Pagina:De Sanctis, Francesco – Giacomo Leopardi, 1961 – BEIC 1800379.djvu/86

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getti, gli uscivano semplici schizzi. Il poveretto si sentiva come galvanizzato, e dava libero corso all’immaginazione. «In una totale ignoranza delle cose del mondo letterario», si rifà sull’antico, e vuole nel prossimo inverno immergersi fino alla gola ne’ classici greci, latini, italiani. Il 27 novembre 1818 scrive al Giordani:

Se questa mia non fosse già troppo lunga, vi direi di certi disegni che ho concepiti. Ora vi dirò solamente che quanto più leggo i latini e i greci, tanto più mi s’impiccoliscono i nostri anche degli ottimi secoli, e vedo che non solamente la nostra eloquenza ma la nostra filosofia, e in tutto per tutto tanto il di fuori quanto il di dentro della nostra prosa bisogna crearlo. Gran campo, dov’entreremo se non con molta forza, certamente con coraggio e amor di patria.

Nel 19 febbraio dell’anno appresso gli scrive che si propone fare un trattato Della condizione presente delle lettere italiane. Nota che all’Italia manca la lirica perché manca l’eloquenza; fa bassa stima del Filicaia e del Guidi; gli pare molto superiore il Chiabrera e più ancora il Testi.

C’è nella vita un momento che l’ingegno si schiude come un fiore, e guarda il mondo con uno sguardo suo e lo vede altro da quello ch’eragli apparso innanzi. Si direbbe quasi che gli occhi si sieno mutati. È la prima apparizione dell’originalità o della personalità. Quel giovane che poco più poteva leggere, aveva già quella nuova apertura d’intelletto che gli metteva il cervello in fermentazione e gli scopriva nuovi aspetti delle cose; e quasi puro spirito e padrone del suo corpo, passeggiando, fantasticando, concepiva disegni sterminati, a’ quali non sarebbe bastata la vita lunghissima di un uomo sano. Aveva letto tante volte quei classici greci e latini; e ora ci ritorna, ci sente un altro gusto, un altro sapore. Que’ classici italiani, già tanto imitati e ammirati, gli si rimpiccoliscono, e tutto gli par da creare, e vuol crearlo lui! Giordani gli raccomanda la prosa, e lui scrive versi, e lascia Cicerone, e dà mano a Orazio, Omero, Virgilio,