Orlando innamorato/Libro primo/Canto ventesimosecondo

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Libro primo

Canto ventesimosecondo

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Libro primo - Canto ventesimoprimo Libro primo - Canto ventesimoterzo

 
1   Erano entrati alla gran selva folta
     Quei tre, come di sopra io vi contai:
     Ciascun, dintorno remirando, ascolta
     Se Fiordelisa sentisse giamai,
     Che fo dal rio palmier dormendo tolta;
     E di lei ragionando io ve lasciai,
     Che essendo in braccio a quel palmier villano
     Cridava aiuto adimandando in vano.

2   Brandimarte il suo drudo allor non vi era,
     Che gli potesse soccorso donare;
     Anci era travagliato in tal maniera,
     Che per se stesso avea troppo che fare;
     Perché in quel tempo alla battaglia fera
     Con quei giganti prese a contrastare,
     Con Ranchera e Marfusto ed Oridante,
     Come io ve dissi nel cantar davante.

3   Senza soccorso, adunque, la meschina
     Empìa de pianti la selva dintorno,
     Né mai de aiuto chieder se rafina,
     Battendosi con mano il viso adorno.
     Via la portava il vecchio a gran ruina
     Sempre temendo averne onta e gran scorno,
     Né mai sua mente al tutto ebbe sicura
     Sin che fu gionto ad una tomba scura.

4   Nel sasso entrava quel falso vecchione,
     Cridando la donzella ad alta voce.
     Lui ha ben ferma e certa opinïone
     Di sfocar quel disio che il cor gli coce;
     Ma ne la tomba alor stava un leone
     Ismisurato, orribile e feroce;
     Il quale, odendo il crido e gran rumore,
     Uscì fremendo con molto furore.

5   Come lo vide il vecchio fuora uscire,
     Non domandati se egli ebbe paura;
     Pallido in faccia se pose a fuggire,
     Lasciando quella bella creatura,
     Che di spavento credette morire;
     Ma, come volse sua bona ventura,
     Lasciolla quel leone, e via passava,
     Seguendo il vecchio che fuggendo andava.

6   Lui gionse il vecchio, che al bosco fuggiva,
     E tutto quanto l’ebbe a dissipare.
     La dama non restò morta né viva,
     Né di paura sa quel che si fare;
     Pur così quatta per la verde riva
     Nascosamente prese a caminare,
     E già callato avendo il monte al piano
     Ritrovò uno omo contrafatto e strano.

7   Questo era grande e quasi era gigante,
     Con lunga barba e gran capigliatura,
     Tutto peloso dal capo alle piante:
     Non fu mai visto più sozza figura.
     Per scudo una gran scorza avia davante,
     E una mazza ponderosa e dura;
     Non avea voce de omo né intelletto:
     Salvatico era tutto il maladetto.

8   Come la dama riscontrò nel prato,
     Presela in braccio; e, caminando forte,
     Ad una quercia che era lì da lato,
     La legò stretta con rame ritorte.
     Poi là vicino a l’erba fu colcato,
     Mirando lei, che ognior chiedea la morte;
     Lei chiedendo morir sempre piangea,
     Ma questo omo bestial non la intendea.

9   Lasciamo il dir di quella sventurata,
     Che de l’un male in l’altro era caduta;
     Ella di stroppe alla quercia è legata,
     E sol piangendo il suo dolore aiuta.
     Ora ascoltati de l’altra brigata,
     Che per cercarla al bosco era venuta:
     Orlando e Brandimarte e la donzella
     Per lor campata da fortuna fella.

10 In croppa la portava il conte Orlando,
     E dolcemente la prese a pregare
     Che gli contasse, così caminando,
     Quel che promesso avea di ragionare.
     Lei, prima leggermente sospirando,
     Disse: - D’ognor che senti racontare
     De alcun vecchio marito beffa nova,
     Tientela certa, e non chieder più prova.

