Oro incenso e mirra/Il ritratto

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Il ritratto

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La città

Il palazzo era del quattrocento, bruno e solenne. Aveva i finestroni a grandi vetri riparati da tendine bianche e il portone fiancheggiato da pilastri colla catena: pareva quasi nuovo nella facciata, quasi vecchio nel cortile e nell’andito su per tutto lo scalone. La statua che ne coronava il primo plinto, mancava del braccio dritto, il sole del lucernario orlato di uno zodiaco dorato si era spento chissà da quanti anni, e i suoi ultimi raggi caduti per lo scalone erano stati forse spazzati in qualche mattina fra i calcinacci dalla scopa del portiere.

Il sarto che adesso ne disimpegnava la funzione, senza livrea e senza spada, senza mazza e senza cappellone, ignorava egli pure la storia della famiglia, dalla quale quattro secoli or sono era stato costrutto questo magnifico edifizio, ancora fortezza al pianterreno, ma avendo già del palazzo al primo piano, coll’atrio senza colonne e lo scalone pieno di statue. Il suo ultimo rappresentante, volontario fra gli eserciti del primo Napoleone, era morto nella ritirata di Mosca, ignoto ghibellino dietro la fortuna dell’ultimo Cesare.

D’allora il palazzo aveva mutato parecchi padroni conservando sempre il proprio nome: era stato affittato in molte parti e per molti usi, a magazzini e ad appartamenti, a studio di artisti e a camere ammobigliate. Persino qualche bottega si era aperta dal di fuori fra il vano di due finestre, e i granai erano diventati laboratori. Ma il palazzo sovrastando a tutte le case della strada colla sua massa bruna e marmorea manteneva sempre lo stesso aspetto aristocratico, quantunque decaduto, col portone spalancato, i lastroni dell’atrio rotti e il cortile deserto. La gente che lo abitava vi pareva estranea: infatti passavano frettolosamente, piccini, male vestiti come si usa oggi, non ricevendo da lui e non rendendogli nulla della sua grandiosità poetica o della sua poesia melanconica.

Sul cortile, all’abbaino di una soffitta, viveva un pittore.

L’abbaino tagliato nel cornicione, sebbene grande quasi quanto una finestra ordinaria, sembrava piccolo. Quando il pittore era in casa, si vedeva spesso la sua pipa sporgere dal cornicione fumando o battendo sugli spigoli con una cadenza musicale. Allora qualche strappo di canzone cadeva nel cortile, talvolta vi cadeva pure la pipa, ma essendo di radica non si rompeva. Il pittore era giovane e solo: aveva venticinque anni, era secco come la fame e vagabondo come l’ozio: ma se possedeva cinque o sei tubetti di colore e due o tre pennelli, non aveva quasi mai lavori da compiere e mai voglia di lavorare. I suoi capelli crespi si sarebbero detti di un moro, i suoi abiti logori sembravano di un altro: solo il sorriso era suo, un sorriso largo sopra dei denti bianchissimi, che gli rischiarava il volto mostrando tutta la bontà spensierata ed affettuosa del suo animo. Così, sempre allegro nella miseria, temperava di sogni le troppe crudezze della realtà: diceva di abitare per la strada non tornando quasi mai a casa che per dormire, aveva più compagni che donne, desiderava tutto senza veramente invidiare nulla. La gioventù lo sorreggeva.

Eppure la sua vita avrebbe dovuto essere infelice. Suo padre, verniciatore di qualche merito, era morto prestissimo: sua madre, rimasta vedova, dopo aver fatto di tutto per vivere bene aveva dovuto morire nel più triste abbandono all’ospedale. Egli se ne ricordava perfettamente insieme ad altre cose della mamma, secreti sospettati sino da fanciullo, indovinati da ragazzo poi risaputi giovinotto da lei stessa con quell’accorante cinismo di poveri che non nascondono più nulla perché hanno perduto ogni speranza. Ma egli resisteva. Indarno la vita quotidiana gl’insudiciava ogni giorno più quei ricordi colla propria esperienza, o talvolta incontrando un’antica conoscenza di casa, qualche artigiano o qualche signore, una scena oltraggiosa per la memoria della mamma, un motto, un particolare che non avrebbe osato ridire con alcuno, gli balenavano improvvisi ed accecanti al pensiero, giacché la gentilezza della sua natura trionfava egualmente di tutto.

- Povera mamma! - mormorava in cuore.

