla vista il duca l’incontrava,
     Ed hallo in tal maniera sbarattato,
     Che ora da un canto, or da l’altro pigava,
     Sì come al tutto de vita passato.
     Ogni omo attende se per terra andava.
     Alcun se avidde che gli era legato,
     Unde levosse subito il rumore:
     - Dàgli, ché gli è legato il traditore. -

19 Fu via menato con molta vergogna
     De tutti e suoi, e con suo gran tormento.
     Non vi vo’ dir se ’l conte Gano agogna.
     Astolfo crida con molto ardimento:
     - Venga chi vôl ch’io gli gratti la rogna,
     E legase pur ben, ch’io son contento;
     Perché legato, senza alcuna briga,
     Meglio che sciolto, il paccio si castiga. -

20 Anselmo della Ripa, il falso conte,
     Nella sua mente avea fatto pensieri
     Di vendicarse a inganno di tante onte:
     Che, come Astolfo colpisce primeri,
     Esso improviso riscontrarlo a fronte.
     A lui davanti va il conte Raineri,
     Quel di Altafoglia; Anselmo, gli è di spalle:
     Credese ben mandare Astolfo a valle.

21 Astolfo con Raineri è riscontrato.
     A gambe aperte il trasse dello arcione;
     E non essendo ancor ben rassettato
     Pel colpo fatto, sì come è ragione,
     Anselmo de improviso l’ha trovato,
     Con falso inganno e molta tradigione,
     Avvengaché sì fece quel malvaso,
     Che non apparve voluntà, ma caso.

22 Nulla di manco Astolfo andò pur gioso;
     Sopra la sabbia distese la schena.
     Pensati voi se ne fo doloroso:
     Ché, come in piedi fu dricciato apena,
     Trasse la spada irato e disdegnoso,
     E quella intorno fulminando mena
     Contra di Gano e di tutta sua gesta.
     Gionse a Grifone, e dàgli in su la testa.

23 Da morte il campò l’elmo acciarino.
     Or se comincia una gran ciuffa in piaccia,
     Perché Gaino, Macario ed Ugolino
     Adosso a Astolfo con l’arme se caccia.
     Ma il duca Naimo, Ricardo e Turpino
     Di darli aiuto ciascun se procaccia;
     Di qua, di là se ingrossa più la gente.
     Gionse il re Carlo a questo inconveniente,

24 Dando gran bastonate a questo e quello,
     Che a più di trenta ne ruppe la testa.
     - Chi fu quel traditor, chi fu il ribello,
     Che avuto ha ardir a sturbar la mia festa? -
     Volta il corsiero in mezzo a quel trapello,
     Né di menar per questo il baron resta.
     Ciascun fa largo a l’alto imperatore,
     O li fugge davanti, o fagli onore.

25 Dicea lui a Gano: - Ahimè! che cosa è questa? -
     Dicea ad Astolfo: - Or diessi così fare? -
     Ma quel Grifon che avea rotta la testa,
     Se andò davanti a Carlo a ingenocchiare,
     E con voce angosciosa, alta e molesta,
     - Iustizia! - forte comincia a cridare
     - Iustizia, segnor mio, magno e preziato,
     Ch’io sono in tua presenzia assassinato.

26 Sappi, segnor, da tutta questa gente,
     Ch’io te ne prego, come il fatto è andato;
     E, stu ritrovi che primeramente
     Fosse lo Anglese da mi molestato,
     Chiamomi il torto, e stommi pacïente:
     Su questa piazza voglio esser squartato.
     Ma se il contrario sua ragione agreva,
     Fa che ritorni il male onde se leva. -

27 Astolfo era per ira in tanto errore,
     Che non stima de Carlo la presenza;
     Anci diceva: - Falso traditore,
     Che sei ben nato da quella semenza!
     Io te trarò del petto fora il core,
     In prima che de qui facciam partenza. -
     Dicea Grifone a lui: - Temote poco,
     Quando seremo fuor di questo loco.