11 Perché tante ne son fatte nel mondo,
     Strane e diverse, come aggio sentito,
     Che per vergogna già non me nascondo
     Se anch’io ne feci un’altra al mio marito;
     Anci mi torna l’animo iocondo
     D’ognor ch’io mi ramento a qual partito
     Fo da me scorto quel vecchio canuto,
     Che sì scaltrito al mondo era tenuto.

12 Sì come alla fontana io te contai,
     Quel vecchio di me fece il male acquisto;
     Il celo e la fortuna biastemai,
     Ma ad esso assai toccava esser più tristo,
     Ché ne dovea sentire eterni guai,
     Né fu dal suo gran senno assai provvisto
     A prender me fanciulla, essendo veglio;
     Che tuorla antica o star senza era meglio.

13 Lui me condusse con solenne cura,
     Con pompa e con trionfo glorïoso,
     Ad una rocca che ha nome Altamura,
     Dove il suo gran tesor stava nascoso.
     Di quel che gli intravenne ebbe paura,
     Né ancor vista m’avea, che era zeloso;
     Però me pose dentro a quel girone,
     Intro una ciambra, peggio che pregione.

14 Là mi stavo io, de ogni diletto priva,
     E campi e la marina a riguardare,
     Perché la torre è posta in su la riva
     D’una spiaggia deserta, a lato al mare:
     Non vi puotria salir persona viva
     Che non avesse l’ale da volare,
     E sol da un lato a quel castello altiero
     Salir se puote per stretto sentiero.

15 Ha sette cinte e sempre nova intrata
     Per sette torrïoni e sette porte,
     Ciascuna piccoletta e ben ferrata.
     Dentro a questo giron cotanto forte
     Fo’ io piacevolmente impregionata,
     Sempre chiamando, e notte e giorno, morte;
     Né altro speravo che desse mai fine
     Al mio dolore e a mie pene meschine.

16 Di zoie e de oro e de ogni altro diletto
     Ero io fornita troppo a dismisura,
     Fuor de il piacer che si prende nel letto,
     Del quale avea più brama e maggior cura;
     E il vecchio, che avea ben de ciò sospetto,
     Sempre tenea le chiave alla cintura,
     Ed era sì zeloso divenuto,
     Che avendol visto non serìa creduto.

17 Perciò che sempre che alla torre entrava,
     Le pulice scotea del vestimento,
     E tutte fuor de l’uscio le cacciava;
     Né stava per quel dì più mai contento,
     Se una mosca con meco ritrovava;
     Anzi diceva con molto tormento:
     È femina, over maschio questa mosca?
     Non la tenire, o fa ch’io la cognosca.

18 Mentre ch’io stavo da tanto sospetto
     Sempre guardata e non sperando aiuto,
     Ordauro, quel legiadro giovanetto,
     Più volte a quella rocca era venuto,
     E fatto ogni arte e prova; ed in effetto
     Altro mai che il castel non ha veduto;
     Ma Amor, che mai non è senza speranza,
     Con novo antiveder li die’ baldanza.

19 Egli era ricco di molto tesoro,
     Ché senza quel non val senno un lupino;
     Onde con molto argento e con molto oro
     Fe’ comprare un palagio in quel confino
     Dove me tenìa chiusa il barbasoro,
     E manco de due miglia era vicino.
     Non dimandati mo se al mio marito
     Crebbe sospetto, e se fu sbigotito.

20 Esso temea del vento che soffiava,
     E del sol che lucea da quella parte,
     Dove Ordauro al presente dimorava;
     E con gran cura, diligenzia ed arte
     Ogni picciol pertugio vi serrava,
     Né mai d’intorno dal giron se parte;
     E se un occello o nebbia nel ciel vede,
     Che quel sia Ordauro fermamente crede.