Poi una ragazza lo innamorò, e allora lasciandosi riprendere dal sogno di essere un bravo pittore vestito di velluto, colla cassetta sotto il braccio, l’ixa nel bastone, viaggiando per le campagne verso le città, festeggiato ed amato dappertutto, la sua stessa statura non gli piacque più. Avrebbe voluto essere più alto, pallido e bello, giacché era talmente brutto che doveva in parte convenirne; ma invece della grande ricchezza si sarebbe sentito più felice solamente col danaro per vivere libero ed elegante in una piccola gloria. Quindi le storielle avventurose dei vecchi romanzi sugli artisti gli trottavano pazzamente pel capo, sebbene non avesse mai posto piede in uno studio di pittore, o deciso almeno di mettersi a studiare l’arte sul serio.

Era stato molti anni garzone nella stessa bottega, resa nota dal padre e subito dopo la sua morte rivenduta dalla mamma senza nemmeno giungere ad intascarne il prezzo; ma garzone indisciplinato che perdeva le ore per strada e non aveva mai saputo tirare un filetto sopra una ruota; si fece presto cacciare. Poi morta la mamma entrò impiegato in una bottega di droghiere, ne fu espulso, mutò padrone, cangiò mestiere, sempre allegro e svogliato, finché la vecchia arte, come egli diceva con un sorriso, lo riattirò trasformandolo in imbianchino.

Aveva trovato un eccellente amico in un compagno ed un buon principale. Per parecchio tempo lavorò tranquillo, quindi capitò un altro guaio.

Una seconda ragazza lo innamorò.

La ragazza, bella sartina, civettuola ed elegante, dichiarò che non avrebbe mai accettato per amoroso un imbianchino col berretto di carta bianca e il vestitone di rigatino turchiniccio schizzato di colori: allora egli s’improvvisò pittore di stanze ed altro, ma quantunque si vestisse meglio e parlasse sempre in italiano, tutto fu inutile: la ragazza non volle saperne.

Egli rimase pittore.

Il suo primo lavoro fu la riquadratura di una bottega con un rosone nel mezzo della volta, dalla quale scendeva il lume a petrolio. Il fumo della lampada vi mise un po’ di chiaroscuro intorno, la bottega era buia e il rosone passò. In seguito dipinse qualche paesaggio sulle pareti delle bettole, molti cartelli, alcune insegne, persino dei ritratti che non somigliavano a nessuno; però il guadagno era sempre scarso, e quando il bisogno urgeva più doloroso, egli andava dietro un vicolo scuro, dove nella cantonata di una vecchia casa s’inabissava il bugigattolo di uno scrivano, per farvi delle copie. Così aveva le miserie di tutte le arti.

Ultimamente emigrando di quartiere in quartiere, di granaio in granaio, era capitato nell’antico palazzo Lambertini. I padroni, una famiglia di canepini che vivevano lassù strettamente, quantunque guadagnassero abbastanza bene nel loro mestiere, gli fornirono la stanza con un letto, un cassettone, un portacatino in ferro collo specchio: ce n’era d’avanzo. Il cavalletto da pittore aggiungeva tutti gli altri significati. La soffitta vasta, col tetto inclinato e le travi grosse come quelle di un bastimento, sarebbe bastata da sola a più di una famiglia: d’inverno l’acqua vi gelava nella brocca, d’estate il sole vi faceva screpolare il cassettone; i mattoni del pavimento erano rotti, i vetri della finestra scompagnati, ma tutti questi difetti sparivano dinanzi a due grandi vantaggi. Rispondeva coll’uscio sulla scala e si abbelliva nella parete dicontro al letto di un antico ritratto di matrona. La sua cornice ancora dorata riverberava in certe notti di luna, l’abito cremisi della vecchia signora sembrava quasi nuovo in alcune pieghe, mentre l’ombra coagulatasi nel fondo del quadro dava come una tristezza più pensierosa al giallore opaco della sua fronte. Non si capiva bene se fosse in piedi o seduta, ma in ogni modo il suo busto scollacciato dignitosamente sino alla sommità del seno stava eretto e il superbo atteggiamento della testa sormontata da una piuma bianca le induriva alquanto la bonarietà grassa della fisonomia.

Egli lo spazzolò accuratamente il primo giorno pensando di copiarlo, poi non lo fece. Un’altra volta, a secco di quattrini da molti giorni e non avendo quindi pranzato, pensò di venderlo, giacché il ritratto dimenticato nella soffitta dai vari rivenditori del palazzo evidentemente non apparteneva più ad alcuno. La notte fredda e ventosa urlava alla finestra. Egli aveva bighellonato tutto il giorno cercando qualche lavoro inutilmente: non si era incontrato in un amico, non aveva fermato una donna. Una tramontana frizzante levatasi nel pomeriggio assiderava le vie, ma sebbene i suoi calzoni avessero le pillacchere e il soprabito balenasse al gomito e al bavaro non poteva cangiarli. Era venuta la sera senza mangiare, il digiuno filava verso le quarant’otto ore. Egli si prese davanti i calzoni in una mano e li strinse. Da tutti gli usci dei caffè uscivano folate calde, su dalle finestre, dalle porte delle osterie irrompevano odori mordaci di cucina, mentre la gente, più frettolosa del solito, urtando lo destava dalle sue distrazioni di affamato.