28 Ma qui me sottometto alla ragione,
     Per non far disonore al segnor mio. -
     Segue il duca dicendo: - Can felone,
     Ladro, ribaldo, maledetto e rio. -
     Turbosse ne la faccia il re Carlone,
     Dicendo: - Astolfo, per lo vero Iddio,
     Se non te adusi a parlar più cortese,
     Farotte costumato alle tue spese. -

29 Astolfo al re non attende de niente,
     Sempre parlando con più vilania,
     Come colui che offeso è veramente,
     Avvengaché altri ciò non intendia.
     Eccoti Anselmo, il conte fraudolente,
     Per mala sorte inanti gli venìa.
     Più non se puote Astolfo contenire,
     Ma con la spada quel corse a ferire.

30 E certamente ben l’arebbe morto,
     Se non l’avesse il re Carlo diffeso.
     Or dà ciascuno ad Astolfo gran torto,
     E volse lo imperier ch’el fusse preso,
     E subito al castello a furia scorto.
     Nella pregion portato fu di peso,
     Dove di sua paccìa buon frutto tolse,
     Perché vi stette assai più che non volse.

31 Or lasciamo star lui, poi che sta bene
     A rispetto de’ tre altri inamorati,
     Che senton per Angelica tal pene,
     Né giorno o notte son mai riposati.
     Ciascun di lor diverso camin tiene,
     E già son tutti in Ardena arivati.
     Prima vi giunse il principe gagliardo,
     Mercè de’ sproni del destrier Bagliardo.

32 Dentro alla selva il barone amoroso
     Guardando intorno se mette a cercare:
     Vede un boschetto d’arboselli ombroso,
     Che in cerchio ha un fiumicel con onde chiare.
     Preso alla vista del loco zoioso,
     In quel subitamente ebbe ad intrare,
     Dove nel mezo vide una fontana,
     Non fabricata mai per arte umana.

33 Questa fontana tutta è lavorata
     De un alabastro candido e polito,
     E d’ôr sì riccamente era adornata,
     Che rendea lume nel prato fiorito.
     Merlin fu quel che l’ebbe edificata,
     Perché Tristano, il cavalliero ardito,
     Bevendo a quella lasci la regina,
     Che fu cagione al fin di sua ruina.

34 Tristano isventurato, per sciagura
     A quella fonte mai non è arivato,
     Benché più volte andasse alla ventura,
     E quel paese tutto abbia cercato.
     Questa fontana avea cotal natura,
     Che ciascun cavalliero inamorato,
     Bevendo a quella, amor da sé cacciava,
     Avendo in odio quella che egli amava.

35 Era il sole alto e il giorno molto caldo,
     Quando fu giunto alla fiorita riva
     Pien di sudore il principe Ranaldo;
     Ed invitato da quell’acqua viva
     Del suo Baiardo dismonta di saldo,
     E de sete e de amor tutto se priva;
     Perché, bevendo quel freddo liquore,
     Cangiosse tutto l’amoroso core.

36 E seco stesso pensa la viltade
     Che sia a seguire una cosa sì vana;
     Né aprezia tanto più quella beltade,
     Ch’egli estimava prima più che umana,
     Anci del tutto del pensier li cade;
     Tanto è la forza de quella acqua strana!
     E tanto nel voler se tramutava,
     Che già del tutto Angelica odïava.

37 Fuor della selva con la mente altiera
     Ritorna quel guerrer senza paura.
     Così pensoso, gionse a una riviera
     De un’acqua viva, cristallina e pura.
     Tutti li fior che mostra primavera,
     Avea quivi depinto la natura;
     E faceano ombra sopra a quella riva
     Un faggio, un pino ed una verde oliva.

38 Questa era la rivera dello amore.
     Già non avea Merlin questa incantata;
     Ma per la sua natura quel liquore
     Torna la mente incesa e inamorata.
     Più cavallieri antiqui per errore
     Quella unda maledetta avean gustata;
     Non la gustò Ranaldo, come odete,
     Però che al fonte se ha tratto la sete.

