Pagina:D'Annunzio - Laudi, I.djvu/197

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DELLA TERRA E DEGLI EROI

dei promontorii gli avanzi
della rete i sugheri e i piombi,
o le nasse e l’amo ricurvo
4718legato al suo crin di cavallo
con la lunga canna, o una triglia
pavonazza, la squamma
d’un gambero, un fin laberinto.
Ma forse veduto egli avea
sul Mare Mirtòo Saffo morta
e virato in prua paventando
4725la fosca sirena dormente.

O Cefìsia, delle tue polle
che aveano il colore dell’ombra
mi sovviene, e de’ tuoi bianchi
sarcòfaghi e del clamore
delle tue rondini. O Spata,
mi sovviene delle tue tombe
4732venerande. Padre di templi
fulvi come il grano maturo,
Pentèlico, de’ tuoi pastori
mi sovviene selvaggi
ne’ chiusi di creta e di giunchi
o sotto le tende di cupa
cànape simili a quelle
4739che vidi nel muto Deserto.
Nel tuo teatro, o Torìco,
dinanzi all’isola lunga
cui diè la Tindaride il nome,
tra moltitudini d’erbe


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