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| 300 | del rinnovamento civile d’italia |
medesimo. La qual caduta cominciò nel secolo decimosesto e fu condotta a compimento da Napoleone, che spense le reliquie di quell’anticaglia nella Magna dove pochi e deboli ne erano i vestigi, e in Italia dove la maestá spirituale del pontefice e gl’influssi del culto dominante l’aveano soprattenuta e conferitole piú vigore. I «re fanciulli»[1] di Vienna la riattarono come Dio volle, per abboccar meglio il freno ai popoli frementi, mantenere uno spicchio di medio evo, far di Roma un museo anzi che una metropoli e stabilire nel cuor d’Italia un fomite assiduo di eteronomia e di servitú. Ma i trentacinque anni decorsi d’allora in poi mostrarono a ogni tratto la debolezza eccessiva di quell’edifizio, e gli sforzi disperati che ora si tentano per instaurarlo ne renderanno piú celere la caduta. E coi capitoli viennesi andrá in pezzi l’ultimo residuo di giogo pretesco. Dappoiché questo giogo fu rotto presso quelle schiatte che anticamente adorarono i preti e le donne, non è credibile che duri in Italia, la quale non ebbe mai né druidi né druidesse, né Vellede[2] né Aurinie[3] né Marici[4], e alla cui stirpe virile e laicale sopra ogni altra i regni talari e ingonnellati[5] ripugnano. Se a quei rozzi tempi, in cui «il papa aveva tanta autoritá nei principi longinqui, egli non poteva farsi ubbidire dai romani»[6] nelle cose civili, come gli avrá piú docili ora che l’impero ieratico fuori del santuario è abborrito da tutti i popoli che si pregiano di gentilezza?
Sono forse i romani d’oggi degeneri dai loro antichi? e le ardenti parole di Pompeo Colonna non sono piú atte a far impressione nei petti loro? «Assai essere stata oppressa la generositá romana, assai avere servito quegli spiriti domatori giá di tutto il mondo. Potersi per avventura in qualche parte scusare i tempi passati per la riverenza della religione, per il cui nome accom-