39 Mosso dal loco, il cavalier gagliardo
     Destina quivi alquanto riposare;
     E tratto il freno al suo destrier Bagliardo,
     Pascendo intorno al prato il lascia andare.
     Esso alla ripa senz’altro riguardo
     Nella fresca ombra s’ebbe adormentare.
     Dorme il barone, e nulla se sentiva;
     Ecco ventura che sopra gli ariva.

40 Angelica, dapoi che fu partita
     Dalla battaglia orribile ed acerba,
     Gionse a quel fiume, e la sete la invita
     Di bere alquanto, e dismonta ne l’erba.
     Or nova cosa che averite odita!
     Ché Amor vôl castigar questa superba.
     Veggendo quel baron nei fior disteso,
     Fu il cor di lei subitamente acceso.

41 Nel pino atacca il bianco palafreno,
     E verso di Ranaldo se avicina.
     Guardando il cavallier tutta vien meno,
     Né sa pigliar partito la meschina.
     Era dintorno al prato tutto pieno
     Di bianchi gigli e di rose di spina;
     Queste disfoglia, ed empie ambo le mano,
     E danne in viso al sir de Montealbano.

42 Pur presto si è Ranaldo disvegliato,
     E la donzella ha sopra a sé veduta,
     Che salutando l’ha molto onorato.
     Lui ne la faccia subito se muta,
     E prestamente nello arcion montato
     Il parlar dolce di colei rifiuta.
     Fugge nel bosco per gli arbori spesso:
     Lei monta il palafreno e segue apresso.

43 E seguitando drieto li ragiona:
     - Ahi franco cavalier, non me fuggire!
     Ché t’amo assai più che la mia persona,
     E tu per guidardon me fai morire!
     Già non sono io Ginamo di Baiona,
     Che nella selva ti venne assalire,
     Non son Macario, o Gaino il traditore;
     Anci odio tutti questi per tuo amore.

44 Io te amo più che la mia vita assai,
     E tu me fuggi tanto disdignoso?
     Vòltati almanco, e guarda quel che fai,
     Se ’l viso mio ti die’ far pauroso,
     Che con tanta ruina te ne vai
     Per questo loco oscuro e periglioso.
     Deh tempra il strabuccato tuo fuggire!
     Contenta son più tarda a te seguire.

45 Che se per mia cagion qualche sciagura
     Te intravenisse, o pur al tuo destriero,
     Serìa mia vita sempre acerba e dura,
     Se sempre viver mi fosse mistiero.
     Deh volta un poco indrieto, e poni cura
     Da cui tu fuggi, o franco cavalliero!
     Non merta la mia etade esser fuggita,
     Anci, quando io fuggessi, esser seguìta. -

46 Queste e molte altre più dolci parole
     La damigella va gettando invano.
     Bagliardo fuor del bosco par che vole,
     Ed escegli de vista per quel piano.
     Or chi saprà mai dir come si dole
     La meschinella e batte mano a mano?
     Dirottamente piange, e con mal fiele
     Chiama le stelle, il sole e il cel crudele.

47 Ma chiama più Ranaldo crudel molto,
     Parlando in voce colma di pietate.
     "Chi avria creduto mai che quel bel volto -
     Dicea lei - fosse senza umanitate?
     Già non me ha il cor amor fatto sì stolto
     Ch’io non cognosca che mia qualitate
     Non se convene a Ranaldo pregiato;
     Pur non die’ sdegnar lui de essere amato.

48 Or non doveva almanco comportare
     Ch’io il potessi vedere in viso un poco,
     Ché forse alquanto potea mitigare,
     A lui mirando, lo amoroso foco?
     Ben vedo che a ragion nol debbo amare;
     Ma dove è amor, ragion non trova loco,
     Per che crudel, villano e duro il chiamo;
     Ma sia quel che si vôle, io così l’amo."