21 Ogni volta salia con molto affanno
     Sopra alla torre, e trovandomi sola
     Diceva: "Io temo che me facci inganno,
     Ché non so che qua su de intorno vola.
     Io ben comprendo la vergogna e il danno,
     E non ardisco a dirne una parola:
     Ché oggi ciascun che ha riguardo al suo fatto,
     Nome ha zeloso, ed è stimato un matto."

22 Così diceva; e poi che era partito,
     Rodendo andava intorno a quel rivaggio;
     E per spiare ancor tal volta è gito
     Dove abitava Ordauro al bel palaggio;
     E a lui diceva: "Quel riman schernito,
     Che più stima sapere ed esser saggio.
     Se una vien còlta, non te ne fidare,
     Ché l’ultima per tutte può pagare."

23 Queste parole e molte altre dicia
     Sempre fra denti, con voce orgogliosa.
     Ordauro al suo parlar non attendia,
     Ma con mente scaltrita ed amorosa
     Sotto la terra avea fatto una via,
     A ciascuno altro incognita e nascosa.
     Per una tomba chiusa intorno e scura
     Gionse una notte dentro ad Altamura.

24 E benché egli arivasse d’improviso,
     Ch’io non stimavo quella cosa mai,
     Io il ricevetti ben con meglior viso
     Ch’io non facevo Folderico assai.
     Ancora esser mi par nel paradiso,
     Quando ramento come io lo baciai,
     E come lui baciomme nella bocca;
     Quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.

25 Questo ti giuro e dico per certanza,
     Ch’io ero ancora vergine e polzella;
     Ché Folderico non avea possanza,
     Ed essendo io fanciulla e tenerella,
     Me avea gabata con menzogna e zanza,
     Dandomi intender con festa novella,
     Che sol baciando e sol toccando il petto
     De amor si dava l’ultimo diletto.

26 Alora il suo parlar vidi esser vano,
     Con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
     Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
     Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
     Sì che al principio pur mi parve strano,
     Come io avessi morduto un pomo acerbo;
     Ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
     Ch’io me disfeci e credetti morire.

27 Io credetti morir per gran dolcezza,
     Né altra cosa da poi stimai nel mondo.
     Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
     Altri esser nominato per il mondo.
     Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza
     E il viver dilettoso e star iocondo;
     Chi vôle onore o robba con affanno,
     Me non ascolti, ed abbiasene il danno.

28 Più fiate poi tornammo a questo gioco,
     E ciascun giorno più crescia il diletto;
     Ma pur il star rinchiusa in questo loco
     Mi dava estrema noia e gran dispetto;
     E il tempo del piacer sempre era poco,
     Però che quel zeloso maladetto
     Me ritornava sì ratto a vedere,
     Che spesso me sturbò di gran piacere.

29 Unde facemmo l’ultimo pensiero
     Ad ogni modo de quindi fuggire;
     Ma ciò non puotea farsi de legiero,
     Ché avea quel vecchio sì spesso a salire
     Là dove io stava nel castello altiero,
     Che non ci dava tempo di partire.
     Al fin consiglio ce donò lo amore,
     Che dona ingegno e sotigliezza al core.

30 Ordauro Folderico ebbe invitato
     Al suo palagio assai piacevolmente,
     Mostrandoli che se era maritato,
     Per trarli ogni sospeto della mente.
     Lui, da poi che ebbe il castel ben serrato,
     Ch’io non potessi uscirne per niente,
     Né sapendo di che, pur sbigotito,
     Ne andò dove era fatto il gran convito.

31 Io già prima de lui ne era venuta
     Per quella tomba sotterra nascosa,
     E d’altri panni ornata e proveduta
     Sì come io fossi la novella sposa;
     Ma come il vecchio m’ebbe qui veduta,
     Morir credette in pena dolorosa;
     E vòlto a Ordauro disse: "Ahimè tapino!
     Ché ben ciò mi stimai, per Dio divino!

