Pagina:Boccaccio - Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio nuovamente corretto sopra un testo a penna. Tomo I, 1831.djvu/145

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SOPRA DANTE 125

no nove, si sforza di mostrare Macrobio nel secondo libro super somnio Scipionis, equiparando quelle a’ canti delle otto spere del cielo, vogliendo poi la nona essere il concento che nasce della modulazione di tutti e otto’ cieli; aggiugnendo poi le muse essere il canto del mondo, e questo, non che dall’altre genti, ma eziandio dagli uomini di villa sapersi, perciocchè da loro sono le muse chiamate camene, quasi canene, dal cantare così nominate. Ed acciocchè voi intendiate che vuol dire questo canto del mondo, dovete sapere, che fu opinione di Pitagora, e di altri filosofi, che ciascun cielo di questi otto, cioè l’ottava spera e i sette de’ sette pianeti, volgendosi in su li loro cardini, facessero alcuno ruggire, qual più aguto e qual più grave, sì per divino artificio di debiti tempi misurati, che insieme concordando facevano una soavissima melodia, la quale qui intende Macrobio per lo concento; della qual noi, per udirla continuo, non ci curiamo nè vi riguardiamo. Ma questa opinione di Pitagora con manifeste ragioni è riprovata da Aristotile. Ma di questo rende Fulgenzio nel libro delle sue mitologie altra ragione, dicendo, per queste nove muse doversi intendere la formazione perfetta della nostra voce: la qual voce, dice, si forma da quattro denti, li quali la lingua percuote quando l’uomo parla; de’ quali, se alcuno mancasse, parrebbe che piuttosto si mandasse fuori un sufolo che voce. Appresso questo dice formarsi la voce dalle due nostre labbra, le quali non altrimenti sono che due cembali modulanti la comodità delle nostre parole. E così la lingua, col suo pie-