Pagina:De Sanctis, Francesco – La giovinezza e studi hegeliani, 1962 – BEIC 1802792.djvu/157

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la lirica 151

ticavo me nella situazione, e non vi aggiungevo niente di mio. D’altra parte avevo fatto molto progresso nell’arte del leggere, e ne avevo qualche obbligo a un tal Camilli, che teneva scuola di declamazione, dove, imparando a recitare con verità e naturalezza, avevo corretto quel po’ d’enfasi stridente e piagnucolosa, che m’aveva appiccicato il Bidera. Ci conferiva anche il gusto che mi si andava purificando, e quel mio viver dentro nella lettura, si che non mi sfuggivano le più lievi gradazioni del pensiero o del sentimento. L’intonazione era giusta, l’accento sincero, la voce insinuante, fatta più alla dolcezza che all’energia, non mai monotona. Dicevo che le cose hanno ciascuna la sua voce, e quando qualcuno, leggendo, non aveva la voce abbastanza flessibile e mutabile, mi veniva il mal di visceri, e non sapevo infingermi. Me la prendevo coi maestri, che non sapevano leggere; e dicevo che il modo di leggere mi mostrava il valore del giovane più che qualunque esame, ciò che sembra un paradosso, ed è verità. Quando ero chiamato a qualche esame, solevo far leggere qualche periodo, e a dare il giudizio non mi occorreva altro. Queste parranno puerilità; ma penso anche oggi così. In Napoli pochissimi sanno ben leggere e ben pronunziare, e il fatto comincia nei fanciulli, che imparano in modo così barbaro a compitare. Il Marchese ci si arrabbiava. L’importanza della buona pronunzia e delle letture pubbliche non è ancora ben capita. La lettura che facevo io m’impressionava tanto che mi si ripercoteva nella memoria per più d’un giorno, e i più bei luoghi mi giravano per il capo, e non mi volevano lasciare, e mi gettavano in dolci fantasie.

Parlando di Dante, toccai del suo amico Guido Cavalcanti, e ci colpi non la sua vantata canzone sull’amore, ma le deliziose strofe sulla forosetta, e ancora più la canzone sulla Mandetta, dove sentivamo il fremito d’una passione sincera, cosa rarissima nella nostra letteratura.

Sapevamo a mente molti sonetti e canzoni del Petrarca, e appunto perché dimesticati con lui, ci fece poca impressione. Poi, il petrarchismo, da noi tenuto a vile, noceva un poco al Petrarca, a quel modo che l’abuso della religione non è senza