32 Io non occisi già il tuo patre antico,
     Né abruciai la tua terra con roina,
     Che esser dovessi a me crudel nemico
     E far la vita mia tanto meschina.
     Ahi tristo e sventurato Folderico,
     Che sei gabato al fin da una fantina!
     Ora a mio costo vadase a impiccare
     Vecchio che ha moglie, e credela guardare."

33 Mentre che lui dicea queste parole
     De ira e de sdegno tutto quanto acceso,
     Ordauro assai de ciò con lui se dole,
     Mostrando in vista non averlo inteso;
     E giura per la luna e per il sole,
     Che egli è contra ragion da lui ripreso;
     E che per il passato e tutta via
     Gli ha fatto e falli onore e cortesia.

34 Cridava il vecchio ognior più disperato:
     "Questa è la cortesia! questo è l’onore!
     Tu m’hai mia moglie, mio tesor robbato,
     E poi, per darmi tormento maggiore,
     M’hai ad inganno in tua casa menato,
     Ladro, ribaldo, falso, traditore,
     Perch’io veda il mio danno a compimento
     E la mia onta, e mora di tormento."

35 Ordauro se mostrava stupefatto,
     Dicendo: "O Dio, che reggi il cel sereno,
     Come hai costui de l’intelletto tratto,
     Che fu de tal prudenza e senno pieno?
     Or de ogni sentimento è sì disfatto,
     Come occhi non avesse, più né meno.
     Odi (diceva), Folderico, e vedi:
     Questa è mia moglie, e che sia tua credi.

36 Essa è figliola del re Manodante,
     Che signoreggia le Isole Lontane;
     Forse che in vista te inganna il sembiante,
     Perché aggio inteso che fôr due germane
     Tanto di faccia e membre simigliante,
     Che, veggendole ’l patre la dimane
     E la sua matre, che fatte le avia,
     L’una da l’altra non ricognoscia.

37 Sì che ben guarda e iudica con teco,
     Prima che a torto cotanto ti doglie,
     Perché contra al dover turbato èi meco."
     Diceva il vecchio: "Non mi vender foglie,
     Ch’io vedo pur di certo, e non son ceco,
     Che questa è veramente la mia moglie:
     Ma pur, per non parer paccio ostinato,
     Vado alla torre, e mo serò tornato.

38 E se non la riveggio in quel girone,
     Non te stimar di aver meco mai pace:
     In ogni terra, in ogni regïone
     Te perseguitarò, per Dio verace;
     Ma se io la ritrovo, per Macone
     De averti detto oltraggio mi dispiace;
     Ma fa che questa quindi non si mova
     Insin ch’io torni e vedane la prova."

39 Così dicendo, con molta tempesta,
     Trottando forte, alla torre tornava;
     Ma io, che era de lui assai più presta,
     Già dentro dalla rocca lo aspettava;
     E sopra il braccio tenendo la testa,
     Malanconosa in vista me mostrava.
     Come fu dentro ed ebbemi veduta,
     Meravigliosse e disse: "Iddio me aiuta!

40 Chi avria creduto mai tal meraviglia,
     Né che tanto potesse la natura,
     Che una germana sì l’altra somiglia
     De viso, de fazione e di statura?
     Pur nel cor gran sospetto ancor mi piglia,
     Ed ho, senza cagione, alta paura,
     Però che io credo, e certo giurarei,
     Che quella che è là giù, fosse costei."

41 Poi verso me diceva: "Io te scongiuro,
     Se mai speri aver ben che te conforte:
     Fosti oggi ancor di for da questo muro?
     Chi te condusse, e chi aperse le porte?
     Dimmi la verità, ch’io te assicuro
     Che danno non avrai, pena, né morte;
     Ma stu mentisci, ed io lo sappia mai,
     Da me non aspettare altro che guai."

