Pagina:Attilio Brunialti - La vera democrazia.djvu/9

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la vera democrazia 7


Grecia si fermano e scrivono pagine gloriose, che accendono ancora i nostri entusiasmi. Chi di voi non si è commossa, chi non si è sentita più grande e quasi abbagliata dalla luce che scende oggi ancora dalla democrazia ateniese? Doveva essere tradizione antica del popolo, se organizzò a questo modo persino l’Olimpo; Giove è un re costituzionale, ed ha consiglio dei Ministri e Parlamento, dove siedono anche le Ninfe

.    .    .    .    .    .    dei boschi,
e dei prati e dei fonti abitatrici.

Raggiunse l’apogeo delle sue glorie in Atene. «La forma dello Stato nostro, diceva Pericle, che lo aveva fondato, è popolare perchè il governo è nelle mani dei più, e non di pochi. Dinanzi alla legge tutti sono eguali nei litigi privati; e ciascuno a seconda della riputazione che si è acquistata in alcuna cosa è preposto agli affari pubblici, non per ragione di nascita, ma di virtù». Noi viviamo liberamente così nel governo della cosa pubblica, che nelle quotidiane relazioni, schivi di sospetto, e con lieto animo sempre. Franchi a cotesto modo nelle relazioni private, in pubblico non esorbitiamo, soprattutto per riverenza, avendo rispetto a chi sia al Governo e alle leggi... Alle fatiche dello spirito abbiamo procurato molti sollievi con spettacoli e sacrifici, e consentendo ai privati splendida vita. La città grande attrae da ogni parte quanto si possa desiderare, ed a noi deriva maggior frutto dai nostri beni, che se avessimo quelli di tutti gli uomini». Così si resse il popolo pel quale Fidia e Polignoto raggiungevano le supreme altezze dell’arte; Eschilo, Sofocle, Euripide, scrivevano tragedie insuperate; Mnesicle e Callicrate inventavano il nuovo stile più squisito e meglio proporzionato d’architettura; il popolo, che non aveva giornali, ma dalla licenza rustica e motteggiatrice delle feste di Bacco seppe svilupparsi la commedia d’Aristofane; il popolo che era abituato a sentire nei suoi comizii, l’eloquenza affascinante di Pericle, che seguiva con intelletto d’amore filosofi come Zenone ed Anassagora, ed aveva bisogno d’Erodoto che ne scrivesse la storia. Erano animi elevati e ingentiliti; ciascuno poteva essere legislatore e giudice, e teneva nelle mani a un tempo la decisione e la deliberazione, mentre i pubblici ufficii, perchè non vi entrasse alcuna forma di corruzione, si davano a sorte.

L’ideale non è scomparso dalle menti; ma era vera democrazia quella d’Atene, era sovrattutto tale da meritare non solo l’ammirazione, ma la nostra invidia? Cansiamo, o signore, l’illusione volgare. Già il popolo d’allora era una aristocrazia di popolo, ven-