Pagina:Archivio storico italiano, VIII, 4, 1858.djvu/212

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4 l’eccidio di cesena

dove appunto racconta la morte di quel Padre del nuovo Israele e di Pier Luigi.

Il primo che tra i moderni cavò di sotto alla dimenticanza il titolo di questa Commedia fu, per quanto io so, lo Zeno nelle sue Disseriazioni Vossiane, che egli cominciò a stampare nel tomo IX del suo Giornale Letterario, avvisando per altro i suoi lettori a non credere con alla cieca, che sia uscita dalla penna di Petrarca.

In seguito l’abate Lorenzo Mehus, nella Vita del Traversari, dopo avere a lungo discorso, da quel bibliofilo ch’egli era, delle opere di Petrarca già stampate, mostrò desiderio «che a queste facessero compagnia le inedite, fra le quali giudicava meritevole di pubblica luce quella che si legge nel codice della biblioteca già Gaddi, ora Medicea, che riguarda l’eccidio di Cesena distrutta nel 1357 dal cardinale Egidio Albornoz». E dopo averne allegato il principio e la fine, passa a parlare di un altro opuscolo, che nello stesso Codice la precede, sotto il titolo: Opera nobilissima di Francesco Petrarca, nella quale la miserrima Medea, abbandonata dal pravissimo e perniciosissimo traditore Giasone in un’isola deserta, rimpiange la sua sventura; e di questo opuscolo dice, che, dopo averlo diligentemente letto e riletto tre o quattro volte, gli è sembrato o che la sia una composizione della gioventù di Petrarca, o che la sia di altri e a lui attribuita per procacciarle celebrità. L’Ab. Bandini, nel Tomo III, pag. 710, del suo diligentissimo Catalogo dei Codici Laurenziani, non fa che sottoscriversi al precedente giudizio dell’abate Mehus.

Otto anni appresso, l’abate De Sade stampava il terzo Tomo delle Memoires pour la Vie de Pètrarque, nel quale, dopo aver detto, congetturando, che il buon canonico, ritiratosi la state del 1357 nella Certosa di Milano, scrivesse in quella solitudine questa Commedia sul sacco di Cesena, conclude, non senza rendersi in colpa di anfibologia o di argomento in barocco, di non riconoscervi lo stile del Petrarca, e però di non credere che egli ne sia l’autore.

Più riciso l’abate Tiraboschi, là dove nella sua Storia Letteraria viene la volta per Coluccio Salutati, toglie assolutamente al Petrarca la paternità di questa Commedia, per la sola ragione che Antonio Cesario scrisse a monsignor Ferretti, che invece essa è lavoro di Coluccio. A sfogo poi di quella emulazione da cui, per gelosia del Petrarca, sentivasi animato contra all’abate De Sade, soggiunge, che prima di lui l’abate Mehus, a pag. 239 della Vita dell’abate Ambrogio, pose in dubbio se questa operetta fosse del cantore di Laura. Ed all’abate Tiraboschi fece eco l’abate Andres nel Tomo V della sua Storia d’ogni letteratura, dicendo anch’egli, che l’abate Mehus inclina a credere che questa Commedia non sia di Petrarca. Ora io Le ho voluto appunto riferire le precise parole dell’abate Mehus, perchè il vero abbia il suo luogo. No: il biografo del