42 Ora non dimandar come io giurava
     Il celo e’ soi pianeti tutti quanti:
     Quel che si fa per ben, Dio non aggrava,
     Anci ride il spergiuro degli amanti.
     Così te dico ch’io non dubitava
     Giurare e l’Alcorano e’ libri santi,
     Che dapoi ch’era intrata in quel girone
     Non era uscita per nulla stagione.

43 Lui, che più non sapea quel che se dire,
     Torna di fora, e le porte serrava.
     Io d’altra parte non stavo a dormire,
     Ma per la tomba ascosa me ne andava,
     E a nova guisa m’ebbi a rivestire.
     Quando esso gionse, e quivi mi trovava:
     "Il cel - diceva - e Dio non faria mai
     Che questa è quella che là su lasciai."

44 Così più volte in diversa maniera
     Al modo sopradetto foi mostrata,
     E sì for di sospetto il zeloso era,
     Che spesso me appellava per cognata.
     Fo dapoi cosa facile e legiera
     Indi partirsi; perché una giornata
     Ordauro a Folderico disse in breve
     Che quella aria marina è troppo greve;

45 E che non era stato una ora sano,
     Dapoi che venne quivi ad abitare;
     Sì che al giorno sequente e prossimano
     Nel suo paese volea ritornare,
     Ch’era da tre giornate indi lontano.
     Or Folderico non se fie’ pregare,
     Ma per se stesso se fo proferito
     A farce compagnia for de quel sito.

46 E con noi venne forse da sei miglia,
     E poi con fretta adietro ritornava.
     Ora io non so s’egli ebbe meraviglia,
     Quando alla rocca non me ritrovava.
     La lunga barba e le canute ciglia,
     Maledicendo il cel, tutte pelava;
     E destinato de averme o morire,
     Nostro camino se pose a seguire.

47 E non avendo possa, né ardimento
     Di levarme per forza al giovanetto,
     Veniaci dietro con gran sentimento,
     Del qual troppo era pieno il maledetto.
     Ora ciascun di noi era contento,
     Io, dico, e Ordauro, quel gentil valletto,
     Che senza altro pensier ne andamo via;
     Forse da trenta eramo in compagnia.

48 Scudieri e damiselle eran costoro,
     Tutti senza arme caminando adaggio;
     Emo la vittualia e argento ed oro
     Posto sopra gambeli al carrïaggio;
     Perché tutta la robba e il gran tesoro
     Che possedeva quel vecchio malvaggio,
     Avevamo noi tolta alla sicura,
     Là dove io venni per la tomba oscura.

49 Già la prima giornata caminando
     Aveàn passata senza impedimento;
     Ordauro meco ne venìa cantando,
     Ed avea indosso tutto il guarnimento
     Di piastre e maglia, e cento al fianco il brando;
     Ma la sua lancia e il bel scudo d’argento
     E l’elmo adorno di ricco cimero
     Gli eran portati apresso da un scudero:

50 Quando davanti, in mezo del camino,
     Scontramo un damigello in su l’arcione.
     Quel veniva cridando: "Ahimè tapino!
     Aiuto! aiuto! per lo Dio Macone";
     Ed era alle sue spalle uno assassino
     (Così sembrava in vista quel fellone);
     Correndo a tutta briglia per il piano
     Seguiva il primo con la lancia in mano.

51 Per il traverso di quel bosco ombroso
     Passarno e duo, correndo a gran flagello.
     Ordauro de natura era pietoso,
     Onde gli increbbe di quel damigello,
     E posesi a seguir senza riposo;
     Ma ciascun di color parea uno uccello,
     Ch’eran senza arme e scarchi e lor destrieri,
     Però veloci andavano e legieri.

52 Ordauro il suo ronzone avea coperto
     Di piastra e maglia, onde ebbe molto affanno:
     E per esser lui di malizia experto,
     Ebbe oltra alla fatica ancor gran danno;
     Perché, come io conobbi poi di certo,
     Sol Folderico avea fatto ad inganno
     Quel giovanetto e quel ladron venire,
     Acciò che Ordauro gli avesse a seguire.