49 E così lamentando ebbe voltata
     Verso il faggio la vista lacrimosa:
     - Beati fior, - dicendo - erba beata,
     Che toccasti la faccia grazïosa,
     Quanta invidia vi porto a questa fiata!
     Oh quanto è vostra sorte aventurosa
     Più della mia! Che mo torria a morire,
     Se sopra lui me dovesse venire. -

50 Con tal parole il bianco palafreno
     Dismonta al prato la donzella vaga,
     E dove giacque Ranaldo sereno,
     Bacia quelle erbe e di pianger se appaga,
     Così stimando il gran foco far meno;
     Ma più se accende l’amorosa piaga.
     A lei pur par che manco doglia senta
     Stando in quel loco, ed ivi se adormenta.

51 Segnori, io so che vi meravigliati
     Che ’l re Gradasso non sia gionto ancora
     In tanto tempo; ma vo’ che sappiati
     Che più tre giorni non faran dimora.
     Già sono in Spagna i navigli arrivati.
     Ma non vo’ ragionar de esso per ora,
     Ché prima vo’ contar ciò che è avvenuto
     De’ nostri erranti, e pria de Feraguto.

52 Il giovanetto per quel bosco andava,
     Acceso nella mente a dismisura;
     Amore ed ira il petto gli infiammava.
     Lui più sua vita una paglia non cura,
     Se quella bella donna non trovava,
     O l’Argalia dalla forte armatura;
     Ché assai sua pena gli era men dispetta,
     Quando con lui potesse far vendetta.

53 E cavalcando con questo pensiero,
     Guardandose de intorno tuttavia,
     Vede dormire a l’ombra un cavalliero,
     E ben cognosce ch’egli è l’Argalia.
     Ad un faggio è legato il suo destriero.
     Feragù prestamente il dissolvia,
     Indi con fronde lo batte e minaccia,
     E per la selva in abandono il caccia.

54 E poi fu presto in terra dismontato,
     E sotto un verde lauro ben se assetta,
     Al quale aveva il suo destrier legato,
     E che Argalia se svegli, attento aspetta;
     Avvengaché quello animo infiammato
     Male indugiava a far la sua vendetta;
     Ma pur tra sé la collera rodìa,
     Parendoli il svegliarlo vilania.

55 Ma in poco d’ora quel guerrer fu desto,
     E vede che fuggito è il suo destriero.
     Ora pensati quanto gli è molesto,
     Poi che de andare a piè gli era mestiero.
     Ma Feraguto a levarse fu presto,
     E disse: - Non pensare, o cavalliero,
     Ché qui convien morire o tu, o io:
     Di quei che campa serà il destrier mio.

56 Lo tuo disciolsi per tuorti speranza
     Di potere altra volta via fuggire;
     Sì che col petto mostra tua possanza,
     Ché nelle spalle non dimora ardire.
     Tu me fuggesti e facesti mancanza,
     Ma ben mi spero fartene pentire.
     Esser gagliardo e diffenderti bene,
     Se non, lassar la vita te conviene. -

57 Diceva l’Argalia: - Scusa non faccio,
     Che ’l mio fuggir non fosse mancamento;
     Ma questa man ti giuro, e questo braccio,
     E questo cor che nel petto mi sento,
     Ch’io non fuggiti per battaglia saccio,
     Né doglia, né stracchezza, né spavento,
     Ma sol me ne fuggiti oltra al dovere
     Per far a mia sorella quel piacere.

58 Sì che prendila pur come ti piace,
     Che a te sono io bastante in ogni lato.
     Sia a tuo piacere la guerra e la pace,
     Che sai ben che altra volta io te ho anasato. -
     Così parlava il giovanetto audace;
     Ma Feraguto non è dimorato,
     Forte cridando con voce de ardire:
     - Da me ti guarda! - e vennelo a ferire.

59 L’un contra l’altro de’ baron se mosse,
     Con forza grande e molta maistria.
     Il menar delle spade e le percosse
     Presso che un miglio nel bosco se odìa.
     Or l’Argalia nel salto se riscosse,
     Con la spada alta quanto più potia,
     Fra sé dicendo: "Io nol posso ferire,
     Ma tramortito a terra il farò gire."