Era tornato a casa per accendere la pipa e cenare così; il tabacco gli fece bene. Quindi ravvoltolato strettamente fra le coperte, lanciando boccate di fumo come un camino, si mise a considerare fantasticamente quel ritratto. Chi era? Che cosa le era accaduto nella sua vita di quattrocento anni fa? Aveva avuto degli amanti? Tutti i suoi discendenti erano morti? La immaginazione eccitata dalla fame cominciò a battere la campagna attraverso il passato radunando le più strane novelle, i più inconciliabili aneddoti intorno a quel ritratto, finché a poco a poco la stanchezza lo vinse e la gioventù trionfando del digiuno lo addormentò. Per qualche minuto la pipa proseguì a fumare innocuamente fra le lenzuola, poi si spense, la candela poco più che a mezzo durò un’altra ora.

Sognò.

La soffitta rimaneva sempre la stessa, la candela agonizzava fumando: egli era triste, colla testa affondata melanconicamente nel cuscino, quando gli parve d’intendere un fruscio di seta. Qualcuno era entrato. Era una bella fanciulla dal viso pallido, vestita con rara eleganza, che si dirigeva sorridendo verso la vecchia signora: questa discese dal quadro e le gettò amorosamente le braccia al collo. Poi avevano parlato. In quel momento la vecchia signora sembrava ringiovanita; i suoi occhi grigi brillavano di bontà, la piuma bianca della sua fronte tremava come del sorriso della sua bocca, ma egli non poteva più ricordarsi le loro parole; solamente gli rimaneva il ricordo confuso di un riconoscimento, qualche cosa di drammatico fra le due donne che si ritrovavano finalmente dopo parecchi secoli di assenza. La bella fanciulla era anche più commossa; i magnifici capelli biondi le si scuotevano fra un nimbo dorato sopra la fronte di un pallore meraviglioso. Egli nascosto sotto le coperte cercava di farsi più piccolo per non essere veduto, tendendo l’orecchio ad ogni accento con una angoscia di curiosità che gli acuiva orribilmente le sofferenze della fame. Poi la ragazza uscì senza guardarlo ed egli vide daccapo la vecchia signora immobile nel proprio ritratto. Che cosa si erano detto? La fanciulla era una sua discendente? Perché era entrata in quella notte, sola ed elegante, per uscire così presto? E a poco a poco credette di indovinarlo.

Quella fanciulla nobile e ricca era sola come lui; una mestizia desolata, quell’abbandono inconsolabile degli orfani come lui, senza amore nel passato e senza alcuno da amare nel presente, l’avevano spinta fuori del proprio palazzo in cerca di una mamma o di una nonna alla quale confidare la tristezza del proprio cuore. Infatti qualche cosa rischiarava adesso la fisonomia della vecchia signora dando al suo sorriso una bontà giuliva di mistero. Perché mai lo guardava così? Avevano esse parlato di lui? La sua immaginazione eccitata dalla febbre del digiuno gli persuase che la vecchia signora aveva raccontato alla fanciulla tutta la miseria di quella sua vita d’artista col cuore vuoto come le tasche, in preda ai più strambi deliri della fame e dell’amore. Anch’egli era solo nella vita, più solo di quelli che hanno tutto perduto, giacché non aveva mai avuto nulla, aspettando sempre indarno qualche cosa o qualcuno.

Ma chi era quella fanciulla? Come si chiamava? Dopo aver pensato lungamente concluse che si sarebbero riconosciuti infallibilmente in qualche luogo, poiché ella doveva averlo veduto in quella strana visita e non potrebbe così presto dimenticarlo. Un profumo delicato ed acuto era rimasto nella soffitta: egli avrebbe voluto interrogare la vecchia signora, ma un rispetto pauroso, insolito ed invincibile, glielo impediva.

Ella sorrideva cogli occhi grigi.

L’aria del mattino dissipò quel sogno vivificandone il ricordo così che per un pezzo non poté distrarsene. La fanciulla misteriosa, l’ideale di tutte le sue visioni, era diventata una nipote dell’antico ritratto: qualche volta nelle stravaganze del suo lungo ozio gli accadeva di uscire appositamente per incontrarla, o più spesso tornando a casa si sorprendeva a domandarsi con ostinazione incredula se non fosse già su ad aspettarlo. Poi di commissione in commissione sperò che gli capiterebbe di farle il ritratto. Egli avendo già la sua fisonomia nell’immaginazione era sicuro di non ingannarsi, ella tornerebbe con lui a trovare la nonna.