53 E come fu da noi sì dilungato,
     Che di gran lunga più non si vedia,
     Il falso vecchio se fu dimostrato,
     Con circa a vinti armati in compagnia.
     Ciascun de’ nostri se fu spaventato,
     Chi qua chi là per lo bosco fuggia,
     Né fu chi se ponesse alle diffese,
     Onde il vecchiardo subito me prese.

54 Se io ero in quel ponto dolorosa,
     Tu lo puoi, cavallier, fra te pensare.
     Per una strata de bronchi spinosa,
     Dove altri non suolea mai caminare,
     Me conducea quel vecchio alla nascosa,
     E cento macchie ce fe’ traversare,
     Perché de Ordauro avea molta paura;
     Or noi giongemo ad una valle oscura.

55 Stata ero io presa duo giorni davanti,
     Quando giongemmo a l’ombroso vallone;
     Io non avea giamai lasciato e pianti,
     Benché me confortasse quel vechione.
     Eccote uscir del bosco tre giganti,
     Ciascuno armato e con grosso bastone;
     Un d’essi venne avanti e cridò forte:
     "Getti giù l’arme chi non vôl la morte." -

56 Stava la dama in questo ragionare
     Col conte Orlando, ed ancora seguia,
     Però che li voleva racontare,
     Come e giganti l’ebbero in balìa,
     E come il vecchio la volse aiutare;
     E lui fu morto e la sua compagnia,
     E sua ventura poi de parte in parte,
     Sin che soccorsa fu da Brandimarte;

57 Ma nova cosa che ebbe ad apparire,
     Qual sturbò il ragionar della donzella;
     Ché un cervo al verde prato vedean gire
     Pascendo intorno per l’erba novella.
     Come era vago non potrebbi io dire,
     Ché fiera non fu mai cotanto bella;
     Quel cervo è della Fata del Tesoro,
     Ambe le corne ha grande e de fino oro.

58 Lui come neve è bianco tutto quanto,
     Sei volte il giorno di corno se muta;
     Ma de pigliarlo alcun non se dà vanto,
     Se forse quella fata non lo aiuta;
     Ed essa è bella ed è ricca cotanto,
     Che omo non ama e ciascadun riffiuta;
     Ché beltate e ricchezza a ogni maniera
     Per sé ciascuna fa la donna altiera.

59 Or questo cervo pascendo ne andava,
     Quando fo visto dai duo cavallieri
     E dalla dama, che ancor ragionava.
     Brandimarte a pigliarlo ebbe in pensieri,
     Ma non già il conte, perché egli estimava
     Quelle ricchezze per cose legieri;
     E però apena li fece riguardo,
     Abenché avesse il bon destrier Baiardo.

60 Ma sopra a Brigliadoro è Brandimarte,
     Qual, come il cervo vide, in su quel ponto
     Dal conte Orlando subito se parte,
     Ché de acquistarlo avea l’animo pronto;
     Ma quello era fatato con tal arte,
     Che non l’arìa volando alcuno agionto
     Però il seguiva Brandimarte in vano
     Quel giorno tutto quanto per il piano.

61 Poiché venuta fu la notte oscura,
     Lui perse il cervo per le fronde ombrose,
     E veggendosi al fin de sua ventura,
     Poscia che ’l giorno la luce nascose,
     Vestito sì come era de armatura
     Nel verde prato a riposar se pose;
     E poi nel tempo fresco, al matutino,
     Monta il destriero e torna al suo camino.

62 Quel che poi fece con l’omo selvaggio
     Che la sua Fiordelisa avea legata,
     Nel canto che vien drieto conteraggio,
     E dirò la battaglia cominciata
     Tra Ranaldo e Grifon senza vantaggio.
     Per Dio, tornate a me, bella brigata,
     Ché volentieri ad ascoltar vi aspetto,
     Per darvi al mio cantar zoia e diletto.