60 Menando il colpo l’Argalia minaccia,
     Che certamente l’averia stordito;
     Ma Feraguto adosso a lui se caccia,
     E l’un con l’altro presto fu gremito.
     Più forte è lo Argalia molto di braccia,
     Più destro è Feraguto e più espedito.
     Or alla fin, non pur così di botto,
     Feragù l’Argalia messe di sotto.

61 Ma come quel che avea possanza molta,
     Tenendo Feragù forte abracciato
     Così per terra di sopra se volta,
     Battelo in fronte col guanto ferrato.
     Ma Feragù la daga avea in man tolta,
     E sotto al loco dove non è armato,
     Per l’anguinaglia li passò al gallone.
     Ah, Dio del cel, che gran compassïone!

62 Ché se quel giovanetto aveva vita,
     Non serìa stata persona più franca,
     Né di tal forza, né cotanto ardita:
     Altro che nostra Fede a quel non manca.
     Or vede lui che sua vita ne è gita;
     E con voce angosciosa e molto stanca
     Rivolto a Feragù disse: - Un sol dono
     Voglio da te, dapoi che morto sono.

63 Ciò te dimando per cavalleria:
     Baron cortese, non me lo negare!
     Che me con tutta l’armatura mia
     Dentro d’un fiume tu debbi gettare,
     Perché io son certo che poi si diria,
     Quando altro avesse queste arme a provare:
     Vil cavallier fu questo e senza ardire,
     Che così armato se lasciò morire. -

64 Piangea con tal pietate Feraguto,
     Che parea un giaccio posto al caldo sole,
     E disse a l’Argalia: - Baron compiuto,
     Sappialo Iddio di te quanto mi dole.
     Il caso doloroso è intravenuto:
     Sia quel che ’l celo e la fortuna vôle.
     Io feci questa guerra sol per gloria:
     Non tua morte cercai, ma mia vittoria.

65 Ma ben di questo te faccio contento:
     A te prometto sopra la mia Fede,
     Che andarà il tuo volere a compimento,
     E se altro posso far, comanda e chiede.
     Ma perch’io sono in mezo al tenimento
     De’ Cristïani, come ciascun vede,
     E sto in periglio, s’io son cognosciuto,
     Baron, ti prego, dammi questo aiuto.

66 Per quattro giorni l’elmo tuo mi presta,
     Che poi lo gettarò senza mentire. -
     Lo Argalia già morendo alcia la testa,
     E parve alla dimanda consentire.
     Qui stette Ferragù ne la foresta
     Sin che quello ebbe sua vita a finire;
     E poi che vide che al tutto era morto,
     In braccio il prende quel barone acorto.

67 Subito il capo gli ebbe disarmato,
     Tuttor piangendo, l’ardito guerrero:
     E lui quello elmo in testa se ha allacciato,
     Troncando prima via tutto il cimero.
     E poi che sopra al caval fu montato,
     Col morto in braccio va per un sentiero
     Che dritto alla fiumana il conducia;
     A quella giunto, getta l’Argalia.

68 E stato un poco quivi a rimirare,
     Pensoso per la ripa se è aviato.
     Or vogliovi de Orlando racontare,
     Che quel deserto tutto avea cercato,
     E non poteva Angelica trovare;
     Ma crucioso oltra modo e disperato,
     E biastemando la fortuna fella,
     Apunto giunse dove è la donzella.

69 La qual dormiva in atto tanto adorno,
     Che pensar non si può, non che io lo scriva.
     Parea che l’erba a lei fiorisse intorno,
     E de amor ragionasse quella riva.
     Quante sono ora belle, e quante fôrno
     Nel tempo che bellezza più fioriva,
     Tal sarebbon con lei, qual esser suole
     L’altre stelle a Dïana, o lei col sole.

70 Il conte stava sì attento a mirarla,
     Che sembrava omo de vita diviso,
     E non attenta ponto di svegliarla;
     Ma fiso riguardando nel bel viso
     In bassa voce con se stesso parla:
     "Sono ora quivi, o sono in paradiso?
     Io pur la vedo, e non è ver nïente,
     Però ch’io sogno e dormo veramente."