Ma fra tutte queste aberrazioni e i sogni del lotto, dei cavalli che dovevano rubare la mano al cocchiere e che egli arrestava ad una cantonata salvandole la vita, delle lettere profumate che non arrivavano mai; fra le fantasmagorie di troppi romanzi che si dissolvevano nell’impossibile, il suo buon senso popolano protestava ancora. Quindi scuoteva la testa per scrollarne tutte quelle immagini, ma allora una malinconia cupa come il fondo di quel vecchio ritratto gli si addensava lentamente nel cuore.

Dopo molti mesi della più rigida miseria, all’avvicinarsi dell’inverno parve che la stagione per lui migliorasse. Gli furono offerti da verniciare tutti gli usci e le finestre di un appartamento, più i portoni di una stalla e di una rimessa. Il lavoro era poco nobile, ma c’erano trenta lire da guadagnare in una settimana. Accettò allegramente. A mezzo dell’opera aveva già comprato per dieci lire un vecchio paltò, nel quale si affagottava voluttuosamente andando girelloni apposta nei primi freddi notturni lungo una qualche mura della città.

La sera del sabato, finito il lavoro, ne aveva intascato il resto del prezzo: quattordici lire. Erano troppe, la testa gli girò. Venne prima a casa: voleva lavarsi, pettinarsi, mutare camicia per entrare a cena in qualche buona locanda, ma la pigrizia lo rattenne da tale grossa follìa. Invece discese in una cantina, ove si cucinava anche da bettola, e vi scialò in una cena inesauribile quasi tre lire lasciando cinque soldi di buona mano all’ostessa. Fuori l’aria era pungente: nullameno egli si sbottonò il pastrano e col cappello sulla nuca, le mani dietro la schiena si mise a camminare sbuffonchiando. I maccheroni e il vino ingollato gl’infiammavano il sangue, gli pareva che la luce del gas facesse un’aureola intorno alla testa di tutte le donne, quando passavano sotto i lampioni. Ma improvvisamente, prima ancora che questo indistinto bisogno femminino gli si acuisse nella coscienza, allo svoltare di un cantone una fanciulla che veniva correndo gli urtò col viso nel petto.

Era piccina, con un fazzoletto sulla testa: ella si rattenne, trattenne una risata domandandogli scusa: egli s’imbarazzò, ma l’altra rideva, risero insieme. La fanciulla aveva il visetto aguzzo, sguaiato, e le scarpette, egli ne vide una sola, scollate malgrado il freddo della stagione.

- Dove vai? - finì per chiederle famigliarmente.

- E tu?

- Io sono stato a cena.

La ragazza accettò di andare con lui. Nel passare dinanzi ad un caffè egli la guardò bene nella faccia: era pallidissima, coi pomelli rossi dal belletto. Entrarono, egli chiese un punch bianco e le disse di ordinare tutto quello che voleva.

Ella esitava.

- Dopo cena, quando si è mangiato bene, non c’è che un punch - egli concluse con una specie di vanteria beata.

- Un punch dunque! - ripeté la ragazza, che non aveva cenato, con una contrazione fuggevole alla bocca; ma appena bevutolo d’un fiato come una medicina parlò di andare a casa. Il suo viso era talmente sconvolto che l’altro credette le venisse male.

- Sarà il punch.

- Che cosa vuoi? il nostro stomaco è così leggero… - ella ribatté sordamente.

Strada facendo l’aria frigida la ristorò: salirono ridendo le scale. Quando ebbero acceso la candela, la ragazza rimasta nel mezzo fece un oh! di complimento sulla grandezza e sulla decenza della soffitta. Osservò il cavalletto.

- Sei pittore? -

Ma la tela del cavalletto era ancora bianca.

Poi d’improvviso girando gli occhi gridò:

- Un ritratto!… Tu che cosa fai? Ti levi il paltò. Lo hai fatto tu il ritratto? Lasciami vedere.

Ma siccome era piccola corse ad una sedia, ve la portò sotto, vi salì, e cacciando la candela sotto il naso della signora:

- Chi è? - si rivolse ridendo del suo riso monellesco. - Ma se è vecchia! Guarda, guarda la piuma bianca… Stupida! le piume si mettono ai cappellini.

Quindi si curvò col naso sulla tela.

Egli si era già levata anche la giacca e guardava dietro le sue spalle la testa del ritratto con un ricordo involontario del sogno.

- Bella questa! - ella squittì; poi sillabando: - Aloisia comitissa ux… qui è cancellato… Lambertini… Toh! il mio cognome.