71 Così mirando quella se diletta
     Il franco conte, ragionando in vano.
     Oh quanto sé a battaglia meglio assetta
     Che d’amar donne quel baron soprano!
     Perché qualunche ha tempo, e tempo aspetta,
     Spesso se trova vota aver la mano:
     Come al presente a lui venne a incontrare,
     Che perse un gran piacer per aspettare.

72 Però che Feraguto caminando
     Dietro alla riva in sul prato giongia,
     E quando quivi vede il conte Orlando,
     Avvengaché per lui nol cognoscia,
     Assai fra sé si vien meravigliando.
     Poi vede la donzella che dormia:
     Ben prestamente l’ebbe cognosciuta;
     Tutto nel viso e nel pensier se muta.

73 Certo se crede lui, senza mancanza,
     Che ’l cavallier se stia lì per guardarla;
     Unde con voce di molta arroganza,
     A lui rivolto, subito gli parla:
     - Questa prima fu mia che la tua manza,
     Però delibra al tutto de lasciarla.
     Lasciar la dama o la vita con pene,
     O a mi tuorla al tutto ti conviene. -

74 Orlando che nel petto se rodìa
     Vedendo sua ventura disturbare,
     Dicea: - Deh! cavallier, va alla tua via,
     E non voler del mal giorno cercare,
     Perché io te giuro per la fede mia,
     Che mai alcun non volsi ingiurïare,
     Ma il tuo star qui me offende tanto forte,
     Che forza mi serà darti la morte. -

75 - O tu, o io si converrà partire,
     Per quel ch’io odo, adunque, d’esto loco;
     Ma io te acerto ch’io non me vuo’ gire,
     E tu non li potrai star più sì poco,
     Che te farò sì forte sbigotire,
     Che se dinanzi ti trovasti un foco,
     Dentro da quel serai da me fuggito. -
     Così parlava Feraguto ardito.

76 Il conte se è turbato oltra misura,
     E nel viso di sangue se è avampato.
     - Io sono Orlando, e non aggio paura
     Se ’l mondo fosse tutto quanto armato;
     E di te tengo così poca cura
     Come de un fanciullino adesso nato,
     Vil ribaldello, figlio de puttana! -
     Così dicendo trasse Durindana.

77 Or se incomincia la maggior battaglia
     Che mai più fosse tra duo cavallieri.
     L’arme de’ duo baroni a maglia a maglia
     Cadean troncate da quei brandi fieri.
     Ciascun presto spacciarse si travaglia,
     Perché vedean che li facea mistieri;
     Ché, come la fanciulla se svegliava,
     Sua forza in vano poi se adoperava.

78 Ma in questo tempo se fu risentita
     La damigella da il viso sereno;
     E grandemente se fu sbigotita,
     Veggendo il prato de arme tutto pieno,
     E la battaglia orribile e infinita.
     Subitamente piglia il palafreno,
     E via fuggendo va per la foresta.
     Alora Orlando de ferir se arresta.

79 E dice: - Cavallier, per cortesia
     Indugia la battaglia nel presente,
     E lasciami seguir la dama mia,
     Ch’io ti serò tenuto al mio vivente;
     E certo io stimo che sia gran folìa
     Far cotal guerra insieme per nïente.
     Colei ne è gita, che ci fa ferire:
     Lascia, per Dio! ch’io la possa seguire. -

80 - Non, non, - rispose crollando la testa
     Lo ardito Ferragù - non gli pensare.
     Stu vôi che la battaglia tra nui resta,
     Convienti quella dama abandonare.
     Io te fo certo che in questa foresta
     Un sol de noi la converrà cercare;
     E s’io te vinco, serà mio mestiero:
     Se tu me occidi, a te lascio il pensiero. -

81 - Poco vantaggio avrai de questa ciuffa, -
     Rispose Orlando - per lo Dio beato! -
     Ora se fece la crudel baruffa,
     Come ne l’altro canto avrò contato:
     Vedrete come l’un l’altro ribuffa.
     Più che mai fosse, Orlando era turbato;
     Di Feraguto non dico nïente,
     Che mai non fu senza ira al suo vivente.